CAOS DENTRO: IL MIO CAOS DENTRO

E siamo arrivati anche all’ultima puntata di Caos Dentro. Quando ho ideato questa rubrica, ormai quasi tre anni fa, mi sono posto molti obiettivi: divulgare notizie di attualità e cultura, stimolare alla lettura, far conoscere idee e iniziative troppo spesso sottovalutate. Lo scopo principale della rubrica, però, è stato quello di permettere ai nostri giovanissimi ragazzi del GD Calusco di SCRIVERE, buttando fuori tramite le parole tutte le sensazione e le emozioni che si portano da sempre dentro. Insomma, sfogare tutto il loro “caos dentro”, misurandosi e confrontandosi pubblicamente con i nostri utenti e lettori. Devo dire, con davvero grande orgoglio, che l’idea ha funzionato. I nostri ragazzi, in questi anni, hanno scritto numerosissimi articoli, sfondando il muro della timidezza pubblicando storie e racconti molto spesso autobiografici che neanche pensavano di poter realizzare. Questo mi rende molto felice, così come mi rende felice pensare alla loro emozione quando, per la prima volta, hanno visto il loro primo articolo pubblicato su un sito internet pubblico e visibile a tutti. Come dicevamo all’inizio, sono passati ormai quasi tre anni da quando Caos Dentro ha visto la luce, tre anni intensissimi che hanno visto l’ingresso di moltissimi altri giovani, che si sono misurati senza paura non solo con questa rubrica, ma anche con tutte le altre, mettendosi in gioco in prima persona e mettendoci sempre la faccia, proprio come volevamo io e Maury quando abbiamo deciso di creare questo fantastico gruppo. Ed è proprio a questi straordinari ragazzi che dedico l’ultima puntata di Caos Dentro che, allo stesso tempo, è l’ultimissima puntata che curo io. E’ giunto il momento, infatti, di lasciare interamente spazio a loro, convinto che sapranno portare avanti il GD Calusco con grande coraggio e dedizione, guidando i più giovani e quelli che verranno con grande responsabilità. Da quando sono diventato Segretario del PD Calusco e ho avuto la possibilità di guardare il gruppo GD con uno sguardo diverso, oserei dire “esterno”, mi sono reso conto per la prima volta della straordinaria impresa che abbiamo compiuto tre anni fa. Lo dico senza peli sulla lingua: siamo riusciti a coinvolgere all’interno della nostra sede tutti quei talenti e quelle idee nascoste che da tantissimo tempo Calusco cercava. Ragazzi, siete la parte più bella di Calusco e, allo stesso tempo, la mia soddisfazione più grande. Siete passati (riprendendo la celebre frase di Nietzsche che tanto ci ha accompagnato in questi anni) dall’avere il caos dentro a diventare vere e proprie “stelle danzanti”, ed è un onore per me poter lavorare con voi e vedervi all’opera, sempre pronti a sviluppare idee e progetti nuovi.

Grazie per tutto quello che mi donate…Inconsapevolmente avete placato anche il mio di Caos Dentro! Vi raccomando adesso, avanti tutta! Con umiltà, riflessione e giudizio, ma senza avere paura, MAI.

Un abbraccio a voi e a tutte le persone che, con interesse e tanta pazienza, hanno seguito CAOS DENTRO in questi anni. Spero davvero di essere riuscito a raggiungere tutti gli obiettivi che mi ero prefissato con questa rubrica.

Lino

Annunci

CAOS DENTRO: LA VESTAGLIA DI COMPIÈGNE

La storia, a volte, percorre sentieri inaspettati, intrecciando i destini di due paesi e restituendoci a testimonianza di quel legame un oggetto insospettabile custodito in qualche museo. I due paesi in questione sono la Francia e l’Italia e quell’oggetto è una meravigliosa vestaglia di seta verde appartenuta a Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione e amante di Napoleone III.

Siamo nel 1856, fine della Guerra di Crimea. L’esito del conflitto è tale che non consente al Piemonte di avanzare richieste al tavolo di pace. Tuttavia, ciò che preme il Conte di Cavour è portare all’attenzione delle grandi potenze la questione italiana prima che il Congresso di Parigi si concluda. Cavour, per riuscire nel suo intento, ha bisogno dell’appoggio di Napoleone III e per ottenerlo decide di ingaggiare la Contessa di Castiglione affinché influenzi l’imperatore convincendolo a sostenere la causa italiana: “Cercate di riuscire, cara cugina, con il mezzo che più ritenete adatto, ma riuscite”.

