CAOS DENTRO: LETTERA PARTIGIANA

Armando Amprino (Armando)

Di anni 20 – meccanico – nato a Coazze (Torino) il 24 maggio 1925 -. Partigiano della Brigata ” Lullo Mongada “, Divisione Autononia ” Sergio De Vitis “, partecipa agli scontri del maggio 1944 nella Valle di Susa e a numerosi colpi di mano in zona Avigliana (Torino). Catturato nel dicembre 1944 da pattuglia RAU (Reparto Arditi Ufficiali), alla Barriera di Milano in Torino – tradotto alle Carceri Nuove di Torino Processato dal Tribunale Co.Gu. (Contro Guerriglia) di Torino.  Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR, con Candido Dovis.

Dal Carcere, 22 dicembre 1944:

 

Carissimi genitori, parenti e amici tutti,

devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.        

Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.                                 

Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito. Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.              

Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese.  Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.

Vostro figlio Armando

Viva l’Italia! Viva gli Alpini!

partigiani

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LETTERE PARTIGIANE – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

Con l’ultima uscita, della nostra rubrica sulle lettere dei condannati a morte della resistenza italiana, abbiamo voluto omoggiare una donna. Non vi anticipo niente per non rovinarvi la storia.
Come sempre vi auguro una buona lettura!
A presto…
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IRMA MARCHIANI (ANTY) 
 
Di anni 33 – casalinga – nata a Firenze il 6 febbraio 1911 -. Nei primi mesi del 1944 è informatrice e staffetta di gruppi partigiani formatisi sull’Appennino modenese – nella primavera dello stesso anno entra a far parte del Battaglione ” Matteotti “, Brigata ” Roveda “, Divisione “Modena” – partecipa ai combattimenti di Montefiorino – catturata mentre tenta di far ricoverare in ospedale un partigiano ferito, è seviziata, tradotta nel campo di concentramento di Corticelli (Bologna), condannata a morte, poi alla deportazione in Germania – riesce a fuggire – rientra nella sua formazione di cui è nominata commissario, poi vice-comandante – infermiera, propagandista e combattente, è fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese, fra cui quelle di Monte Penna, Bertoceli e Benedello -. L’11 novembre 1944, mentre con la formazione ridotta senza munizioni tenta di attraversare le linee, è catturata, con la staffetta “Balilla”, da pattuglia tedesca in perlustrazione e condotta a Rocca Cometa, poi a Pavullo nel Frignano (Modena) -. Processata il 26 novembre I944, a Pavullo, da ufficiali tedeschi del Comando di Bologna -. Fucilata alle ore 17 dello stesso 26 novembre 1944, da plotone tedesco, nei pressi delle carceri di Pavullo, con Renzo Costi, Domenico Guidani e Gaetano Ruggeri “Balilla”) -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Sestola, da la “Casa del Tiglio”, 1° agosto 1944
Carissimo Piero, mio adorato fratello, la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l’ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me. Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori. Non ti meraviglia questa mia decisione, vero?
Sono certa sarebbe pure la tua, se troppe cose non ti assillassero. Bene, basta uno della famiglia e questa sono io. Quando un giorno ricevetti la risposta a una lettera di Pally che l’invitavo qui, fra l’altro mi rispose “che diritto ho io di sottrarmi al pericolo comune?” t vero, ma io non stavo qui per star calma, ma perché questo paesino piace al mio spirito, al mio cuore. Ora però tutto è triste, gli avvenimenti in corso coprono anche le cose più belle di un velo triste. Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta. “Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare”, mi ha detto il comandante, “la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumere, ma tu sì”. Eppure mi aveva veduto solo due volte.
Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascierà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.
Ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva. Sono una creatura d’azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un’anima desiderosa di raggiungere qualche cosa, l’immobilità non è fatta per me, se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi. Pensami, caro Piero, e benedicimi. Ora vi so tutti in pericolo e del resto è un po’ dappertutto. Dunque ti saluto e ti bacio tanto tanto e ti abbraccio forte.
Tua sorella  Paggetto
Ringrazia e saluta Gina.
Prigione di Pavullo, 26.11.1944
Mia adorata Pally, sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci dal tuo e vostro Paggetto
Vorrei essere seppellita a Sestola.

