IL FILO DI ARIADNE

La speranza è un sogno fatto da svegli.
(Aristotele)

Ed eccoci giunti all’ultima puntata di questa rubrica di aforismi. Un altro anno è passato, lasciandosi alle spalle avvenimenti, incontri, sacrifici, soddisfazioni, vittorie, sconfitte. Ho deciso di dedicare questa puntata di chiusura al nostro gruppo, invece che concentrarmi su un argomento generale o di attualità. E questo non per mettere da parte tutti gli eventi importanti che hanno riempito questo mese, a cominciare dalle elezioni europee, ma perché sono convinta che anche la nostra piccola realtà di gruppo di amici e sognatori, perché alla fine è soprattutto questo che siamo, possa regalare uno spunto di riflessione.

È stato un anno impegnativo per noi, sia dal punto di vista “pubblico”, e con ciò intendo i progetti e i lavori a cui il nostro GD si è dedicato in questi mesi, sia sul fronte personale di ciascuno di noi. Le dinamiche del gruppo sono cambiate, dal momento che quello che era stato un po’ il nostro punto di riferimento fino ad oggi ci ha ufficialmente consegnato il gruppo per dedicarsi ai suoi incarichi nel PD, e abbiamo anche incontrato delle difficoltà lungo la strada, ostacoli che forse non siamo ancora riusciti del tutto a superare. Non si tratta però di un aspetto negativo, almeno dal mio punto di vista. Il cambiamento è inevitabile, così come sono inevitabili le rotture, i dissapori, gli errori. Ma, alla fine, senza scontri, senza sbagli non avremmo la possibilità di crescere e migliorarci. L’ambiente del nostro gruppo offre proprio questo: un luogo in cui il dibattito è stimolato e le opinioni vengono rispettate, una possibilità per crescere e maturare liberamente, ciascuno secondo la propria personalità e le proprie capacità.

Per chiudere questo anno, voglio rivolgere un ringraziamento speciale alle persone che ancora una volta mi hanno permesso di vivere questa esperienza, e che anche quest’anno mi hanno permesso di fare un passo in avanti, con più consapevolezza. Alla nostra speranza comune, al nostro condiviso sogno ad occhi aperti!

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IL FILO DI ARIADNE

“La storia insegna, ma non ha scolari.”
(Antonio Gramsci)

Il nostro calendario è scandito da celebrazioni, ricorrenze, festività di ogni tipo e genere. Giornate che noi festeggiamo, molto spesso senza ricordare la storia che sta dietro quelle date oppure senza saperne comprenderne il vero significato. La storia è disseminata di eventi che sono stati tanto grandi e significativi da restare nella memoria collettiva e venire scelti come simboli dell’idea che ha portato alla loro realizzazione. Dopo anni, decenni, secoli ancora si celebrano ricorrenze che ormai appartengono ad un’epoca che sappiamo non essere la nostra. Ma quanto valore hanno quelle date segnate in un colore diverso sul calendario se i valori che le hanno rese degne di memoria poco a poco si dissolvono e vengono sostituiti dall’abitudine?

Al giorno d’oggi, in una società come la nostra che corre e si trasforma in continuazione, diventa sempre più difficile trovare il tempo per ricordare, nonostante, paradossalmente, venga posto un forte accento sull’importanza della memoria. Si commemorano vite, si osservano minuti di silenzio, si organizzano manifestazioni e cortei, si leggono e si ascoltano frasi e discorsi che risalgono a tempi così diversi dai nostri. Eppure tutto questo sforzo non basta. Se non siamo disposti solo ad ascoltare ma anche a riflettere le parole non faranno altro che rimbalzarci addosso. Se siamo capaci di guardare ma non di imparare le scene che vengono rievocate non potranno mai arrivare a toccarci. Prima di annuire e sostenere l’importanza della memoria, dovremmo forse fermarci un momento e riflettere su che cosa significa ricordare. Non si tratta solo di rammentare una data, un nome, una frase. Significa conoscerne il valore e soprattutto riuscire a farlo rivivere e rifiorire dentro di noi.

