Pillole di Politica: Giovanni Falcone

Riviviamo quel 23 maggio 1992:

Falcone stava tornando, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva all’aeroporto di Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Il boss Raffaele Ganci seguiva tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidò le tre Fiat Croma blindate dalla caserma “Lungaro” fino a Punta Raisi, dove dovevano prelevare Falcone; Ganci telefonò a Giovan Battista Ferrante (mafioso di San Lorenzo, che era appostato all’aeroporto) per segnalare l’uscita dalla caserma di Montinaro e degli altri agenti di scorta.

Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prende posto la moglie Francesca Morvillo mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza va a occupare il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra, che imboccarono l’autostrada A29 in direzione Palermo. In quei momenti, Gioacchino La Barbera (mafioso di Altofonte) seguì con la sua auto il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Giovanni Brusca e Antonino Gioè (capo della Famiglia di Altofonte), che si trovavano in osservazione sulle colline sopra Capaci.

Tre, quattro secondi dopo la fine della loro telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 500 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada: la prima auto, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo; la seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resiste, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.

Venti minuti dopo circa, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri presso l’ospedale civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la polizia scientifica eseguì i primi rilievi ed il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco provvide all’estrazione dalle lamiere i cadaveri – resi irriconoscibili – degli agenti della Polizia di Stato di Schifani, Montinaro e Dicillo. Intanto la stampa e la televisione iniziarono a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sinché alle 19:05, a un’ora e sette minuti dall’attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà anch’essa, intorno alle 22:00.

Questo è successo davvero, è successo perché fu proprio grazie al lavoro di Giovanni che lo Stato trovò finalmente il modo per combattere con efficacia il fenomeno mafioso. Senza il suo intuito investigativo, la sua visione ampia e la sua determinazione assoluta, Cosa Nostra avrebbe potuto continuare per anni a dominare incontrastata. Ma la sua morte l’ha reso un eroe, un simbolo eterno! Le sue frasi vengono ricordate e condivise ogni giorno, ed è grazie a Giovanni Falcone che tutti noi abbiamo alzato la testa e finalmente abbiamo il coraggio di gridare che la mafia è solo una montagna di merda!

Pillole di Politica: 25 Aprile

Una mattina mi sono svegliata e ho pensato di parlare dell’imminente Anniversario della liberazione d’Italia, che viene festeggiato in Italia il 25 aprile di ogni anno.

È un giorno fondamentale per la storia d’Italia ed assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.

La storia della ricorrenza è, per fortuna, nota a tutti: innumerevoli testi, racconti orali, film, ci hanno raccontato di quel giorno di liberazione. Fu un giorno importante fin da subito, tant’è che su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e del Principe Umberto, venne istituita la prima festa per il 1946, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 185 del 22 aprile 1946 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia nr. 96 di mercoledì 24 aprile 1946; l’articolo 1 infatti recitava:

« A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale. »

La ricorrenza venne poi celebrata anche negli anni successivi e dal 1949 è divenuta ufficialmente festa nazionale e in tutte le città italiane vengono organizzate manifestazioni in memoria di quel giorno di 70 anni fa. La legge che istituì la celebrazione è la n. 260 del 27 maggio 1949 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”) ad istituzionalizzare stabilmente la festa della liberazione:

« Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: […] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[…] »

Tra tutti i simboli della Resistenza, ce n’è uno che mi commuove sempre che mi fa sentire sulla pelle i sentimenti di quegli anni: un canto popolare antifascista italiano, nato nell’Appennino Emiliano prima della Liberazione, diventato poi celeberrimo dopo la Resistenza perché fu idealmente associato al movimento partigiano italiano che ogni anno riecheggia nelle nostre orecchie: è proprio “Bella Ciao”.

La circolazione di Bella ciao, durante la Resistenza è documentata e sembra circoscritta soprattutto in Emilia, fra l’Appennino Bolognese e l’Appennino Modenese, dove si dice che fu scritta da anonimi partigiani.

A Bologna è nata una leggenda metropolitana la quale dice che Enzo Biagi sia stato l’autore delle “dolci parole” di “Bella Ciao” Partigiana (sull’aria di un canto popolare padano suggeritogli da un anonimo medico partigiano modenese proveniente dalla Repubblica Partigiana di Montefiorino), le quali non sono affatto “dure parole” comuniste: infatti Enzo Biagi non era “comunista”. Ma il suo amico Checco Berti non ha mai confermato questa suddetta leggenda metropolitana. Al funerale di Enzo Biagi, a Pianaccio Bolognese, quando il feretro uscì dalla chiesa, il coro maschile La Rocca (di Gaggio Montano) cantò “Bella Ciao” davanti alla bara, prima che fosse portata al minuscolo cimitero locale.

Dopo la Liberazione la versione partigiana di “Bella Ciao” venne poi cantata e tradotta e diffusa in tutto il mondo grazie alle numerose delegazioni partecipanti al Primo festival mondiale della gioventù democratica che si tenne a Praga nell’estate 1947, dove andarono giovani partigiani emiliani che parteciparono alla rassegna canora “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace”, dove inventarono il tipico ritmico battimano. Questo canto raggiunse una grandissima diffusione di massa negli anni sessanta, soprattutto durante le manifestazioni operaie e studentesche del Sessantotto.

