Pillole di Politica: Unioni Civili e Convivenze di Fatto

La legge sulle Unioni civili introduce due istituti completamente diversi per le coppie omosessuali e per le coppie eterosessuali. Per le prime arrivano le unioni civili, per le quali ci sono una serie di diritti e doveri molto forti, che le avvicinano al matrimonio, tra cui la reversibilità della pensione ma non le adozioni; per le seconde nascono le convivenze, per le quali gli obblighi reciproci sono minori.

Ecco i punti principali della legge:

COSTITUZIONE dell’UNIONE CIVILE: come il matrimonio, l’unione civile si costituisce “di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni”. L’atto viene registrato “nell’archivio dello stato civile”.

COGNOME: le parti, “per la durata dell’unione civile, possono stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. La parte puo’ anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome”.

OBBLIGHI RECIPROCI: “dall’unione deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione”. Non c’e’ obbligo di fedelta’, come nel matrimonio. “Entrambe le parti sono tenute ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacita’ di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni”.

VITA FAMILIARE: “Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune; a ciascuna delle parti spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato”. Il comma ricalca le norme del diritto di famiglia.

REGIME PATRIMONIALE: il regime ordinario e’ la comunione dei beni, a meno che le parti pattuiscano una diversa convenzione patrimoniale.

PENSIONE, EREDITA’ E TFR: e’ la parte che danneggia maggiormente un eventuale figlio di uno dei due partner, che oggi sarebbe l’unico beneficiario della pensioni di reversibilita’, dell’eredita’ e del Tfr maturato dal genitore. Con la nuova legge la pensione di reversibilita’ e il Tfr maturato spettano al partner dell’unione. Per la successione valgono le norme in vigore per il matrimoni: al partner superstite va la “legittima”, cioe’ il 50%, e il restante va agli eventuali figli.

SCIOGLIMENTO: si applicano “in quanto compatibili” le norme della legge sul divorzio del 1970, ma non sara’ obbligatorio, come nello scioglimento del matrimonio, il periodo di separazione.

ADOZIONI: le norme sulla stepchild adoption sono state stralciate. Nel maxi-emendamento e’ stata inserita una dicitura ultronea: “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti”, che dovrebbe consentire ai singoli Tribunali, per via giurisprudenziale, di concedere la stepchild adoption ai singoli casi concreti.

CONVIVENZE DI FATTO: sono quelle tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità’ o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.

ASSISTENZA IN CARCERE E OSPEDALE: i conviventi hanno gli stessi diritti dei coniugi nell’assistenza del partner in carcere e in ospedale.

DONAZIONE ORGANI: Ciascun convivente “puo’ designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati in caso di malattia che comporta incapacita’ di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute; e in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalita’ di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.

CASA: in caso di morte di uno dei partner, l’altro ha diritto di subentrare nel contratto di locazione. Se il deceduto e’ proprietario della casa, il convivente superstite ha diritto di continuare a vivere in quella abitazione tra i due e i cinque anni, a seconda della durata della convivenza. La convivenza di fatto e’ titolo, al pari del matrimonio, per essere inserito nelle graduatorie per le case popolari.

REGIME PATRIMONIALE: i conviventi “possono” sottoscrivere un contratto che regoli i rapporti patrimoniali, che puo’ prevedere la comunione dei beni.

ALIMENTI: in caso di cessazione della convivenza, “il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento”. Gli alimenti sono assegnati in proporzione alla durata della convivenza.

Finalmente le coppie di fatto vengono riconosciute, e sono tutelate. D’ora in poi le coppie eterosessuali e omosessuale avranno la possibilità di scegliere a quale istituto rivolgersi per avere un grado diverso di diritti e doveri.

Ma soprattutto siamo felicissimi di questa conquista storica che per la prima volta riconosce e regolamenta l’amore omosessuale. È una legge storica e noi, nel nostro piccolo, siamo orgogliosi di avere combattuto per ottenerla! Tuttavia è solo il primo passo: adesso che una legge esiste, sarà molto più facile modificarla e aggiungere sempre più diritti fino all’agognato matrimonio ugualitario. Ci siamo finalmente adeguati al progresso europeo, la direzione è giusta, bisogna proseguire. Sarà bellissimo tra cinquant’anni raccontare ai nostri nipoti questa conquista che per loro sarà la normalità!

