Pillole di Politica: Il giorno dopo le elezioni

 

Siamo entusiasti di ribadire che nelle elezioni europee il PD ha vinto con il 40,8% dei voti! Si riconferma il primo Partito in Italia e la forza politica più grande della famiglia PSE in Europa. Siamo altrettanto lieti che Antonio Panzeri sia stato eletto di nuovo al Parlamento Europeo, e siamo certi che sarà una guida sicura per i nuovi arrivati. Nella nostra circoscrizione, oltre al nostro concittadino, sono stati infatti eletti: Alessia Mosca, Sergio Cofferati, Renata Briano, Brando Benifei e Daniele Viotti. Tra questi un plauso speciale a Brando Benifei, rappresentante del GD ligure che è riuscito ad inserirsi nella lista per Bruxelles. Ci congratuliamo poi con la lista di Tsipras che ha strappato il 4% contrastando il crescente sentimento nazionalista e antieuropeista. A livello locale siamo orgogliosi di dire che i caluschesi ci hanno ridato fiducia: siamo il primo Partito con 1587 voti (41,59%) doppiando ampiamente la Lega Nord con 797 voti (20.89%) e Forza Italia con 567 voti (14,86%) che, anche sommati, non ci raggiungono! Continuiamo a tentare in tutti i modi di non deludervi, stiamo lavorando incessantemente ormai da tre anni, mettendoci sempre la faccia cercando di migliorare sempre di più la situazione del nostro paese.

Eccovi in dettaglio i risultati a livello nazionale:

PARTITO DEMOCRATICO 40,8%
MOVIMENTO 5 STELLE 21,1%
FORZA ITALIA 16,8%
LEGA NORD 6,2%
NCD-UDC 4,4%
LISTA TSIPRAS 4,0%
FRATELLI D’ITALIA 3,2%
VERDI 0,9%
SCELTA EUROPEA 0,7%
ITALIA DEI VALORI 0,7%
IO CAMBIO 0,2%

i risultati a livello locale:

PARTITO DEMOCRATICO: 1587 (41,59%)
LEGA NORD: 797 (20,89%)
FORZA ITALIA: 567 (14,86%)
Movimento 5 Stelle: 546 (14,31%)
NCD-UDC: 104 (2,72%)
LISTA TSIPRAS: 68 (1,78%)
FRATELLI D’ITALIA: 68 (1,78%)
VERDI: 26 (0,68%)
ITALIA DEI VALORI: 25 (0,65%)
SCELTA EUROPEA: 19 (0,49%)
IO CAMBIO: 8 (0,20%)

SCHEDE BIANCHE: 30 (0,76)%
SCHEDE NULLE: 102 (2,58)%
ELETTORI: 6.241 – VOTANTI: 3.947 (63,24 %)

Ed infine l’elenco dei nostri rappresentanti nella circoscrizione ITALIA NORD-OCCIDENTALE
MOSCA ALESSIA 181.362 voti
COFFERATI SERGIO GAETANO 121.090 voti
BRESSO MERCEDES 100.617 voti
TOIA PATRIZIA 87.089 voti
PANZERI ANTONIO 77.025 voti
BRIANO RENATA 46.791 voti
MORGANO LUIGI 41.409 voti
BENIFEI BRANDO 39.515 voti
VIOTTI DANIELE 28.085 voti

 

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Pillole di Politica: Elezioni europee 2014

Nella sola giornata di domenica 25 maggio, si vota per eleggere i membri italiani del parlamento europeo. Nella stessa giornata si vota anche per il rinnovo dei consigli regionali di Abruzzo e Piemonte e per il rinnovo delle amministrazioni comunali in oltre 4.000 comuni, di cui ben 172 nella provincia di Bergamo.
I seggi resteranno aperti domenica dalle 7 alle 23. L’elettore dovrà presentarsi al seggio con un documento di identità valido e la tessera elettorale.
Chi non ha la tessera elettorale o l’ha smarrita può richiederla all’ufficio elettorale del comune di residenza. I cittadini sono chiamati ad eleggere i 73 membri del parlamento europeo spettanti all’Italia. Per le europee, l’elettore può tracciare un segno sul simbolo della lista scelta, anche non indicando alcun candidato. Si può votare per una sola lista. Sulle righe stampate affianco del simbolo, si possono esprimere fino ad un massimo di tre preferenze, indicando il cognome, oppure il nome e cognome in caso di omonimia dei candidati scelti, che dovranno appartenere alla lista votata. Se si sceglie di esprimere tutte e tre le preferenze, queste devono riguardare candidati di genere diverso per non annullare la terza preferenza. Se le preferenze espresse sono solo due, possono tranquillamente riguardare candidati dello stesso sesso.

