CAOS DENTRO: VOGLIA D’ANNI ’60

Nell’aria c’è un’irrefrenabile voglia di anni ’60. Lo dimostra la moda, con vestiti e tagli di capelli in linea con quegli anni, lo dimostrano le stazioni radio e i locali, che tornano a suonare gli inconfondibili suoni rockabilly, e lo dimostrano anche le case automobilistiche, che hanno preso il vizio di mettere sul mercato il restyling di modelli divenuti un mito negli anni ’60. La storia ritorna dunque, in forme sempre più diverse e stravaganti. Ma guardando tutto questo, e il triste periodo che stiamo vivendo, sorge spontanea una domanda: ritorneranno anche gli stessi movimenti giovanili che tanto caratterizzarono quegli anni trasformandoli in una vera e propria icona per le generazioni successive? Negli anni ’60 gli ideali non mancavano di certo e si esprimevano con una semplicità impressionante attraverso il carisma di uomini straordinari, pronti a tutto (anche a sacrificare la propria vita) pur di conquistare quei diritti “assoluti” che tanto le nuove generazioni sottovalutano o cercano in tutti i modi di ignorare. Non so voi, ma se penso a quegli anni mi vengono subito in mente personaggi politici come Che Guevara, Martin Luther King e J.F. Kennedy. Uomini molto diversi fra loro, ma che contribuirono (grazie, purtroppo, anche al loro sacrificio) in egual modo nel dar vita a quei tumulti giovanili che sfociarono in una protesta senza precedenti, accompagnata da forme artistiche e musicali che la resero, agli occhi del mondo, ancor più unica e affascinante. Indimenticabili sono gli “eroi giovani e belli” poi, come Bob Dylan, i Beatles, i Doors, Jimi Hendrix e Janis Joplin (per citarne solo alcuni) che fecero delle loro canzoni la colonna sonora di un decennio del quale, oggi, si sente ancor di più la mancanza.

Ecco…l’oggi…un periodo storico piatto, senza emozioni, dove la quotidianità è caratterizzata dai mercati, schiava dell’economia e dell’indifferenza. “Cosa me ne importa degli altri? L’importante è che stia bene io…” si sente spesso dire dalle persone, magari le stesse che negli anni ’60 erano in piazza, con i capelli lunghi e la barba, a manifestare per ottenere i diritti di tutti. Si è perso in questi anni quel sentimento di comunità, oserei dire illuministico, che tanto caratterizzava gli anni ’60. Quell’essere felici solo se lo sono anche gli altri che ha permesso ai nostri nonni e genitori di conquistare quei diritti che sono ora il nostro benessere. Un benessere, però, che ha cambiato le persone, rendendole indifferenti e saccenti, e che a noi giovani non ha fatto altro che inculcare quel sentimento egoistico del “tutto ci è dovuto”. La classe politica, specchio della società (ricordiamocelo sempre!) non è stata da meno ovviamente. Corruzione, raccomandazioni, scandali e personalismi sono divenuti i capisaldi di una politica (almeno in Italia) che non ha niente a che vedere con le dottrine filosofiche dell’antica Grecia, dove la parola Politica era sinonimo di “pulito”. Gli antichi Greci non potevano trovare parola migliore per definire la politica e il politico, con quest’ultimo che deve essere in tutto e per tutto “pulito” come uomo morale e etico. Invece noi chi abbiamo? Una classe dirigente che, se paragonata a quella degli anni ’60, fa rabbrividire chiunque. I giovani d’oggi hanno bisogno di esempi, di mentori, di anziani pronti ad insegnare, con la loro esperienza, valori che si sono persi proprio a causa dell’indifferenza. Non criticateci in continuazione, anche perché siamo il frutto della vostra educazione. Nonostante tutto ciò, sono convinto che un nuovo movimento giovanile stia nascendo. Sarà sicuramente sottovalutato dai media e da quelle persone che ritengono quei movimenti degli anni ’60 irripetibili (ecco la saccenza di cui vi parlavo), ma non ci importa. Nessuno vuole ammetterlo, ma la nostra generazione sta vivendo la più grande crisi mai vista in Europa. Disoccupazione, precariato e continue umiliazioni sono all’ordine del giorno per noi giovani, ma ora basta! Là fuori ci sono tanti ragazzi figli della stessa rabbia pronti a mettersi in gioco e in prima persona per cambiare le sorti del proprio Paese. Basta solo trovarli. Poi unire le forze sarà molto semplice. Questa crisi ci ha tolto quei sogni che abbiamo cullato con tanti sforzi e sacrifici e questo è abbastanza per creare un nuovo tumulto giovanile che porterà ad una nuova era. Ricordatevelo: siamo noi l’anima di ogni storia.