I Modena City Ramblers, particolarmente legati alla Resistenza, hanno reinterpretato il brano quattro volte, la prima delle quali è presente già nel loro primo album “Riportando tutto a casa”. Lo hanno poi cantato in versione “combat folk” durante il Concerto del Primo Maggio tenutosi a Piazza San Giovanni a Roma nel 2004. Tra le innumerevoli esecuzioni spicca anche quella del musicista bosniaco Goran Bregović, che la include regolarmente nei propri concerti, e che ha dato al canto popolare un tono decisamente balcanico.

“Bella ciao” è stata al centro di diverse polemiche durante i preparativi del Festival di Sanremo 2011 poiché Gianni Morandi, il conduttore di questa edizione del festival, annunciò che avrebbe eseguito la canzone nella serata dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia. L’iniziativa venne bloccata dall’opposizione del Consiglio d’Amministrazione della RAI. Hollande l’ha scelta per concludere un suo discorso in occasione delle elezioni presidenziali 2012, tra gli applausi della folla.

La canzone era molto cara anche a Don Andrea Gallo morto il 22 maggio 2013. Durante i funerali il 25 maggio l’arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, ha dovuto interrompere la sua omelia ai funerali di don Gallo. Infatti, mentre in chiesa lui ricordava “l’attenzione agli ultimi” di don Gallo, dall’esterno si è levato il canto di “Bella ciao”, intonato poi anche dai presenti in chiesa che hanno applaudito. “Bella Ciao”, in italiano, è stata anche cantata a Parigi dall’attore comico francese Christophe Aleveque durante le commemorazioni funebri delle vittime della strage avvenuta nel settimanale satirico francese Charlie Hebdo: nel corso di una cerimonia pubblica di sostegno del giornale e durante il funerale del fumettista Bernard Verlhac, detto “Tignous”.

Come si può constatare, stiamo parlando di un canto che ci unisce tutti, vale contro ogni tipo di oppressore, è travolgente ed il testo è quasi poesia. Solo a Calusco, da otto anni, non abbiamo più il piacere e l’onore di ascoltarla durante la cerimonia ufficiale.

Viva il 25 aprile!

Pillole di Politica: Apologia del Fascismo

Nell’ordinamento italiano, l’apologia del fascismo è un reato previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, anche detta Legge Scelba. La “riorganizzazione del disciolto partito fascista”, già oggetto della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, si intende riconosciuta, ai sensi dell’art. 1 della citata legge, « quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. »

È vietata perciò la ricostruzione del PNF e del Partito dei Nazionalsocialisti (ossia quello nazista). Ogni tipo di apologia è punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni.
La norma prevede sanzioni detentive per i colpevoli del reato di apologia, più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti o se è commesso con il mezzo della stampa. La pena detentiva è accompagnata dall’interdizione dai pubblici uffici. La Corte Costituzionale, in seguito ad alcuni ricorsi, si è dovuta pronunciare sulla legittimità costituzione della legge Scelba, in apparente contrasto con l’articolo 21 primo comma della Costituzione (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”).

Come risulta dal contesto stesso della legge 1952, l’apologia del fascismo, per assumere carattere di reato, deve consistere non in una difesa elogiativa, ma in una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista. Ciò significa che deve essere considerata non già in sé e per sé, ma in rapporto a quella riorganizzazione. Dunque soltanto il tentativo di riorganizzare il disciolto partito fascista e restaurare il regime può essere considerato come reato di “apologia del fascismo”. A rafforzare il concetto espresso dalla Corte Costituzionale, vi è una sentenza della Cassazione penale risalente al 6 giugno 1977, particolarmente diffusa e condivisa sui social network:
La Costituzione della Repubblica, mentre vieta in modo assoluto la riorganizzazione del disciolto partito fascista, non pone invece alcun limite alla libertà di manifestare il proprio pensiero, neppure quando la manifestazione abbia per oggetto persone, fatti e disegni politici del fascismo. Pertanto, per costituire reato, l’apologia del fascismo deve consistere in una esaltazione tale da poter portare alla riorganizzazione del partito fascista.
Questo è il motivo per cui partiti come Forza Nuova hanno ragione di esistere; non si possono impedire associazioni che condividono solo alcune idee col partito fascista. Tuttavia se almeno cinque persone in un gruppo esaltano in toto le idee del fascio e cercano di ricostituirlo, allora sì che possono e devono essere denunciate!