Immagine

Virginia Oldoini ha appena diciotto anni quando giunge a Parigi, parla perfettamente cinque lingue, è straordinariamente bella, astuta e intelligente, doti che le consentiranno di muoversi agilmente nei salotti della politica. La Contessa è una donna che ama distinguersi e la sua presenza a corte non passa inosservata, come quando a un ricevimento si fece notare per un audace abito a rete con un enorme cuore sull’inguine. All’imperatrice Eugenia che provocatoriamente osservò “Un po’ troppo in basso quel cuore, Contessa” Virginia ribatté “a me il cuore batte ovunque”.                                                                                                                     Anticonformista ed eccentrica, Virginia dettò la moda del tempo, imponendo nell’abbigliamento l’uso del colore viola, laddove predominavano i toni del rosa, dell’azzurro e del verde. Nell’epoca in cui andavano di moda i busti si rifiutò di indossare la biancheria intima e suscitò scandalo quando si presentò alla Tuileries con un abito privo di crinolina (a quel tempo obbligatoria).

Nonostante le difficoltà iniziali, la Contessa riuscì a sedurre Napoleone III, portando a termine la sua missione. L’Imperatore accordò il sostegno della Francia al Piemonte, costruendo un’alleanza che proseguirà fino alla II Guerra di Indipendenza contro l’Austria, primo passo verso l’Unità di Italia.                                                                                                                                                                  Non si sa quanto effettivamente abbia pesato l’intervento della Contessa sulla decisione dell’Imperatore, tuttavia ciò ebbe un’enorme importanza per Virginia Oldoini che conservò gelosamente, per tutta la vita, la vestaglia con la quale, secondo lei, durante la notte passata con Napoleone III di Francia, cambiò la storia d’Italia. Il suo ultimo desiderio fu di essere sepolta con quell’indumento, ma la sua volontà non fu rispettata e oggi la “storica camicia da notte di Compiègne”  è custodita nel Museo Cavouriano di Santena.

La bellezza e la sensualità di questa donna affascinante sono state immortalate negli scatti del fotografo P.L. Pierson, che la ritrarrà fino a poco tempo prima della morte. Considerata la prima modella di fotografie di moda, la sua intraprendenza si manifestò anche in campo artistico. Fu lei a scegliere il contesto, a realizzare i costumi con cui posare, a studiare le espressioni e a suggerire le angolazioni dalle quali essere ripresa.  Intuì la modernità di questo strumento dando prova di originalità e invettiva, mostrando un “approccio artistico che nelle intenzioni e nei risultati anticipò il lavoro dei fotografi odierni”, un esempio è lo “studio sui piedi”, una serie di scatti che hanno per oggetto le gambe e i piedi della bella Contessa.

Immagine           Immagine

Virginia Oldoini, nata a Firenze nel 1837, morì a Parigi nel 1899. Dopo la sua morte, la casa di Parigi dove abitava fu rovistata dalla polizia italiana che diede alle fiamme tutte le lettere e i documenti lì conservati. Gli storici del tempo misero anche in dubbio che Cavour fosse in qualche modo coinvolto in questa storia. Fortunatamente, prima di morire, la Contessa trasferì nella sua casa di La Spezia quattro enormi casse contenti i suoi diari, i documenti e molte lettere, tra cui alcune scritte dallo stesso Cavour. Solo negli anni ’50 del XX secolo le casse furono scoperte e il loro contenuto portato alla luce testimoniando la vita straordinaria di questa donna eccentrica e malinconica, il cui ricordo si è perso nei meandri della storia.

Il suo corpo è sepolto a Parigi nel Cimitero di Perè Lachaise.

.Immagine

(fonte: http://www.caluscovolmerange.blogspot.it/2014/04/la-vestaglia-di-compiegne.html)

CAOS DENTRO: UNA STANZA TUTTA PER SE’

“Le donne e il romanzo” così doveva inizialmente intitolarsi il libro nato da due interventi che Virginia Woolf tenne nel 1928 presso la Arts Society di Newnham e la ODTAA di Girton e che furono successivamente rivisti e ampliati dando vita a un breve testo infine intitolato “Una stanza tutta per sé“.