 

anni60

CAOS DENTRO: ANALISI POST-ELETTORALE

Non era sicuramente difficile prevedere un’ascesa del Movimento 5 Stelle prima delle elezioni, così come era del tutto legittima la paura di un’ennesima ingovernabilità che, effettivamente, è divenuta realtà. Questi numeri però, che ci portano in un vero e proprio labirinto, non se li aspettava davvero nessuno. Ci troviamo di fronte ad una ingovernabilità senza precedenti nella storia d’Italia, con il Senato completamente spaccato e, a questo punto, del tutto bloccato di fronte a qualsiasi ipotetica proposta di legge. Dopo le elezioni i commenti sono stati davvero molti. C’è chi, come al solito, ha definito gli italiani un “popolo di pecoroni dalla memoria corta” vedendo i voti conquistati da Berlusconi; c’è chi ha puntato il dito contro Monti e chi, invece, ha accusato il PD di essersi seduto sugli allori dopo le primarie, dando per scontata la vittoria. Le solite critiche insomma che però, a mio modo di vedere, esulano dalla vera causa di questi risultati. Le elezioni, infatti, mostrano come gli italiani siano più legati al “populismo” piuttosto che alla “competenza” che un partito serio e una persona onesta come Bersani possono offrire. E’ vero, il leader del PD (come lo stesso partito) pecca di comunicazione e di carisma molto spesso, ma non si possono assolutamente mettere in dubbio la capacità e la competenza di un uomo che, in caso di netta vittoria, avrebbe sicuramente aperto la strada della nuova crescita economica. Tutto questo, però, non è bastato agli italiani che avevano bisogno di tutt’altro, come dimostrano appunto i risultati delle elezioni. Il popolo, infatti, è andato in un certo senso oltre la crisi, facendo dei tagli ai costi della politica e della “rottamazione” (passatemi il termine) la questione più importante da risolvere. Lo dimostrano il boom di voti conquistati da Grillo e, mesi fa, il movimento (anche esterno al PD) che si era creato attorno alla figura di Matteo Renzi, l’unico “politico” che ha osato fare proposte più “populiste”. Insomma, non basta parlare di economia, di crisi, di dignità, di cultura, di lavoro (ecc ecc) per convincere gli italiani, ma bisogna (con la stessa intensità) anche parlare di tagli ai costi della politica e rinnovamento. E’ vero, il PD ne ha parlato ed è stato l’unico partito ha proporlo come uno dei punti principali del programma, ma il vero problema è che se non fai parte del partito, o non sei una persona che si informa, queste notizie, ahimè, il popolo non le riceve. Per vincere nettamente le elezioni, molto probabilmente, c’era bisogno di un mix di competenza e populismo, con una comunicazione di gran lunga superiore a quella vista durante quest’ultima campagna elettorale. Una cosa è certa però: da libero cittadino e poi, ovviamente, da tesserato PD, non sopporto assolutamente i “moralisti del giorno dopo” e chi inneggia a squallide guerre fratricide. Troppo facile puntare il dito il giorno dopo le elezioni, magari proprio contro quei volontari che con tanta passione hanno sfidato il clima e sacrificato gli affetti per informare i propri concittadini delle proposte del PD, andando là dove il partito pecca e non riesce ad arrivare. Così come non sopporto le persone che hanno fatto dell’ingovernabilità una nuova questione tra Bersani e Renzi. “Se c’era Renzi a quest’ora avremmo vinto alla lunga…” dicono in tanti, pretendendo le dimissioni di Bersani, senza tener conto che, innanzitutto, con i SE e con i MA le elezioni non si vincono, ma soprattutto, il partito, sarebbe stato lo stesso? Cosa ne sarebbe stato del PD? Questa è una domanda che, da persona neutrale che non ha fatto parte di nessun comitato, vorrei rivolgere a questi nuovi veggenti che non hanno nulla a che fare, fortunatamente, con i volontari del PD che hanno sostenuto il sindaco di Firenze. Basta con queste lotte interne. Invece di sentirci tutti parte del più grande partito (e più votato) d’Italia, come al solito si sta commettendo il solito errore di sinistra: essere divisi. Se le elezioni non sono andate come speravamo tutti è anche perché il partito, agli occhi della gente (e degli indecisi) sembrava ancora scosso e spaccato da quei  sentimenti contrastanti post-primarie. Mai come in questo momento, invece, dobbiamo cercare in tutti i modi di essere uniti, di spalleggiarci a vicenda e di mettere in campo le forze migliori del nostro partito, liberando le menti più eccelse e, oserei dire, più adatte all’attuale momento storico.