L’amore non fa male, l’amore unisce, l’amore è un diritto!

 

 

da: ANSA.it e partitodemocratico.it

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Pillole di Politica: Legge Cirinnà

Il disegno di legge cosiddetto Cirinnà contiene le disposizioni per la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e norme per la disciplina delle convivenze.

La prima parte, quindi, riguarda in modo esclusivo le coppie omosessuali che avranno così un nuovo istituto di diritto pubblico (diverso dal matrimonio) che assegna diritti e doveri. La seconda parte, invece, regola i rapporti delle coppie conviventi more uxorio, sia eterosessuali che omosessuali, riconoscendo loro solo lacuni diritti.

 UNIONI CIVILI

Il nuovo istituto riguarda le unioni tra persone dello stesso sesso e viene definito quale “specifica formazione sociale”, facendo così riferimento all’articolo 2 della Costituzione (diversamente dal matrimonio che è inquadrato nell’art. 29 C.)

Chi può fare l’unione civile – Due persone maggiorenni dello stesso sesso mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni.

Chi non può farla – Sono cause impeditive e di nullità

  • la sussistenza di un vincolo matrimoniale o di un’unione civile tra persone dello stesso sesso;
  • l’interdizione per infermità di mente
  • la sussistenza di rapporti di affinità o parentela
  • la condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte (se è stato disposto soltanto il rinvio a giudizio, se c’è una sentenza di condanna di primo o secondo grado o vi è una misura cautelare la procedura, la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è sospesa sino a quando non è pronunziata sentenza di proscioglimento)


Diritti e doveri
– Le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione.

Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. Viene previsto che l’indirizzo della vita familiare e la residenza della famiglia siano concordati tra le parti.

Sono estese alle unioni civili l’applicazione delle disposizioni in materia di regime patrimoniale della famiglia e in materia di alimenti (ad eccezione delle norme relative alle adozioni) che riguardano il matrimonio, nonché le disposizioni in materia di nullità del matrimonio e idiritti successori.


Come si scioglie l’unione civile
Si applicano le norme relative al divorzio breve o al divorzio diretto. C’è lo scioglimento dell’unione civile anche nel caso di sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso.

Da quando entrano in vigore le unioni civili L’efficacia delle norme decorre dalla data di entrata in vigore della legge, demandando, entro 30 giorni, ad un successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, la determinazione delle disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri anagrafici nell’archivio dello stato civile.


DISCIPLINA DELLE CONVIVENZE


Chi sono i conviventi?
– Due persone (dello stesso sesso o di sesso diverso), maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile che non intendono (o non possono) legarsi con un vincolo matrimoniale o di unione civile.

Come si diventa conviventiL’inizio della stabile convivenza scatta alla data di iscrizione della famiglia anagrafica.


Diritti
– Sono gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previstidall’ordinamento penitenziario.

Nel caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari.

Al convivente viene inoltre riconosciuta la facoltà di designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute; ovvero in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.

Nel caso di morte del proprietario della casa di comune residenza, al convivente di fatto superstite viene riconosciuto il diritto di abitazione per due anni o per un periodo pari alla durata della convivenza se superiore a due anni fino ad un massimo di cinque anni.

E’ prevesta inoltre la facoltà per il convivente di fatto di succedere nelcontratto di locazione della casa di comune residenza nel caso di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto.

I conviventi di fatto hanno diritto all’inserimento nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare.


Obblighi
In caso di cessazione della convivenza di fatto, ove uno dei due versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, il convivente ha diritto di ricevere dall’altro quanto necessario per il suo mantenimento per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza.

Il convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente ha il diritto di partecipazione agli utili commisurata al lavoro prestato. Tale diritto non sussiste qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato.


Questioni patrimoniali
I conviventi di fatto possono inoltre regolare ulteriori rapporti patrimoniali tra di loro attraverso un contratto di convivenza stipulato di fronte a un notaio o un avvocato.

