IL FILO DI ARIADNE

Noi dobbiamo essere, in questa società inquieta e incerta, una forza di speranza e perciò una forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire.
(Vittorio Bachelet)

Anche quest’anno siamo arrivati all’ultima uscita delle nostre rubriche prima della pausa estiva. Come conclusione ho scelto una frase bene si addice al nostro periodo storico e alla società in cui viviamo. Stiamo affrontando l’incertezza della crisi e le inquietudini sociali che essa si porta dietro come conseguenza. È un momento di proteste e di indecisione anche a livello politico. Un periodo che porta con sé difficoltà ed incertezze Dall’altra parte, però, abbiamo però tentativi di riforme e un faticoso percorso verso la ripresa economica, di cui forse il simbolo più importante è questa edizione italiana dell’Expo, con le discussioni tra i suoi sostenitori e i suoi oppositori. Una spinta verso l’alto, una volontà di sconfiggere ed emergere all’abisso in cui ci siamo trovati a scivolare.

Purtroppo, però, gli aspetti negativi sono quelli che più vediamo e più sentiamo vicini, e le speranze di veder risolti tutti i problemi che i notiziari, i giornali o direttamente la vita ci pongono davanti rischiano di diventare sempre più fragili e di spezzarsi, calpestate dalla sfiducia che in alcune circostanze non possiamo non provare. A volte ci pare che il mondo intero, inteso non solo come il nostro piccolo giardino, ma anche come la realtà che ci circonda, stia andando in pezzi, come uno specchio che, lasciando cadere un frammento dopo l’altro, ci rivela che in verità ciò che vedevano non era il riflesso, ma un bel ritratto abbellito di quello che ci circonda.

Tuttavia, non per questo dobbiamo rinunciare e smettere di lottare. Quello che molto spesso tende a sfuggirci, dal momento che ciò che accade appare sempre più spesso al di sopra delle nostre capacità, è che la rinascita e il futuro nascono dagli sforzi di ciascuno di noi. Siamo noi, come dice Bachelet la “forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire”. Per questo motivo è nostro diritto e dovere non abbandonare le speranze, perché siamo noi la base su cui si fondano.

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IL FILO DI ARIADNE

“Un terremoto può scatenare una forza distruttiva che lascia silenzio e vuoto. Le parole si spengono e lasciano spazio ad immagini di distruzione e paura.”

(Stephen Littleword)

Voglio dedicare il Filo di questo mese alla tragedia che ha avuto luogo qualche giorno fa, e che purtroppo continua a restare in scena in questo stesso momento, in Nepal, dove un terremoto ha sconvolto l’intero paese, spargendo miseria e distruzione. Le immagini del terribile spettacolo che ci vengono riportate dalla televisione e dai giornali di certo non ci sono nuove: ogni anno assistiamo impotenti a catastrofi naturali, alcune delle quali ci hanno segnati più di altri, per la loro gravità o per le conseguenze che ne sono seguite. Sono scene che restano nei nostro ricordi, pur scivolando con il tempo nei meandri più lontani dell’inconscio, persi nella routine quotidiana. Eppure, ogni qual volta ci troviamo davanti ad immagini simili, eccoli che riemergono. Le macerie dei ricordi si uniscono a quelle del presente, le vittime si sommano, la disperazione delle persone che hanno subito la perdita recente riecheggia quella del passato. Il Nepal diventa Haiti, i maremoti che hanno colpito le Filippine, e per noi italiani in particolare i terremoti dell’Aquila e del Friuli Venezia-Giulia. E sono solo esempi. Tuttavia, nonostante la sensazione di familiarità, i nostri occhi non possono non restare scioccati di fronte alla devastazione che hanno davanti. Dove un tempo sorgevano splendidi monumenti, alcuni addirittura secolari, ora si trovano solo cumuli di polvere e macerie. I ricordi di una civiltà sono crollati in un solo momento, schiacciati da una forza impossibile da contenere o prevedere. Come bene riassume la citazione di Littleword, ciò che resta sono solo “silenzio e vuoto”. Le catastrofi naturali sono inevitabili. Sono meccanismi del nostro pianeta che vanno al di là delle nostre forze, della nostra capacità di prevenire e spesso anche di curare. Ci resta però la possibilità di fare qualcosa, ovvero rialzarci e offrire solidarietà, quella vera e sentita, non vuoti commenti di comodo, a chi sta vivendo una tragedia che non si può descrivere a parole, specie se, come il Nepal, si tratta di persone che già in partenza avevano poco o nulla. In fondo è proprio in queste occasioni, dove il dolore ci unisce tutti, che si riesce a scorgere come non mai il legame che ci unisce gli uni agli altri e che fa sperare che un giorno riusciremo a vincere ogni diffidenza e differenza, e a vivere nel rispetto gli uni degli altri.