LETTERE PARTIGIANE – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

Questa sera, dopo un po’ di pausa, pubblichiamo la lettera di un operaio milanese che scrive alla sua famiglia e ai suoi amici. Poche righe che colpiscono…
Buona lettura

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BIOGRAFIA
Albino Albico

Di anni 24 – operaio fonditore – nato a Milano il 24 novembre 1919 -. Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista – dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante -. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della “Muti”, nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano – tradotto nella sede della “Muti” in Via Rovello a Milano – torturato – sommariamente processato -. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.

Milano, 28 agosto 1944

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,
mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.
Voi siate forti come lo sono io e non disperate.
Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.

LETTERE PARTIGIANE – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

Questa sera pubblichiamo una lettera di un partigiano bolognese che operava nella zona di Bergamo.
Un uomo che voleva molto bene a sua madre e a suo fratello, e siamo onorati di rendergli omaggio ricordandolo con questo post.
Buona lettura.
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Giorgio Paglia (Giorgio)
Di anni 22 – studente in ingegneria al Politecnico di Milano – nato a Bologna il 9 marzo 1922 -. Allievo ufficiale a Cerveteri (Roma), nei giorni successivi all’8 settembre 1943 partecipa a combattimenti contro i tedeschi sottraendosi fortunosamente alla cattura – dispersi gli ultimi reparti dell’esercito, torna alla sua residenza di Nese (Bergamo) – si unisce alla 53 Brigata Garibaldi (che prendera il nome di “13 Martiri”) operante nelle Valli Cavallina e Canonica (Bergamo) – per sette mesi partecipa alle azioni della Brigata impegnata in numerosi e duri combattimenti – il 17 novembre 1944, alla Malgalunga sul Monte Sovere (fra le valli Cavallina, Borlezza e Seriana), il suo distaccamento è attaccato da un reparto della legione “Tagliamento” – esaurite dopo lunga resistenza le munizioni, viene catturato insieme a sette compagni dei quali Mario Feduzzi ed un russo vengono fucilati sul posto -. Processato il 19 novembre 1944 a Lovere (Bergamo) dal Tribunale Speciale della “Tagliamento” – rifiuta la grazia offertagli come figlio di Medaglia d’Oro al Valor Militare -. Fucilato il 21 novembre 1944 al cimitero di Costa Volpino (Bergamo), da plotone della “Tagliamento”, con Andrea Caslini ed altri quattro partigiani di cui tre russi -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Costa Volpino, 21.11.1944
Cara mamma,
        poco prima di essere fucilato rivolgo il mio pensiero a te, mia adorata mammina, ti domando perdono di quanti dispiaceri ti ho dato nella mia vita. Ma sappi che ti ho sempre adorato e che sei l’unico mio pensiero in questo momento e mio grande dolore è quello di non poterti vedere.
        Sii orgogliosa di tuo figlio perché come credo di aver saputo combattere, così credo che saprò morire. Negli uomini che mi hanno catturato ho trovato dei nemici leali in combattimento e degli uomini buoni durante la prigionia.
        Dato che credo all’al di là sono sicuro che mi incontrerò con mio Padre e che insieme proteggeremo te e Toty. Il mio immenso amore non vi abbandonerà mai.
        Saluti a tutti e prega per l’anima mia
Giorgio
Caro Toty,
       io non ti vedrò più, ma ti proteggerò sempre.
       Sappi che combattendo io combattevo solo per ottenere un’Italia Libera da ogni straniero. Ricorda anche tu quando nostro Padre ci ha insegnato: “la Patria sopra tutto ed il suo bene”. Sii onesto nella tua vita che ti auguro lunga e cerca di dare alla mamma poverina un po’ di consolazione in questo nuovo grande dolore, stalle vicino con il tuo amore e vedrai che saprai consolarla.
         Studia e fatti onore, nella vita ti sarò sempre vicino.
         Abbraccio ancora te la mamma con tutto il mio amore.
         Vostro
Giorgio

 

LETTERE PARTIGIANE – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

Riprendiamo dopo la settimana di pausa con la nostra consueta rubrica settimanale sulle lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana.
Questa settimana pubblichiamo le lettere, gli appunti su un diario e altri appunti di uno studente in lettere di Sassari.
Non aggiungo altro dato che le lettere e gli appunti sono gia molto lunghe, vi auguro solo una buona lettura!