Possono così disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune come:

– le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo;

– il regime patrimoniale della comunione dei beni (modificabile in qualunque momento nel corso della convivenza).

 

Quando la convivenza è nulla – In presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza; nel caso sia tra soggetti legati tra loro da vincoli di parentela, affinità e adozione; quando coinvolga una persona minore di età, salvi i casi di autorizzazione del tribunale; se effettuata da persona interdetta giudizialmente o in caso di condanna per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra.


Come si “scioglie” una convivenza
– Ciò avviene:

  • in caso di morte di una delle parti;
  • in caso di matrimonio o di successiva unione civile di una delle parti;
  • in caso di accordo delle parti;
  • in caso di recesso unilaterale.

 

da: http://www.senatoripd.it/giustizia/le-unioni-civili-e-convivenze-di-fatto/

Pillole di Storia: Pietro Grasso

Pietro Grasso, detto Piero è nato a Licata, in provincia di Agrigento, nel 1945. Si trasferisce a 18 mesi con la famiglia a Palermo. Sposato con Maria dal 1970, ha un figlio, Maurilio, funzionario di Polizia. Sin da ragazzo manifesta la volontà di diventare magistrato. Dopo aver completato gli studi classici al Liceo Meli, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Palermo dove si laurea nel giugno del 1966 con una tesi in diritto amministrativo.

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Dal novembre 1968 svolge per due anni le funzioni di Pretore presso la Pretura mandamentale di Barrafranca (EN). L’assassinio del procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, avvenuto nel maggio del 1971, lo induce a fare richiesta di trasferimento al Tribunale di Palermo. Per dodici anni è Sostituto procuratore della Repubblica. In quel periodo si occupa principalmente di indagini sulla pubblica amministrazione e sulla criminalità organizzata. Il 6 gennaio 1980 diviene titolare dell’inchiesta riguardante l’omicidio del Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella.

Nel settembre del 1985, Francesco Romano, presidente del tribunale di Palermo lo designa giudice nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra (10 febbraio 1986 – 10 dicembre 1987), con 475 imputati. Tra gli imputati presenti vi erano Luciano Leggio, Pippo Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto e moltissimi altri; tra i contumaci figuravano Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Le accuse ascritte agli imputati includevano, tra gli altri, 120 omicidi, traffico di droga, rapine, estorsione, e, ovviamente, il delitto di “associazione mafiosa” in vigore da pochi anni.

L’11 novembre 1987, dopo 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive, gli otto membri della Corte d’assise si ritirarono in camera di consiglio. Fu la più lunga camera di consiglio che la storia giudiziaria ricordi: 35 giorni, durante i quali la Corte visse totalmente isolata dal mondo, lavorando a tempo pieno sul maxiprocesso. Finito il dibattimento, Grasso è stato delegato dal Presidente della Corte d’Assise alla stesura della sentenza, che, dopo un impegno di oltre otto mesi, si è concretizzata in un documento di circa 7.000 pagine, raccolte in 37 volumi.

Tale sentenza, con la quale sono stati inflitti 19 ergastoli e 2.665 anni di reclusione, è stata positivamente valutata anche dalla pronuncia finale della Corte di Cassazione, che ne ha confermato in via definitiva i punti essenziali. Per la prima volta veniva dimostrata l’esistenza della Cupola attraverso la via giudiziaria.

Conclusosi il maxiprocesso, nel febbraio del 1989 Grasso viene nominato consulente della Commissione parlamentare Antimafia. Nel 1991 viene nominato consigliere alla Direzione affari penali del Ministero di grazia e giustizia, il cui “guardasigilli” era Claudio Martelli, che chiamò anche Giovanni Falcone, e componente della Commissione centrale per i pentiti. Successivamente viene sostituto nell’incarico, per poi essere nominato procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia (guidata da Pier Luigi Vigna), applicato nelle Procure di Palermo e Firenze dove ha seguito e coordinato le inchieste sulle stragi del 1992 e del 1993.

Tra gli obiettivi che erano stati identificati dalla Cupola c’era anche Pietro Grasso. Il pentito Gioacchino La Barbera, nel corso di una sua deposizione, ha spiegato come sarebbe dovuto avvenire l’attentato.

