Opacità digitale

Il mio impiego principale ultimamente consisite nel tenere dei corsi di creatività digitale, che coinvolgono bambini dagli otto ai dodici anni ai quali vengono mostrati strumenti digitali e fisici per esprimere la loro creatività. Robot costruiti ed istruiti utilizzando LEGO, videogiochi, cose così. Quando racconto ai miei amici quello che faccio mi muovono quasi sempre una di queste due critiche: la prima è che i bambini sono troppo piccoli per capire cose complesse come robotica e programmazione, e la seconda è che i bambini d’oggi sono già troppo in gamba con la tecnologia, e non hanno bisogno di stare più tempo davanti a degli schermi. Entrambe le critiche non sono corrette, nonostante siano forse una l’opposto dell’altra.

Partiamo dalla prima: i bambini non possono capire cose complesse come robotica e programmazione. Spesso questa è la critica di chi non conosce l’argomento robotica (come nel mio caso, prima di documentarmi per questi corsi) o l’argomento programmazione. Chiunque stia a lezione per mezzoretta lo capirebbe: i bambini hanno più potenziale di noi insegnanti a fare queste cose. Ci sono bambini che fanno fatica a comprendere determinati concetti, magari i più tecnici o i più mnemonici, non c’è dubbio, ma stiamo parlando di creatività digitale. È questo il fattore principale che serve a muovere gli ingranaggi del prodotto finito, tutto il resto è contorno. Noi gli forniamo gli strumenti e loro scelgono come usarli. È sostanzialmente come dare i chiodini ad un bambino, e dirgli di infilare i chiodini colorati sulla tavola, la differenza è che usiamo uno strumento molto più potente.

Passiamo quindi alla seconda critica: i bambini di oggi sono già troppo in gamba e non hanno bisogno di usare questo strumento più di così. Questa critica, se presa sul serio, è addirittura dannosa. I ragazzini non sono per nulla in gamba con la tecnologia. La usano tanto, tutto qua: quando usi spesso una cosa ti ci raccapezzi prima o poi, ma non la padroneggerai mai se non ti ci impegni, o se non ti aiuta qualcuno. Leggendo questo rapporto dell’università Bicocca sull’uso dei nuovi media tra i giovani ho letto cose ovvie: tutto si sposta sul portatile e sui telefoni e i più giovani hanno sempre più accesso ad Internet. Ho deciso quindi di porre io stesso alcune domande ai bambini, come, per esempio, “Chi di voi non va abitualmente su Internet”? Mi sono stupito della risposta: tante mani alzate. Quindi chiedo a loro cosa facciano con computer e telefoni: c’è chi va su Facebook, c’è chi guarda Youtube … Alla fine della fiera, tutti andavano su Internet, e la maggior parte non lo sapeva.

In informatica esiste un concetto che si chiama trasparenza. Qualcosa è trasparente se nasconde a chi lo usa tutto ciò di complicato e, per lui, inutile. Una macchina da scrivere non è trasparente, il suo meccanismo è cristallino e bene in vista. Google è trasparente, perchè all’utente traspare quest’idea di interazione con qualcosa che ti capisce, ma non ti mostra come è arrivato al risultato di una ricerca. Quindi sì, è l’esatto contrario di quello che si intende con trasparenza in ambito politico e sociale. Non so perchè abbiano scelto questo termine.

Internet è estremamente trasparente. Internet sembra qualcosa di concettuale ed etereo, ma è una rete di computer e dispositivi fisici, che comprende quello con cui stai leggendo questo articolo. Usare una scatola chiusa senza sapere nulla del suo funzionamento è pericoloso. Internet, essendo particolarmente potente, è particolarmente pericoloso. “Sei il milionesimo visitatore!” “Inserisci qui i tuoi dati fiscali e vincerai un iPad!” … Penso che sia chiaro che se una persona sa come funziona un oggetto lo può usare in maggior sicurezza.