L’autrice apre il saggio spogliandosi della propria identità per assumerne una nuova, fittizia (“Chiamatemi Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmichael o come meglio credete”) e interrogare così il tempo al fine di comprendere il rapporto esistente tra la condizione femminile e l’attività dello scrivere. È un percorso intrapreso sotto forma di racconto, utile all’autrice (reale o fittizia) per dipanare il suo ragionamento che viene intrecciato, passo dopo passo, sotto gli occhi del lettore. Se inizialmente si può restare disorientati da una serie di fatti apparentemente non in linea con il tema del saggio, man mano che si procede nella lettura tutto acquista forma. Il percorso tracciato dall’alter ego di V.W. ha inizio con la lettura di opere scritte da uomini che hanno fatto della donna il loro oggetto di studio, analizzandola con scrupolo “scientifico” dal punto di vista medico, biologico e morale. La prima impressione che l’autrice ha è che ai dubbi e agli interrogativi sollevati da queste letture non vi sia una risposta univoca che possa definirsi con assoluta certezza “verità”. Al contrario, consapevole di questa complessità, guarda il rovescio della realtà che le si presenta davanti e illustra al lettore ogni fatto, ogni quesito e ogni problema da angolature differenti. Visioni diverse e contrastanti che posso essere riassunte in “maschile” e “femminile”, ma che troveranno una sintesi nelle considerazioni finali dell’autrice. L’indagine prosegue con la lettura di romanzi scritti sulle e dalle donne tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento con l’obiettivo di capire chi erano queste donne, come passavano il loro tempo, come vivevano e cosa pensavano. Non sempre questo è possibile e per comprendere queste donne, esaltate come eroine nella letteratura ma invisibili nella realtà, è spesso necessario guardare in controluce le pagine scritte dagli uomini e cercare la traccia di un fatto o di un evento che sia in qualche modo rivelatore. Da qui la constatazione che l’educazione e il sistema di valori nel quale le donne erano inserite abbiano inciso significativamente sulla loro effettiva possibilità di diventare scrittrici. Innanzitutto per la mancanza di una formazione culturale. L’istruzione infatti è l’ingrediente fondamentale affinché si formi una base solida sulla quale fondare il proprio talento. L’impossibilità di accedervi (così come accade per le classi più povere della società) riduce enormemente la possibilità di coltivare la passione per la scrittura e di sperare di farne un’attività grazie alla quale sia possibile mantenersi. L’indipendenza economica (“cinquecento sterline l’anno”) è un altro elemento importante, necessario per affrancarsi dal bisogno di essere “mantenute” dal padre o dal marito e conquistare quell”indipendenza che le consenta di dedicarsi alla scrittura, attività che richiede tempo per viaggiare, per pensare, per elaborare quanto sarà poi registrato sulla carta:

 “[.] spero che avrete denaro sufficiente per viaggiare e per oziare, per contemplare il futuro o il passato del mondo, per sognare sui libri e perdere tempo agli angoli di strada e lasciare che la lenza del pensiero peschi a fondo nella corrente”. Senza disponibilità materiale non vi può essere libertà intellettuale. Infine, ciò di cui una donna ha bisogno è una “stanza tutta per sé”, ossia un luogo nel quale isolarsi e pensare con la propria testa, libera di esprimersi senza alcun tipo di condizionamento. Nella parte finale del libro V. W. si riappropria della propria identità e consiglia alle giovani studentesse destinatarie del suo intervento di ampliare lo sguardo, di andare oltre la propria singola realtà, oltre a ciò che si fa e chi si è. Le incita a tenere a mente il passato, frutto delle azioni delle donne che le hanno precedute e che con il loro impegno hanno permesso loro di accedere all”Università, di poter aspirare a svolgere un lavoro, come quello di scrittrice, che prima era loro precluso. Devono farsi forza di questa libertà intellettuale conquistata, impegnandosi per mantenere il loro pensiero fresco e indipendente, senza mai svenderlo e senza mai rinunciarvi, significasse anche solo scrivere per sé stesse. È con questo nuovo modo di guardare al mondo e di esprimersi sulla realtà con coraggio, senza pregiudizi né filtri imposti da altri, che tutte quelle donne del passato rivivranno e che ciò che si scrive qui oggi avrà la potenza ispiratrice necessaria perché quanto si racconta possa rivivere nel tempo, generazione dopo generazione.