Attenzione però, tale sentenza del 1977 non ha pertinenza con il saluto romano. In questo caso, l’ultima sentenza da prendere a riferimento è la numero 24184 della Corte di Cassazione penale, emessa il 17 giugno del 2009:
Il “saluto romano” non è espressione della possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma è un gesto che istiga all’odio razziale, cioè che sconfina nell’istigazione alla violenza, e quindi– come tale va punito secondo l’articolo 2, legge 205/93.
Esso, infatti, costituisce una manifestazione esteriore propria o usuale di organizzazioni, associazioni o gruppi di cui alla l. n. 205 del 1993, la quale, nel contesto e nell’ambiente in cui era stata compiuta, era non solo idonea a provocare adesioni e consensi tra le numerose persone presenti, ma era inequivocabilmente diretta a favorire la diffusione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale od etnico.
Tali idee non contrastano con l’art. 21 Cost., in quanto la libertà di manifestazione del pensiero e quella di ricerca storica cessano quando travalicano in istigazione alla discriminazione ed alla violenza di tipo razzista, opportunamente rimarcando, tra l’altro, come l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, ha un contenuto fattivo di istigazione ad una condotta che realizza un qualcosa di più rispetto alla mera manifestazione di opinioni personali.
Quindi chi fa il saluto romano compie reato, va punito perché va contro la legge. Non c’è accezione scherzosa, giocosa e goliardica di questo gesto: non è legale.
Sebbene molti movimenti siano chiaramente di matrice fascista, non possono essere denunciati, dal momento che stanno ben attenti a non superare certi limiti, nella teoria. Il saluto romano tuttavia non ha giustificazioni.
Spesso queste leggi vengono contestate, ma non è pensabile rendere legale la nuova costituzione di un partito del genere dopo tutto il dolore che ha provocato nel nostro Paese. Non ci si può nascondere dietro al fatto che ci siano stati altri totalitarismi: ciò non toglie il male del fascismo. Vigiliamo tutti affinché la democrazia e la nostra Italia venga tutelata.
E comunque “C’ho un rigurgito antifascista!”

Pillole di Politica: Testamento Biologico

In queste settimane i GD di tutta Italia stanno promuovendo 10 proposte da portare in Parlamento; una di queste riguarda il testamento biologico. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Una dichiarazione anticipata di trattamento, detta anche testamento biologico, o più variamente testamento di vita, direttive anticipate, volontà previe di trattamento, è l’espressione della volontà da parte di una persona in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte. Tali cure possono riguardare malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione. Il testatore si esprime preventivamente in condizioni di lucidità mentale. Non si sta parlando quindi di eutanasia; tale termine infatti indica il procurare intenzionalmente, e nel suo interesse, la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica.

 

Si sta parlando quindi di un documento scritto: la parola testamento viene presa in prestito dal linguaggio giuridico riferendosi ai testamenti tradizionali dove di solito si lasciano scritti di proprio pugno le volontà di divisione dei beni materiali per gli eredi o beneficiari. Dal momento che non esiste ancora in Italia una legge specifica sul testamento biologico, la formalizzazione per un cittadino italiano della propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare può variare da caso a caso, anche perché il testatore scrive cosa pensa in quel momento senza un preciso formato, spesso riferendosi ad argomenti ampi e vaghi come donazione degli organi, cremazione, terapia del dolore, nutrizione artificiale e accanimento terapeutico, e non tutte le sue volontà potrebbero essere considerate bioeticamente e legalmente accettabili.

L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» e l’Italia ha firmato (ma non ancora ratificato) nel 2001 la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo del 1997 che stabilisce che «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione». Il Codice di Deontologia Medica, in aderenza alla Convenzione di Oviedo, afferma che il medico dovrà tenere conto delle precedenti manifestazioni di volontà dallo stesso. È importante sottolineare che nonostante la legge n. 145 del 2001 abbia autorizzato il Presidente della Repubblica a ratificare la Convenzione, tuttavia lo strumento di ratifica non è ancora depositato presso il Segretariato Generale del Consiglio d’Europa, non essendo stati emanati i decreti legislativi previsti dalla legge per l’adattamento dell’ordinamento italiano ai principi e alle norme della Costituzione. Per questo motivo l’Italia non fa parte della Convenzione di Oviedo.

L’argomento è oggetto di posizioni differenti fra correnti di pensiero di tipo laico, radicale e religioso. La Chiesa cattolica, nella persona del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), ha sollecitato a varare una legge sul fine vita che, riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili e rese in forma certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato e sul rapporto di fiducia tra esso e il medico, cui è riconosciuto il compito di valutare i singoli atti concreti e decidere senza preoccuparsi delle questioni burocratiche. Bagnasco sintetizza così l’auspicio della Chiesa cattolica italiana: «che in questo delicato passaggio, mentre si evitano inutili forme di accanimento terapeutico, non vengano in alcun modo legittimate o favorite forme mascherate di eutanasia, in particolare di abbandono terapeutico, e sia invece esaltato ancora una volta quel favor vitae che a partire dalla Costituzione contraddistingue l’ordinamento italiano.» L’Italia è uno Stato laico; per quanto la maggior parte degli italiani si professi cattolica, lo Stato è autorevolmente superiore alle opinioni della Chiesa, di conseguenza il parere di quest’ultima dovrebbe condizionare solo in minima parte i disegni di legge. Ad oggi, come per ogni altra questione etica, ciò non accade.

“Riteniamo indispensabile, come Giovani Democratici, al fine di garantire un

sacrosanto diritto della persona, che si arrivi al più presto, in sede parlamentare, alla

formulazione di una legge sul testamento biologico. Una legge diretta a garantire e

tutelare la piena libertà di scelta della persona, che regoli compiutamente l’istituzione

dello strumento del testamento biologico e che sia dunque in grado di superare da una

parte il vuoto normativo e, dall’altra, la confusione e l’incertezza che si è

comprensibilmente generata in questi anni con la diffusione di strumenti, per così dire

“fatti in casa”, diretti all’espressione delle volontà personali in materia di trattamento

sanitario.”