 

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CAOS DENTRO: ANDROID VS APPLE

Nella società odierna i metodi di scelta personale si possono riassumere in due criteri differenti: l’ostentazione di uno status symbol e l’esigenza di un mezzo di comunicazione veloce ed affidabile. L’esigenza può riguardare l’ambito lavorativo o professionale, per esempio  nella lettura di mail, mentre l’ostentazione riguarda la soddisfazione personale nel mostrare l’oggetto del desiderio riconosciuto dalla collettività. Un esempio lampante lo si può trovare nelle tasche della maggior parte di noi: lo smartphone. Questo dispositivo ormai è diventato un oggetto di culto per tutti gli amanti della tecnologia tanto da non poter fare a meno del modello di ultima generazione. Installati sugli smartphone troviamo principalmente il sistema operativo prodotto in casa Apple che si contrappone al software di base made in Google. Ognuno di questi software presenta differenze sia grafiche che nei servizi proposti ed è obbiettivo di questo articolo spiegarne le principali.

Cominciamo con il sistema operativo di Cupertino: i vantaggi sono principalmente l’esperienza utente intuitiva, velocità anche con hardware non al top, sicurezza, moda, il valore del telefono non si svaluta e ottimi materiali. Ottima persino l’assistenza tecnica. Lo storage online di backup ICloud e l’assistente vocale Siri sono molto utili. Un altro grosso vantaggio è la chiarezza: se uno vuole comprare iPhone sa già quale è il modello migliore, mentre su android si prova la fastidiosa sensazione che non esista il modello perfetto. Essendo più diffuso si trovano un sacco di accessori dedicati. I punti a sfavore sono:  il costo spropositato (va bene che la qualità si paga ma Apple esagera), memoria limitata non espandibile, batteria non eccelsa in durata ne sostituibile, differente uso del sistema bluetooth, mancanza di nfc che permette di usare il dispositivo come una carta di credito, sistema blindato, personalizzazione non spiccata, connettore proprietario per i propri terminali anziché l’universale micro-Usb.

Passiamo ora all’analisi del sistema operativo android: qualunque siano le vostre tasche (non mi riferisco alla dimensioni ma al prezzo) esiste il terminale android che fa per voi, da 70 a 700 euro. Ne esistono di tutti i tipi e tutte le marche (Samsung, Motorola, Sony, HTC, ZTE, Huawei, Acer, Asus, Lg, ecc). Se c’è un sistema operativo in cui puoi modificare tutto a proprio piacimento, quello è Android. Non puoi stare senza l’interfaccia di IOs o Windows Phone? Puoi installarle tramite temi e applicazioni. La Apple crea un dispositivo disegnato per te, con Android tu adatti il telefono alle tue esigenze. Questo è un grosso vantaggio. Il negozio di applicazioni (chiamato Play Store) ha un numero esorbitante di applicazioni. Di tutti i tipi,  gratuite e a pagamento. Come contenuti è al pari dell’ App Store, ma è leggermente inferiore come qualità. I punti a sfavore sono la presenza sul mercato di un numero eccessivo di terminali che possono confondere il potenziale consumatore, un altro problema è la frammentazione delle versioni: ogni terminale, eccetto quelli prodotti direttamente da Google in accordo con aziende produttrici, vengono aggiornati solitamente solo alla versione successiva mentre Google, ogni sei mesi, rilascia un nuovo aggiornamento. Continuando, non si può omettere che utilizzare un sistema android inizialmente può sembrare un po’ macchinoso, ma con il tempo risulta davvero comodo.

Concludendo, la scelta del proprio dispositivo è solo e solamente a discrezione di ognuno di noi, quindi tutte le discussioni su quale sia più bello o più utile sono opinabili, l’importante in ogni decisione è quella di scegliere lo smartphone più compatibile con le proprie esigente e disponibilità economiche.

 