IL FILO DI ARIADNE

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana. Ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi.”

(Albert Einstein)

Questo aforisma è probabilmente noto a molti dei lettori. E’ una frase famosa e, anche se forse non sembra, discussa. Io, in queste poche righe, non voglio dare la mia opinione né alcun tipo di interpretazione. Voglio piuttosto usare le parole di Einstein come una sorta di provocazione dalla quale spero che possano scaturire delle riflessioni.
Ripensando alla storia che abbiamo alle spalle, ai grandi eventi e ai grandi personaggi che ci hanno preceduti, risulta facile identificare esempi che possono essere considerati nobili e degni di ammirazione, e altri che invece sono riconosciuti come veri e propri errori da ricordare e da evitare. Le grandi invenzioni e le scoperte che hanno portato il progresso economico, culturale e tecnologico da un lato, le stragi e le guerre che hanno devastato popoli e nazioni dall’altro. I grandi personaggi dell’arte, della politica e della scienza contro i tiranni di ogni sorta.

Tuttavia, riflettere sul nostro passato non può non farci notare, tra l’altro, che nel corso delle epoche spesso sono stati ripetuti gli stessi errori, seppure in forme ed aspetti apparentemente differenti. E’ come se, pur rendendoci conto di quanto disastrose e difficili da sanare siano le conseguenze delle nostre azioni, non fossimo in grado di prevenirle, come se ogni volta ripercorressimo, quasi inevitabilmente, lo stesso sentiero. Saremo mai in grado di spezzare questo circolo vizioso? O forse esso rappresenta un nostro limite intrinseco, al quale non possiamo sottrarci?

IL FILO DI ARIADNE

Quegli amici che hai e la cui amicizia hai messo alla prova, aggrappali alla tua anima con uncini d’acciaio.
(William Shakespeare)

La situazione che viviamo ai nostri giorni non è delle migliori. Certamente ci sono stati tempi più bui, più disperati, ma credo che raramente ci si sia trovati di fronte ad un clima così impregnato di incertezza. La crisi, la difficoltà di trovare e mantenere un lavoro, il non sapere se si potrà arrivare a fine mese, una politica contraddittoria e divisa, la minaccia della guerra e del terrorismo. Questa volta però non voglio parlare di eventi significativi o di temi dibattuti. Mi concentrerò su qualcosa che è parte integrante della vita di tutti noi, un valore a cui, purtroppo, molto spesso non viene più riconosciuto il rispetto che merita: l’amicizia.

Nei momenti di difficoltà, le persone a cui ci si rivolge, spesso prima ancora della famiglia, sono gli amici a noi più vicini, quelli di cui sentiamo di poterci fidare senza temere ripercussioni o giudizi superficiali. Amicizia infatti significa fiducia reciproca, tolleranza ed accettazione. Significa comprendere i bisogni dell’altro e saperli rispettare, anche quando non si è del tutto d’accordo. E’ un rapporto che implica parità e la promessa implicita di esserci sempre per l’altro, nel bene e nel male. Chi non si è mai messo nei guai per non abbandonare un amico in una situazione scomoda? O chi non si è mai messo contro l’opinione “pubblica” per difendere una persona importante?

Al giorno d’oggi forse queste domande non sono poi così scontate. I rapporti interpersonali tendono a diventare più superficiali, più dettati dalla convenienza e dalle convenzioni che da un vero sentimento che cresce con l’approfondirsi della conoscenza. Grazie a internet, ai moderni mezzi di comunicazione e alla tendenza alla globalizzazione, ogni giorno entriamo in contatto con moltissime persone con le quali a volte si è costretti a costruire un qualche tipo di relazione civile, che però molto spesso resta fragile ed effimera, senza che vi sia la possibilità di esplorarne le potenzialità.

Un altro fattore che accentua le difficoltà del creare rapporti veri e concreti è la diffidenza che, forse non a torto, molti hanno sviluppato nei confronti delle persone che li circondano. Spesso basta un unico voltafaccia, un unico tradimento per spingerci a non offrire più così facilmente la nostra fiducia a chi incontriamo sulla nostra strada. E’ un meccanismo di difesa, che può essere conscio o volontario, che si attiva per cercare di evitare situazioni dolorose simili a quelle subite in passato. Sono certa che tutti voi sapete di che cosa sto parlando. Una persona che consideravamo amica che inizia a parlarci alle spalle, o che dimostra di averci avvicinato con un secondo fine, oppure qualcuno che tradisce la nostra fiducia rivelando delle confidenze che erano state fatte e che ci mette così in difficoltà o in imbarazzo. Sono solo gli esempi più banali di quello che può succedere quando riponiamo la nostra fiducia nelle persone sbagliate.