Quindi qual è la soluzione a questo problema, i ragazzini che strausano le tecnologie senza conoscerne i rischi? Vietarne l’accesso in toto o in parte! Il proibizionismo ha sempre funzionato, vero? La soluzione è, ovviamente, informare gli utenti dei rischi, insegnandogli come funzionano le tecnologie. Il problema è che pariliamo di bambini, come possiamo fargli apprendere concetti complessi ma divertendosi, facendo e usando ciò che gli piace? Se solo esistesse un modo …

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Viaggio verso l’Integrazione

Venerdì 15 Aprile, a Sotto il monte, il nostro gruppo ha organizzato questo evento, Viaggio verso l’Integrazione.


 

Questo evento è nato con l’idea di sensibilizzare e sfatare l’opinione pubblica sulla situazione dei migranti che arrivano in Italia. Come gruppo GD Calusco abbiamo deciso di andare a trovare Donatella ed Emanuele che da poco più di un anno hanno deciso di cambiare vita e da Bergamo si sono trasferiti in Val Masino per ospitare rifugiati richiedenti asilo politico in Italia. Nella giornata trascorsa con loro, abbiamo raccolto del materiale video che racconta le esperienze delle due persone che fanno questo lavoro, ma anche di alcune delle 18 persone che accolgono alla loro struttura. Durante la serata mostreremo, quindi, un filmato che raccoglie l’esperienza vissuta da Emanuele e Donatella, il loro racconto delle difficoltà che quotidianamente devono affrontare e le gioie che questo lavoro offre loro. Un secondo filmato, che verrà proiettato nel proseguo della serata, racconta invece le esperienze che i rifugiati accolti in Val Masino hanno vissuto, la loro partenza, il viaggio e le motivazioni delle loro scelte.

Interverranno il parlamentare PD Giuseppe Guerini e l’europarlamentare PD Antonio Panzeri per discutere della situazione politica nazionale e continentale. Interverranno inoltre Andrea Dagna del gruppo Emergency Lecco e Bruino Goisis, presidente della cooperativa Ruah, che racconteranno la loro esperienza sul campo.

Ci sarà inoltre un piccolo mercatino libri ad offerta libera, il cui profitto sarà devoluto al gruppo Emergency.

Parlano di noi BergamoNews e Il Giornale di Merate

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Vi aspettiamo numerosi!

UN MONUMENTALE ILLUMINISTA A POCHI PASSI DA BERGAMO. Ad Ornago la tomba di Pietro Verri, protagonista lombardo del secolo dei Lumi

Che Pietro Verri sia stato un importante filosofo e economista italiano lo sanno in molti, così come in molti sanno che è stato uno dei protagonisti dell’Illuminismo milanese. Ma che il Conte sia sepolto in una piccola cappella funebre a neanche mezz’ora di auto da Bergamo, vista la solitudine che la circonda, ne sono a conoscenza davvero in pochi.

Per chi non lo sapesse, infatti, le spoglie dello scrittore milanese riposano ormai da due secoli presso il comune di Ornago (MB), dove viveva con la famiglia lontano dal padre Gabriele e dalla frenesia della città. Qui, oltre ad acquistare vari terreni, decise di costruire accanto al Santuario del piccolo paese brianzolo una cappella funebre, dimostrando chiaramente al padre che mai il suo corpo avrebbe riposato nella tomba dei suoi avi. Si narra inoltre che, sempre contro la volontà del padre, decise di trasferire da Biassono ad Ornago la salma della prima moglie Maria Castiglioni. Una storia che ha dell’incredibile con Pietro Verri che una notte, accompagnato dalla seconda moglie Vincenzina Melzi e da un servitore di fiducia, trafugò la bara della prima moglie portandola nella sua cappella funebre, dove seppellì anche il figlioletto Alessandro, morto giovanissimo.

Il filosofo illuminista li raggiunse nel 1797 dopo che un attacco cardiaco lo sorprese mentre stava tenendo un comizio al Comune di Milano. Lo seguirono negli anni anche la moglie Vincenzina, il figlio Gabriele e la nuora Giustina Borromeo che tutt’ora riposano insieme al Conte.