La storia, ma anche la vita stessa che ciascuno di noi ha condotto, ci offre in ogni momento degli spunti su cui riflettere. Non può esistere un presente consapevole senza memoria del passato. Ricordare ci permette sia di evitare di ricadere in errori commessi più e più volte perché nessuno ha mai dato loro abbastanza importanza o attenzione, sia di trovare degli esempi, delle idee da seguire. E soprattutto è dalla coscienza di chi siamo stati e di che cosa c’è dietro la nostra educazione che ci permette di formarci come individui consapevoli. Forse è giunto il momento di imparare a prestare attenzione agli insegnamenti che la storia ci ha lasciato in eredità, di interiorizzarli e farli nostri, di dare un senso a questa nostra identità le cui radici si approfondano ben più in là della durate delle nostre singole vite.

Rose & Words

IL FILO DI ARIADNE

“Di tutte le religioni dell’uomo, la guerra è la più tenace; ma anch’essa può dissolversi.”
(Elias Canetti, “La provincia dell’uomo”)

La storia dell’uomo si è costruita per gran parte su conflitti che hanno visto scontrarsi popoli differente e spesso anche persone della stessa nazione. Ogni conflitto, al di là delle diverse motivazioni di facciata che di volta in volta sono state usate per coprire i veri interessi nascosti sotto la superficie, ha portato sempre ed inevitabilmente allo stesso risultato: devastazione e massacri. Nel corso dei secoli l’idea della guerra si è evoluta insieme all’uomo e alle sue conoscenze, ampliandosi e trasformandosi, assumendo a volte forme quasi irriconoscibili. Eppure, per quanto sia cambiato il modo di combattere,  gli interessi profondi che ancora oggi portano agli scontri armati sono rimasti immutati. Se si scava abbastanza a fondo, dietro ogni tensione che rischia di sconvolgere i delicati equilibri internazionali si trovano sempre interessi economici e politici.

La situazione che si è delineata in Crimea nell’ultimo periodo non può non riportare alla mente le vicende che hanno preceduto lo scoppio dei due conflitti mondiali. L’attentato di Sarajevo del 1914 non è stato altro che l’esplosione delle tensioni che si erano create tra l’Austria, che aveva annesso la Bosnia-Erzegovina, e i nazionalisti bosniaci, incoraggiati dalla Serbia. Anche la seconda guerra mondiale ebbe inizio con un’annessione, quella dell’Austria da parte del Terzo Reich. In entrambi i casi l’Europa rimase a guardare, troppo distratta da altri problemi che considerava di peso ben maggiore.

I due conflitti mondiali sono gli episodi più eclatanti, quelli che sono più vivi nella memoria collettiva, ma non sono certo stati i primi né gli ultimi. Altri li hanno preceduti e seguiti. Non si può infatti ignorare che, anche nella nostra società, gli interessi che da sempre sottendono ogni scontro armato sono ancora dominanti. Le condizioni sono certamente diverse rispetto quello che hanno permesso lo scoppio delle guerre passate. Viviamo in un mondo che sta iniziando ad appellarsi per prima cosa alla diplomazia piuttosto che alle armi per risolvere tensioni e crisi interne e internazionali. Anche le motivazioni dei conflitti sono cambiate, divenendo sempre più prettamente economiche piuttosto che politiche come accadeva in passato. Eppure, nonostante il progresso e lo scorrere della storia, alcuni avvenimenti, di cui la Crimea è solo l’esempio più recente, ci dimostrano come le spaventose dinamiche che hanno condotto ad anni e anni di distruzione e a milioni di morti siano ancora presenti e radicate nella nostra società.