(fonte: http://www.libreriamo.it/a/7349/una-stanza-tutta-per-se-il-capostipite-dei-manifesti-femminili-del-novecento-scritto-da-virginia-woolf.aspx, “Una stanza tutta per sé: il capostipite dei manifesti femminili del Novecento scritto da Virginia Woolf di Marina Vitale)

CAOS DENTRO: DI ITALIA, DI EUROPA E DI ANTIFASCISMO

Siamo a una settimana dalla celebrazione del 25 aprile, giornata che celebra la fine della Seconda Guerra mondiale, proclamando la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

“Libertà”, “liberazione”, termini che ricorrono spesso, a volte abusandone o impiegandoli in modo improprio. Sicuramente il significato della parola “libertà” era ben conosciuto da coloro che ne furono privati, arrestati, mandati al confino, picchiati o uccisi per aver esercitato il loro “diritto alla libertà”.

Uno di questi uomini fu Altiero Spinelli. Militante del Partito Comunista, in quanto oppositore del regime fascista fu arrestato nel 1927 e scontò dieci anni di carcere tra Lucca, Viterbo e Civitavecchia. Nel 1937 fu spedito al confino sulle Isole Pontine dove vi restò fino al 1943. Fu proprio durante quegli anni che Spinelli ripensò alle cause della prima e della seconda guerra mondiale e come queste furono frutto della “degenerazione” del principio di libertà da parte degli Stati. Si passò dalla volontà di istituirsi come stati indipendenti (la lotta contro l’invasore straniero e il superamento delle divisioni interne) alla volontà di dominio; dalla proclamazione di una maggiore eguaglianza tra tutti i cittadini al conflitto tra le diverse classi sociali, ognuna intenta a proteggere i propri interessi; dall’affermazione dello spirito critico e della libertà di espressione alla fede in nuovi dogmi e alla repressione del dissenso.

Una “degenerazione” che portò Altiero Spinelli a rintracciare la causa delle guerre e degli orrori che si stavano perpetuando, nella divisione di questi Stati, culminante nello scontro per l’affermazione della propria egemonia.

Fu a partire da queste riflessioni che, dall’Isola di Ventotene, A. Spinelli, insieme a pochi altri, già nel 1941, in condizioni di piena incertezza e con le poche informazioni che riuscirono a farsi arrivare sulla situazione politica, delinearono, veri visionari, il sogno di un’Europa libera e unita e, a testimonianza di quel progetto  ritenuto da molti utopistico, scrissero il Manifesto di Ventotene. Questo documento si apre proprio partendo da quel principio di libertà, elemento ispiratore dei “compiti” che la nuova Europa unita si deve dare dopo la fine della guerra.

Nove anni fa, appena diciottenne, andai su quell’isola, affascinata dai racconti di questi “visionari” che furono capaci di vedere oltre le singole ideologie. Si pensi infatti che coloro che diedero vita a questo Manifesto venivano da posizioni politiche differenti: Einaudi, le cui idee economiche fecero da stimolo, era un liberale; Ernesto Rossi, co-autore del manifesto, era un liberale di sinistra; A. Spinelli era comunista, con un forte sentimento rivoluzionario poi deluso dal Regime staliniano, ma che convogliò nel progetto di un’Europa libera e unita. Questi uomini furono in grado di comprendere come solo il superamento di particolarismi e di sentimenti reazionari potessero mettere al riparo l’Europa da nuovi orrori ed evitare alla storia di ripetersi.

Da quel viaggio a Ventotene riportai a casa un libricino di poco più di cinquanta pagine che in questi anni ho custodito su uno scaffale fino a che, qualche settimana fa, non so per quale strano motivo, mi è venuta voglia di rileggere, di sfogliare, di mostrare orgogliosa agli amici, perché “ho conosciuto” Spinelli, perché penso che ciò che è stato scritto oltre sessant’anni fa, offre ancora oggi una visione illuminante su ciò che dovrebbe essere l’Europa, sui principi che l’hanno fondata e che dovrebbero guidare le sue azioni.

Vorrei mandare un pensiero, a pochi giorni dalla giornata della liberazione, a quest’uomo, definito padre di un’idea di Europa politicamente integrata e che incarnò, riprendendo le parole di M. Albertini, la figura dell’eroe politico così come delineata da Max Weber:

«La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. […] Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “non importa, continuiamo!”, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica».

Penso che siamo figli dell’Italia, ma che la nostra storia appartenga all’Europa.