android

CAOS DENTRO: LETTERA DI VALERIE

So che non posso in nessun modo convincerti che questo non è uno dei loro trucchi, ma non mi interessa. Io sono io. Mi chiamo Valerie. Non credo che vivrò ancora a lungo e volevo raccontare a qualcuno la mia vita. Questa è l’unica autobiografia che scriverò e … Dio… mi tocca scriverla sulla carta igienica. Sono nata a Nottingham nel 1985. Non ricordo molto dei miei primi anni, ma ricordo la pioggia. Mia nonna aveva una fattoria a Totalbrook e mi diceva sempre che “Dio è nella pioggia”. Superai l’esame di terza media ed entrai al liceo femminile. Fu a scuola che incontrai la mia prima ragazza: si chiamava Sara. Furono i suoi polsi… erano bellissimi. Pensavo che ci saremmo amate per sempre. Ricordo che il nostro insegnante ci disse che era una fase adolescenziale, che sarebbe passata crescendo. Per Sara fu così, per me no. Nel 2002 mi innamorai di Christina. Quell’anno confessai la verità ai miei genitori. Non avrei potuto farlo senza Chris che mi teneva la mano. Mio padre ascoltava ma non mi guardava. Mi disse di andarmene e di non tornare mai più. Mia madre non disse niente, ma io avevo detto solo la verità, ero stata così egoista? Noi svendiamo la nostra onestà molto facilmente, ma in realtà è l’unica cosa che abbiamo, è il nostro ultimo piccolo spazio… All’interno di quel centimetro siamo liberi. Avevo sempre saputo cosa fare nella vita, e nel 2015 recitai nel mio primo film: “Le pianure di sale”. Fu il ruolo più importante della mia vita, non per la mia carriera ma perché fu lì che incontrai Ruth. La prima volta che ci baciammo, capii che non avrei mai più voluto baciare altre labbra al di fuori delle sue. Andammo a vivere insieme in un appartamentino a Londra. Lei coltivava le Scarlett Carson per me nel vaso sulla finestra e la nostra casa profumava sempre di rose. Furono gli anni più belli della mia vita. Ma la guerra in America divorò quasi tutto e alla fine arrivò a Londra. A quel punto non ci furono più rose… per nessuno. Ricordo come cominciò a cambiare il significato delle parole. Parole poco comuni come “fiancheggiatore” e “risanamento” divennero spaventose, mentre cose come “Fuoco Norreno” e “Gli articoli della fedeltà” divennero potenti. Ricordo come “diverso” diventò “pericoloso”. Ancora non capisco perché ci odiano così tanto. Presero Ruth mentre faceva la spesa. Non ho mai pianto tanto in vita mia. Non passò molto tempo prima che venissero a prendere anche me. Sembra strano che la mia vita debba finire in un posto così orribile, ma per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno. Morirò qui… tutto di me finirà… tutto… tranne quell’ultimo centimetro… un centimetro… è piccolo, ed è fragile, ma è l’unica cosa al mondo che valga la pena di avere. Non dobbiamo mai perderlo, o svenderlo, non dobbiamo permettere che ce lo rubino… Spero che chiunque tu sia, almeno tu, possa fuggire da questo posto; spero che il mondo cambi e le cose vadano meglio ma quello che spero più di ogni altra cosa è che tu capisca cosa intendo quando dico che anche se non ti conosco, anche se non ti conoscerò mai, anche se non riderò, e non piangerò con te, e non ti bacerò, mai… io ti amo, dal più profondo del cuore… Io ti amo.

Valerie

 

valerie

CAOS DENTRO: IL CULTO DELLA BELLEZZA

“Un anonimo artista di strada ad Amburgo ha messo a segno una geniale ed efficace azione di protesta contro l’uso del fotoritocco nelle immagini di modelle sui cartelloni pubblicitari. L’anonimo contestatore ha incollato un’immagine della barra degli strumenti di Photoshop, il più celebre software di fotoritocco. Il colore della pelle della modella sarebbe innaturalmente scura, evidentemente ritoccata, e potrebbe indurre alla tanorexia, cioè l’ossessione per l’abbronzatura. Il cui rischio più grande sarebbe l’insorgere di tumori della pelle a causa della prolungata esposizione al sole.”


bello

Tutti almeno una volta nella vita, imbattendoci per caso in un determinato volto, ci siamo chiesti come sia possibile che la visione di qualcosa di estremamente gradevole ai nostri occhi, riesca a manifestare dentro di noi un’attrazione così forte, spingendoci ad attribuire a quel volto un aggettivo che utilizziamo di frequente, a volte anche in maniera del tutto inappropriata: l’aggettivo bello. Questo articolo nasce infatti da una domanda, una domanda che più volte mi sono posto, ovvero: che cos’è la bellezza?