La guerra è una “religione tenace”, scrive Elias Canetti. Una definizione molto appropriata e soprattutto molto densa di significati. L’uomo ha sempre seguito i dettami della guerra come quelli di un culto, con devozione e perseveranza, fingendo di essere cieco di fronte ai risultati. Nel corso della storia siamo stati posti di volta in volta di fronte alla distruzione che essa porta inevitabilmente con sé, eppure ad ogni conflitto e ad ogni genocidio ne sono sempre seguiti altri, e troppo poco spesso si sono provate davvero a cercare delle soluzioni alternative. Le cicatrici che ogni massacro si è lasciato alle spalle, però, hanno contribuito a far nascere una coscienza e un rifiuto verso la guerra che sta lentamente, ma inesorabilmente, affiancando la popolarità di cui il suo “culto” gode. Ai nostri giorni, grazie ai media e alle comunicazioni, stiamo diventando sempre più coscienti delle conseguenze che ogni conflitto provoca e proprio questa coscienza ci permette di sperare che un giorno la “religione della guerra” possa davvero dissolversi, lasciando spazio ad un mondo non più martoriato dalla sua violenza indiscriminata.

IL FILO DI ARIADNE

“La pratica dello sport è un diritto dell’uomo. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play.”
(Comitato Olimpico Internazionale)

Il 23 febbraio si sono chiusi i Giochi olimpici invernali di quest’anno, che sono stati tenuti a Sochi, in Russia. Questa dodicesima edizione ha avuto una particolare rilevanza perché ha assunto agli occhi del mondo un significato che va oltre l’affermazione dei valori di solidarietà e lealtà che sono esaltati nel Giuramento Olimpico. Ad essa è infatti indelebilmente legata la protesta contro le leggi anti-gay varate dal governo russo nel 2013. Agli arresti e alle violenze operate, sia prima che durante i giochi, contro gli omosessuali, gli attivisti della causa e i simpatizzanti si sono contrapposte le pacifiche ma significative manifestazioni degli atleti delle varie nazioni, come ad esempio la scelta dei tedeschi di sfilare con la divisa arcobaleno o addirittura il rifiuto di alcuni atleti a partecipare ai giochi, e l’assenza simbolica di molti capi di stato, che, per esprimere il loro disaccordo, hanno scelto di non presentarsi all’evento.

Le Olimpiadi furono praticate per la prima volta nell’antica Grecia, dove avevano una forte importanza simbolica: in occasione dei Giochi cessava ogni ostilità ed attività bellica e anche le città-stato nemiche sospendevano ogni conflitto per onorare la tradizione di solidarietà e comunione che sta alla base della competizione sportiva. Questi valori sono stati ripresi nella versione moderna delle Olimpiadi e sono arrivati fino a noi, assumendo un significato forse più ampio. I valori dello sport e dei Giochi diventano la rappresentazione dei valori di uguaglianza, rispetto ed comprensione che dovrebbero caratterizzare ogni ambito socio-culturale. Il sostegno dimostrato dagli atleti durante questa edizione alle vittime di quella che è una vera e propria persecuzione operata dal governo russo serve a ricordare appunto questo. Infatti, contro il fastidio espresso da Putin in un incontro con il primo ministro olandese Rutte, dove il presidente russo ha dichiarato che “al centro delle Olimpiadi dovrebbe esserci lo sport e non il dibattito sui diritti dei gay”, le proteste “silenziose” che hanno caratterizzato i momenti chiave dei Giochi ci ricordano che le due questioni sono intimamente legate, proprio perché lo sport non può esistere senza il rispetto dell’individuo e dei suoi diritti.

IL FILO DI ARIADNE

“La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino ‘, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere…I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo.”
(Elisa Springer, “Il Silenzio dei Vivi”)

Il 27 gennaio, come tutti sappiamo, è la data in cui si celebra e si commemora la Giornata della Memoria. La scelta del giorno è simbolica, in quanto nel 1945 in questo giorno avveniva la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ad opera delle  truppe sovietiche. Ogni in onore di questa ricorrenza vengono organizzate iniziative di ogni sorta, dall’allestimento di mostre alla proiezione di film e documentari, che hanno lo scopo di far conoscere la brutalità dei crimini che sono state compiute durante il secondo conflitto mondiale e la tragedia di chi ne è stato vittima. Ma soprattutto lo scopo della Giornata della memoria, come dice il nome stesso, è quello di ricordare.