Lo stesso Grasso ha più volte raccontato le circostanze nelle quali venne a conoscenza del progetto di attentato:

“Per una strana coincidenza della vita sono stato io il primo ad avere dal pentito Gioacchino La Barbera la descrizione dell’attentato che era stato preparato verso di me. […] Aveva iniziato a collaborare, parlando anche della strage di Capaci e arrivato ad un certo punto aveva detto che stava organizzando l’attentato ad un magistrato di cui non ricordava il nome. […] Fui chiamato, allora ero alla Procura Nazionale Antimafia come sostituto, per cercare attraverso le mie conoscenze di tirar fuori dalla memoria del pentito il nome del magistrato sottoposto a questo progetto di attentato. Appena mi presentano [a La Barbera] questo si da una manata sulla testa… «è lui! È lui!>» a questo punto scatta qualcosa di kafkiano perché lui avendo davanti la vittima ed essendo il carnefice, non voleva più parlare. Io dal mio punto di vista volevo sapere tutti i particolari […] e finalmente si è convinto a descrivermi quello che aveva preparato nei miei confronti. […] Alla fine mi aveva salvato una banca […] perché aveva un controllo elettronico di sicurezza che poteva influenzare il telecomando e questo fece sì che fosse rimandata l’esecuzione dell’attentato per trovare dei telecomandi che non consentissero interferenze. Frattanto il gruppo operativo fu arrestato e fu arrestato anche Totò Riina. Mia suocera, che andavo a trovare frequentemente è deceduta per cui sono venute a mancare tutte le condizioni. E così la posso raccontare.”

Dall’agosto del 1999 ricoprì l’incarico di Procuratore della Repubblica di Palermo, immediatamente dopo la conclusione del primo grado del processo Andreotti. Sotto la direzione di Grasso, dal 2000 al 2004, furono arrestate 1.779 persone per reati di mafia e 13 latitanti inseriti tra i 30 più pericolosi. Nello stesso arco di tempo la procura del capoluogo siciliano ottenne 380 ergastoli e centinaia di condanne per migliaia di anni di carcere. L’11 ottobre 2005 è stato nominato procuratore nazionale antimafia, subentrando a Pier Luigi Vigna, che ha lasciato l’incarico nell’agosto 2005 per raggiunti limiti di età, mentre era ancora capo della Procura della Repubblica di Palermo.

L’11 aprile 2006 contribuisce con il suo lavoro, dopo anni d’indagine, alla cattura di Bernardo Provenzano nella masseria di Montagna dei cavalli a Corleone, latitante dal 9 maggio 1963.

L’8 gennaio 2013 la direzione nazionale del PD candida Pietro Grasso al Senato della Repubblica Italiana come capolista della lista PD nella regione Lazio dove risulta poi eletto. Il 16 marzo 2013 viene eletto al ballottaggio presidente del Senato con 137 voti, contro i 117 per Renato Schifani (PdL) Dal 14 gennaio 2015, con le dimissioni di Giorgio Napolitano, assume il ruolo di presidente supplente della Repubblica Italiana, ruolo che ricopre fino al successivo 3 febbraio, giorno del giuramento del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

In questi giorni convulsi di discussione sulle unioni civili si è dimostrato una persona encomiabile, ha rifiutato di utilizzare il voto segreto e non si è fatto intimidire dagli attacchi personali ricevuti in Senato. Forza Piero, guidaci alle riforme!

 

 

Pillole di Storia: David Bowie

David Bowie nasce a Londra nel 1947, il suo vero nome è David Jones. Comincia a suonare da ragazzo, si fa notare già dagli esordi nella Londra beat di fine anni ’60 con la pubblicazione del primo album nel 1967, non riscontrando però grande successo nel pubblico. Inaspettatamente solo due anni più tardi, nel 1969, diventa famoso in tutto il mondo con la canzone Space Oddity, quella di “Ground control to Major Tom”.

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Da lì in poi diventa uno dei musicisti più importanti del rock e del pop, reinventandosi in ogni decennio.