La bellezza è un argomento delicato lo so, e molto spesso fa storcere il naso e innescare una lunga serie di ipotesi e dubbi quando lo si affronta, perché la bellezza non è composta di materia, ma è un’ astrazione, un’idea, o più semplicemente un concetto, perennemente in continuo mutamento. Non esiste una vera e propria definizione di bellezza, ma in compenso esistono dei canoni specifici che la plasmano e alla quale questa si adatta. Questi canoni estetici non si dettano da soli. A stabilirli c’è un sistema congegnato alla perfezione, un infallibile meccanismo mediatico. Basta pensare agli spot e ai cartelloni pubblicitari che quotidianamente ci martellano gli occhi per capirlo. Ragazzi e ragazze troppo belle per essere credibili espongono un determinato prodotto attraverso atteggiamenti ed espressioni facciali impostate e contraffatte. La percezione di chi osserva viene così in parte deviata dal prodotto pubblicizzato e indirizzata verso i tratti fisici del testimonial in questione. E in quei volti falsi, frutto di perspicaci foto-ritocchi, un osservatore sensibile inevitabilmente tenderà a non cogliere la finzione di tali immagini, ma a rintracciare in quella frivola perfezione tutto ciò che gli manca per essere più o meno simile al soggetto rappresentato. Per esempio, una pelle perfettamente liscia, omogenea, luminosa, senza imperfezioni di alcun tipo, dei capelli brillanti e perfettamente in ordine, un naso geometricamente perfetto, un sorriso dai denti bianchissimi, dei corpi smagriti, modellati, abbronzati e atletici, spingono inconsciamente a comporre, dentro alla mente dell’osservatore standard, il modello ideale di bellezza che si dovrebbe adottare per essere così attraenti, così meschinamente perfetti. Ma ora è necessario fare un bel salto indietro nel tempo per chiarire alcuni aspetti riguardanti il senso della bellezza nel corso della storia. In passato, poiché ancora non esistevano le macchine fotografiche e tanto meno i software di fotoritocco, gli artisti tentavano di rappresentare nei loro quadri e nelle loro sculture i canoni estetici di ciò che nel loro tempo era ritenuto l’ideale di bellezza per eccellenza, personificandoli attraverso le cosiddette veneri. Alcune di queste veneri esistevano davvero ed erano delle donne, per quei tempi, considerate bellissime. Ma comparando un dipinto dell’Ottocento ad un contemporaneo cartellone pubblicitario, si riscontrano subito delle drastiche differenze. Differenze così profonde che un dilettante in materia artistica, osservando una Venere qualunque, oserebbe addirittura pensare: “Ma davvero a questi qua piacevano dei mostri così?” e per contrapposizione, un uomo dell’Ottocento, se venisse proiettato qui, nel nostro tempo, nei tristemente noti anni duemila, osservando una modella o un modello, proverebbe un lieve senso di confusione e non riuscirebbe a capire come a noi possano piacerci soggetti del genere. Come detto in precedenza, la bellezza è un concetto in continuo mutamento. Si adatta alle epoche e viene plasmata totalmente dai canoni estetici. Proprio perché ognuno di noi, in un modo o nell’altro, condizionato o meno dai mass media, tende a costruirsi col tempo una visione soggettiva e personale di questo misterioso e inafferrabile ideale che è la bellezza. Volendo si potrebbe benissimo azzardare che la bellezza stessa non esista affatto, che sia soltanto l’ennesima inconcepibile invenzione dell’essere umano. Ma qual è lo scopo della bellezza, il suo fine ultimo? Gratificare gli occhi, forse? Provocare una breve ma  intensa e piacevole sensazione di benessere visivo? A cosa serve la vanità? La bellezza, specialmente in quest’epoca sottomessa al materialismo, è anche fonte di problemi gravissimi talvolta troppo spesso sottovalutati, problemi di cui soprattutto i giovani sono soggetti. Ragazzini e ragazzine che, poiché la natura li ha creati con tratti somatici diversi da quelli dettati dai canoni estetici contemporanei, osservandosi allo specchio non si accettano e vorrebbero non riconoscersi in quel volto riflesso. Ragazzine che costringono il loro fisico a sottoporsi a diete improponibili per somigliare a una delle tante fotomodelle ritratte sulla copertina patinata di una rivista qualsiasi, andando incontro a quella terribile malattia psicologica che è l’anoressia. O ancora peggio, il sottoporsi a rischiosi interventi chirurgici per sistemare difetti irrilevanti. Come se mutare e adattare il proprio aspetto fisico all’epoca in cui si vive e all’estetica ad essa associata, possa in qualche modo renderli felici e realmente sicuri di se stessi. Magari basterebbe solo incontrare qualcuno che ci dica che siamo bellissimi così come siamo e che sono i nostri difetti particolari a renderci davvero unici e perfetti. Basterebbe quello a salvarci dalla schiavitù della vanità. Basterebbero gli occhi di qualcuno capace di cogliere la nostra bellezza dall’interno, non dall’esterno. Quegli occhi basterebbero a salvarci da un’ esistenza inutile fatta di mere apparenze. Forse la bellezza è un’altra cosa. Forse la bellezza, quella vera, si cela nei dettagli. In un sorriso che sboccia all’improvviso, per esempio. Nel colore dell’iride degli occhi. Nelle guance che arrossiscono a dismisura dopo un complimento. Nei solchi scavati sulla pelle dal tempo che ci scorre addosso. Nelle mani rovinate e consumate di chi non si è risparmiato la fatica. Nelle profonde occhiaie viola di chi trascorre notti insonni alla ricerca incessante del senso della vita e del suo ruolo nel mondo. Sono i dettagli a renderci persone straordinarie. Se non ci fossero loro a distinguerci, saremmo tutti terribilmente normali, uguali, simili a dei patetici fogli bianchi. Fantastico sarebbe riuscire ad innamorarsi di se stessi, svegliarsi ogni mattina e, guardandosi allo specchio, ripetersi che si è bellissimi, che quel viso e quel corpo non li si vorrebbero cambiare con nessun altro e che essere così come si è, è una immensa fortuna. E altrettanto fantastico sarebbe vedere sulle copertine delle riviste, negli spot televisivi, sui cartelloni pubblicitari appesi, volti naturali, semplici, non condizionati dalle mistificazioni di Photoshop e lasciare che l’immagine, quella particolare bellezza, regali agli occhi dell’osservatore non uno spettacolo grandioso farcito d’effetti speciali, ma un genuino senso di verità, di magnifica, bellissima, realtà.