La cappella, donata nel 1935 dalla famiglia Verri alla Curia di Milano e restaurata solo nel 1999 grazie all’intervento del Comune e della Fondazione Cariplo, oggi si presenta ai curiosi in tutto il suo antico splendore. Oltre ai busti in gesso che rappresentano i componenti della famiglia, è possibile ammirare sulla parete di fondo un affresco di Francesco Corneliani che rappresenta un figliuol prodigo che torna dal padre.

Un piccolo tesoro a pochi passi dalla bergamasca dunque, che accoglie al suo interno le spoglie di uno dei più importanti intellettuali del ‘700 e che fece di Milano la capitale dell’Illuminismo italiano. Un monumentale tributo che vale la pena di andare a visitare.

Lino

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CAOS DENTRO: Primo Levi e il compito impossibile della memoria

 Anche quest’anno si celebra il «Giorno della memoria». Anche quest‘anno la tragedia della Shoah viene ricordata con letture, eventi, editoriali e gite d‘istruzione nei luoghi dove avvennero i massacri. In tutte queste manifestazioni si insinuano, in maniera silenziosa ma ben avvertibile, le riserve e le perplessità di coloro i quali prendono parte alle celebrazioni, combattuti tra la necessità di ricordare fattasi rito e l‘imbarazzo circa il modo più „autentico“ per rendere giustizia al nefasto anniversario. E questo imbarazzo è inevitabile soprattutto per le generazioni nate dopo la guerra, che magari hanno incontrato testimoni, ascoltato o letto le storie dei sopravvissuti al massacro, ma che si sentono ormai lontane dai fatti della guerra e dalle torture subite dagli ebrei in quegli anni.

Per loro, cioè per noi, ha scritto Primo Levi, fortunato (è lui stesso a sottolinearlo più volte) superstite di Auschwitz e testimone della vita nel Lager. La sua scrittura è sin dal principio scrittura di memoria: in primo luogo per tutte le vittime per cui ha voluto scavare un ultimo giaciglio nel bianco delle sue pagine (penso subito al bambino Hurbinek de La tregua, ma come dimenticare Alberto, l‘amico fraterno che non riesce a salvarsi prima della liberazione del campo da parte dei russi): per tutte quelle vittime senza volto o senza nome che sono scomparse nella storia senza lasciare traccia, cui Primo Levi dedica piccole memorie – il nome, l‘aspetto, la storia – perchè almeno il lettore possa ricordarne in silenzio la morte. È scrittura di memoria lo è anche perchè si rivolge a noi, coloro che il campo non lo hanno mai visto e che la guerra non la hanno mai vissuta, perchè possiamo ricordare quello che è successo in Europa in un tempo relativamente recente. Ma come possiamo ricordare qualcosa che non abbiamo vissuto e che tocca le nostre esistenze solo sporadicamente (diciamo, almeno un giorno all‘anno)? E in che modo celebrare questa memoria di cui non abbiamo ricordo, senza cadere nella smanceria insulsa, nel proclame fasullo, nell‘affettazione persino un po‘ ruffiana?

È Primo Levi a suggerircelo in un passaggio della spoglia poesia con cui inizia Se questo è un uomo: «scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi, alzandovi». Sono parole di scandalo da scrivere nel cuore, vale a dire da ricordare (l‘etimologia latina è: recordari). E il ricordo ha in questi versi una relazione con la deambulazione, con l‘equilibrio della nostra condizione bipede: dobbiamo ricordare stando in casa, ricordare andando per via, ricordare quando ci corichiamo, ricordare quando ci alziamo. Il ricordo condiziona il nostro andare equilibrato e minaccia la nostra direzione perchè è un ricordo impossibile, irriducibile che impedisce i nostri passi e ci fa inciampare. Come le Stolpersteine collocate da Gunter Demnig in tutta europa, il ricordo ci impone un altro modo di andare, più incerto, meno disinvolto e più attento. Attento verso la storia e l‘attualità, attento al nostro impegno politico nella società ed in guardia contro ogni nuova forma di violenza e di discriminazione.