Arrivano gli anni ’70 che lo incoronano a rock star mondiale per la sua originalità. A Bowie, infatti, non interessa per nulla la musica d’impegno, così come non gli interessa il fricchettonismo allora imperante e il cliché della rockstar maschia che deve avere la sua dose quotidiana di donne adoranti. Bowie si veste infatti di cerone, lustrini e paillettes. Si inoltra nello spazio con il suo album monumento “The Rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars” e Ziggy Stardust diventa, giocando con la sua identità sessuale, né uomo, né donna, disponibile ad andare con tutti. Una scelta inaudita anche per quell’epoca tanto libertaria, che ne fece proprio per questo un portavoce della libertà sessuale, dimostrando la sbagliata correlazione di essa con identità di genere e orientamento sessuale. Inoltre il primo 45 giri estratto da quell’album è la meravigliosa “Starman”.

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Stanco di questa parte diventa definitivamente il Duca Bianco (dal primo verso di “Station to station” del 1976), un dandy decadente, sofisticato ed elegante che, dopo aver pubblicato altri dischi fondamentali da “Low” a “Heroes”, cavalcherà tutta la scena new wave dei primi anni ’80.

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Bowie, da quel momento in poi, si butta nel nuovo decennio, ascendendo alla dimensione della rockstar di lusso, inarrivabile, con tour magniloquenti, virate sonore dove frequenta ora le discoteche e non più le cantine underground (“Let’s Dance”, “China Girl”, “Underpressure” con i Queen) e non disdegnando incursioni nel cinema.Divorziato dalla prima moglie Angela nel 1980, alla fine del decennio s’accompagna a una donna bellissima, la modella Iman (scelsero di celebrare il matrimonio nella chiesa americana di St. James a Firenze), che starà con lui fino alla morte.

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Negli ultimi 25 anni Bowie cambia ancora: prima tornando al rock con i Tin Machine, poi guardando con interesse alle nuove sonorità della sua Inghilterra, la drum’n’bass e la jungle di Bristol.

Le sue apparizioni in pubblico si fanno però sempre più rare: in Italia appare per l’ultima volta nel 2002, mentre il duetto con Alicia Keys nel 2006 sarà la sua ultima volta su un palcoscenico dal vivo. Nel 2007 riceve il Grammy alla carriera e, nel 2008, viene inserito al 23º posto nella lista dei 100 migliori cantanti secondo Rolling Stones. Dal 1997 è anche quotato in Borsa, grazie all’emissione dei Bowie Bonds effettuata offrendo a garanzia le royalties ricevute per i dischi venduti fino al 1993 (circa un milione di copie l’anno).

“Blackstar”, il suo ultimo disco, è chiaramente il suo testamento. Pubblicato il giorno del suo 69esimo, l’8 gennaio, in una fase avanzata della sua malattia rappresenta senza alcun dubbio la più alta forma di arte contemporanea realizzata da molto tempo a questa parte. Pieno di bellezza, di colpi di scena e di una tragicità quasi shakespeariana, Bowie ci lascia un “album-testamento” non triste, ripetendoci che la sua vita, a ricordarla ora, non è stata poi così diversa dal modo in cui è uscito di scena definitivamente pochissimi giorni fa, l’11 gennaio. Fino all’ultimo respiro, infatti, David Bowie ha fatto di se stesso un’opera d’arte, come bene recita il primo singolo del nuovo album: “Il giorno in cui è morto è successo qualcosa; l’anima è salita di un metro e si fece da parte. Qualcun altro prese il suo posto, e coraggiosamente urlò: Sono una stella nera, sono una stella nera!”.

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Non piangete dunque, perché l’alieno è solo ritornato al suo pianeta!

Pillole di Storia: Rita Levi Montalcini

Rita Levi Montalcini nasce il 22 aprile del 1909 a Torino. Entrambi i genitori erano molto colti e le trasmettono la loro passione per la ricerca intellettuale. Nel 1930 sceglie di studiare medicina all’Università di Torino; la scelta di medicina è determinata dal fatto che in quell’anno si ammala e muore di cancro la sua amata governante Giovanna. A vent’anni entra nella scuola medica dell’istologo Giuseppe Levi dove comincia gli studi sul sistema nervoso che proseguirà per tutta la vita. Nel 1936 si laurea in Medicina e Chirurgia con 110 e lode, per poi specializzarsi in neurologia e psichiatria.