Nonostante questo, però, vale la pena rischiare. A volte, nella vita, si è così fortunati da incrociare il cammino di persone veramente speciali, con le quali riusciamo ad aprirci veramente e a costruire un legame che continuerà a prosperare anche con il passare degli anni. Per questi incontri vale la pena sopportare tutte le delusione, le cadute, i tradimenti. Ovviamente nessuna relazione sarà sempre rosa e fiori, ma proprio perché si riescono a superare i disaccordi, i litigi, le “prove” possiamo essere sicuri che la persona che ci sta di fronte merita davvero il titolo di amico. E una volta trovata, parafrasando la citazione di Shakespeare, dobbiamo tenercela stretta, come se fosse il nostro bene più prezioso, come se la nostra vita dipendesse dalla sua presenza. Perché, se ci pensiamo bene, alla fine è proprio così.

IL FILO DI ARIADNE

Uccisi perché? Per il sogno di un gruppo di esaltati che giocavano a fare la rivoluzione, si illudevano di essere spiriti eletti, anime belle votate a una nobile utopia senza rendersi conto che i veri “figli del popolo”, come li chiamava Pasolini, stavano dall’altra parte, erano i bersagli della loro stupida follia.
(Mario Calabresi)

Nel corso delle ultime settimane siamo stati costretti ad assistere alle tragiche conseguenze di due nuovi attacchi terroristici. Il primo, e quello che ha attirato maggiormente l’attenzione del mondo, è avvenuto a Parigi, ai danni della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Dodici persone sono rimaste uccise durante l’attentato alla redazione e a queste si devono aggiungere le altre cinque vittime del successivo attacco ad un supermercato, sempre ad opera degli attentatori. L’altro attacco, forse meno discusso ma non per questo meno importante, ha mietuto venti vittime al mercato di Maiduguri, capoluogo dello stato nigeriano di Borno, lo stesso luogo che già lo scorso primo dicembre era stato colpito da un’altra bomba. Questa volta l’esplosivo è stato trasportato da una bambina di non più di dieci anni di età e che molto probabilmente neppure sapeva a quale sorte stava andando incontro.

Il terrorismo è una delle molte, orribili facce che la guerra ha assunto nell’era moderna e contemporanea. Un tempo a calcare i campi di battaglia e a rischiare la vita nei conflitti erano solo i soldati, persone che, per scelta od obbligo, avevano fatto della guerra il loro mestiere. A partire dai conflitti mondiali, invece, le battaglie non sono più state combattute solo al fronte, ma il terreno di combattimento si è esteso ben oltre le frontiere dove si scontrano gli eserciti. Ora i principali bersagli sono le città, le fabbriche, i punti vitali delle nazioni in guerra. Si fanno consapevolmente più vittime tra i civili che tra i militari ormai, con l’obiettivo di mettere in ginocchio lo Stato avversario e spargere abbastanza terrore da paralizzare la popolazione. Si cerca di spingere il nemico alla resa, con atti brutali e altamente significativi.

La stessa tattica è impiegata dai terroristi, la cui azione però si espande ben oltre il concetto di guerra limitato allo scontro tra nazioni belligeranti. Non esiste un fronte definito, gli attacchi sono organizzati per essere inaspettati e letali, e hanno quasi sempre obiettivi civili. Le persone divengono semplici numeri, sacrifici quasi banali per la causa a cui gli attentatori spesso e volentieri la loro stessa vita. Si tratta nella maggior parte dei casi dell’espressione più estrema di fanatismi che si appellano alla visione distorta di religioni e cause ritenute sacre. Il clima di paura e sfiducia e il senso di sconforto di fronte alle tragedie che si susseguono a opera di questi gruppi non devono però spingerci ad arrenderci. Le proteste e le manifestazioni di solidarietà e in memoria delle vittime del terrorismo dimostrano che tutti noi possiamo dare una mano a combattere e a dare un valore alle vite che sono state sacrificate per la loro “stupida follia”. Forse siamo ancora ben lontani dall’eradicare un fenomeno che oramai agisce su scala mondiale, ma il coraggio di non sottomettersi alla violenza e al sangue che esso sparge è sicuramente il primo passo per difendere la nostra libertà.