Come la violenza muta le sue forme e si rende irriconoscibile, così anche l‘antisemitismo ha forme nuove che vanno individuata e combattute. Anche oggi 27 gennaio 2016, gli ebrei stanno scappando da un‘Europa sempre meno ospitale e sempre più paranoica verso le religioni che vengono percepite come nemiche: che gli arabi siano terroristi e gli ebrei una cricca di banchieri che si spartiscono il potere (e tutti i ridicoli aneddoti annessi a questo pregiudizio, come quello odioso secondo cui non sarebbero morti ebrei nella strage delle torri gemelle) sono solo le nuove forme della stessa psicosi falsa e disumana che fece così tanti morti nel mondo nella prima parte del secolo scorso. Che il ricordo di quello che successe ci tenga vigili contro queste nuove forme di violenza e prevaricazione, è quello che ci impone Primo Levi con la sua testimonianza.

A cura del nostro amico Pietro

CAOS DENTRO: Mi sarebbe piaciuto scrivere libri

E invece sto facendo il programmatore. La mia attuale aspirazione è diventare programmatore di videogiochi. E cosa c’entra ciò con scrivere dei libri, penserai? Più di quello che si possa immaginare. Ma partiamo dall’inizio.

Ai tempi delle medie, dato che prima di quell’epoca non ricordo, scrivevo molto. Il mio obiettivo era trasmettere qualcosa, e il mezzo di comunicazione che mi sembrava più consono era la scrittura. Scrivevo per lo più racconti con elementi buffi “per far ridere”. Non facevano ridere per niente, oltre che ad essere scritti molto male ed in modo sconclusionato. Non passò molto tempo prima che io scoprissi che, come tutti gli esseri umani, avevo un’abilità incredibile: disegnare! Ed eccomi quindi riscoperto aspirante fumettista,  rivelando una nuova forma di comunicazione per esprimere quella che supponevo essere la mia creatività. Purtroppo anche io, come il critico Anton Ego, mal interpretai il motto “chiunque può disegnare”: infatti non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque. E dato che oggi riguardando i miei fumetti di dieci anni fa avrei un desiderio di riscaldarmi con quella carta-straccia buttandola nel camino, direi che non ero quel chiunque.

Il mio tentativo successivo furono i video. Sempre nel giusto spirito del voler trasmettere, e l’unica cosa che al tempo volevo trasmettere era l’allegria, tentai la strada del comico. Grazie al cielo smisi subito, ma questi tre tentativi iniziarono a farmi capire qualcosa che solo molti anni dopo compresi completamente: è molto più potente – e complessa – la libertà espressiva della capacità espressiva. Questi sono due termini che sto inventando al momento e, per quanto io sia abbastanza sicuro ne esistano di migliori, continuerò ad usare questi. In parole più umane: la scrittura ha una libertà espressiva infinita, puoi scrivere tutto ciò che puoi pensare e, se sei fortunato, anche quello che non riesci nemmeno ad immaginare! Riguardo alla capacità espressiva invece non è superiore ai miei successivi tentativi, in quanto, anche considerato la presenza delle forme retoriche e una miriade di strumenti a disposizione della scrittura, la possibilità di accompagnare un racconto con uno strumento potente come le immagini rende il tutto infinitamente più fruibile, come in un fumetto. Purtroppo però questa possibilità riduce la libertà espressiva: non puoi disegnare ogni cosa che pensi, o meglio, è decisamente più complesso. Il passo successivo è, appunto il video: capacità espressiva alta, cioè tanti strumenti a disposizione (comparto audio, immagini, movimento …), ma libertà espressiva bassa.