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BIOGRAFIA
Mario De Martis
Di anni 23, studente in lettere, nato a Sassari il 20 settembre 1920. Tenente pilota, è sorpreso l’8 settembr 1943 nei pressi di Grosseto, mentre tornava da una missione, da militari tedeschi e fatto prigioniero, riuscito ad evadere raggiunge Roma ed entra a far parte del Battaglione “Hazon”, Banda “Napoli”, con le mansioni di aiutante maggiore, svolge azioni di sabotaggio, di raccolta e distribuzione di materiale clandestino. Arrestato il 28 marzo 1944 in Piazza della Libertà a Roma, da elementi della Gestapo, in seguito al tranello tesogli da una spia entrata nelle file cospirative, tradotto nelle celle di Via Tasso, più volte torturato, trasferito il 23 aprile 1944 nelle carceri Regina Coeli. Processato il 9 maggio 1944 dal Tribunale Militare tedesco. Fucilato alle ore 10:00 del 3 giugno 1944, vigilia della liberazione di Roma, sugli spalti del Forte Bravetta (Roma), da plotone della PAI (Polizia Africa Italiana), con Fortunato Caccamo e altri quattro partigiani.
(Nota di diario scritta nelle celle di via Tasso a Roma)
10 aprile 1944.
Dopo 14 giorni inizio questo mio diario sperando in cuor mio di terminarlo presto per la riconquistata libertà. Di questi 14 giorni vissuti nel carcere delle SS di via Tasso, molte e molte cose potrei dire, ma preferisco tralasciare e prendere in considerazione solamente quanto succederà d’ora in avanti. Inizierò col parlare della mia cella. Essa è situata al secondo piano ed è contraddistinta col n. 5: un termosifone eternamente spento, una lampadina eternamente accesa, una porta ed una finestra insistentemente chiuse, quest’ultima naturalmente murata. Vi sono inoltre due panche di legno che servono da duro letto per 2 degli inquilini che sono designati dalla maggiore permanenza in questo inaccessibile luogo in cui è tanto facile entrare quanto difficile uscire. Qui è giocoforza trascorrere tutte le interminabili ore del giorno e della notte e di queste ore contare i minuti primi ed i minuti secondi, uno ad uno. La vita trascorre cosi monotona ed uniforme: al giorno succede la notte ed a questa un nuovo giorno. Colle prime luci dell’alba e col primo sole apriamo gli occhi e con gli occhi il cuore alle speranze.
14ᵃ speranza inutile oggi.
(Scritto sul tergo di una propria fotografia)
Regina Coeli, 10.5.1944
Mamma adorata,
24 ore fa sono stato condannato a morte dal Tribunale Militare di Guerra Germanico. Ho il solo grande dolore di non poterti nemmeno riabbracciare!
Perdonatemi, tu e babbo, se talora vi ho fatto adirare! Ma sappiate che mai come ora vi voglio bene e vi ringrazio di quanto avete fatto per me.
Un bacio forte forte dal vostro
Mario
(Lettera scritta alla famiglia Granata che lo ospitò a Roma)
Regina Coeli, 12.5.1944
Gen.ma Signora,
come avrete saputo, in data 9 c.m. sono stato condannato a morte dal Tribunale Militare Tedesco: a quest’ora forse la sentenza già viene portata alla firma del generale Kesselring: dopo di che giustizia sarà fatta.
Tante e tante cose vorrei dirvi in questa mia lettera, ma non so ora nemmeno da che parte iniziare. La cosa più importante ad ogni modo è quella di darvi incarico che sono certo, per quanto gravoso esso possa essere, non mi rifiuterete. Quando la guerra sarà terminata, quando finalmente ognuno sarà libero di fare quanto più gli piaccia, informate la cara mamma mia e colei che avrei dovuto far felice, Lalla, della sorte toccata a me: dite loro che niente mi tratterrebbe e mi ha trattenuto in vita che il desiderio di farle sempre sorridere e alleviarle da ogni e qualsiasi dolore.
Mamma e babbo mi perdonino se talora ho dato loro dei dispiaceri: mi illudevo di far loro dimenticare tutto nel prosieguo della mia esistenza. Se ciò non si è verificato, non è causa di mancanza di buona volontà da parte mia, ma piuttosto di interventi di agenti esterni e di un destino avverso contro cui è inutile lottare. Mi hanno insegnato a vivere e mai come ora mi accorgo di aver fatto tesoro dei loro efficaci insegnamenti. Io sono calmissimo ed attendo il giorno stabilito come se in esso si trattasse di dover acquistare la libertà: vorrei che voi mi vedeste perché possiate convincervene di persona perché vorrei consegnarvi qualcosa per la mamma stessa e per Lalla.
A Lalla auguro ogni felicità: è veramente una ragazza sfortunata perché sarebbe dovuta essere sufficiente la perdita dei genitori, ma sarà altrettanto forte come il suo Mario per questo nuovo colpo. Se le spie (tale è la mia imputazione) hanno… un penitenziario a parte, forse non la rivedrò più, altrimenti potrò nuovamente riabbracciarla e forse raggiungere con lei la felicità negatami ora.
Ed ora lasciamo andare i pensieri dei cari lontani che non hanno come conseguenza altro che un dolore interno ed una lacrima agli occhi, per parlare di cose più… vicine. Voi vi sareste già rimessa della vostra malattia e mi auguro pertanto che possiate stare bene, così come Anna e Teresa. A queste due cuginette un bacio e un abbraccio affettuoso.
E quella signora che io chiamavo per il suo portamento austero “la zarina” [il Maggiore Lazzarino Desy, Comandante di Battaglione “Hazon”; la frase che segue vuole significare che non hanno parlato e che il Maggiore Dessy può proseguire il lavoro senza timore. – N.d. R.], come sta? Anche lei si sarà completamente ristabilita. Ditele che la ricordo sempre con riconoscenza e con simpatia e che sarei felice se la sapessi calma e tranquilla: ora non ci sono più io per darle fiducia durante gli allarmi, ma penso che bombe in Città non ne cadranno più
I miei compagni condannati sperano in una grazia. Qui si dice che possa molte l’intervento del Papa ed una petizione al Marescialla Kesselring. Ma chi sia?
Ad ogni modo vi prego nuovamente di cercare di ottenere un colloquio che, data la condanna, non dovrebbe essere difficile.
Vi giungano graditi i miei più affettuosi saluti, che estenderete a vostro marito, a Teresa e ad Anna.
            Mario
Caro Zio,
tra una mezz’ora saremo fucilati tutti e sei. Il mio pensiero corre ora a Voi ed alla cara mamma che il destino non ha voluto dovessi riabbracciare.
Sarete voi ad avvertili ed a dire loro che li aspetterò altrove.
Saluti tanti tanti e baci a tutti dal vostro
Mario