#propostanumero8

Pillole di Politica: Presidente della Repubblica Italiana

Dopo l’annuncio ufficiale del 14 gennaio, ci ritroviamo in una stagione politica molto delicata: bisogna eleggere il nuovo Presidente della Repubblica Italiana. Tale ruolo, nel sistema politico italiano, può sembrare solo di rappresentanza, il cui unico compito sia tenere il discorso di fine anno, invece raccoglie in sé molti più poteri determinanti. Prima di tutto è il capo dello Stato Italiano e rappresenta l’unità nazionale, come stabilito dalla Costituzione italiana entrata in vigore il 1º gennaio 1948, e quindi è vero che rappresenta tutti gli italiani. Oltre ad accreditare e ricevere diplomatici e ratificare i trattati internazionali, è colui che ad esempio dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

Ha diversi poteri anche nei confronti delle Camere: può nominare fino a cinque senatori a vita, inviare messaggi, convocarle in via straordinaria, e persino scioglierle, salvo che negli ultimi sei mesi di mandato. E’ colui che indice le elezioni e fissa la prima riunione delle nuove Camere. Ancora di più: nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri; accoglie il giuramento del governo e le eventuali dimissioni; presiede il Consiglio Supremo di Difesa e detiene il comando delle Forze Armate Italiane. E non solo: presiede il Consiglio Superiore della Magistratura e nomina un terzo dei componenti della Corte Costituzionale.

Oltre a questi aspetti caratterizzati da presidenze e nomine, il Presidente della Repubblica Italiana è anche parte integrante del vero lavoro parlamentare: autorizza la presentazione in Parlamento dei disegni di legge governativi, promulga le leggi approvate in Parlamento entro un mese, salvo termine inferiore su richiesta della maggioranza assoluta delle Camere; ha la facoltà di rinviare alle Camere con messaggio motivato le leggi non promulgate e chiederne una nuova deliberazione (potere tuttavia non più esercitabile se le Camere approvano nuovamente); emana i decreti-legge, i decreti legislativi e i regolamenti adottati dal governo; indice i referendum e nei casi opportuni, al termine della votazione, dichiara l’abrogazione della legge a esso sottoposta. L’aspetto forse più importante è il potere di dare la grazia e commutare le pene.

Essendo un organo costituzionale, egli viene eletto dal Parlamento in seduta comune, integrato da rappresentanti delle Regioni. Per garantire un consenso il più possibile esteso, nelle prime tre votazioni è necessaria l’approvazione dei 2/3 dell’assemblea (maggioranza qualificata); per le votazioni successive è sufficiente la maggioranza assoluta. La carica dura sette anni, ciò impedisce che un presidente possa essere rieletto dalle stesse Camere, che hanno mandato quinquennale, e contribuisce a svincolarlo da eccessivi legami politici con l’organo che lo vota; la sede per la votazione è quella della Camera dei deputati. Il presidente entra in carica dopo aver prestato giuramento al Parlamento al quale si rivolge tramite un messaggio presidenziale. La Costituzione stabilisce che può essere eletto presidente qualsiasi cittadino/a italiano/a che abbia compiuto i cinquanta anni di età e che goda dei diritti civili e politici. Per quanto concerne tale carica, non vi è limite al numero di mandati. Il primo caso di riconferma del presidente uscente è datato 20 aprile 2013 con l’elezione di Giorgio Napolitano. Gli ex presidenti della Repubblica assumono per diritto il nome e la carica di presidenti emeriti della Repubblica e assumono di diritto la carica, salvo rinuncia, di senatore di diritto e a vita. La residenza ufficiale del presidente della Repubblica è il Palazzo del Quirinale (sull’omonimo colle di Roma) che, per metonimia, indica spesso la stessa presidenza.

Dal 15 gennaio 2015 sino a nuova nomina, il Presidente supplente della Repubblica è Pietro Grasso, già presidente del Senato. Il 29 gennaio 2015 si terrà la prima votazione da parte dei membri del parlamento per eleggere il dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana.

Prima di parlare delle possibili prossime candidature, è doveroso ringraziare Giorgio Napolitano, che a novant’anni suonati ha dovuto gestire un periodo veramente difficile per l’economia e la politica del nostro Paese. Si è dimostrato veramente interessato al bene dell’Italia, anteponendo il bene di questa alla sua idea di politica. Che la sua vita sia ancora lunga e piena di vive e vibranti soddisfazioni!

Il futuro è incerto: dato di fatto è che ci sono ancora cinquant’anni di DC da recuperare. Magari il prossimo Presidente sarà più giovane dei precedenti, di colore, magari una donna. Però si sa che i primi candidati vengono “bruciati”, eliminati perché proposti troppo presto, assumono un po’ il ruolo delle lepri nelle gare di atletica: partono a tutta, ma si sa che non arriveranno alla fine. Quindi anziché compromettere persone valide e preparate, cominciamo a “bruciare” coloro che non dovrebbero nemmeno avvicinarsi al Parlamento. Ad esempio: Berlusconi, Brunetta, Gasparri, La Russa, Santanché, e di nuovo Berlusconi, così, per sicurezza. E voi quali nomi vi augurate che vengano “bruciati” o nemmeno ipotizzati?

Pillole di Politica: Class Action

Un’azione collettiva (in lingua inglese class action), è un’azione legale condotta da uno o più soggetti che, membri di una determinata categoria di soggetti, chiedono che la soluzione di una questione comune. Il processo può essere attivato da ciascun soggetto danneggiato, anche mediante associazioni a cui affida il compito o comitati a cui partecipa.
Si tratta di uno strumento di tutela collettiva risarcitoria che serve ad ottenere il risarcimento del danno subito da un gruppo di cittadini a causa di un reato fatto da un soggetto professionale a più persone. Tale azione si rivela particolarmente utile in tutte quelle situazioni nelle quali si controverte per importi di valore contenuto e dunque il consumatore tende a non intentare la causa. L’azione collettiva è uno strumento spesso utilizzato dai cittadini per tutelarsi ed ottenere e risarciti nei confrotni delle multinazionali, in quanto la relativa sentenza favorevole avrà poi effetto o potrà essere fatta valere da tutti i soggetti che si trovino nell’identica situazione dell’attore.
L’introduzione della class action può essere fatta risalire alle equity rules federali del 1912, ma un’affermazione più “organica” si ebbe nel 1938, ovviamente negli Stati Uniti. La particolarità del modello statunitense di tutela dei consumatori si incentra soprattutto su due aspetti: la possibilità di ricorrere ad un’azione collettiva a fini risarcitori e quella di ottenere i cosiddetti danni punitivi. È un meccanismo processuale che consente di estendere i rimedi concessi a chi abbia agito in giudizio ed abbia ottenuto riconoscimento delle proprie pretese e a tutti gli appartenenti alla medesima categoria di soggetti in qualunque momento decidano di intentare una causa.
In Italia, questo tipo di azione legale è stata introdotta dalla legge 24 dicembre 2007 n. 244 (legge finanziaria 2008 L’art. 49 della legge 23 luglio 2009 n. 99 – modificando il codice del consumo – (d.l.vo 6 settembre 2005, n. 206), ha esteso la possibilità di esperire l’azione anche ai consumatori individuali, non più quindi solo dalle associazioni dei consumatori. In particolare, l’art. 140bis, con il quale è stata disciplinata l’azione di classe per l’accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni. Essa può essere proposta con atto di citazione al tribunale competente dal singolo cittadino, da un comitato o da un’associazione di consumatori. Se più soggetti si aggregano e presentano gli stessi illeciti e gli stessi fatti, le procedure vengono riunite. Il giudice ha facoltà di fissare l’importo minimo dei risarcimenti, valido non solo per chi ha presentato il ricorso con la class action, ma per quanti agiscono in giudizio successivamente alle sentenze dell’azione collettiva, ottenendo dal giudice l’assimilazione della causa individuale all’azione collettiva. Per consumatore si intende la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta. Sono dunque esclusi dalla normativa i diritti delle persone giuridiche e dei professionisti.

Il film Erin Brockovich – Forte come la verità è tratto da una storia vera e parla della class action statunitense. Il film del 2000 diretto da Steven Soderbergh, con Julia Roberts, racconta appunto la storia di Erin Brockovich, una segretaria precaria di uno studio legale e madre trentenne di tre figli, nubile dopo due divorzi, che, spinta da curiosità, intraprendenza e senso della giustizia, indaga sulla Pacific Gas and Electric Company che ha contaminato le falde acquifere di una cittadina californiana, provocando tumori ai residenti. Sostenuta dal suo principale, vince la battaglia legale, ottenendo per i 634 querelanti indennizzi per 333 milioni di dollari (più un assegno di 2 milioni per sé). La vera Erin Brockovich appare nel film nei panni di una cameriera di fast food, la spilla che indossa sulla divisa riporta il nome “Julia”. Erin Brockovich Ellis è ora presidente della Brockovich Research & Consulting, ed è attualmente coinvolta in numerosi progetti ambientali in tutto il mondo. A tutt’oggi sta lavorando su casi di contaminazione delle falde acquifere in California, Texas, Florida, Michigan, Illinois e Missouri e ha richieste d’intervento da molti altri stati degli Stati Uniti, dall’Australia e da altre località internazionali.

La class action può essere uno strumento utile affinché i cittadini possano contrastare anche le grandi multinazionali. Unendo le forze e armati della verità si può sempre ottenere giustizia.

Pillole di Politica: Questione e voto di fiducia

Si parla spesso di fiducia, ma non si parla sempre dello stesso argomento: chiariamo la differenza tra questione e voto di fiducia.

In Italia la questione di fiducia è un istituto della forma di governo parlamentare riservato al Governo, non previsto in Costituzione, ma disciplinato dai regolamenti interni della Camera e, in modo più sintetico, del Senato nonché dalla legge n. 400/1988. Il regolamento della Camera è molto restrittivo nell’elencare i casi in cui il Governo non può porre la questione di fiducia: in ciò che attiene al regolamento interno delle Camere, modifiche del Regolamento, sanzioni disciplinari e gli argomenti per i quali il Regolamento preveda votazione per alzata di mano o per scrutinio segreto, inchieste parlamentari, autorizzazioni a procedere e verifica delle elezioni.