Ed ecco che passiamo al mio più recente tentativo di comunicazione con il mondo: la programmazione di videogiochi, il mezzo comunicativo con, a mio parere, la capacità espressiva più ampia mai creato (audio, video, movimento, interazione), ma con una bassa libertà.

Ecco perché sono passato a questo mondo: è più … semplice, in qualche modo. Per riuscire ad esprimere un concetto con un racconto, senza ulteriori mezzi, devi essere proprio bravo. Ne volete una prova? Questo sproloquio di quattrocento parole non è sufficiente prova del fatto che non so scrivere? L’importante per me è non perdere di vista l’obbiettivo iniziale: non ho mai smesso di scrivere e, per quanto sembri irrealistico, scrivevo molto peggio di così prima.

Fosco Corazza

Colgo l’occasione per ricordare che, per iniziare a scrivere, l’aiuto migliore che puoi darti è leggere, giusto? Allora perché non fai un salto Domenica 6 Dicembre alla Sede PD Calusco (Via Vittorio Emanuele 277/281) al progetto Calusco Cultura, un mercatino di libri usati ad offerta libera? Tutto il ricavato verrà donato all’associazione umanitaria Emergency! Riproporremo il mercatino ogni prima Domenica del mese!

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CAOS DENTRO: NOMUOS

Tagliare – contro la legge – le reti. Fino a quando – per legge – non ve ne potranno più essere.
La disobbedienza civile come pegno per cambiare quanto la legge permette di usare ed abusare. Questa è la filosofia del movimento No MUOS. In quasi dieci anni ne sono stati dati molti, di pegni, da parte del movimento: meno – purtroppo – sono state le ricompense da parte di una giustizia che troppe volte ha dimostrato, fino a pochi giorni fa, di essere più uno strumento politico che un ideale da far rispettare.
Per comprendere il quadro odierno, è necessario fare più di un passo indietro.
Agosto 2006. Il Ministero della Difesa approva, per la prima volta, che si concretizzi con la sua componente in terra italiana il progetto MUOS. Un sistema di comunicazioni satellitari che ha il compito di incrementare l’organizzazione strategiche delle forze militari statunitensi. Che ha la necessità di appoggiarsi su quattro angoli di terra disparatissimi tra loro – Hawaii, Virginia, Australia e, come fosse colonia, la Sicilia. Ma che ha una potenza di emissione di onde elettromagnetiche – benissimo conosciuta dal comando statunitense – da forzare, nel giro di un mese e mezzo, a spostare la sede presunta delle antenne da Sigonella (base aeroportuale storica nel Catanese) a un non ben identificato posto nelle campagne siciliane, a debita distanza dagli ordigni esplosivi depositati nella base che sarebbero a rischio detonazione. La scelta – alquanto ombreggiata – ricade su una contrada vicino Niscemi, un paese di 28.000 abitanti in provincia di Caltanissetta. Per ragioni di sicurezza e di ridotta densità abitativa, viene detto. Niscemi è in effetti una cittadina isolata, a decine di chilometri dal centro più vicino, in un entroterra siciliano che di certo è l’ultimo dei problemi di un apparato militare statunitense che ingrana marcia su marcia. Il ragionamento è abbastanza chiaro: spostarsi in una zona “fantasma”, poco abitata, dove l’individuo medio – per una strana deformazione mentale tutta siciliana – pensa al suo orticello e a poco altro, è quanto di più conveniente per evitare clamore e risentimenti.
Basterebbe una breve riflessione sulla scelta del luogo per comprendere come non è solo noncuranza, spesso, quella messa in atto dal sistema politico statunitense; è lecito pensare ad un dolo che aggrava ancor più il quadro delle responsabilità.