CAOS DENTRO: LETTERA A BODDAH

Vent’anni fa, proprio in queste ore, Kurt Cobain finiva di scrivere la lettera che fu poi ritrovata tra i fiori, accanto al cadavere. Per chi non lo sapesse, Kurt Cobain è stato un musicista, forse l’ultimo per il quale si possa spendere la definizione abusata di genio. Ha inventato suoni che prima non esistevano. E qualunque anima raminga si imbatta nella sua chitarra o nella sua voce graffiata si troverà a pensare: eccomi a casa. Aveva ventisette anni, quando scrisse la lettera. Ventisette anni, una moglie e una figlia amatissime, eppure indirizzò la missiva a Boddah, l’amico immaginario che aveva riempito la sua infanzia solitaria di figlio di divorziati. Nel messaggio di congedo gli rivelò di non riuscire più a provare nessuna emozione. E di amare troppo il genere umano, tanto da sentirsi «fottutamente triste». Succede agli spiriti esageratamente sensibili che raggiungono vibrazioni d’amore così alte da risultare insostenibili.

Di questa lettera si cita sempre la penultima frase. Là dove Cobain, riprendendo il verso di una canzone di Neil Young, sostiene che è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. In realtà a spegnersi più o meno lentamente è solo il corpo (il suo era tormentato da un’ulcera). L’anima non si spegne né brucia. Ma mi guardo bene dall’entrare in polemica con un genio. Preferisco ricordarlo con le sue ultime e sottaciute parole: peace, love, Empathy – pace, amore, Empatia – l’ultima delle quali sottolineata e in maiuscolo. Vent’anni dopo non ne ho ancora trovate di migliori.

 

(fonte, La Stampa – dal “Buongiorno” di Massimo Gramellini del 04/04/2014)

CAOS DENTRO: DA CALUSCO A TORINO, PER IL PD

ada 007(La scritta che ha imbrattato la sede PD di via Masserano a Torino)

Nella notte tra il 20 ed il 21 marzo, la palazzina che ospita il circolo PD di via Masserano, nel quartiere Vadocco a Torino, è stata imbrattata con secchiate di vernice rossa e scritte. Si tratta dell’ultimo di numerosi attacchi alle sedi PD. Lo stesso 21 marzo Martin Schulz, il Presidente del Parlamento Europeo nonché candidato designato del PSE alla presidenza della Commissione europea, si trovava proprio in quel di Torino per partecipare all’incontro “Il razzismo in Europa e in Italia”.

Vista la concomitanza di due eventi così significativi, abbiamo deciso di recarci personalmente a Torino per avere qualche informazione in più. Appena arrivati in via Masserano siamo stati accolti molto gentilmente e in poco tempo siamo riusciti a parlare addirittura con il nuovo segretario regionale PD del Piemonte, Davide Gariglio, che ci ha concesso un po’ del suo prezioso tempo. Dopo aver portato la solidarietà del nostro circolo a fronte dell’attacco alla sede, a nome del nostro segretario Lino Cassese, c’è stato il tempo per qualche domanda a tu per tu riguardo alle vicende descritte.

 

ada 001(Altra visuale della sede imbrattata)

Cosa pensi degli autori dell’attacco alla vostra sede PD?  

Sono persone che si nascondono, girano di notte incappucciati, vengono qui di nascosto, buttano un po’ di vernice e fanno scritte. Quindi è gente che non ha il coraggio delle proprie idee, gente che si nasconde, gente vigliacca e arrogante che non rispetta l’opinione degli altri.

C’è un’inchiesta in corso per tali avvenimenti?
Assolutamente sì.

E si è già scoperto per caso chi sia stato?
Confidiamo che presto si arrivi ad identificarli. Per quanto riguarda l’attacco alla sede del PD piemontese qui in via Masserano, dove parliamo, noi avevamo le telecamere che hanno ripreso le persone.

Cosa diresti a queste persone, se potessi incontrarli?
Giudico assolutamente inaccettabile il loro modo di pensare: ciascuno ha diritto di avere le proprie idee e criticare anche pesantemente coloro che la pensano in modo diverso. Però in democrazia si rispettano le opinioni altrui. Noi siamo il primo partito del Piemonte, il primo partito italiano, prendiamo i voti in modo legittimo. Abbiamo le nostre posizioni che sono discusse nei Congressi, votate e poi portate nelle istituzioni: siamo dentro ad un sistema democratico. Quindi può piacere o no la posizione che il PD assume sui vari temi, ma è una posizione che il PD assume alla luce del sole. Il partito prende i voti su queste posizioni, quindi è inaccettabile e fuori da ogni logica di stato e di diritto che qualcuno si permetta di attaccare questo sistema, di insultare gli altri.