A seguito delle leggi razziali del 1938, in quanto ebrea sefardita, Rita è costretta a emigrare in Belgio. Poco prima dell’invasione del Belgio torna a Torino, dove, durante l’inverno del 1940, allestisce un laboratorio domestico nella sua camera da letto per proseguire le sue ricerche. Il pesante bombardamento di Torino a opera delle forze aeree angloamericane nel 1941 le fa abbandonare la città per rifugiarsi nell’astigiano. Nel 1943, l’invasione dell’Italia da parte delle forze armate tedesche la costringe scappare di nuovo Firenze. Qui Rita entra in contatto con le forze partigiane e nel 1944 entra come medico nelle forze alleate. Diventa medico presso il Quartier Generale anglo-americano e viene assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia. Qui si accorge però che quel lavoro non è adatto a lei, perché non riesce a costruire il necessario distacco personale dal dolore dei pazienti. Dopo la guerra torna dalla famiglia a Torino, dove riprende gli studi accademici.

Nel 1956 viene nominata professoressa del dipartimento di zoologia presso la Washington University di St. Louis e, nonostante inizialmente voglia rimanere in quella città solo un anno, vi lavorerà e vi insegnerà fino al suo pensionamento, avvenuto nel 1977. Nel 1951-1952 scopre il fattore di crescita nervoso noto come NGF, che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Per circa trent’anni conduce le ricerche su questo fattore e sul suo meccanismo d’azione, per le quali nel 1986 riceve il Premio Nobel per la medicina insieme al suo studente Stanley Cohen. Nella motivazione del Premio si legge: «La scoperta dell’NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo». La scienziata devolve una parte dell’ammontare del premio alla comunità ebraica, per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma.

Nel 1987 riceve dal Presidente Ronald Reagan la National Medal of Science, l’onorificenza più alta del mondo scientifico statunitense. All’età di circa 90 anni diventa parzialmente cieca a causa di una maculopatia degenerativa. È stata membro delle maggiori accademie scientifiche internazionali, come l’Accademia Nazionale dei Lincei, la Pontificia Accademia delle Scienze (prima donna ammessa) e la Royal Society. Ha anche collaborato con l’Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello da lei fondato nel 2001 e presso il quale ha proseguito, fino a poco tempo prima di morire, la sua attività di ricerca.

Nel 2009, compiuti cento anni, è stata la prima tra le vincitrici e i vincitori del premio Nobel a varcare il secolo di vita. È stata anche la più anziana senatrice a vita in carica nonché della storia repubblicana italiana. In occasione di questo importante compleanno ha dichiarato: “Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente”. Rita Levi Montalcini muore il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni, nella sua abitazione romana. Dopo la cremazione le sue ceneri sono state sepolte nella tomba di famiglia nel campo israelitico del Cimitero monumentale di Torino.

Rita ha sempre affermato di sentirsi una donna libera. Cresciuta in «un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità», ha dichiarato d’averne «risentito, poiché sapevo che le nostre capacità mentali – uomo e donna – son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio». Ha rinunciato per scelta a un marito e a una famiglia per dedicarsi interamente alla scienza. Ha descritto i rapporti con collaboratori e studiosi sempre amichevoli e paritari, sostenendo che le donne costituiscono al pari degli uomini un immenso serbatoio di potenzialità, sebbene ancora lontane dal raggiungimento di una piena parità sociale.

Negli incontri coi giovani, li ha sempre invitati a non concentrare l’attenzione solo su se stessi, bensì a partecipare ai problemi sociali e fare proposte volte al miglioramento del mondo attuale. Ai giovani ricercatori ha ripetutamente suggerito l’esperienza all’estero per poi tornare in Italia, convinta che risieda in loro il futuro della ricerca e dell’innovazione scientifica del paese.