Le perplessità sul progetto Muos si palesano molto lentamente. Per i motivi sociali di cui dicevo sopra, probabilmente. Ma di certo anche per un’astuta linea di omissione portata avanti dalla politica nazionale e regionale, oltremodo assecondante . Ci vorranno infatti due anni e mezzo, per quel febbraio 2009 che vede la nascita del primo comitato cittadino No Muos. Ci vorranno altri tre anni per quell’autunno 2012 che è la vera miccia del malcontento civico. Del quale gli organi del comune di Niscemi, con coraggio, si fanno carico con ricorsi e delibere.
Nel mezzo tanti loschi affari. Coperture, mistificazioni. A partire dal controverso rapporto dell’Università di Palermo – datato febbraio 2011 –sulla regolarità ambientale delle installazioni. Passando per annullamenti di sequestro della base, per lavori che proseguono anche a fronte dei sigilli imposti dai vari ordini della giustizia amministrativa. Per arrivare alla inquietante revoca delle revoche del luglio 2013, ordinata dal governatore Crocetta sebbene pochi giorni prima il Tar di Palermo avesse, secondo regolare criterio, respinto il ricorso del Ministero della Difesa alla revoca delle autorizzazioni.
Muovendoci in avanti di quasi due anni, ritroviamo come la tattica del ricorso ritorna a spron battuto e senza alcuna remora a marzo 2015. Quando, dopo la sentenza del Tar di Palermo che ordinava il blocco dei lavori in contrada Ulmo poiché abusivi, il Ministero della Difesa ancora una volta si appella per mettere in discussione quanto perizie scientifiche e analisi giuridiche vorrebbero dimostrare. E purtroppo, ancora una volta, sembra riuscire nell’intento di elusione: ad oggi, con la sentenza del CGA del 3 settembre si attende una nuova – discutibilissima – che un organo collegiale composto, per i tre quinti, da Ministri della Repubblica che non possono essere considerati scevri da influenze rispetto a quel Ministro della Difesa il cui ricorso ha determinato il prodursi di questa sentenza stessa. Non è passata inosservata, la contraddittorietà di questo provvedimento. E in data 22 settembre i legali NO MUOS hanno presentato ricorso alla sentenza suddetta, in attesa della verifica che si attende comunque per la metà di dicembre.
Questa breve cronistoria serve a porre le evidenze per cosa? La sacrosanta ragion d’essere del movimento No Muos. Essa si fonda sull’opposizione a tre punti fondamentali. 1. La politica di militarizzazione incarnata da un sistema bellico di tale portata, per cui qualsiasi proposito di pacifismo viene bellamente stralciato 2. Il vilipendio ad un patrimonio ambientale sotto l’egida di un’area protetta riconosciuta legalmente 3. Il potenziale danno agli abitanti del luogo – diretto, se si considerano le radiazioni elettromagnetiche (accertato da numerose perizie, l’ultima e più completa è quella del prof. D’Amore dell’università della Sapienza) che le antenne NRTF sono in grado di emettere, indiretto se si pensa all’obiettivo che il Muos potrebbe rappresentare per la Sicilia e l’Italia intera in eventuali scenari bellici non scongiurabili in eterno.
Torniamo adesso a riprendere la breve frase d’apertura. Avendo adesso più chiare le basi di quella che è la doppia via di azione del movimento. Il mezzo giudiziario, attestazione della legalità con la quale gli attivisti portano avanti la loro battaglia – e ripetuti sono stati i successi ottenuti dallo staff di avvocati; imprescindibile da quello popolare, dal basso, con le sue azioni dimostrative pulsanti di una rabbia che spesso è l’unica reazione possibile verso l’illegittimità dell’opera e verso l’asservimento che si cela dietro ogni nuova scorciatoia giuridica prontamente tirata fuori ad hoc.
Movimento che – dobbiamo dirlo – ha ad oggi un minore rilievo (perlomeno mediatico) del NO TAV; per quanto siano forse di diverso peso i tornaconti economici in gioco, le ragioni etiche, ambientali e di salute che muovono il NO MUOS non possono e non potranno mai essere ridotte ad un problema di secondo piano.

CAOS DENTRO: Cosa danno stasera su Caos Dentro?