Secondo te perché c’è così tanto odio nei confronti del partito e della politica in generale? Perché adesso la gente si esprime in modo così irruento nei confronti dei partiti, che sono visti sempre come entità ostili alla cittadinanza?
Questo aspetto c’è sempre stato nella storia della politica italiana dal Dopoguerra, è un qualcosa di ciclico e ricorrente. In questo momento è particolarmente forte l’atteggiamento di acrimonia verso i partiti, credo, per questa crisi economica che tocca la vita della persone, per il fatto che le persone vedono la loro qualità di vita peggiorare. Poi emergono sempre di più gli scandali della politica a tutti i livelli, quindi la gente è ovviamente indignata, e la politica da un lato non dà risposte alla vita dei cittadini, dall’altro la situazione dei cittadini peggiora, dall’altro lato i politici spesso danno dimostrazione di comportamenti inadeguati: penso agli scandali che sono scoppiati in regione. Da ultimo la politica è percepita come un qualcosa di inutile, che è una cosa ancor peggiore del fatto che qualcuno rubi. Il fatto di essere percepita come un gruppo di persone che discute senza costrutto, senza decidere, fa sì che la politica perda la dignità. Io al centro del programma della mia elezione a segretario regionale ho cercato di mettere al centro proprio questo concetto: il PD dev’essere un partito, non una bocciofila; cioè dev’essere una comunità di donne e di uomini che affronta i problemi che sono sul tavolo, quelli della nostra regione, che li studia, che propone delle soluzioni, che prende i voti su queste soluzioni e poi una volta all’interno delle istituzioni va e realizza questi programmi.

 

martin schulz 2       (Martin Schulz di fronte alle sede PD di via Masserano)

E secondo te che cosa si può fare per migliorare la situazione, affinché la gente si fidi di più della politica?
Fare le cose. Realizzare le cose che diciamo. Tornare a fare il partito, cioè avere delle proposte politiche, delle soluzioni ai problemi della comunità; poi prendere i voti sulla base di quelle proposte, mandare le persone nelle istituzioni e una volta dentro le istituzioni, realizzare le cose che si è detto. Quindi la politica del fare, non solo dell’annunciare. Ed è quello che spero riusciremo a fare con Sergio Chiamparino.

A proposito, parlando di elezioni, a maggio ci sono le elezioni europee, un avvenimento che è cruciale. Perché in Italia non è sentita importante l’Unione Europea?
Perché siamo provinciali. Perché abbiamo sempre considerato il Parlamento Europeo come un cimitero degli elefanti: è stato un grosso errore. Adesso, forse per la prima volta, in questa tornata elettorale abbiamo la consapevolezza di come in Europa si prendono delle scelte che toccano direttamente la vita dei cittadini e di come è necessario mandare della gente lì che vada a lottare per gli interessi della propria comunità. E quindi credo che questo sia un grande salto in avanti. D’altro canto abbiamo anche sbagliato a non occuparci di formare potenziali burocrati da mandare in Europa. Le nostre università hanno sfornato migliaia di maestri, di insegnanti, di professori, di avvocati, di architetti, e non ci siamo procurati di formare della gente in grado di sapere le lingue, di partecipare ai concorsi europei, che sono molto selettivi, vincerli, e di creare l’ossatura della burocrazia europea. E’ stato un grosso errore: provincialismo. Eravamo abituati a vivere bene, ad essere il Paese del Bengodi e a dire “chi ce lo fa fare di andare a Bruxelles”, dove, detto tra noi, si vive peggio ed è più triste della città italiane, con tutto il rispetto per Bruxelles.

Come siete riusciti ad avere Martin Schulz a Torino?
E’ un’iniziativa dei responsabili delle politiche europee del partito provinciale e anche dei giovani che lavorano nella delegazione italiana del Partito Socialista. L’hanno chiamato nell’ambito del suo passaggio in Italia ed è venuto. E’ simpatico!

E come l’ha trovato? L’ha visto molto motivato?
Beh sì, è gasato! E’ deciso.

martin schulz1(Martin Schulz insieme al segretario regionale Davide Gariglio)