CAOS DENTRO: L’IRLANDA “GREEN” ESCE DALLA CRISI

Quante volte durante il giorno sentiamo o leggiamo le parole crisi, spread o disoccupazione? Bene, in Irlanda queste terribili parole entrate oramai nel linguaggio quotidiano di ognuno di noi stanno diventando solo un ricordo. Come mai? È molto semplice. L’Irlanda sta facendo di tutto per lasciarsi alla spalle questa maledetta crisi e a rimettere in sesto le tasche dei cittadini non è stato però solo il piano di salvataggio speciale messo a disposizione dal Fondo Monetario Internazione (1,17 miliardi di dollari), bensì la tenacia e l’intelligenza della popolazione e dei partiti politici, che hanno adottato una strategia di crescita alternativa e basata sulle energie rinnovabili. Secondo l’Economist, infatti, quella che oggi è la nazione più verde del pianeta e che fino a quattro anni fa era totalmente “al verde”, dovrebbe essere in grado di riportare il rapporto deficit-PIL al di sotto della soglia del 2%, grazie ad una crescita che potrebbe a sua volta raggiungere un miracoloso 2%. Numeri impensabili in un periodo di recessione come quello che tutta l’Europa e parte del resto del mondo sta vivendo, ma che hanno una spiegazione molto semplice. Per risollevare le sorti economiche del paese e risparmiare sull’energie rinnovabili, il governo ha cominciato a tassare l’utilizzo di combustibili fossili, uffici, automobili e fabbriche. In poche parole, più inquini più paghi. Stessa filosofia sulla raccolta differenziata: se viene fatta in modo sbagliato o si inquina a sproposito, vieni a maggior ragione tassato. La manovra ha fatto automaticamente salire il costo del petrolio, del gas naturale e del cherosene, mettendo la popolazione di fronte ad un bivio: o continui a inquinare, dissipando tutto il tuo patrimonio in tasse, o si sposa l’ecologia. Gli irlandesi hanno scelto la seconda opzione e ora il Paese non solo sta uscendo dalla crisi, ma vanta addirittura un livello di sfruttamento delle energie rinnovabili da primato, con le emissioni calate del 15% dal 2008 (6,7% solo nel 2011, anno della ripresa economica in Irlanda). La svolta ecologista è stata accolta con favore dalla popolazione grazie anche all’efficace campagna di sensibilizzazione “Tackle litter before it tackles you” (Placca l’immondizia prima che lei placchi te) attuata dal governo, che ha diffuso in tv un simpaticissimo spot che mostra un bidone che placca i cittadini che non rispettano l’ambiente. Da non sottovalutare, inoltre, l’intesa siglata dal gruppo automobilistico Renault-Nissan con il Governo di Dublino per potenziare la diffusione di veicoli elettrici sulle strade (al momento chi acquista un auto nuova viene tassato in base a quanto il veicolo inquina). Insomma, non si esce dalla crisi senza scontentare qualcuno e neanche senza sacrifici. Ma per una volta (e finalmente), questi sacrifici non sono a carico del pianeta e al governo irlandese è sembrata l’alternativa migliore. A quando in Italia? Finché si continuerà a discutere di energia nucleare e delle solite tasse, la strada che ci porterà al cambiamento e ad una svolta definitiva sarà lunga, davvero molto lunga.

 

VIDEO : http://video.repubblica.it/mondo/placca-la-spazzatura-lo-spot-irlandese-contro-i-rifiuti/115057?video

ecologia

CAOS DENTRO: COME IL TRANSITO DELLE COMETE

“Sensazione meravigliosa. Di quando il destino finalmente si schiude, e diventa sentiero distinto, e ormai inequivocabile, e direzione certa. Il tempo interminabile dell’avvicinamento. Quel accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai. Il gesto di consegnarsi al destino. Quella è un’emozione: senza più dilemmi, senza più menzogne. Sapere dove. E raggiungerlo. Qualunque sia, il destino.”

 