La descrizione più bella che le è stata dedicata è forse quella di Primo Levi: « Una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa. »

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Pillole di Storia: Sandro Pertini

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Sandro Pertini è stato uno dei Presidenti della Repubblica più amati e rimpianti di sempre. Nasce in provincia di Savona il 25 settembre 1896, fa i primi studi presso il collegio dei salesiani “Don Bosco” di Varazze, poi al Liceo Ginnasio “Gabriello Chiabrera” di Savona, dove ha come professore di filosofia Adelchi Baratono: socialista riformista e collaboratore del periodico “Critica Sociale”, giornale di stampo Socialista fondato da Filippo Turati. Ciò lo fa avvicinare al mondo del Socialismo ed in particolare ai Movimenti Operai Liguri. Questa vicinanza alla classe operaia gli rimarrà attaccata fino alla fine, infatti era solito affermare:

“Se non vuoi mai smarrire la strada giusta resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e nei giorni di tempesta…”.

La sua vita può essere descritta attraverso tre avvenimenti importanti: la Prima Guerra Mondiale, il Regime fascista e il periodo di Presidenza della Repubblica Italiana.

Scoppia la Prima Guerra Mondiale: Pertini, dopo aver raggiunto la maggior età, nel novembre del 1915 viene chiamato alle armi. Si distingue per alcuni atti di eroismo, tant’è che viene decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Dopo la guerra il regime fascista gli occulta tale merito a causa della sua militanza socialista. Nel marzo 1920 viene congedato e si iscrive al Partito Socialista Italiano presso la federazione di Savona, aderendo alla corrente riformista di Filippo Turati. Nell’ottobre 1922 aderisce poi alla scissione della corrente turatiana iscrivendosi al neonato Partito Socialista Unitario.

Durante il regime fascista Pertini diventa bersaglio di aggressioni squadriste: viene picchiato per via della sua cravatta rossa, indossata a simboleggiare la lotta proletaria. Il 22 maggio 1925 è arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo “Sotto il barbaro dominio fascista” in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l’instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso. La condanna non attenua la sua attività, che riprende appena liberato. Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti, è oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, durante un’aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro) e si trova costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano.

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Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle leggi “fascistissime”, Pertini, definito «un avversario irriducibile dell’attuale Regime», è confinato per cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge. Per sfuggire alla cattura espatria clandestinamente in Francia assieme a Filippo Turati, Carlo Rosselli e alcuni compagni di lotta. Il suo esilio francese termina nella primavera del 1929, quando varca la frontiera dalla stazione di Chiasso. Lo scopo di Pertini era di riorganizzare le file del partito socialista e stabilire contatti con gli altri partiti antifascisti.

Il 14 aprile 1929 si reca a Pisa per progettare con l’amico Ernesto Rossi un attentato alla vita di Mussolini; viene riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona e viene quindi arrestato da un piccolo gruppo di camicie nere, in seguito è condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione. Durante il processo Pertini si rifiuta di difendersi, non riconoscendo l’autorità di quel tribunale. Durante la pronuncia della sentenza si alza gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!».

In carcere conosce Antonio Gramsci e ne diviene confidente, amico e sostenitore. Il 13 Agosto 1943, poco dopo la caduta del regime fascista, viene scarcerato insieme a molti altri compagni di lotta. Il 10 settembre Pertini guida i gruppi di resistenza a Porta San Paolo, tentando di contrastare l’ ingresso nella capitale delle truppe tedesche; si guadagna in questi giorni la medaglia d’oro al valor militare. Il 25 aprile 1945 è lui stesso a proclamare alla radio lo sciopero generale insurrezionale della città:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.»

Secondo Pertini, le emozioni provate durante la Liberazione di Milano furono un’esperienza che confermarono la sua idea della «capacità del popolo italiano di compiere le più grandi cose, qualora fosse animato dal soffio della libertà e del socialismo».

Ed ora passiamo al 1978: l’elezione del settimo presidente della Repubblica inizia il 29 giugno. Dopo ben 15 scrutini, l’8 luglio, al sedicesimo Pertini viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con 832 voti su 995, a tutt’oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana. La sua elezione appare subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della Repubblica, in un Paese ancora scosso dalla vicenda del sequestro Moro.