LETTERE PARTIGIANE – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

Questa sera pubblichiamo la lettera di un partigiano romano che non usa mezzi termini (nella parte finale), per questo la lettera mi ha colpito molto.
Spero piaccia anche a voi!

Buona lettura
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BIOGRAFIA
FABBRIZIO VASSALLI (FRANCO VALENTI)
Di anni 35 – dottore in scienze economiche e commerciali – nato a Roma il 18 ottobre 1908 -. Ufficiale di complemento di Artiglieria, dopo l’8 settembre 1943 con mezzi di fortuna giunge dalla Dalmazia in Italia – si offre volontario per attraversare le linee e portare a Roma un cifrario per il collegamento fra il Comando di Brindisi e il Fronte Clandestino di Roma – per oltre 5 mesi collabora con il colonnello Montezemolo nel servizio di informazioni ed in azioni di sabotaggio – comanda un gruppo del Fronte Clandestino che da lui prende il nome di Gruppo “Vassalli” -. Catturato il 13 marzo 1944 dalle SS tedesche – detenuto nei carceri di Regina Coeli – molte volte torturato -. Fucilato il 24 maggio 1944 sugli spalti del Forte Bravetta di Roma, con Bruno Ferrari, Salvatore Grasso, Corrado Vinci e un altro partigiano -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.
LETTERA
24 maggio 1944
Carissima Amelia,
      sono al braccio italiano ed ho consegnato la roba che ti daranno.
      Si buona e pensa che ti ho voluto tanto bene. La roba verrà a te: tu sostieni i miei. Te li affido e di loro che mi perdonino il grande dolore che reco loro.
      Sono sereno e mi dolgo solo di non aver visto i nostri entrare a Roma.
      Spero che finanziariamente non resterai male e che con la pensione ed altro che ti verrà da me non debba essere dipendente da nessuno ne lavorare per vivere. Ciò mi era stato promesso.
      Riposati pure e ricordami. Sii però ugualmente una figlia per i miei.
      Rammentati della Bice che tanto era affezionata ai miei ed a me.
      Ti bacio con tutta l’anima.
                                                                                              Fabrizio tuo
Carissimi Papone e mammina,
      perdonatemi il dolore che vi reco che è veramente un angoscia per me. Pensate che tanti sono morti per la Patria ed io sono uno di quelli. La mi coscienza è apposto: ho fatto tutto il mio dovere e ne sono fiero. Questo deve essere per voi vero conforto.
      Vi abbraccio con tutta l’anima.
                               Fabrizio vostro
       La spilletta regalatela a Bice e così un altro ricordino anche ai miei nipotini.
       Saluto e abbraccio tutti, Enrico, Gina, eccetera.
       Non fate storie per il cadavere od altro. Dove mi buttano mi buttano. Quando potrete mettete l’inserzione sui giornali.
       Viva l’Italia.