La questione di fiducia viene regolamentata per la prima volta nel 1971 alla camera nell’Art 116 r.C. come tramite per rinsaldare le file della maggioranza; dal 1980, con il presidente Cossiga la questione di fiducia diventa un mezzo antiostruzionistico, grazie alla priorità delle votazioni su cui è posta. Il governo pone la questione di fiducia su una legge (o più comunemente su un emendamento ad una legge), qualificando tale atto come fondamentale della propria azione politica e facendo dipendere dalla sua approvazione la propria permanenza in carica. Nella pratica politica tale strumento viene usato dal Governo per compattare la maggioranza parlamentare che lo sostiene o per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione.

Ponendo la fiducia tutti gli emendamenti decadono e la legge deve essere votata così come è stata presentata. Nel caso in cui il Parlamento respinga la questione di fiducia posta dal Governo, quest’ultimo è considerato privo della fiducia della Camera/Senato e pertanto è tenuto a rassegnare il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Va inoltre ricordato che tale istituto giuridico, compattando la maggioranza cerca di annullare i franchi tiratori che si nascondono dietro il voto segreto. Esistono altri due casi in cui il governo può porre la questione di fiducia: successivamente al “rimpasto” cioè una modifica nella composizione del gabinetto e successivamente alla modifica del programma di governo.

La questione di fiducia gode di tre elementi caratteristici definiti dalla giunta per i regolamenti nel 1988:

1.gli articoli su cui è posta la fiducia godono della priorità di votazione; l’approvazione della fiducia comporta automaticamente la reiezione di tutti gli stralci ed emendamenti collegati all’articolo;

2.la questione di fiducia è la cornice all’interno della quale si apre la discussione in merito all’argomento su cui è stata posta;

3.il contingentamento dei tempi è affidato alla regolamentazione ordinaria del senato.

Divieto di porre la questione di fiducia su:

1.regolamenti interni della camera

2.su questioni procedimentali

3.su votazioni per alzata di mano e scrutinio segreto dove espressamente richiesto dal regolamento

4.su votazioni nei confronti di persone

5.su questioni incidentali formali

6.sull’affidamento di disegni di legge in commissione.

In Italia il voto di fiducia, da parte di entrambe le Camere, è necessario affinché un nuovo governo possa insediarsi ed iniziare ad operare, come sancito dall’art. 94 della Costituzione. Entro dieci giorni dalla sua formazione, il Governo deve presentarsi alle Camere per il voto di fiducia, che viene espresso tramite mozione motivata e votata per appello nominale. Queste ultime due disposizioni hanno un preciso scopo: quello di creare una stabile maggioranza politica. L’obbligo di motivare la mozione fa sì che i vari gruppi si impegnino, se favorevoli, a sostenere il Governo in modo stabile. La votazione a scrutinio palese serve a far sì che i vari parlamentari si assumano la responsabilità politica personale di sostenere il Governo. L’esito negativo del voto di fiducia revoca il rapporto fiduciario che lega Governo e Parlamento e costringe il Governo a presentare le dimissioni aprendo così una crisi di Governo parlamentare.

Pillole di Politica : Tangente

Tangente(dal latino tangere, toccare). Nell’ambito politico significa la quota che tocca,  che spetta, a qualcuno. La parola è entrata stabilmente nel lessico politico nel corso della Prima Repubblica, a indicare il prezzo pagato da qualcuno, solitamente un imprenditore, per la corruzione di pubblici ufficiali e uomini politici i quali, appunto grazie alla parte che reclamano,  consentono che l’affare possa essere effettuato. Come abbiamo già spiegato nelle scorse puntate, la tangente si offre (corruzione) o si  pretende (concussione); tanto che l’obiettivo dell’imprenditore sia legale quanto che sia illegale; tanto che il politico (o il pubblico ufficiale) il quale percepisce la tangente lo faccia per sé, o per finanziare un partito o una sua corrente; in tutti questi casi e in tutte queste forme la tangente è una quantità di denaro (detta anche ‘mazzettà o ‘bustarella’) destinata illegalmente alla politica.

   Il terreno di coltura delle tangenti è in generale un deficit di legalità, di etica pubblica, di spirito civico, e in particolare una situazione politica in cui siano presenti partiti pesanti, dagli apparati numerosi, dall’organizzazione costosa, che cercano con ogni mezzo fonti di sussistenza; e una situazione sociale in cui l’attività economica abbia spesso bisogno di riferirsi alle autorità (ad esempio per ottenere permessi, appalti, commesse, concessioni, privilegi). In questo contesto la tangente diventa normale e, percepita come atto dovuto da entrambe le parti (come una tassa inevitabile da parte dell’imprenditore, e come una conseguenza necessaria della propria posizione e del proprio ufficio, da parte del politico),  si fa tanto frequente e consueta da costituirsi come ‘sistema’. Il che, appunto, avvenne progressivamente durante la Prima Repubblica, tanto che nell’ottobre del 1991  –  già prima che scoppiasse a Milano, nei primi mesi del 1992, lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, da cui nacque l’inchiesta Mani Pulite  –   si  poté coniare il termine ‘Tangentopoli’, a indicare una città (e in generale un Paese) di cui le tangenti sono il tratto più caratteristico e diffuso. Anche la Seconda repubblica conosce, con sempre maggiore frequenza, il fenomeno delle tangenti, che ciclicamente vengono portate alla luce dalle Procure, e fanno parlare i media di ‘nuova Tangentopoli’.  Pur essendo mutato il sistema e la forma dei partiti, permangono tuttavia il clima di illegalità e il nesso perverso fra politica ed economia, e ciò fa sì che il fenomeno delle tangenti assuma ancora oggi proporzioni sistemiche e tocchi, in modi e con intensità diverse, tanto la maggioranza quanto l’opposizione, contribuendo alla complessiva delegittimazione della politica.