Dopo aver giurato, nel suo discorso d’insediamento Pertini ricorda il compagno di carcere ed amico Antonio Gramsci, e sottolinea la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo. Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuisce a fare della figura del Presidente della Repubblica l’emblema dell’unità del popolo italiano. La sua statura morale ha contribuito al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo. Per un certo periodo Pertini diventò, infatti “il presidente dei funerali di stato”: in queste occasioni ha attaccato fortemente le Brigate Rosse, soprattutto dopo la strage di Bologna. Lo ricordiamo anche come primo tifoso della nazionale di calcio ai mondiali del 1982, con la storica esultanza: “Non ci prendono più!” nella partita contro la Germania.

Muore il 24 febbraio 1990, ma nei nostri cuori è più che vivo!

pertini

Pillole di Storia: Antonio Gramsci

Se non avete ancora trovato nella vostra vita un personaggio da ammirare, se ancora non avete ritenuto nessuno abbastanza degno della vostra stima, provate a conoscere la storia di Antonio Gramsci.

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Quest’uomo era piccolo di statura, ma il suo spessore intellettuale ha influenzato tutta la filosofia politica del Novecento.

Nato in Sardegna il 22 gennaio 1891, da bambino contrae, dopo una caduta, una malattia che gli lascerà una sgradevole malformazione fisica alla schiena, facendolo soffrire per tutta la vita. La famiglia di origini modestissime non può pagargli un’istruzione adeguata, ma Gramsci, grazie alle borse di studio, riesce a frequentare il liceo Dettori di Cagliari, città dove in pratica comincia a condurre una vita autonoma. Inizia a leggere la stampa socialista che il fratello Gennaro gli invia da Torino. Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali che influiranno notevolmente sulla sua formazione complessiva. A scuola si distingue per i suoi vivi interessi culturali: legge moltissimo ma rivela anche una notevole tendenza per le scienze esatte e per la matematica.

Conseguita la licenza liceale, nel 1911 riesce anche a vincere una borsa di studio per l’università di Torino. Si trasferisce così in quella città e s’iscrive alla facoltà di Lettere. Vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che matura la sua ideologia socialista. A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l’interesse per la sua terra, infatti, sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale che per ciò che riguarda gli usi e i costumi. Gli interessi politici lo rendono organizzatore instancabile di numerose iniziative, tanto che addirittura di lì a qualche anno lo troviamo in Russia, come rappresentante italiano all’Internazionale. Si sposa a Mosca con una violinista di talento che gli darà anche due figli.

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Nel frattempo, avendo in precedenza aderito al Psi (Partito Socialista Italiano), si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall’Internazionale comunista. Per questo, nel gennaio del 1921, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d’Italia: Gramsci diventa un membro del Comitato centrale. Viene eletto anche in Parlamento, e partecipa alle proteste per l’assassinio di Matteotti e crede che il suo ex compagno di partito Mussolini abbia ancora vita breve. Tant’è che su di lui scrive, proprio quell’anno:

“Divinizzato, dichiarato infallibile, preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Impero romano […] conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro ferocia meccanica, far venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre chiuso alla minaccia […] Mussolini […] è il tipo concentrato del piccolo-borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale da vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica.” (da CapoL’Ordine Nuovo, anno III, n. 1, marzo 1924)

Il fascismo invece, continua ad imperare. Nel 1926 viene arrestato dalla polizia fascista nonostante l’immunità parlamentare, ci vogliono ben due anni per formulare dei capi di accusa credibili. Il re e Mussolini, intanto, sciolgono la Camera dei deputati, mettendo fuori legge i comunisti. Gramsci e tutti i deputati comunisti sono processati e confinati: Gramsci inizialmente nell’isola di Ustica, poi nel carcere di Turi.

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Negli anni della reclusione scrive 33 quaderni di studi filosofici e politici, definiti una delle opere più alte e acute del secolo; pubblicati da Einaudi nel dopoguerra, sono noti universalmente come i “Quaderni dal carcere”, e godono tuttora di innumerevoli traduzioni e di altissima considerazione presso gli intellettuali di tutti i Paesi. Muore nel 1937, dopo undici anni di prigionia.

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“Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini”