CAOS DENTRO: CON L’ACQUA ALLA GOLA

In questi giorni i riflettori sono doverosamente dirottati sulla vetrina internazionale che ha l’arduo compito di tentare di risollevare l’opinione pubblica estera rispetto all’immagine che l’Italia dà di sé. Incalzanti sono i ritmi con cui si sono portati avanti i lavori negli ultimi mesi, emblema questo di quanto incalzanti siano i ritmi con cui inseguiamo la nostra vita senza riuscire sempre a stare al passo con lei. Ci si riduce sempre all’ultimo, si aspetta che sia troppo tardi per meditare su cosa si sarebbe potuto fare, il senno di poi non desta sensi di colpa ma fa emettere sentenze a non finire. Ci sono questioni che, però, seppur altrettanto incalzanti, si cerca di oscurare dai riflettori, perché si sa, la polvere bisogna nasconderla sotto al tappeto. La frenesia che ci attanaglia non dipende solo dalla combinazione delle tante variabili personali, tanti altri problemi collettivi ci assillano, o quantomeno dovrebbero, semplicemente per il loro essere perennemente irrisolti. Il problema focale del nostro secolo è chiaramente quello dell’immigrazione ed è tale tanto per noi che per gli stessi migranti. Se ne parla quando non si hanno argomenti migliori sui quali disquisire, quando i numeri sono allarmanti, quando si ha il bisogno di scaricare la frustrazione sul capro espiatorio di turno.

Saper individuare il problema senza essere propositivi sulle risoluzioni o ipotizzandone di surreali è abitudine diffusa, forse è per questo che, a oggi, assistiamo impotenti alla crescita esponenziale delle vittime che questo fenomeno sta mietendo. Vittime che sono al tempo stesso artefici del loro destino. Artefici passivi, attori mossi dalle circostanze e dai trafficanti, non di certo dalla loro personale iniziativa. Estrema povertà, guerra, morte e distruzione sono i motivi per i quali si salpa dalle coste, libiche e non solo, su gommoni fatiscenti, consapevoli del fatto che giungere sani e salvi sull’altra sponda è solo una delle tante fini che si possono fare, la migliore delle tante ipotesi, ma il rischio lo si corre perché non si ha molto da perdere. Sfido chiunque a dire che in situazioni tanto estreme non verrebbe spinto dalla stessa voglia di fuga. Non ci si sveglia una bella mattina pensando di andare in gita in Europa, ma per anni si lavora cercando di racimolare un gruzzolo non indifferente e tutto non per portarselo oltre il Mediterraneo o potersi permettere la prima classe, ma semplicemente un viaggio su un gommone stipato e malridotto.  È un viaggio di fortuna: quella di riuscire a imbarcarsi, fortuna nell’arrivare a destinazione, fortuna nell’arrivarci vivi…ma tutta questa fortuna poi non credo appartenga loro né prima, né durante né tantomeno dopo il viaggio, qualora un “dopo” ci sia.

Quando si è costretti a scappare il margine di scelta è molto risicato, si è in cerca di salvezza, nient’altro ha importanza. A tutti quelli che credono che “i clandestini stiano invadendo l’Italia” e si chiedono perché non vadano in altri Stati, la mia risposta è prima di tutto geografica e, in secondo luogo, relativa alla tempistica. Geograficamente parlando l’Italia è il ponte verso l’Europa, primo approdo per i naufraghi e passaggio obbligato per i tanti che non si stanzieranno nelle nostre terre, ma sperano di riuscire a raggiungere il Nord Europa. A livello di tempistiche, invece, rispondo che evidentemente l’Italia non è provvista di tutte le misure necessarie per assorbire questi ingenti flussi migratori e per certo tali misure saranno da condividere con enti sovranazionali come l’Unione Europea e l’ONU, visto che di emergenza umanitaria si tratta, ma le cure e le strutture per accogliere e soccorrere le ondate di persone in balia del mare spettano in primis all’Italia. Non si può fingere di non capire che il problema non va aggirato, ma affrontato e che il primo passo è offrire assistenza e cure, che la priorità è salvare vite.

Molti italiani in America hanno avuto l’opportunità di rifarsi una vita. Oggi non si chiede solo il rimpatrio, ma si dice proprio che bisognerebbe fare in modo di bloccare le partenze. Ora, questo significherebbe dire loro di arrangiarsi e morire a casa loro piuttosto che venire a occupare i nostri spazi.

Non si pensa mai che spesso i problemi vadano risolti alla fonte, che se si cercasse di arginare e sedare i conflitti, risolvendo questa che è una questione mondiale, nessuno più sarebbe costretto a lasciare la propria terra natia. Non è un’utopia, ma qualcosa di raggiungibile con il tempo. Fino ad allora però non ci si può barricare dietro il disinteresse.

Si sta già facendo molto, ma non basta. Soli non ce la possiamo fare e abbiamo bisogno di organismi e enti sovranazionali. Queste sono certezze, dati di fatto e non vengono messi in discussione. Anche chi oggi finge di non vedere presto o tardi dovrà farsi avanti. Quello che penso sia intollerabile è credere che aiutare gli altri vada a nostro discapito. Poi certo, constato che nemmeno fra di noi la solidarietà è comune, perciò mi spiego con amarezza perché non si sia solidali con i tanto “temuti stranieri”. Si pensa che siano loro a rubarci il lavoro, quando invece provvedono solo a portare avanti quelli più denigranti che mai e poi mai un ragazzo italiano si “abbasserebbe a fare”. Basta che qualcuno provenga da un paese arabo e lo si etichetta come clandestino, questa è la grande ignoranza di cui si dà ampio sfoggio. Settant’anni fa qualcun altro discriminava i non ariani, non dimentichiamolo. Gli immigrati sono anche quelli provenienti da ogni altra parte del mondo, ma se dotati di portafoglio pieno allora non sono poi tanto “temuti stranieri”. Se il distinguo sono i documenti di cui i clandestini sono sprovvisti, allora perché non dotarli di nuovi? La mancanza di documento è simbolo del fatto che loro un’identità non ce l’hanno, sperano di potersela costruire, di riuscire a ripartire.emigranti-20italianik

Tra ieri e oggi ci si ostina a mettere tanti paletti, ma di differenze io ne vedo ben poche. Vedo uomini e donne, giovani e anziani, bambini esausti e spaventati, persone ammassate come fossero cose. Vedo smarrimento e insicurezza.

Trovo disdicevoli le insinuazioni riguardo al fatto che si dovrebbero adottare rimedi drastici contro i profughi, specie se da parte di ragazzi, proprio da parte di quelle nuove generazioni che dovrebbero sostenere gli aiuti umanitari. Ho visto esempi di alcuni giovani che offrono aiuto, ma molti di più sono gli esempi di quelli che pensano che in fondo i morti al largo siano un problema in meno all’interno delle nostre frontiere.

La disumanità sta nel ridursi quasi a non sentirsi più uomini perché sporchi, affamati, assetati, feriti, senza casa, senza famiglia, privati della dignità oppure nel rifiutarsi di vedere il bisogno negli occhi di chi è uomo come noi?

Ho iniziato facendo riferimento all’Expo e chiudo dicendo che confido nel fatto che se ne valorizzi la portata culturale. Spero che i tanti che visiteranno i padiglioni riusciranno ad andare oltre le valutazioni pro e contro l’organizzazione dell’evento e che faranno proprie alcune considerazioni. Culture diverse non sono sbagliate. Usanze che noi troviamo originali hanno significati precisi nei contesti originari. Voler avvicinarsi ad altre culture non va di pari passo con il voler rinnegare la propria, ma anzi mira a farle dialogare. Questo è il gradino che molti non riescono a superare, questa è la sfida del nostro secolo.

Elisa

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CAOS DENTRO: UN CIAO AL GRAZIE

Silenzio. Occhi perplessi e labbra impercettibilmente inarcate in un sorriso misto di disorientamento e titubanza.

Potrebbe sembrare la descrizione delle reazioni di fronte a qualcosa di inopportuno, ma anche di qualcosa di inaspettato; è così, infatti, che spesso si reagisce dinanzi a un “Grazie” o a un “Per favore”. Certe forme di deferenza sono ormai fuori moda, quasi quanto il termine galateo, questo sconosciuto. Ovunque si vada ci si mostra padroni di ciò che non si possiede.

Viviamo nella civiltà dell’ostentazione.

Ostentazione di ciò che si dice, si fa e non si pensa. Lascia sopresi l’educazione in quanto rara, mentre la maleducazione viene sempre più avvertita come norma, un simbolo di status. Sociologicamente parlando il saluto è visto come atto del riconoscere l’altro, conferirgli la caratteristica dell’esserci e venire preso in considerazione. Se riflettiamo un attimo su questo rapportato al fatto che ci si saluti sempre meno, che il semplice “ciao” costi spesso fatica (per non parlare dei saluti più formali) a meno che non ci si trovi in situazioni che lo impongano, è semplice capire come più la società progredisce, più il rispetto per il singolo regredisce. Si è sempre più guardinghi dal dare un’occhiata a una persona una volta di troppo, sempre più imbarazzati dal semplice dover chiedere un’informazione e, di contro, si fraintende sempre di più la gentilezza per altro.

Riconoscere certe mancanze non è essere “bacchettoni” ma semplicemente cercare di alimentare quel poco di pudore che resta nelle nuove generazioni, iniziando proprio col dire ai giovani di ieri che nulla nasce dal nulla e che se oggi vengono criticati i figli della società forse parte della colpa è da imputare anche agli esempi che questi hanno seguito.

Oggi si abusa di tutto e di tutti nel vero senso della parola, ossia di farne “cattivo uso”. Le relazioni sono spesso portate avanti per preservare l’immagine che si vuole dare di sé, le persone o i ruoli che rivestono sono essi stessi meri simboli di status. Dimostrare affetto per altri non è l’obiettivo primo di chi l’ostenta in pubblico, anzi, quello non è proprio dimostrare affetto, ma un modo di dire “io posso”, un marcare il territorio, bisogno ancestrale che forse avvertiamo in quanto animali in fondo. Si abusa del buonsenso e lo si stravolge, cercando malizia anche laddove non c’è.

Si parla di società del consumo, delle immagini ecc. Non sono per le generalizzazioni, ma se spopolano certe tendenze è utile soffermarvicisi ogni tanto ed in effetti oggi si consuma e deteriora tutto ciò che di più sacro dovrebbe esserci, parlando di un sacro non religioso. L’importante non è essere o fare, l’importante è mettere in piazza qualunque cosa. “Io faccio, io dico, io sono, io posso, io vado…” IO, IO, IO, IO, IO. Mai che si pensi che le relazioni sono a due in qualsiasi circostanza, c’è sempre un altro io che ci sta di fronte, persino quando pensiamo ci relazioniamo, eppure questa difficoltà più che uno stimolo è avvertita come un ostacolo da aggirare.

Oltre che nel privato, anche in qualsiasi esercizio commerciale, specialmente quelli a stretto contatto con il pubblico si avverte questa incapacità delle persone di stare a loro posto, rispettare i loro spazi e soprattutto quelli degli altri. L’importante non è ciò che si fa, ma il modo in cui lo si fa, peccato che oggi il mondo vada al contrario. Non si guarda in faccia a nessuno, si pensa a fare ciò che si vuole, che non è detto coincida con ciò di cui si ha bisogno realmente, lasciando gli altri a loro stessi.

Oggi se non sbraiti, non dici parolacce o peggio, se non sai destreggiarti tra i doppi sensi, prenderti certe confìdenze già dal primo incontro con chiunque, se non sai servirti delle persone per fare il tuo gioco, non sei alla moda, sei rimasto alla Preistoria. Se vai dal fruttivendolo e rispetti la fila, se a un buffet non ti atteggi come la mandria di chi non ha mai visto cibo prima, se cerchi di essere elegante, se sei riservato, se non vuoi avere ragione prima ancora di aver capito su quale argomento verte la conversazione, se non ti ubriachi di eccessi sotto i più disparati punti di vista, allora sei uno d’altri tempi, uno che non sa vivere appieno la vita.

Dal mio punto di vista, forse controcorrente lo ammetto, chi sente la necessità di dare dimostrazioni e ostentare, spesso non sa valorizzare le piccole cose; chi non rispetta gli altri non sa rispettare se stesso, ha imparato a mentirsi prima ancora che a mentire; chi ha a cuore solo le apparenze, ha paura di mostrarsi per ciò che è.

L’educazione è fuori moda, il significato della parola pudicizia è obsoleto quasi quanto il suo etimo…sarà ma con la maleducazione non si è mai arrivati da nessuna parte, forse ad abbagli, quelli sì. La moda, però, è passeggera, mentre quel che resta è un’incapacità di fondo che non basterà tentare di nascondere.

Elisa

CAOS DENTRO: DIRITTIFOBIA

Le ricorrenze non servono per parlare di un determinato argomento nelle ventiquattr’ore per poi gettarlo nel dimenticatoio per tutto il resto dell’anno, ma sono come degli STOP nel frenetico fluire della vita in cui è doveroso fermarsi e dare precedenza a delle considerazioni sulla situazione odierna dei fatti. A ogni ricorrenza viene attribuito un giorno, di certo non in modo casuale, bensì proprio a ricordo di determinati eventi, spesso come monito affinché non si ripetano più. La Giornata Internazionale della Donna è stata istituita agli inizi del Novecento, spesso se ne ricordano gli antecedenti, altrettanto spesso si prende l’8 marzo come un punto di arrivo, la realizzazione dell’obiettivo di veder riconosciuto il ruolo della donna nella società. Da un altro punto di vista, però, quello non è stato altro che un punto di svolta, un nuovo inizio, non un fine raggiunto. Fino a 70 fa, infatti, in Italia la donna non è che si trovasse in condizioni di gran lunga migliori rispetto a quelle che ancora vive in alcune zone del mondo nel 2015 e che per chissà quanto continuerà a dover sopportare in futuro. È fondamentale in una ricorrenza come questa ripercorrere le tappe principali della progressiva acquisizione di diritti da parte delle donne italiane che per ottenerli si sono dovute battere in nome di una parità di genere che non si è ancora del tutto raggiunta.

Quello che molti oggi avvertono erroneamente come un dovere, ossia il voto, è stato un diritto per cui si sono battuti sia uomini che donne, perché inizialmente, come nella maggior parte degli altri Paesi era un diritto elitario, un privilegio riservato ad una cerchia ristretta della società. Se, però, già dal 1912 il suffragio universale maschile riconosceva come elettorato attivo gli uomini sopra i 21 anni (30 anni se analfabeti), lo stesso diritto le donne l’ottennero solo nel 1945 e nello stesso anno un decreto consentì loro anche l’accesso all’elettorato passivo, la possibilità di candidarsi per le elezioni ed essere votate. Il 2 giugno 1946 le donne parteciparono per la prima volta al voto, per il Referendum istituzionale che chiedeva ai cittadini di scegliere per Monarchia o Repubblica.

Basti pensare che il diritto di famiglia del 1942 prevedeva che la moglie fosse subordinata al marito, il quale aveva la potestà dei figli e la proprietà esclusiva del patrimonio. I coniugi, infatti, diventano uguali davanti alla legge italiana all’alba del 1975, anno in cui si istituiscono la comunione dei beni, la parità tra i figli “legittimi” e “illegittimi” e il riconoscimento del tradimento da parte del marito come causa legittima di separazione.

Prima della legge 194 le donne che si sottoponevano ad aborto volontario, così come coloro che consentivano l’effettiva interruzione di gravidanza erano punibili con la reclusione; dopo il 1978 è stato concesso di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nel caso di motivi personali o di salute della madre e/o del nascituro, ma anche in considerazione delle circostanze del concepimento, contemplando ad esempio il caso in cui questo fosse avvenuto a causa di uno stupro.

Sul luogo di lavoro la tutela delle donne è stata riconosciuta solo a partire dal 1963. Prima potevano essere licenziate nel momento in cui si sposavano o restavano incinte, come se volersi costruire una vita fosse fuori legge per le donne, come se avere una famiglia e volerla mantenere con un lavoro non andassero di pari passo perché era l’uomo ad essere l’addetto al mantenimento della famiglia. Molti ancor oggi la pensano così, ma quantomeno per legge la donna oggi ha diritto a un periodo di congedo e, nel caso di un licenziamento, a un reintegro obbligatorio. Ovviamente le leggi sono fatte tanto per essere rispettate quanto per essere evase da coloro i quali si credono più furbi e così, di pari passo con questa legge, è nata la pratica illegale delle “dimissioni in bianco” firmate al momento dell’assunzione affinché il datore possa ricorrervi qualora la lavoratrice avrebbe diritto a un congedo. Sempre solo nel 1963 viene consentito alle donne l’accesso alla Magistratura, mentre bisognerà attendere il 1981 per la partecipazione su base paritaria alle Forze di Polizia e il 1999 per quella alle Forze Armate a pari titolo con gli uomini. Solo qualche anno fa si è incominciato a incentivare il reintegro della donna nel mondo del lavoro dopo la maternità e l’imprenditoria femminile, a sanzionare le molestie a sfondo sessuale e la disparità sul luogo di lavoro.  La legge del Golfo- Mosca del 2011 stabilisce che i Consigli di Amministrazione delle aziende quotate in Borsa abbiano almeno un quinto di componenti donne e la quota rosa sale a un terzo del totale solo a partire dal 2015. Ricordiamo inoltre che si è dovuto aspettare il 2013 perché stalking e maltrattamenti fossero puniti con l’arresto obbligatorio, mentre prima di quella data una lunga fila di casi e denunce si erano accumulati senza che giustizia venisse fatta. Prima del 2009 lo stalking non era nemmeno riconosciuto come reato.

Insomma c’è ancora molto per cui battersi e nella Giornata della Donna sarebbe auspicabile che dietro alla mimosa e agli auguri non ci fosse una semplice conformità agli usi che da 69 anni a questa parte (secondo la tradizione italiana la mimosa sarebbe diventata la “pianta delle donne” nel 1946, quando l’UDI, cioè l’Unione Donne Italiane, lo scelse come fiore che potesse essere regalato al sesso femminile in occasione della prima Festa delle donne del dopoguerra) accompagnano la ricorrenza. Dietro ai gesti bisognerebbe cogliere i significati, farli per inerzia equivale a non farli, almeno nella mia ottica. Ecco perché, in quella giornata come in tutti gli altri giorni, le donne andrebbero guardate con lo sguardo di chi vede in loro un potenziale non ancora espresso alla massima potenza e che pertanto andrebbe incentivato, lo sguardo di chi si batte per la parità di diritti, di chi capisce che “sesso debole” è una definizione coniata da chi quel potenziale lo teme.

Se guardo indietro vedo grandi passi fatti in un lasso di tempo relativamente breve, gli ultimi cinquant’anni, ma prima di riuscire a rivolgersi speranzoso verso il futuro, il mio sguardo si sofferma sul presente. Vedo violenza fisica e verbale che spopola ovunque, vedo che si preferisce sparare a zero su tutto e tutti a priori perché informarsi costa fatica, vedo xenofobia, omofobia, misoginia e allora mi chiedo se alle persone piaccia progredire nei fatti o solo a parole. Sputare veleno senza cognizione di causa è sintomo di ignoranza, nient’altro.

Ultimamente vedo molte persone che si mobilitano CONTRO i diritti.

La libertà fa paura a chi ha scheletri nell’armadio.

Tutte le persone che lottano per mantenere la disparità, non solo di genere ma di qualsiasi ordine e grado, si palesano per quello che sono: l’apoteosi del paradossale di cui la nostra società è intrisa.

Ciò di cui sono convinta, però, è che ognuno possa fare tanto per combattere queste tendenze, ognuno possa ostacolare queste prevaricazioni in nome del rispetto reciproco e della libertà. Si è liberi davvero quando non si giudicano gli altri, quando non si rivolgono loro delle offese, quando non si intralciano le libertà altrui.

Si è liberi solo quando si riconoscono i diritti di ognuno.

Elisa

CAOS DENTRO: LA POLITICA AI TEMPI DEI SOCIAL NETWORK

Ospite di questa sera su Caos Dentro è Gabriele Riva, Segretario provinciale del PD e Sindaco di Arzago d’Adda, che ringraziamo non solo per la disponibilità, ma soprattutto per l’articolo ricco di interessanti spunti e chiavi di lettura volti a interpretare alcuni scorci della società dinamica in cui viviamo, che troppo spesso perdiamo di vista.


 L’idea suggerita dal titolo, che rielabora senza nessuna pretesa il titolo di uno dei più suggestivi romanzi di Gabriel García Márquez, è quella di analizzare il rapporto che in questi anni di così profondo cambiamento lega la politica alla comunicazione e in particolare ai nuovi strumenti offerti dal Web.

Prima di entrare nel campo dei giudizi di merito dobbiamo partire da un dato di fatto: in pochissimi anni Internet ha rivoluzionato l’idea stessa di comunicazione e di informazione, consentendo una velocità e una capillarità nella diffusione di notizie impensabile per mezzi come la televisione, la radio o la carta stampata.Tutto questo ha prodotto effetti di indubbio valore positivo ma anche elementi critici da analizzare: se è vero che molta più gente può con un clic avere informazioni e cercare notizie in tempo reale, di contro l’attendibilità delle stesse e delle fonti è tutta da verificare e spesso mancano gli strumenti critici per vagliarne la veridicità. Alla tipica frase di qualche decennio fa: “lo ha detto la televisione”, abbiamo sostituito l’altrettanto pericolosa frase “l’ho letto in internet”. E’ chiaro, per essere precisi, che ogni strumento di comunicazione implica una fiducia tra le parti (se leggo una notizia sul giornale devo presupporre un minimo di deontologia professionale da parte del giornalista…) ma la rete supera di colpo ogni mediazione e quindi anche ogni possibile rapporto deontologico perché spesso lo stesso fruitore può a sua volta rilanciare la notizia in un gioco difficilissimo da controllare.

Nello specifico, anche la Politica è rimasta vittima di questa nuova concezione dei rapporti sociali e in ultima istanza della stessa democrazia. Alcuni sociologi parlano infatti di un passaggio dalla Democrazia dei partiti ad una Democrazia del pubblico. Se prima i partiti erano i soggetti di mediazione sociale attraverso i quali si esercitava una democrazia rappresentativa, oggi l’idea di una democrazia diretta, senza intermediari, avallata dai social network che ci fanno sentire apparentemente vicini a tutto e a tutti, ha trasformato i politici stessi in persone di spettacolo che si trovano ad interagire con un vero e proprio “pubblico”.

E’ evidente che in tutto questo nuovo paradigma si rischia di perdere la bellezza della discussione politica, della ricerca di una verità che spesso è e deve essere dialogica, che deve nascere dal confronto e dalla sintesi di opposti, a scapito di una verità che si esaurisce in poche battute alla ricerca del gradimento immediato del pubblico.La politica non è una scienza, nel senso che non si muove come la matematica o la fisica sui binari di una verità dimostrabile: le verità in politica non si dimostrano ma si argomentano. E se non è la dimostrazione a valere e a fugare i dubbi, bisogna avvicinarsi al confronto con la capacità di aprirsi alle argomentazioni dell’altro, con la capacità di mettersi in discussione e di fare passi in avanti nella costruzione di una verità condivisa. A questo servono, o dovrebbero servire, le discussioni nei partiti… Sui social network l’impoverimento della discussione, che invece sembrerebbe essere portata all’ennesima potenza, è dimostrato in maniera lampante: su Facebook, uno dei più noti con tweetter, la logica dei post è quella di condensare le proprie verità in poche righe e di sommarle alle verità degli altri, non di metterle in discussione, tanto che lunghissimi scambi di post sono solo il progressivo rafforzamento o la ripetizione della propria posizione a prescindere dai post dell’altro, alla ricerca dei “mi piace” del pubblico.

Come titolava un saggio di Lenin: che fare? Non ho ricette facili perché da un lato credo di avere appunto argomentato i limiti evidenti di una sovraesposizione da social network e di una democrazia che sia solo “del pubblico”, dall’altro non posso certo ignorare le potenzialità e la ricchezza che la rete e questa globalizzazione di informazioni hanno portato. Al centro di tutto però c’è e deve esserci l’uomo, un’io pensante, un soggetto in grado di utilizzare questi strumenti e non farsi utilizzare da loro, in grado di cogliere i grandi cambiamenti in corso senza farsi schiacciare.La democrazia è cambiata ma continuo a credere che in società complesse come le nostre i corpi di mediazione come i partiti rappresentino ancora un valore aggiunto, soprattutto per chi come noi, da sinistra, crede nell’importanza di una risposta collettiva.

Gabriele Riva

CAOS DENTRO: IDEALI DISARMANTI

La Siria è una sabbiosa goccia a metà fra Occidente e Oriente. Ricca di siti archeologici, disseminati tra la sabbia dorata di rosa, era meta dei commerci carovanieri di un tempo. Gioielli come Aleppo e Palmira, conosciuta come la Sposa del Deserto, impreziosiscono di cultura e tradizione i paesaggi naturali peculiari di questa terra, i quali sfumano dal deserto ai campi fertili nei pressi del mare sino ai fitti boschi di montagna. D’altro canto Damasco, la capitale, è una grande metropoli. La Siria è percorsa dal Tigri e dall’Eufrate, per questo può dirsi la culla della civiltà. Qui viene conservato il primo alfabeto della storia, l’alfabeto ugaritico, ed è inoltre il paese in cui si parla l’arabo più vicino a quello letterario. Grande impulso ha avuto la letteratura nei secoli, cantanti e poeti hanno scritto versi di una profondità e di una sensibilità tali che meriterebbero una trattazione a parte. L’artigianato, lavorato in modo certosino, è uno tra i punti di forza dell’economia locale.  Per affrescare nella nostra mente i tratti peculiari di una cultura radicata nel passato, sulla scia della tavolozza resa sopra, basti pensare che l’archeologo francese André Parrot, che fu direttore del Louvre, arrivò a dire che “ogni persona civilizzata nel mondo deve ammettere di avere due patrie: quella in cui è nato e la Siria”.

L’altra preoccupante faccia della medaglia, però, ci riporta alla triste realtà di un Paese dilaniato dalla guerra civile, che dal 2011 vede i ribelli, oppositori al regime di Bašār Ḥāfiẓ al-Asad, combattere per ottenere almeno la speranza di un futuro migliore. Dove prima sorgevano palazzi, luoghi di culto, case, scuole e qualsiasi edificio comune, ora si accumulano le macerie, i cadaveri delle persone che con dedizione avevano costruito lì, mattone dopo mattone, il loro presente rivolti verso il futuro. Un futuro sporcato e saccheggiato dagli spari assordanti che scandiscono la vita di ogni giorno, per chi l’ha salva. Spari, botti, esplosioni che fanno da colonna sonora all’infanzia di molti bambini sotto gli occhi dei quali è stata abbattuta gran parte dell’asilo. Pochi disegni, appesi ad un muro di sogni infranti, è tutto ciò che rimane delle aule dove un tempo l’istruzione dava la speranza di una protezione per il domani.  Le innumerevoli vittime dei massacri all’ordine del giorno sono per lo più civili, la cui unica colpa è quella di essere nati nel posto sbagliato al momento sbagliato e che spesso sono vittima non solo dei cecchini, ma anche dei pregiudizi di chi, ignorando la realtà dei fatti, fa di tutta l’erba un fascio. Tutti vengono definiti “terroristi”, “animali” che non meritano né la compassione, né tanto meno un aiuto, quasi la guerra se la fossero andata a cercare.

Se la democrazia sembra essere ancora un lontano miraggio, a molte persone, non necessariamente siriane, stanno a cuore le sorti di questo Paese e, in particolar modo, di chi lo popola. Proprio in questi giorni, infatti, il video di due nostre connazionali, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, che da mesi sono state sequestrate da appartenenti ai qaedisti di Jabhat al-Nusra ha fatto il giro del Web. Si tratta di due fra i tanti volontari che ogni anno, da diverse parti del mondo, scendono in campo attivamente per proteggere, nel limite del possibile, i civili. Donne, uomini, bambini, anziani, i più deboli vedono in loro un ancora cui aggrapparsi poco prima di aver toccato il fondo, di aver perso ogni possibile futuro.

Le due ventenni, nel video diffuso, chiedono che il governo italiano intervenga al più presto per la loro liberazione da una situazione di evidente pericolo. Ciò che ha fatto e fa tutt’ora parlare e porre punti interrogativi è il fatto che mesi fa le giovani erano state immortalate in uno scatto in cui tenevano fra le mani un manifesto scritto a mano in cui ringraziavano degli attivisti che paiono portare il nome degli stessi che ora le hanno prigioniere.

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Prevedibili, ma comunque sconcertanti, i commenti di persone incompetenti in materia che ovviamente si dichiarano contrarie al pagamento di riscatti, in quanto andrebbero a finanziare il riarmo dei ribelli, ma soprattutto salverebbero le samaritane innamorate del kalashnikov, come sono state definite dai più bonari e che in quanto “amiche dei terroristi” dovrebbero salvarsi da sole.

Quando si leggono certi commenti che definiscono le nostre volontarie “bambine in cerca di visibilità” che in quanto tali devono smettere di “rompere i coglioni” ecc. ebbene, certe domande, come minimo, bisogna porsele. Gruppi sui social network creati appositamente per inveire contro di loro, fotomontaggi offensivi e senza pudore si prendono gioco di due ragazze, perché non hanno avuto paura di varcare le frontiere di un Paese messo a fuoco e fiamme.

Quando non si è coinvolti in prima persona è molto facile puntare il dito, sputare veleno per il mero gusto di farlo. Non ha alcun senso insinuare che certe iniziative bisognerebbe attuarle in Italia, o che partire con la voglia di cambiare le cose sia un semplice capriccio. Fatto sta che, invece che stare a impoltronirsi giudicando, c’è chi si batte per la causa di chi sta peggio di noi, perché in guerra civile, perché convive con la morte e la distruzione e non si adopera per migliorare la propria vita, ma per garantirsela. Saranno ragazze giovani, ma molto motivate e questo è ben diverso dall’essere delle sprovvedute che vogliono dare nell’occhio, visto che stanno rischiando la vita.

Com’è possibile che molti travisino le cose a tal punto? Facile darsene conto se solo si pensa alle invettive rivolte agli immigrati, alle dita puntate contro i barconi, senza che gli stessi autori delle piazzate si diano conto delle condizioni per cui gli stessi fuggono dalle loro Patrie e delle condizioni precarie che vivono anche qui in Italia, dove spesso e volentieri vengono sfruttati. Non siamo tornati indietro di secoli, no, è solo che tanti meccanismi sono rimasti tali e quali, ma non se ne parla.

L’unica cosa che bisognerebbe realmente fare è sperare che le due ragazze riescano a tornare a casa al più presto, non per chiudersi dietro un muro di paura, ma per collaborare con Organizzazioni ben più esperte di quanto non possano essere loro e seguire il sogno di riportare quelle persone alla libertà, alla serena quotidianità, che per loro sarebbe il più grande dei traguardi.

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Essere giovani non è sinonimo di essere superficiali, insinuare che ragazze animate da un grande senso di solidarietà e giustizia si siano spinte anche oltre le loro capacità solo per scattarsi delle foto originali dà i brividi a noi, immaginiamoci a chi ha avuto modo di confrontarsi direttamente con loro. Struggenti le parole del padre di Vanessa, che già dallo scorso agosto aveva rotto il silenzio, rilasciando interviste contro le malelingue che cercavano di sporcare ingiustamente i sani intenti della figlia e dell’amica Greta. “Chi ha fatto Vanessa e Greta prigioniere dovrebbe ricordare cos’erano lì a fare. Volevano il bene e sarebbe un dramma se qualcuno le ripagasse col male. Non servirebbe a niente. L’ho sentito ripetere a mia figlia mille volte: non è con le armi che si vince una guerra, una guerra si vince con grandi ideali e grandi gesti”.

Attentati come quello di ieri a Parigi impauriscono chiunque, sarebbe ipocrita dire il contrario, ma non per questo la difesa sta nel trovare un capro espiatorio sparando a zero su tutto e tutti. Travisa chi denigra le nostre volontarie, travisa chi pensa che straniero significhi sbagliato, travisa chi dice che la colpa è dell’etnia, travisa chi dice che da imputare è invece la religione, o forse tutte le religioni, chissà. Forse è più difficile affrontare la realtà, visto che le cose non stanno come tanti le tratteggiano. Bisognerebbe cominciare a capire che sull’altra sponda del Mediterraneo ci sono persone come noi, che si dicono estranee e contrarie agli atti di fondamentalisti che strumentalizzano la religione per farsene uno scudo dietro cui legittimare assalti da esaltati. È vero che anche tra di noi potrebbero nascondersi degli esaltati, ma in quel “tra di noi” non ci sono solo i musulmani o gli extracomunitari in genere, ci sono tutti coloro che al di là della bandiera che portano o della fede che professano mirano a colpire la libertà. L’attacco a Charlie Hebdo è stato un gesto efferato nei confronti della libertà d’espressione, scomoda a molti, perché colpisce più delle armi. Di tutta risposta non dobbiamo incolpare a destra e a manca, ma continuare più di prima a scrivere, denunciare, testimoniare, fino alla nausea, fino a che le cose non cambieranno e per cambiarle servono determinazione e coraggio.