Considerando comunque molto importanti le elezioni amministrative, vogliamo tuttavia soffermarci un po’ di più su quelle europee. L’elezione avviene con sistema proporzionale ed è possibile esprimere il voto di preferenza per singoli candidati (fino a tre). Il territorio è diviso in cinque circoscrizioni elettorali: Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole; ciascuna circoscrizione elegge un numero di deputati proporzionale al numero di abitanti risultante dall’ultimo censimento della popolazione. L’assegnazione del numero dei seggi alle singole circoscrizioni è effettuata con decreto del Presidente della Repubblica da emanarsi contemporaneamente al decreto di convocazione dei comizi elettorali. I seggi sono stati ridistribuiti come segue: Nord-ovest n. 20, Nord-est n. 14, Centro n. 14, Sud n. 17, Isole n. 8 seggi.

Per presentare una lista alle elezioni europee in Italia è necessario raccogliere le firme, per ogni singola circoscrizione, di almeno 30.000 e non più di 35.000 elettori. Fanno eccezione le liste che abbiano partecipato alle precedenti elezioni al Parlamento italiano o europeo con un proprio simbolo e ottenendo almeno un seggio; i partiti costituiti in gruppo parlamentare al Parlamento italiano, le liste contraddistinte da un contrassegno composito dove appaia quello di un altro partito o gruppo politico esente da tale onere.
Le liste vanno depositate presso l’Ufficio elettorale di ciascuna circoscrizione al più tardi 39 giorni prima del voto. Sono inammissibili liste che non prevedono la presenza di candidati di entrambi i sessi. Una dichiarazione di accettazione della candidatura deve essere sottoscritta da ogni candidato.

Possono votare tutti i cittadini che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età e siano iscritti nelle liste elettorali. Sono altresì elettori i cittadini di altri Paesi membri dell’Ue iscritti nell’apposita lista elettorale del comune italiano di residenza. I cittadini italiani residenti all’estero e regolarmente iscritti all’AIRE possono esercitare il diritto di voto nel luogo di residenza. Gli elettori temporaneamente all’estero per motivi di studio o lavoro e non iscritti nell’elenco dei residenti negli altri Paesi membri dell’UE, possono votare previa richiesta al Consolato competente (scadenza il 6/3/2014).
Occorre avere compiuto i 25 anni di età per poter essere eletti al Parlamento europeo.

La campagna e la propaganda elettorale sono disciplinate da una vasta normativa. A partire dalla data di convocazione dei comizi elettorali la comunicazione politica è regolamentata. L’accesso ai media è regolamentato e monitorato al fine di assicurare a tutti i soggetti politici equità nell’accesso all’informazione. La campagna inizia ufficialmente 30 giorni prima del voto. Da quella data è possibile tenere riunioni elettorali e comizi senza preventivo avviso del questore; l’affissione di stampati o manifesti è regolamentata e deve essere effettuata in spazi appositi destinati da ogni comune. Negli ultimi 15 giorni prima delle elezioni e fino alla chiusura delle operazioni di voto è vietato pubblicare i risultati di sondaggi politici ed elettorali.
Nel giorno precedente e in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati comizi, riunioni di propaganda in luoghi pubblici, affissione di stampati e di manifesti.

Votate, non è solo un diritto, è soprattutto un dovere!

Pillole di Politica: Chi riceverà i famosi 80€?