La notte che intercorre fra il 31 dicembre e l’1 gennaio  non è una notte qualunque. E’ una notte particolare, quella. E’ una notte che non possiede alcun valore se non quello che noi gli affidiamo. E’ una notte festosa, elettrica, fatta di buoni propositi, di questioni lasciate alle spalle definitivamente e di nuovi capitoli ancora tutti da scrivere. Come se il passaggio da un anno all’altro silenziosamente c’inviti a cambiare qualche aspetto della nostra vita. Anche se poi magari va a finire che non riusciamo a cambiare assolutamente nulla, anche se tutto dovesse rimanere immutato, quello stimolo, puntualmente, allo scoccar della mezzanotte lo percepiamo tutti. Lo accogliamo a braccia aperte. Ci lasciamo quasi avvolgere da quell’ aria che sa di sorprese e speranze. Mai come durante quella notte riusciamo a riconoscere l’inesorabile fluire del tempo. Ce l’abbiamo chiaramente davanti agli occhi, il tempo. Sentiamo che passa. Lo sentiamo scorrerci addosso, dentro e fuori. Sentiamo che un altro anno ormai se n’è andato, scivolato via per sempre dalle nostre mani. Tutto questo in una notte. In una notte sola. L’anno nuovo invece è come una tela completamente bianca, vergine di emozioni, una tela da riempire di colori e di sogni. Non serve essere dei grandi pittori per poter realizzare un buon dipinto. Basta poco, davvero molto poco, per inventarsi un capolavoro di vita. Basta semplicemente essere abbastanza onesti con se stessi. Basta fidarsi ciecamente delle proprie capacità e sfruttare al meglio ogni possibilità che il caso o il destino ci offre lungo il percorso. Approfittare della felicità per creare qualcosa di positivo, e della tristezza per costruire qualcosa di migliore. Approfittare un po’ di tutto ciò che ci capita sotto al naso. O magari basterebbe solamente prendere i propri pensieri per mano, riordinarli e metterli ognuno al posto giusto.E’ a questo che serve la vita. Serve per essere sfruttata, esasperata, spremuta costantemente. Spremuta fin quando non ci saranno più gocce di cuore dentro al petto. Fin quando, guardandoci allo specchio, non ci vedremo del tutto consumati.  Se non fosse che abbiamo una sola vita a disposizione, potremmo tranquillamente restare immobili, rimandare a domani un sacco di progetti ed evitare tutte quelle situazioni che non ci sentiamo pronti ad affrontare. Ma la vita è una, e nessuno verrà mai a restituirci il tempo che abbiamo sprecato e gettato al vento. Nessuno. Dobbiamo ricordarcelo sempre, sempre, sempre, ogni giorno, ogni santo giorno. Il nostro tempo è adesso, non ieri e non domani. E’ adesso, ora. Così, ogni giorno potrebbe essere il giorno giusto per iniziare una rivoluzione, se vogliamo, il giorno giusto per sabotare ogni schema, per evadere dalla solita routine per buttarsi a capofitto nella costruzione di un modello di vita totalmente nuovo, il giorno giusto per fuggire o scegliere di restare, il giorno perfetto per innamorarsi. E allora proviamo a fare di questo sputo di tempo, che è la nostra vita, un oceano. Un oceano limpido, profondo e insondabile. Lasciamoci travolgere dalla felicità fino a sentirci esplodere dentro, come fuochi artificiali o come quelle stelle particolari che illuminano i nostri cieli notturni. E se vale la pena rischiare, i nostri pezzi di cuore, giochiamoceli tutti, uno ad uno. Sacrifichiamo tutto ciò che possediamo, se quei sogni che abbiamo da sempre segretamente custodito vogliamo realizzarli per davvero. Evitiamo in questo modo il fatale rimpianto di non aver osato abbastanza, d’aver vissuto agendo spesso con mezze misure per paura del vero eccesso, di essersi risparmiati convinti che ci sarebbe stato sempre altro tempo a disposizione. Come diceva un certo Orazio: Carpe Diem! Dunque cogliamoli questi attimi, cogliamoli tutti. Cogliamoli e assaporiamoli l’uno dietro l’altro come una scorpacciata di fragole, fino a non poterne più. Fino ad essere completamente sazi d’emozioni. Fino a sentire che nel cuore non c’è più spazio per altro. Scatta il conto alla rovescia. Venti. Diciannove. Diciotto. Diciassette. Sedici. Quindici. Quattordici. Fra le mani un calice vuoto. Tredici. Dodici. Undici. Dieci. In lontananza l’eco assordante di petardi fatti esplodere in anticipo. Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Un amico mi si avvicina ma non dice nulla, resta in silenzio e sorride. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero. Ci riempiamo in fretta i bicchieri di spumante. Ci abbracciamo forte scambiandoci l’augurio per un futuro migliore reciprocamente. La felicità in questo momento ha lo stesso suono di due calici che si toccano. Con gli occhi stracolmi di stupore mi affaccio alla finestra della mia vita e ne osservo i dettagli. Penso a quanto ho costruito fino ad ora, a quanto ancora dovrò costruire, ai momenti belli, a quelli brutti, a questa crisi economica che si ostina a non passare ma che un po’ ci ha unito e rafforzato, all’energia che sprigiona un semplice battito di cuore, agli amici che ho conosciuto, a quelli che ho perduto e a quelli che incontrerò in futuro. Infilo tutto questo nel mio piccolo bagaglio interiore, pronto a proseguire questo viaggio con rinnovata decisione. E mentre mi godo ogni singolo istante di questa notte straordinaria, fra me e me mi ripeto che siamo simili a stelle comete in transito, e che siamo tutti, tutti quanti, molto fortunati ad essere capitati qui.