Per concludere, ecco cosa diceva Stéphane Charbonnier, noto come Charb, direttore del settimanale satirico francese:

«Non ho paura delle rappresaglie. Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio»

Elisa

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CAOS DENTRO: I LIVIDI SEGNANO MA NON FERMANO

Gli incivili sono gli altri. In questa frase sono racchiuse una serie di comode convinzioni che ormai ci appartengono da tempo. Siamo così bravi con le parole che perdiamo di vista i fatti e ci persuadiamo di essere migliori non solo di ciò che siamo, ma anche degli altri. Siamo bravi a puntare il dito, criticare, deridere. Avremmo la stessa faccia tosta di puntare il dito contro di noi, di criticarci e deriderci per la magra figura che facciamo ogni qual volta ci venga data l’opportunità di riscattarci? Una delle ultime provocazioni di Pubblicità Progresso ha sollevato un problema che ancora ci riguarda, ma che siamo capaci di attribuire solo a chi sta sull’altra sponda del Mediterraneo. Critichiamo i soprusi fisici e morali subiti dalle donne fuori dal Vecchio Continente, ma se provassimo a guardare in casa nostra capiremmo che la battaglia delle donne non è ancora finita. Le pareti delle pensiline di alcune città italiane sono state tappezzate di manifesti riportanti i volti di alcune donne e dei fumetti uscenti dalle loro labbra chiuse entro i quali le frasi inscritte erano sospese a metà. Lo slogan era, infatti, relativo al fatto che le donne italiane non hanno piena libertà di espressione . A riprova di ciò ben presto le frasi spezzate “Vorrei che mio marito…”, “Dopo gli studi mi piacerebbe…”, “Quello che chiedo alle istituzioni…”  e altre sono state completate “a dovere” da commenti scurrili e maschilisti. IMMAGINE 1 IMMAGINE 2 Chiaramente il messaggio che si voleva far passare era che il problema c’è e bisogna avere il coraggio di parlarne. Anche a livello mondiale la disparità fra i due sessi non è da meno. Dalla ricerca “Global Gender Gap Report”, pubblicata annualmente a partire dal 2006 dal World Economic Forum, è emerso che dei 142 paesi presi in considerazione, nessuno raggiunge il 100% della parità fra i due sessi. Quattro sono i criteri su cui si basa la raccolta di dati: economia, salute, istruzione e politica. Per entrare nel merito di ognuno dei settori, l’indagine si focalizza su salari, partecipazione e leadership, aspettative di vita, rapporto tra i sessi alla nascita, accesso ai diversi gradi d’istruzione e rappresentanza politica. Il rapporto non misura la qualità o la libertà delle donne, bensì il divario quantitativo tra uomini e donne all’interno dei quattro settori sopra citati. A livello mondiale:

  • La parità nel settore della partecipazione al mercato del lavoro e la distribuzione della ricchezza è arrivata al 60 % ;
  • La parità raggiunge i massimi livelli nel settore della salute e della sopravvivenza, ossia il 96% ;
  • Per quanto riguarda l’istruzione, uomini e donne hanno raggiunto la parità al 94% ;
  • Il divario più ampio si riscontra nel settore della partecipazione alla vita politica, infatti è stato ridotto del solo 21%.