CAOS DENTRO: LE ROSE DI MODIGLIANI

Cos’era davvero l’Europa degli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale? E’ la domanda che viene sempre in mente quando ci si avvicina a quell’epoca, che non era solo belle epoque e lustrini, ma anche tensioni sociali e tra potenze, ed un’enorme crogiuolo di creazione artistica. Era ancora uno spazio intellettuale molto più unitario di adesso, con le classi colte, seppur ristrette e circondate dalle masse di lavoratori e diseredati che chiedevano una vita più dignitosa, che non erano affette dal morbo del nazionalismo esasperato. C’era un linguaggio comune soprattutto nell’arte, i movimenti artistici erano internazionali, la lingua franca in Europa era ancora più il francese che l’inglese. E’ in questo clima che si può capire meglio una vicenda che forse non sapremo mai davvero se è stata un amore oppure no: l’incontro tra Amedeo Modigliani ed Anna Achmatova,  a Parigi tra il 1910 ed il 1911. Amedeo Modigliani è tra i due il più famoso da noi, non fosse altro perché è italiano. Nello spirito dell’epoca, però, era andato alla ricerca della fama come pittore in quella che era ai tempi la capitale dell’arte: Parigi. Nato a Livorno nel 1884, da una famiglia appartenente alla borghesia ebrea illuminata, cresce in un ambiente interessato alla letteratura ed alla filosofia. Gli affari economici, però, non vanno bene, poiché l’azienda del padre fallisce.  Adolescente, subisce alcune difficili malattie: a 14 anni il tifo, a 16 la tubercolosi, ma riesce a guarire da entrambe. Studia arte e comincia a seguire la sua passione per i ritratti ed il nudo. Incontra l’impressionismo francese ed il simbolismo alle biennali di Venezia del 1903 e 1905.  Nel 1906 decide di trasferirsi a Parigi, e si stabilisce in un piccolo atelier di Montmartre. In seguito la sua vita da tardo bohémien verrà descritta come emblematica di quei luoghi e quel modo di vivere nel romanzo di André Salmon “Montmartre-Montparnasse. La vita di Amedeo Modigliani”. Tale romanzo fu giudicato in modo sferzante dalla Achmatova, nel suo scritto di cui parleremo.Anna Achmatova, nasce vicino ad Odessa nel 1889, da una famiglia della piccola nobiltà. Aveva solo cinque anni quando la sua famiglia si trasferì a Càrskoe Selò, vicina a San Pietroburgo, dov’era anche la residenza estiva degli Zar.  Segue il suo talento per la poesia, che ne farà forse la più importante poetessa russa del novecento, senza un grande entusiasmo da parte del padre, che le chiederà di non usare il vero cognome Gorenko. Anna rispolvera alcuni antenati tartari, e sceglie il nome di uno di essi: Achmat Kahn. Giovanissima scrive già versi, è una dei fondatori dell’acmeismo, il cui teorico ed animatore principale fu il suo futuro marito, poeta anch’egli, Nikolaj Gumilëv.  L’acmeismo è un movimento poetico che si oppone al simbolismo allora dominante. Gumilëv nel primo decennio del novecento afferma che “c’è bisogno di una riconquistata armonia tra uomo e natura, un’accettazione del mondo e della vita terrena. Il fine della nuova scuola poetica è la bellezza, una bellezza letterale ed oggettiva, una bellezza fatta dalla sostanza e dai contorni delle cose, non da un alone simbolico: cantare la rosa perché è bella in sé, non per la sua misteriosa analogia con l’amore mistico” (citazione da Renato Poggioli, Il fiore del verso russo, Mondadori, ed. Oscar Poesia 1991, pag.96-97).

Anna e Nikolaj si sposano nel 1910, i genitori di lei non partecipano alle nozze, chiaramente contrari ad un matrimonio che non accettavano. I due si concedono un viaggio nell’Europa occidentale, ed in particolare a Parigi, città d’elezione per Anna che conosce il francese ed ama molto Baudelaire, Verlaine, Laforgue, Mallarmé.

 

modi
La fonte principale sull’incontro tra la Achmatova e Modigliani è uno scritto della poetessa russa, pubblicato nel 1958, e tradotto in italiano (vedi: Anna Achmatova,Le rose di Modigliani, a cura di Eridano Bazzarelli, Il Saggiatore, 1982).

La Achmatova descrive una relazione tra due anime artistiche, che nasce nel 1910, durante il viaggio di nozze della poetessa, e conosce la sua massima intensità nel 1911, quando Anna torna da sola nei mesi estivi a Parigi. Modigliani a quel tempo non era ancora famoso, e stava cercando una sua personale forma espressiva, che non era ancora maturata. Anna nel suo scritto ce lo descrive alle prese con la scultura, che per la critica fu il faticoso momento di passaggio verso un proprio stile personale ( cfr. Doris Krystof, Modigliani, ed. orig.Taschen 2006, pag.24 e seg.).