Ricordare non significa solo essere informati su quello che è accaduto in anni che, per chi non l’ha visto, sembrano appartenere ad un’altra epoca lontana e astratta. Ricordare significa capire, interiorizzare e rendere nostra la storia che i sopravvissuti hanno avuto il coraggio di raccontare, di tramandare nonostante tutte le difficoltà. Il loro scopo, come il nostro, è lo stesso: essere consapevoli e lottare affinché un episodio simile, che purtroppo è solo uno dei tanti genocidi che si sono compiuti durante la storia e che ancora ai giorni nostri si compiono, non sia più ripetuto. Ricordare significa “non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti”, come scrive Elsa Springer. Essere informati, conoscere la sequenza degli eventi, o anche vedere, ascoltare i passi delle tragedie che si sono consumate nei campi di concentramento come su quelli di battaglia, nelle case e nelle strade, in Europa come in tutto il mondo, non basta. Non si tratta solo di un processo al nazismo e ai suoi alleati, ma di denunciare una realtà che è la brutalità umana che sacrifica vite innocenti in nome di interessi più infimi, e di cui ogni strage, ogni genocidio è manifestazione.

Noi siamo gli eredi di chi ha combattuto contro gli orrori, di chi li ha vissuti sulla sua pelle. Il nostro dovere, e anche il nostro diritto, è ricordare quelle vite e quelle anime spezzate, perché quella storia, che è anche la nostra storia, smetta di ripetersi.

IL FILO DI ARIADNE

Natura! Ne siamo circondati e avvolti – incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia. […]. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri. Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere.”
(J. W. Goethe, Frammento sulla natura)

Una questione che ai giorni nostri è diventata ormai pressante, e la cui urgenza va sempre più aggravandosi, è quella della tutela dell’ambiente e dello sfruttamento sregolato che da anni interessa le risorse del nostro pianeta. “Buco nell’ozono”, “effetto serra”, “riscaldamento globale”, “scioglimento dei ghiacciai”, sono tutti termini che riassumono problematiche oramai note a chiunque. Ne sentiamo parlare in televisione e suoi giornali, sono i temi di molte conferenze e ricerche in tutto il mondo. Inoltre, soprattutto negli ultimi anni, sono stati associati alle catastrofi ambientali che hanno colpito diverse zone della terra, le più recenti delle quali l’alluvione che ha devastato le Filippine e quella che ha colpito la Sardegna, ma se ne potrebbero nominare molte altre. Si tratta di episodi dalle cause e dalle dimensioni diverse, ma che hanno comunque un denominatore comune che non può essere ignorato: in tutti i casi le tragedie sono il risultato di un uso incontrollato delle risorse terrestri, sia a livello di sfruttamento del suolo sia, più in generale, di inquinamento.

La questione ha radici profonde, che oltrepassano il sistema economico e sociale attuale e affondano direttamente nella natura umana. Infatti, una delle più radicate aspirazioni dell’umanità è forse quella di riuscire a controllare la natura e le sue forze e poterla sfruttare appieno per il proprio vantaggio. Nel corso dei secoli, fin dai tempi più antichi, l’uomo non ha fatto altro che tentare di appropriarsi dei mezzi e delle conoscenze necessari a questo scopo, raggiungendo a volte risultati davvero sorprendenti. Eppure, in questo nostro progredire, abbiamo perso la cosa più importante: il contatto con il nostro pianeta e quella sensibilità fondamentale per poter vivere in armonia con esso. Come scriveva Goethe, siamo ormai “stranieri” e “avvolti” in una natura che non sappiamo comprendere né tanto meno controllare. Nonostante tutti i nostri progessi, “non abbiamo su di lei nessun potere”, le calamità naturali che così facilmente spazzano via tutto quello che siamo in grado di costruire sono solo l’esempio più eclatante di questa scomoda verità. Alla fine è ancora la Natura a controllare e dominare le nostre vite, e non viceversa.