Si è molto discusso sui “mitici 80 euro”: arriveranno? A chi spettano? Per quanto tempo se ne potrà usufruire? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Come si legge nel Dl 66/2014 gli 80 euro sono l’effetto di una “riduzione del cuneo fiscale” ovvero una sorta di “sconto” o bonus sulle imposte sul reddito (IRPEF). Il bonus spetta a tutti i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, assunti a tempo determinato o indeterminato o ai lavoratori ad essi assimilati (soci di cooperative, percettori di borse di studio, premi o sussidi per fini sempre di studio o di tirocinio e chi riceve compensi per collaborazioni coordinate o continuative, lavori socialmente utili o ha una retribuzione come religioso). Sarà una misura automatica, quindi il lavoratore non dovrà presentare alcuna documentazione né farne esplicita richiesta. Per poter usufruire di questa agevolazione è necessario rientrare in determinati parametri di reddito: – reddito lordo annuo non superiore a 24mila euro; – reddito lordo annuo dai 24mila ai 26mila (in questo caso il bonus andrà a scalare fino ad azzerarsi). Sono esclusi da questa agevolazione i c.d. incapienti, ossia coloro che hanno un reddito inferiore a 8.145 euro e che per questo motivo sono esenti dal pagamento dell’IRPEF (a meno che l’incapienza non sia determinata da altri fattori, come per esempio dalle detrazioni fiscali per carichi di famiglia). Il bonus sarà inserito in busta paga sotto la voce «Credito Art. 1 D.L. 66/2014» e nel caso in cui il datore di lavoro non riuscisse a inserire il bonus nella busta paga del mese in corso, questo andrà inserito in quella successiva insieme agli arretrati. Per il momento il bonus sarà di 80 euro netti solo per l’anno 2014, anche se si sta pensando di renderla una misura strutturale dal 2015 con la prossima Legge di stabilità. Cliccate qui per accedere al calcolo Irpef per sapere se la vostra retribuzione rientra nei parametri previsti dalla nuova legge.

Pillole di Politica: Exit Poll e Proiezioni

Gli exit poll (termine che possiamo tradurre con “sondaggi d’uscita”) sono dei sondaggi che vengono effettuati su un campione di persone all’uscita dai seggi elettorali, in sostanza si chiede loro di dire per chi o cosa hanno votato, questo permette di avere un’idea sull’andamento della votazione.
Le proiezioni invece vengono fatte a votazione terminata, in pratica si applica un modello matematico che si basa sui voti già scrutinati per avere un’idea del risultato delle elezioni.
Entrambe queste metodologie presentano dei difetti, nel primo caso il campione analizzato non può essere considerato rappresentativo dell’intera popolazione, inoltre non bisogna sottovalutare il fatto che, per i più svariati motivi, non tutti gli intervistati rispondono sinceramente.
Per quanto riguarda le proiezioni nonostante ci si basi su dati reali dobbiamo considerare che ogni regione ha di suo un certo indirizzo politico di fondo, quindi non è detto, ad esempio, che le proiezioni fatte basandosi sui voti scrutinati in Lombardia possano essere rappresentativi per una regione diversa.
Per avere delle proiezioni le più veritiere possibile, si dovrebbe attendere che almeno il 50% delle schede sia stato scrutinato.

Una critica spesso fatta agli exit poll soprattutto negli USA è che i risultati, che spesso trapelano a urne ancora aperte, influenzano chi deve ancora recarsi ai seggi, e quindi falsino i risultati reali. Ad esempio nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2000 è stato affermato che molti supporter repubblicani non siano andati a votare in Florida dopo che i primi exit poll a urne ancora aperte avevano dato vincente Al Gore nello stato.
In Italia è vietato dalla legge divulgare i risultati degli exit poll prima della chiusura delle urne, mentre in altre nazioni, come la Nuova Zelanda, è addirittura vietato condurli.
Alla luce di tutto ciò dobbiamo diffidare dei risultati di questi sondaggi?
Delle discrepanze fra risultato reale e risultato presunto sono da considerarsi normali e se queste rimangono in un range accettabile non c’è problema, gli exit poll e le proiezioni di voto possiamo dire che servono proprio a questo, sono uno strumento molto utile per verificare l’andamento di una votazione, quando però il confronto fra dati presunti e dati reali hanno una discrepanza troppo marcata, come è successo nelle Elezioni Politiche Italiane nel 2006, abbiamo il sentore che le cose non siano andate nel modo giusto.
Insomma possiamo dire che sia gli exit poll che le proiezioni siano strumenti interessanti ma pur sempre pericolosi, forse vale la pena aspettare un po’ più di tempo ma discutere di dati ufficiali.