L’ultima vicenda che si è scoperta riguarda l’ex ministro Giulio Tremonti: on l’invio degli atti al Tribunale dei Ministri, la procura di Milano ha dato veste formale all’inchiesta nella quale Tremonti è accusato di corruzione per una presunta tangente di 2,4 milioni di euro che sarebbe stata versata, quando era ministro, da Finmeccanica per ottenere, nel maggio 2008, dopo un primo parere negativo, il via libera all’acquisizione del gruppo statunitense Drs, fornitore anche del Pentagono. Oltre ad egli, risultano indagati anche il socio dello studio tributario da lui fondato, Enrico Vitali, e l’ex presidente e l’ex direttore finanziario di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini e Alessandro Pansa. Prima di andare avanti spieghiamo che Finmeccanica è il primo gruppo industriale italiano nel settore dell’alta tecnologia e tra i primi player mondiali in difesa, aerospazio e sicurezza. Il suo maggiore azionista è proprio il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano. 

L’indagine, coordinata da Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi – gli stessi pm che stamani hanno disposto la perquisizione dello studio «Tremonti, Vitali, Romagnoli, Piccardi e Associati» ma per un’altra inchiesta legata a un presunto riciclaggio di denaro di Marco Milanese – ha preso il via in seguito alle dichiarazioni rese nel 2010 al pm di Roma Paolo Ielo dall’ex consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola, il quale aveva associato il cambio di `rotta´ e l’ok di Tremonti all’operazione Finmeccanica-Drs proprio alla parcella milionaria liquidata dalla holding di Stato allo studio dei soci dell’allora ministro per una consulenza fiscale. Parcella che, è l’ipotesi degli inquirenti milanesi, sarebbe servita a mascherare in realtà la tangente. Tremonti, che come gli altri coindagati oggi, dopo la trasmissione del fascicolo al tribunale dei Ministri, dovrebbe aver ricevuto l’atto dal quale risulta sotto inchiesta, ha respinto gli addebiti: «Non ho mai chiesto o sollecitato nulla ed in nessun modo da Finmeccanica. Anche per questo, come sempre, ho assoluta fiducia nella giustizia».

 «Ben prima di entrare nel governo, insediatosi venerdì 8 maggio 2008 – ha spiegato in una nota – mi sono cancellato dall’ordine degli avvocati e sono uscito dallo studio in base ad atto notarile e perizia contabile. Ci sono rientrato solo nel 2012, un anno dopo la fine del governo, come prescrive la legge. Nel durante ho interrotto tutti i rapporti con lo studio». «L’operazione DRS-Finmeccanica – ha proseguito – ha interessato e coinvolto la politica industriale e militare di due Stati. Come risulta dai documenti SEC e Consob, l’operazione è iniziata nell’ottobre 2007 ed è stata conclusa lunedì 12 maggio 2008». «Anche seguendo il calendario, – ha precisato ancora – si può dunque verificare che, per la sua dinamica irreversibile e per la sua natura internazionale, l’operazione non era da parte mia né influenzabile, né modificabile, né strumentalizzabile». Finmeccanica, invece, ha reso noto che qualora le «condotte illecite» ipotizzate «venissero ulteriormente confermate, porrà in essere ogni possibile iniziativa volta alla tutela dei propri interessi e della propria immagine attesa la propria posizione di persona offesa»

Questa mattina intanto lo studio fiscale in pieno centro a Milano fondato dall’ex ministro è finito ancora nel mirino di inquirenti e investigatori. I carabinieri del nucleo investigativo, alla presenza dei pm Pellicano e del collega romano Ielo (pare per un ulteriore procedimento), hanno perquisito gli uffici e notificato un’informazione di garanzia a Enrico Vitali e a un altro socio, Dario Romagnoli, accusati di riciclaggio del denaro di Marco Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti. I due professionisti, come si legge nel capo di imputazione, nel 2011 avrebbero «custodito e comunque gestito denaro appartenente» a Milanese proveniente dai delitti di rivelazione del segreto d’ufficio e corruzione «in modo da occultarne la provenienza» (…) assicurandogli «la disponibilità in contanti, anche con la possibilità di utilizzare la copertura dello studio professionale» potenziale «destinatario di incarichi idonei a favorirne formale giustificazione ai trasferimenti» dei soldi. Questa nuova indagine ha preso il via dalle dichiarazioni dell’imprenditore irpino Paolo Viscione. Nel luglio 2011 aveva messo a verbale davanti ai pm napoletani di aver consegnato a Milanese soldi e regali in cambio della promessa di rallentare e «sistemare» le inchieste della Guardia di finanza a suo carico e carico della sua società. Per la vicenda l’ex consigliere di Tremonti, in carcere per il caso Mose, è finito imputato.