Posti di fronte a questa realtà, non dovremmo magari iniziare a chiederci se esiste un’altra via, un altro modo di convivere con la forza distruttrice e creatrice di cui noi stessi siamo parte? Forse è giunto il momento di iniziare a pensare in maniera diversa, non solo per risolvere i problemi ormai inevitabili che dobbiamo affrontare fin da ora, ma anche per dar vita a una nuova mentalità che ci permetta di recuperare l’equilibrio e il contatto perduti. L’obbiettivo non deve essere più il controllo, ma il saper ascoltare quello che la natura ci dice e tentare di carpire quel “segreto” che nascondono le sue continue parole.

IL FILO DI ARIADNE

“Dobbiamo chiederci chi è un clandestino, uno che non ha il permesso di soggiornare in un paese. È una persona senza futuro perché non ha un’identità da rivendicare. Diventa una presenza illegale, illegittima. È qui, ma al tempo stesso non è qui. Vive su una soglia. È una ‘non persona’.”
(Nadime Gordimer)

Questo mese di ottobre è stato ricco di notizie, conflitti e tentativi di cambiamento. Da un lato abbiamo il mondo della politica, italiana ed internazionale, che ancora si arrovella intorno ai soliti problemi, scandali e questioni; dall’altro abbiamo le tragiche, quotidiane conseguenze di una crisi economica ma anche sociale e individuale che ogni giorno colpisce un numero sempre maggiore di persone. Ma in particolare un avvenimento ha segnato questi giorni, un evento che purtroppo riporta alla mente molti altri episodi simili: la tragedia di Lampedusa. Per questo motivo ho deciso di dedicare la riflessione di questo mese all’immigrazione e alle persone che per un motivo o per l’altro, in qualche modo costrette o di propria volontà, lasciano il loro paese d’origine per compiere un viaggio verso l’ignoto.

Tante parole sono state spese su questa tragica vicenda, forse troppe, quando sarebbe stato il caso di rispettare in silenzio il dolore dei sopravvissuti e di ascoltare le storie di chi ha perso la vita cercando la salvezza da una realtà che spesso non lascia altra scelta. Abbandonare la propria patria non è mai una scelta facile, soprattutto se non si è sicuri del fatto che ci si potrà tornare. Per quante difficoltà ci possa riservare, essa resta sempre la nostra casa, il luogo che ha dato origine alle nostre aspirazioni e alle nostre speranze, insomma a quello che siamo come individui. Andarsene vuol dire perdere un’ “identità da rivendicare” e doversi ricostruire da capo. Eppure queste persone lo fanno, partono, spinte dal sogno di una vita migliore, in cui possano sentirsi liberi di aspirare al rispetto e alla serenità. In questo non sono diverse da noi. È forse nella nostra stessa natura di esseri umani questo essere costantemente all’inseguimento di un sogno, che guida i nostri passi e che spesso ci porta lontani dal punto da cui siamo partiti.

Forse è giunto il momento di provare a pensare a che cosa si nasconde dietro la parola “immigrato”, “clandestino”, come ci chiede questa citazione di Gordimer. Dobbiamo imparare a riconoscere nelle persone che vengono nel nostro paese e in quelli vicini, come noi abbiamo fatto prima di loro, quella stessa tensione e quella stessa aspirazione che guida ciascuno di noi verso i propri ideali, verso i propri obiettivi. Se ci rendiamo conto di questo allora non possiamo più permetterci di indicarli come “presenze illegittime”, di lasciarli su quella “soglia” su cui sono troppo spesso costretti a vivere.