 

Pillole di Politica: Mandato Imperativo

Si parla di mandato imperativo quando coloro che sono eletti a far parte di un organo, in particolare del parlamento, sono direttamente responsabili nei confronti dei loro elettori e hanno il dovere di conformarsi alla loro volontà, tanto che, in caso contrario, possono essere dagli stessi revocati.
Il suo opposto è il divieto di mandato imperativo, o principio del libero mandato, che fa sì che l’eletto riceva un mandato generale dai suoi elettori, in virtù del quale non ha alcun impegno giuridicamente vincolante nei loro confronti; questi non gli possono impartire istruzioni né lo possono revocare, possono solo non rieleggerlo al termine del mandato (sempre che si ricandidi). L’eletto, dunque, non ha alcuna responsabilità politica o giuridica nei confronti degli elettori, fin quando permane nel suo ufficio di rappresentanza Solo al termine del mandato, qualora il deputato si ripresenti alle elezioni, i comportamenti politici sono sottoposti allo scrutinio degli elettori. Si viene così a creare una forma particolare di rappresentanza (detta rappresentanza politica o fiduciaria) che si discosta dal modello privatistico. Va aggiunto che negli stati odierni il divieto di mandato imperativo viene esteso anche ai rapporti tra eletto e partito che lo ha fatto eleggere (anche se, in alcuni casi, il rapporto con il gruppo politico parlamentare di appartenenza, e la disciplina di partito, sono considerati da alcuni la causa di una compressione e affievolimento della libertà di mandato).
Il mandato imperativo è associato ad alcune esperienze politiche e costituzionali totalitarie, come la Comune di Parigi e le repubbliche socialiste. In linea con le raccomandazioni elaborate dalla Commissione di Venezia del 2004, il Consiglio d’Europa lo ritiene un requisito inaccettabile per uno stato democratico. Il divieto di mandato imperativo, invece, salvo limitate eccezioni, è incorporato in quasi tutti i sistemi costituzionali di paesi a democrazia rappresentativa.

Il divieto di mandato imperativo, invece, era ispirato alla dottrina della sovranità nazionale, propugnata da Emmanuel Joseph Sieyès, che attribuisce la sovranità allanazione, costituita dai cittadini attuali (il popolo) ma anche da quelli passati e da quelli futuri; poiché un’entità del genere non può esercitare direttamente i poteri sovrani, gli stessi sono demandati a rappresentanti, i quali, proprio perché agiscono nell’interesse della nazione, non sono soggetti a mandato imperativo degli elettori, che della nazione sono solo una parte. A questa teoria si contrapponeva quella della sovranità popolare, elaborata da Jean Jacques Rousseau, secondo cui ciascun cittadino detiene una parte della sovranità: ne segue che l’esercizio della stessa non può che avvenire con forme di democrazia diretta o, se non è possibile, tramite rappresentanti eletti a suffragio universale e soggetti a mandato imperativo.
Il principio del libero mandato (ovvero del divieto di mandato imperativo) è formulato da Edmund Burke nel suo famoso Discorso agli elettori di Bristol, tenuto dopo la sua vittoria elettorale in quella contea, in cui propugnò la difesa dei principi della democrazia rappresentativa contro l’idea distorta secondo cui gli eletti dovessero agire esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori.
Il divieto di mandato imperativo è oggi presente in tutte le democrazie rappresentative, con poche eccezioni riguardanti, ad esempio, la sola camera alta di certe federazioni (come il Bundesrat tedesco).
Il principio non è accolto, invece dalle costituzioni degli stati socialisti, nei quali i membri delle assemblee ai vari livelli territoriali, fino al parlamento a livello nazionale, sono soggetti a mandato imperativo e possono essere revocati dagli elettori (anche se, in pratica, ciò non avviene essendo ogni iniziativa politica controllata dal partito comunista).
Il divieto di mandato imperativo era sancito anche dallo Statuto albertino, che all’art. 41 recitava “I Deputati rappresentano la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori”, ed è stato confermato dall’art. 67 della Costituzione italiana: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
La libertà dal mandato si riflette anche nel riconoscimento operato dai regolamenti parlamentari di Camera (art. 83, 1° comma del regolamento[1]) e Senato (art. 84, 1° comma del regolamento[6]), mediante apposite disposizioni regolamentari che consentono l’autonoma iscrizione a parlare per quei parlamentari che vogliano esprimere posizioni dissenzienti rispetto al gruppo di appartenenza.
Di fatto, però, la disciplina dei gruppi parlamentari rimane un deterrente a tale libertà di espressione, visto che il comportamento “ribelle” di un eletto può essere oggetto di sanzioni disciplinari che arrivano fino all’espulsione dal partito o alla non ricandidatura alle successive elezioni.