Insomma aveva ragione Corrado Guzzanti, all’ex ministro i conti non tornano mai…

Pillole di Politica, Speciale Economia: Fiscal Compact

“Fiscal Compact” è l’anglicismo utilizzato per definire il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

Sia simbolicamente sia materialmente, ha comportato la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale: l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993. Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona, che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente. È stato anche firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona. Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL.
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito«oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.
Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.
In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno.

 

numeratore            debito pubblico
__________ = ____________

denominatore      PIL (+inflazione)

 

Per prima cosa quello che le regole del fiscal compact ci impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL. Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). L’ISTAT prevede che nel 2014 il PIL aumenterà di circa lo 0,75 per cento, al netto dell’inflazione: potrebbe quindi non essere necessario agire sul numeratore, cioè tagliare per ripagare il debito pubblico, e risolvere il problema lavorando all’incremento del PIL attraverso misure rivolte alla crescita (cioè sul denominatore).
Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti.
La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, per concludere, è frutto di un calcolo “a spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare ogni anno per ridurre il rapporto.

Pillole di Politica, Speciale Economia: R&S

La ricerca e lo sviluppo (R&S) possono essere definiti come quel complesso di attività creative intraprese in modo sistematico sia per accrescere l’insieme delle conoscenze (comprese quelle relative all’uomo, alla cultura e alla società), sia per utilizzare tali conoscenze per nuove applicazioni. La ricerca scientifica può essere di due tipi: di base o applicata. La ricerca di base (o fondamentale) è considerata un’attività sperimentale o teorica avente come scopo l’ampliamento delle conoscenze, di cui non si prevede una specifica applicazione o utilizzazione. La ricerca applicata è quella ricerca originale svolta per ampliare le conoscenze, ma anche e principalmente allo scopo di una pratica e specifica applicazione. Lo sviluppo sperimentale consiste in un’attività destinata a completare, sviluppare o perfezionare materiali, prodotti e processi produttivi, sistemi e servizi,
attraverso l’applicazione e l’utilizzazione dei risultati della ricerca e dell’esperienza pratica.
Il personale di R&S viene suddiviso in tre categorie: ricercatori, tecnici, addetti ad altre mansioni. I ricercatori sono impiegati nella concezione o creazione di nuove conoscenze, prodotti, processi, metodi e sistemi. Fanno parte di questa categoria: i professori universitari, i ricercatori degli enti pubblici e privati di ricerca, delle imprese e delle istituzioni senza fini di lucro. I tecnici partecipano ai progetti di ricerca svolgendo mansioni scientifiche e tecniche sotto la supervisione dei ricercatori. Gli addetti ad altre mansioni svolgono attività di supporto tecnico, logistico, amministrativo.

Le spese per R&S comprendono il costo per il personale (che normalmente rappresenta più della metà del costo complessivo), l’acquisto di prodotti e servizi (materiali di consumo dei laboratori, manutenzione, riparazione, elaborazione dati, stampa dei rapporti di ricerca, ecc.), e ancora di apparecchiature, strumenti, macchinari, aree e fabbricati. I dati sulla spesa per R&S mostrano che l’Europa, gli USA e il Giappone (la Triade) vi concentravano nel 1991 più dell’82% degli investimenti dei circa 400 miliardi di dollari che rappresentavano il totale mondiale. L’America latina e l’Africa contribuivano per meno dell’1% e i paesi in via di sviluppo dell’Asia per meno del 2%. La Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) rappresentava meno del 5% del totale. La percentuale dell’Italia era del 3,1% del totale mondiale.

Un indicatore che risulta particolarmente significativo per il confronto internazionale delle risorse destinate alla R&S è rappresentato dalla percentuale di spesa per R&S rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) di ciascun paese, e cioè dalla quota della ricchezza prodotta che viene investita nell’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche. I paesi della Triade fanno registrare percentuali al di sopra del 2,0%.  Nel complesso si registra una notevole variabilità tra paesi e aree geografiche:
il Giappone si trova al livello del 3,1%, gli USA al 2,8%, la Germania al 2,8%, la Francia al 2,4%, il Regno Unito al 2,2%. L’Italia si colloca all’1,3%. I paesi dei continenti in via di sviluppo non superano lo 0,6%.

Un problema specifico del sistema scientifico italiano è rappresentato dallo squilibrio territoriale: il bipolarismo tra Centro-Nord e Sud, che ha caratterizzato la storia del nostro paese sin dall’unificazione, e si è manifestato anche nella ricerca. Inutili sono stati finora gli sforzi volti a colmare gli squilibri attraverso interventi ordinari e straordinari. Forte il differenziale territoriale in termini di strutture di ricerca, di risorse finanziarie, di personale: nel 1990 gli enti pubblici di ricerca effettuavano nel Mezzogiorno il 10,8% della propria spesa per R&S impiegando il 9,7% del personale; le imprese spendevano nelle regioni
meridionali e insulari il 6,8% del totale con il 7,3% del personale di ricerca. Ciò a fronte di una popolazione residente del 36,2% rispetto al totale nazionale.

In Italia si preferisce acquistare macchinari nuovi dall’estero per produrre sempre ciò che già esiste piuttosto che investire nel miglioramento dei prodotti, in modo da crearne di nuovi e aprirsi a nuovi mercati. Eppure la seconda soluzione porterebbe guadagni ben più grandi, seppur con investimenti più alti. Ma sono solo i costi a bloccare questo tipo di sviluppo o anche un blocco culturale?