L’Italia è al 69esimo posto . E se è un dovere parlare di disparità, lo è ancor più riflettere sulla violenza sulle donne, ma in modo inedito. Ecco due spunti alla riflessione. Il primo episodio che riporto è quello di una coppia che litiga in ascensore. Lui sembra molto irritato, mette le mani intorno al collo della fidanzata e la scaglia contro la parete, minacciandola di malmenarla; lei, incapace di difendersi cerca un aiuto che pare non arrivare. Se questa situazione ci venisse presentata come ipotetica , sfiderei chiunque a tirarsi indietro da rispondere che senza pensarci troppo prenderebbe le difese della ragazza. Ciò che ha destato scalpore circa una settimana fa , però, è stato il realizzarsi di tutto ciò davanti a ben 52 persone che, arrivate al piano desiderato, o scese il prima possibile, vista la calda atmosfera venuta a crearsi all’interno dell’ascensore, non hanno riflettuto due volte sul da farsi e se ne sono andate senza muovere un dito. Solo l’ultima donna, la 53° persona salita, ha minacciato l’uomo di chiamare la polizia qualora non avesse smesso di molestare la ragazza. Uomini, anche più robusti dell’aggressore, hanno finto di guardare il cellulare o guardarsi allo specchio,  hanno sorseggiato la birra in tutta tranquillità o si sono spostati in un angolo. Eh già, meglio lasciare maggior spazio d’azione a chi alza le mani, piuttosto che impedirglielo… Alcuni potrebbero pensare che, per mancanza di coraggio, le persone scese abbiano provveduto a chiamare soccorsi, ma se la scena si è potuta ripetere ben più di 50 volte, è chiaro che ciò non è accaduto. Parlo di “scena” perché si è trattato di un esperimento sociale svolto da attori per l’organizzazione svedese STHLM Panda, il cui video, girato da una telecamera nascosta, ha fatto il giro del mondo. Spiazzante tanta indifferenza, allarmante pensare che situazioni reali del genere capitino ovunque e che interventi ce ne siano, ma solo a parole, da chi non ne è coinvolto direttamente. Chi cerca di smuovere gli animi delle persone  però c’è ed è per questo che nascono iniziative il cui scopo è affrontare il problema cominciando a spingere le persone a parlarne. Ne è un esempio “Happy Never After” (nessun lieto fine). Questo è il titolo dell’iniziativa portata avanti dall’artista con lo pseudonimo di Saint Hoax, il cui obiettivo è quello di incoraggiare le donne vittime di abusi a denunciare la situazione in cui si trovano. Il messaggio è stato espresso mediante manifesti a grande impatto che hanno presto fatto il giro del web. Le principesse delle fiabe sono gli ideali femminili ai quali molte bambine spesso si ispirano. Le stesse bambine che poi in età adulta cercano il proprio principe azzurro e, talvolta, si illudono di averlo trovato. Ma cosa accade dopo il “per sempre felici e contenti” ( happy ever after) ? Come si evolve la storia dopo la promessa? Lo slogan davvero forte è “ Quando ha smesso di trattarti come una principessa”? E’ forte non perché usi parole taglienti, ma perché carico di rimandi all’infanzia, alle illusioni, alla favola che ciascuno, chi più chi meno, cerca di realizzare e che ancora troppo spesso finisce in frantumi. Quando un uomo picchia non solo ferisce il corpo di una donna, ma anche tutti i suoi sogni, le sue speranze,  i suoi sentimenti. Lo slogan è poi accompagnato da immagini di principesse Disney riportanti lividi e ferite, segno del fatto che qualunque donna potrebbe essere vittima di abusi. Le riflessioni potrebbero continuare all’infinito, quelle qui riportate richiamano solo fatti recenti che hanno avuto grande eco, ma basterebbe limitarsi giorno per giorno a portare rispetto e non sottovalutare le donne. Non sono loro a doversi emancipare ulteriormente, ma la società e in particolare quelle persone che ancora non hanno capito che la forza delle donne non viene sminuita dagli insulti, non viene schiacciata dai lividi; altrimenti non metterebbe loro tanta paura, del resto…

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CAOS DENTRO: MODERNI TABÙ

È del 30 agosto 2014 la notizia che ha destato scalpore relativa al riconoscimento del diritto di adozione a una coppia lesbica da parte del tribunale dei minori di Roma. La coppia, la quale sussiste ormai da dieci anni, si è sposata nel 2003, in Spagna. Sempre nella Penisola Iberica la bimba, partorita da una delle due donne e adottata dalla compagna di questa, era stata concepita mediante procreazione assistita eterologa. La fecondazione omologa preleva spermatozoi dal genitore maschio della coppia stessa. In questo caso, invece, data l’assenza di un partner di sesso maschile, si è ricorso all’inseminazione da parte di un individuo esterno alla coppia, ecco perché si parla di fecondazione eterologa. Perché in Spagna? Perché la legislazione italiana, arretrata su questo come su altri punti, si vede ancora combattuta sulla legittimità o meno del processo genetico. Arcigay e Arcilesbica hanno visto nella sentenza un primo passo verso l’abbattimento di un tabù ormai anacronistico. Perché anacronistico? Tanti in passato gli episodi simili: riconoscimento del diritto al divorzio, all’aborto, all’adozione, alle coppie di fatto; ora all’adozione da parte di queste. Chissà perché l’Italia preferisce sempre essere un passo indietro piuttosto che un passo in avanti e quando si tenta di ribaltare la cosa, c’è sempre qualcuno che tenta di frenare e trova grandi consensi. Il finto perbenismo che dovrebbe ricadere su ben altro e non su scelte che vanno a garantire la tutela dei diritti dei bambini ad avere una casa, una famiglia e soprattutto a ricevere amore è in realtà codardia nello stare al passo con i tempi. Certe cose richiedono un’apertura mentale propria solo di chi non è a competizione con i cittadini , ma a loro favore. Dare libertà in questo campo non significa cadere nell’anarchia, ma garantire diritti imprescindibili, quali la parità tra coppie eterosessuali e omosessuali, dalla quale siamo ben lungi da vederne la realizzazione. Anche tra i cittadini però molti sono i nasi che si arricciano quando si parla di certe tematiche che, proprio come dei tabù, non possono essere affrontate davanti ai bambini. Sembra si stia parlando di cose sconce, anomalie, di fronte a cui “non parlo, non vedo , non sento”. Disapprovare l’odio, i rancori, i maltrattamenti di ogni sorta ecc. è sicuramente legittimo, di certo però non si può disapprovare l’amore. Se sincero, nato dal profondo, come può un sentimento essere etichettato come “contro natura”? “Contro natura” sono reati a sfondo sessuale quali violenze fisiche, verbali, pedinamenti, minacce, percosse, stupri, pedofilia, pedopornografia.  “Contro natura” è dare alla luce i propri figli per poi abbandonarli, trascurarli, essere genitori solo sulla carta, non esserlo nemmeno lì se non vengono riconosciuti.

Un bambino, ognuno di noi lo è stato, non sa nemmeno cosa sia la burocrazia, ma sa riconoscere chi lo ama davvero; un bambino non giudica l’orientamento sessuale dei genitori, ma sa percepire se insieme sono orientati verso la felicità.

Elisa