LETTERE PARTIGIANE – Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana

Eccoci ancora con la nostra consueta rubrica settimanale sulle lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana.
Quest’oggi pubblicheremo una lettera di uno studente napoletano scritta ai genitori.
Buona lettura

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BIOGRAFIA
DOMENICO QUARANTA (GIOVANNI BORMITA)
Di anni 23 – studente in giurisprudenza – nato a Napoli il 3 ottobre 1920 -. Tenente di complemento dell’esercito e comandante di una batteria contraerea a Savona, subito dopo l’8 settembre 1943 si unisce alle formazioni partigiane che si vanno organizzando in Piemonte, entrando a far parte del I° Gruppo Divisione Alpine “Mauri” – prende parte a numerosi combattimenti in Valcasotto (Cuneo) e compie missioni a Savona e a Genova -. Nel marzp 1944, ferito nel corso di un combattimento in Valcasotto, viene catturato dal reparto tedesco – tradotto nei carceri di Cairo Montenotte (Savona) – per trentuno giorni sottoposto a interrogatori e sevizie -. Fucilato senza processo il 16 aprile 1944, in località Buglio (Cairo Montenotte), da plotone tedesco, con Innocenzo Contini, il sottotenente degli Alpini Dacono, Augusto Pieri ed Ettore Ruocco -. Medaglia d’oro al valor militare.
LETTERA
Carissimi,
     sono morto, credo facendo il mio dovere fino all’ultimo, avrei desiderato continuare a servire la mia Patria ed il mio Re, ma se dio così ha voluto è segno che il mio sacrificio valeva più della mia opera futura. Sono quindi contento di aver donato alla Grande Madre il mio corpo, come donai a te Mamma fin dal primo vagito, la mia anima immacolata acciocché Tu la custodissi così come Essa da oggi custodirà in eterno i miei resti mortali. Sono fiero di aver lottato con le armi in pugno per la gloria del mio Re, come lottai sui libri per dare a Te, mio amatissimo Babbo, quelle soddisfazioni che avrebbero dovuto ricompensare le amarezze e i sacrifici patiti per me.
    A Te Mamma resta il mio spirito che in Te vivrà, finché Tu vivrai; a Te Babbo ho dato la più grande soddisfazione: l’orgoglio di poter dire mio figlio è caduto per la libertà della Patria.
    Il dolore che avete provato per la mia fine è stato inenarrabile. Lo so: sono stato il vostro unico figlio, l’unico scopo della vostra vita! Avete spiati i miei primi passi, mi avete guidato, mi avete sorretto; e di ciò vi ho sempre espressa la mia gratitudine sconfinata, vi ho sempre ammirati, vi ho sempre adorati. Consolate però questo dolore al pensiero che vostro figlio ha mantenuto il suo giuramento di fedeltà. Nella vita si giura una sola volta. Io giurai di essere fedele al Re e di combattere per il bene della Patria. Ciò ho fatto e ne sono fierissimo.
     I miei ultimi pensieri sono per la Patria, per il Re e per Voi.
     I miei ultimi baci sono stati per il Santo Tricolore e per Voi.
     Addio
                                                                                                                             Mimmo