Tutto nello scritto di Achmatova è discreto, ma si legge a distanza di tanti anni un momento magico di passione, come quando descrive i disegni per i quali ella posa da modella per Amedeo, nella casa affittata da Anna a Parigi.  Furono sedici, e lui volle che lei li portasse con sé in Russia, come ella fece. Furono poi distrutti nella sua casa di Carskoé Selò, tutti tranne uno. E sempre nel suo scritto Anna descrive questa Parigi artistica, come un lontano sogno di giovinezza, ribollente di vita. Descrive anche il marito Nikolaj Gumilëv, che anni dopo, al nome di Modigliani reagì chiamandolo “mostro ubriaco”, dicendo che a Parigi c’era stato uno scontro tra loro, perché Nikolaj in una compagnia comune parlava russo, e Modigliani protestò. Nelle poesie dell’Achmatova della raccolta “Sera”, pubblicata nel 1912, vi è chi vede qualche traccia della relazione con Modigliani, anche se è da notare che incontri amorosi, difficili addii, in generale relazioni d’amore occupano un largo spazio nella prima poesia dell’Achmatova. Come questa:

 

In una notte bianca

 

Strinsi le mani sotto la scura veletta…

” Perché sei pallida quest’oggi? ”

– Perché di acerba tristezza

l’ho ubriacato sino a stordirlo.

Come dimenticare? Eglì usci barcollando,

con le labbra contratte dalla pena.

Io corsi giù senza sfiorare la ringhiera,

corsi dietro a lui sino al portone.

Ansimando gridai : “Tutto è stato

uno scherzo. Se te ne andrai morirò.”

Sorrise con aria tranquilla e sinistra

e mi disse : “Non restare al vento.”

 

Dal 1911 in poi Modigliani completò il suo breve ma intenso percorso artistico, arrivando alla definizione di uno stile unico ed inconfondibile, reso celebre dai suoi famosi quadri di nudo. La prima guerra mondiale distrusse l’ambiente artistico di Parigi, molti artisti morirono nelle trincee. Modigliani venne esonerato dal servizio militare per motivi di salute.  Nel 1914 conobbe la letterata inglese Beatrice Hastings, con la quale ebbe una tempestosa relazione fino al 1916, e che in quel periodo sarà la modella preferita nei suoi quadri.  Nel 1917, a 33 anni, conosce la diciannovenne Jeanne Hébuterne, studente d’arte, che nel 1918 le dà una figlia, che Amedeo riconosce. Nel 1919, fiaccato nel fisico per gli eccessi di alcol e hascisc, Amedeo ha un nuovo attacco di tubercolosi, che gli sarà fatale. Muore il 24 gennaio del 1920, a Parigi. Jeanne Hébuterne, di nuovo incinta, si suicida il giorno successivo. Nikolaj Gumilëv, dal quale Anna Achmatova si era separata nel 1918, muore nel pieno della guerra civile tra bolscevichi e bianchi nel 1921: accusato di attività controrivoluzionaria viene fucilato. Anna Achmatova vivrà invece ancora a lungo, fino al 5 marzo 1966. Attraverserà il novecento sovietico grande e terribile, e la sua poesia che poteva sembrare intimista si nutrirà di temi civili.  Celebre la sua raccolta “Requiem”, una sorta di diario poetico sull’arresto del figlio Lev, avuto da  Nikolaj Gumilëv. Nel 1938, anno culminante del terrore staliniano, Anna aspetta con molte altre madri la condanna a morte ovvero la deportazione del figlio, davanti al carcere di Leningrado (ora S.Pietroburgo). Le poesie di Requiem racconteranno tale strazio. Intorno a lei ha ruotato un intero mondo di letterati oppressi dal regime: Mandel’stam, Pasternak, Cvetaeva, come intorno a Modigliani ruotava, con ben altra allegria, la Montmartre degli artisti di inizio secolo. Quella strana “amicizia amorosa” con Amedeo Modigliani la spinge a scrivere la sua testimonianza molti anni dopo: un chiaro segno che nella sua vita,  pur così piena di amori e di alti e bassi personali, letterari e civili, quell’incontro tra due giovani artisti molto dotati ed ancora acerbi aveva lasciato qualcosa, come scrive: “Probabilmente io e lui non si capiva una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva, era per noi la preistoria della nostra vita: la sua molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze: e quella doveva essere l’ora lieve e luminosa che precede l’aurora.” (A. Achmatova, Le rose di Modigliani, cit., pag.19).