 

Pillole di politica: Corte Suprema di Cassazione

La Corte suprema di cassazione, nell’ordinamento giuridico italiano, è il giudice di legittimità delle sentenze emesse dalla magistratura in Italia. Essa è unica sul territorio nazionale e ciò costituisce un’ulteriore garanzia per la sua funzione nomofilattica, la quale consiste nell’assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione delle norme di diritto. In tal senso le sue sentenze costituiscono un criterio orientatore della giurisprudenza nazionale, che nell’assumere le proprie decisioni può, e in alcuni casi deve, tenere conto delle sentenze emesse della Corte.

Circa le origini della cassazione vi furono dispute tra chi ne ricercava tracce nel diritto romano o nel diritto intermedio e coloro che ne affermavano l’assoluta originalità. Da sempre si è sentita l’esigenza di giustizia nel senso più profondo del termine. Ma ciò non basta per scoprirne la derivazione. C’è qualcosa di più, sotteso dalla stessa definizione dell’articolo 65 dell’ordinamento giudiziario .
La cassazione è nata dal travaglio della rivoluzione francese. In Francia già esisteva il Conseil des parties, istituito nel 1578 come una sezione speciale del Consiglio del Re, per assicurare e conservare la legge. Ma l’Assemblea legislativa volle creare qualcosa di nuovo sulla base della filosofia espressa da Montesquieu prima e Rousseau poi.
Era ben nota la disputa circa la separazione dei poteri a seguito delle antiche lotte tra sovrano e parlamenti. Il problema della istituenda cassazione si presentò come alternativa tra potere legislativo e organo giurisdizionale. Si preferì il primo tanto era il timore di chiamare i componenti della Cassazione “giudici”. Ciò di cui si aveva bisogno era un organo che sorvegliasse il potere giudiziario e non che giudicasse.
Questa concezione ebbe una base razionale nel decreto dell’Assemblea nazionale costituente del 1º maggio 1790 col quale veniva sancito all’articolo 3 che vi sarebbero stati soltanto due gradi di giurisdizione in materia civile. Ciò escludeva che la cassazione potesse essere giudice di terzo grado. Fu così che nacque con il decreto 27 novembre 1790 il Tribunal de Cassation (la denominazione attuale, Cour de cassation, risale al 1804).

In Italia l’istituto entrò attraverso il Regno di Sardegna. Lo Statuto Albertino, infatti, nel 1848 istituì la Corte di Cassazione di Torino. Nel corso del Risorgimento furono successivamente istituite nuove corti di cassazione cosiddette “regionali”, eredi degli stati pre-unitari, fino a cinque: Torino per i territori dell’ex-Regno di Sardegna ed il Regno Lombardo-Veneto, Firenze per il Granducato e i Ducati, Roma per i territori appartenuti allo Stato Pontificio, Napoli e Palermo per l’ex-Regno delle Due Sicilie. Nel 1923 nell’ambito della politica accentratrice del Regime Fascista le cinque corti furono unificate con la denominazione ufficiale di Corte suprema di cassazione. Nel nostro ordinamento non vi è dubbio che la Corte di cassazione, per come la conosciamo, sia la derivazione italiana dell’analoga istituzione francese.