Quante volte vi è capitato di porvi o sentire la domanda “cosa fanno stasera?” riferita al cinema, al teatro o alla televisione? Qualche anno fa, invece, si usava l’espressione “cosa danno” per cercare di capire quali spettacoli, film o comizi sarebbero stati presentati al pomeriggio o alla sera.

Ogni parola racchiude un significato, e sostituire semplicemente una lettera, come in questo caso una “d” con una “f”, porta ad uno stravolgimento del suo senso. Il verbo fare, oggi di largo uso, implica un distacco tra chi “fa” e quindi “recita” e chi è spettatore, che guarda distaccato, mentre, il verbo dare amplia notevolmente i ruoli di artista e spettatore. La semplice frase “cosa danno stasera a teatro” implica che gli attori in scena inizino a recitare in quanto portatori di un bagaglio da trasmettere e quindi offrano un’esperienza agli spettatori. Questi, che assistono all’opera o allo spettacolo, ricevono un’offerta da parte degli organizzatori dell’evento e ognuno di loro torna a casa con qualcosa in più che gli è stato, appunto, donato. Ovviamente non si tratta di un dono materiale, di un bene che ci riempie la pancia, ma di un qualcosa che favorisce la formazione della nostra cultura.

Guardando sul dizionario alla voce cultura, è possibile individuare la definizione “complesso di nozioni che contribuiscono a plasmare il carattere e ad affinare le attitudini cognitive di un individuo”. La cultura è quindi una cosa personale, non esiste una cultura globale o comunitaria che si coltiva da quando si è piccoli. Inizialmente quella dei neonati si compone solo delle esperienze sensoriali più elementari, le emozioni che si provano quando si ha fame o si prova malessere. Crescendo si ha una formazione culturale che deriva dalle abitudini e dagli insegnamenti forniti inizialmente dai genitori, dalla famiglia e, successivamente, dagli educatori che ogni persona incontra durante il proprio percorso formativo.

Questo percorso non deve interrompersi alle sole conoscenze ed informazioni che vengono trasmesse, ma ogni persona deve, da ogni esperienza che vive, saper cogliere informazioni che consentano la costruzione di un proprio punto di vista. Il pensiero, come la cultura, deve poter essere individuale e personale. Ogni persona deve essere libera di esprimere il proprio e non deve assolutamente assorbirne uno che non le appartiene, solo perché imposto dalle abitudini e dalle tradizioni, familiari e comunitarie. È innegabile che esse siano alla base della formazione del pensiero, ma questo diventa maturo solo nel momento in cui insegue la propria via, autonoma ed unica.

“Pensiero” è una parola semplice, ma oggi giorno viene spesso interpretata con accezione negativa. Quante volte le persone proferiscono la frase “non pensare” oppure “non devi pensarci”, quasi a voler dare una sfumatura legata a “paura” o “malignità” a questa bellissima parola.

Ricordiamoci che fino a qualche secolo fa, nel periodo di massimo sviluppo di Firenze, sotto la casata dei Medici, erano molto floride le scuole di pensiero, nelle quali si formavano degli individui pensanti, e le varie scuole, pur possedendo idee molto diverse tra loro, si rispettavano e si ammiravano l’un l’altra.

Ogni volta che sarà programmata l’uscita di un nuovo articolo di CAOS DENTRO, attendiamola con stupore, con entusiasmo, con trepidante attesa e chiedendoci “cosa DANNO stasera su Caos?”. Leggiamolo, apriamo la mente, e soprattutto PENSIAMO e facciamo cultura, la NOSTRA CULTURA. Non dimentichiamo che ogni esperienza fornisce nuovi spunti per favorire l’uso della nostra mente e, soprattutto, che sarà di fronte alle difficoltà che sarà possibile accrescere il nostro pensiero e vedere chi sarà in grado di pensare e trovare una soluzione efficace.

Siate curiosi e attraverso la curiosità accrescete la vostra cultura… anche con CAOS DENTRO!

Simone