IL FILO DI ARIADNE

Se un giorno, guardando dalla finestra, non vedrò più guerre, prenderò un albero, lo vestirò di stelle…e quel giorno sarà Natale.
(Anonimo)

Il Natale rappresenta una tradizione che ricorre e viene festeggiata da un grandissimo numero di persone nel mondo. Ha le sue radici nelle festività delle antiche civiltà pre-cristiane. Per fare un esempio, l’antica festa del Sol Invictus, ovvero il nome con cui gli antichi Romani chiamavano la celebrazione del solstizio di inverno, che rappresentava simbolicamente la rinascita del Sole, dal momento che proprio a partire da quel giorno le ore di luce iniziavano nuovamente ad aumentare.

Ai nostri giorni, al giorno di Natale vengono ricondotti prevalentemente due significati. In un primo, è legato alla tradizione religiosa, in quanto il 25 dicembre è la data che il Cristianesimo ha scelto come anniversario della nascita di Cristo, molto probabilmente riprendendo e trasformando la precedente festività romana. Si tratta, insieme alla Pasqua, di una delle ricorrenze più importanti nella religione cristiana. In un’ottica più spiccatamente laica, invece, il Natale è un momento da trascorrere in famiglia, ciascuno secondo le proprie tradizioni, e una festa commerciale, fondata sull’ormai tradizionale scambio di doni.

Tuttavia, il significato della festa va oltre il momento della comunione con i propri cari e la commemorazione religiosa che, per quanto pregna di significato, non riesce a rendere appieno lo spirito e la tradizione millenaria che si celano dietro questa ricorrenza. Spesso si tende a dimenticare che il Natale è un simbolo, come lo era al tempo dei Romani. Rappresenta un’opportunità di rinascita, che inneggia alla pace e all’uguaglianza: come nell’antichità si festeggiava la rinascita del Sole dopo un periodo di crescente oscurità, nel nostro tempo la festività serve ogni anno come speranza per un mondo migliore, non più oppresso dal buio e dalla violenza dei conflitti che non hanno mai smesso di sconvolgere le nazioni. Il vero Natale non è quindi il giorno in cui ci si scambiano auguri e regali, ma sarà quel momento, forse utopico, in cui tutti saremo pronti a deporre le armi e ad adoperarci per costruire un mondo che, per prima cosa, si appella alla pace.

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IL FILO DI ARIADNE

Il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando.
(Miguel de Unamuno)

Negli ultimi tempi, anche a causa del clima di ostilità e diffidenza creato dalla crisi, il tema dell’immigrazione si è fatto sempre più pressante. In particolare in Italia, dove il dibattito, a volte violento sia nei toni che nei fatti, sui provvedimenti elaborati e presi dal Governo negli scorsi mesi non si è mai spento. Molte parole sono state spese sia in difesa sia, soprattutto, contro l’arrivo di stranieri nel nostro paese, ma forse ora sarebbe il caso di fermarsi per un momento a riflettere sulle radici profonde che portano da sempre gli uomini, quando non ad odiare, a diffidare di chi appartiene ad un mondo diverso da quello in cui sono cresciuti.

La storia è purtroppo ricca di episodi in cui il razzismo e, più in generale, la xenofobia hanno portato ad atti dalle tragiche conseguenze. I vari tipi di persecuzione religiosa e i genocidi sono solo gli esempi più eclatanti. Come Tahar Ben Jelloun scriveva in uno dei suoi libri, e come dice l’etimologia stessa della parola “xenofobia”, alla base dei comportamenti anti-razziali c’è un sentimento di sospetto, di paura nei confronti di ciò che è diverso da noi e che per questo motivo viene percepito come estraneo. Si tratta di una reazione istintiva che porta irrazionalmente a temere per la propria tranquillità e sicurezza, anche se non vi è alcuna ragione logica.

Il primo passo per sconfiggere la paura e la diffidenza è conoscere quello che ci sta davanti agli occhi. Considerando questo dato di fondo, pare assurdo che in una società come la nostra, in cui l’informazione è praticamente alla portata di tutti e in cui visitare paesi situati anche al di là dell’oceano è facile, certi sentimenti siano ancora così profondamente radicati nella mentalità di molte persone. Eppure è proprio così, e ne sono la prova alcuni partiti estremisti che fanno del razzismo un punto di forza della propria propaganda. Ciò accade perché, nonostante tutto, pur avendo i mezzi per farlo, non siamo ancora disposti ad aprirci e ad entrare in contatto con culture e realtà diverse dalla nostra. Forse basterebbe prendersi un attimo di tempo, sedersi e aprire un libro o guardare un documentario, lasciando la mente aperta alle novità e sgombera da eventuali pregiudizi. Un gesto tutto sommato semplice, ma che potrebbe fare, con il tempo, un’enorme differenza.