La Corte di cassazione è il vertice della giurisdizione ordinaria, essendo il tribunale di ultima istanza nel sistema giurisdizionale ordinario (penale e civile) italiano.
Attualmente ne è primo presidente Giorgio Santacroce dall’8 maggio 2013, che succede a Ernesto Lupo, nominato nel 2010.
La Corte si articola in sei sezioni civili, tra cui quelle del lavoro e tributaria, e in sette sezioni penali. Ogni Collegio giudicante è composto di cinque membri, compreso il suo Presidente.
Presso la Corte di Cassazione è costituita inoltre una Procura generale della Repubblica con a capo un procuratore generale coadiuvato da vari sostituti.
Nei casi più importanti o in quelli per i quali vi siano orientamenti contrastanti delle diverse sezioni, la Cassazione si riunisce in Sezioni Unite (SS.UU.) con la presenza di nove membri compreso il Primo Presidente o un magistrato da questi delegato a presiederle. Le decisioni assunte dalla Corte di cassazione in tale composizione sono di un’autorevolezza tale da somigliare a dei “precedenti vincolanti”, concetto altrimenti estraneo all’ordinamento italiano. Per regolamento della Suprema Corte, un giudice non può emettere una sentenza di avviso diverso da una precedente delle Sezioni Unite, senza la preventiva autorizzazione di queste.
Di regola, giudica in seguito a un’impugnazione di una sentenza della Corte d’appello. Ai sensi dell’art. 111, comma 7 della Costituzione è sempre ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge contro le sentenze dei giudici ordinari e speciali, nonché contro i provvedimenti che incidano sulla libertà personale. Tuttavia, per espressa disposizione costituzionale (art. 111, comma 8), contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso è ammesso per soli motivi inerenti alla giurisdizione.
Non giudica sul fatto ma sul diritto: è giudice di legittimità. Ciò significa che non può occuparsi di riesaminare le prove, bensì può solo verificare che sia stata applicata correttamente la legge e che il processo nei gradi precedenti si sia svolto secondo le regole (vale a dire che sia stata correttamente applicata la legge processuale, anche in relazione alla formazione e valutazione della prova, oltre che quella del merito della causa).

 

Pillole di Politica speciale Economia: Avanzo Primario

 

Con il termine avanzo primario ci si riferisce alla differenza fra spesa pubblica ed entrate al netto del costo del debito pubblico. L’avanzo primario rappresenta un importante indicatore dello stato di salute dei conti pubblici in quanto misura la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato, viene calcolato sottraendo alla spesa pubblica le entrate tributarie ed extra-tributarie e la parte di spesa pubblica finanziata con emissione di base monetaria.
Nel caso in cui il risultato della formula abbia segno positivo allora si parla di disavanzo primario in quanto le uscite eccedono di numero le entrate. Nel caso opposto si parla di avanzo primario.
Nella spesa pubblica troviamo principalmente le spese correnti che servono per far funzionare i servizi pubblici e quelle per investimenti produttivi. Tra le spese troviamo anche i trasferimenti alle amministrazioni locali, alle imprese e ai cittadini. Tra le entrate troviamo le imposte dirette (Irpef e Irap) e indirette (Iva). Tra il gettito extra tributario troviamo le entrate che derivano dalla gestione dei servizi, dei beni e da altre fonti non tributarie.

E’ importante distinguere l’avanzo pubblico da quello primario. Il surplus o avanzo pubblico rappresenta un risparmio pubblico positivo. Il deficit o disavanzo pubblico invece rappresenta l’ammontare di spesa pubblica non coperta dalle entrate e corrisponde perciò ad un risparmio pubblico negativo. A differenza del surplus però l’avanzo primario non tiene conto tra le uscite degli interessi sul debito pubblico per finanziare la spesa pubblica. Questo perché l’avanzo viene utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico e nel caso in cui avanzino risorse per rimborsare il debito stesso.
In caso contrario lo Stato sarà costretto a finanziarsi ulteriormente o a stampare nuova moneta.