 

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CAOS DENTRO: La strage di Sandy Hook e il commercio delle armi negli USA

Alle 9.00 del 14/12/12  il ventenne Adam Lanza si reca nella scuola elementare di Sandy Hook, Newton, Connecticut. Rompe il vetro di una finestra con una pistola, si introduce nell’edificio e uccide la preside e la psicologa scolastica che sacrificano la loro vita per difendere dei bambini. Dopo l’omicidio delle due donne, Lanza si dirige verso una classe, ma la trova chiusa. Decide quindi di entrare in una seconda aula dove uccide a sangue freddo la supplente Lauren Rousseau e i 14 bambini della classe. Non ancora sazio di sangue, Adam si sposta in un’altra classe dove la maestra ha avuto la prontezza di nascondere i bambini nello sgabuzzino, ma sei di loro, presi dal panico, hanno tentato di fuggire e sono stati freddati dal killer. Dopo aver ucciso la loro maestra e un’altra insegnante, Lanza ha rivolto la pistola contro sé stesso e si è ucciso. Prima di compiere la strage il killer aveva assassinato sua madre, Nancy Lanza, con svariati colpi di pistola alla testa. Le armi usate per la strage sono due pistole (una Glock e una Sig Sauer) e un fucile d’assalto semiautomatico calibro 223 (probabilmente un M16). Esse appartenevano alla madre dell’omicida che le usava regolarmente in quanto appassionata di armi e poligoni di tiro. Adam Lanza aveva gravi problemi sia di salute che familiari: era infatti affetto dalla sindrome di Hasperger e i suoi genitori si erano separati tempo prima. Il ragazzo amava il computer e passava il suo tempo in solitudine, giocando a giochi di guerra per cui il giovane provava una irrefrenabile passione. Non penso che si scoprirà mai quale sia il vero movente di tale massacro in quanto l’assassino ha deciso di porre volontariamente fine alla propria vita, ma la domanda che ora sconvolge l’America è: sono giuste le “armi facili”? Si può davvero permettere che qualcosa di tanto pericoloso e poco sicuro sia alla portata di chiunque, compresi bambini e individuo psicologicamente instabili? Il secondo emendamento della costituzione americana recita che: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”. Molti ritengono che tale emendamento permetta solo alla “Milizia” (inteso come forze dell’ordine) di possedere armi e di usarle per la difesa dei cittadini, ma gran parte degli americani ritengono che ogni cittadino americano debba avere la possibilità di detenere un’arma per la propria sicurezza individuale, che è l’idea su cui attualmente si appoggia la legge che regola l’uso e il possesso di armi da fuoco nel paese. Ottenere un’arma è relativamente semplice, anche se bisogno ricordare che dal 1968, grazie al Gun Control Act, chi ha particolari precedenti penali ha più difficoltà a entrare legalmente in possesso di una pistola o di un fucile. I colpevoli di reati, i latitanti, gli immigrati clandestini, le persone soggette a ordinanze restrittive e chi non è cittadino statunitense, non possono né acquistare né possedere armi. Altre limitazioni sono previste per chi fa uso di particolari medicinali o di sostanze stupefacenti. Le leggi dei singoli stati complicano però il quadro, ponendo numerose eccezioni rispetto alle leggi federali. Nel Vermont, per esempio, non sono necessari particolari permessi e non ci sono nemmeno distinzioni tra residenti e non residenti: tutti possono girare armati, eccetto in alcuni luoghi come le scuole. In questi giorni che sono seguiti alla strage, la voce di coloro che si indignano di fronte a questa situazione paradossale si è fatta sentire con forza sempre maggiore e si pensa già ad una nuova legge sulle armi, ma sono pronto a scommettere che, come al solito, la NRA (National Rifle Association), una delle maggiori lobby delle armi statunitensi, ci metterà lo zampino per impedire al suo impero di crollare. Inoltre, bisogna guardare in faccia la realtà: negli Stati Uniti quasi l’80% delle persone aventi diritto di portare un’arma la posseggono, per non parlare di coloro che lo fanno senza averne diritto. C’è solo da sperare che si riesca a dire basta a questo obbrobrioso commercio che semina solo morte e mai vera giustizia. E non è vero che non sono le persone a uccidere: le personearmate e con un motivo qualsiasi per farlo sono i responsabili di tutte le tragedie che sono avvenute. Speriamo che il presidente Obama decida di far passare la legge anti-armi in modo simili stragi non vengano mai più perpetrate con una tale, terrificante facilità.

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CAOS DENTRO: IL GIORNO DOPO IL SISMA

 

6 Aprile 2009, h 3.32, L’aquila.
La terra trema con una potenza devastante: 5.9 della scala Richter. Trenta secondi di puro terrore mentre la popolazione, svegliatasi di soprassalto, tenta di salvarsi e di evacuare le proprie case. Immediate sono le operazioni di soccorso messe in atto non solo dai vigili del fuoco e dalla protezione civile, ma anche di coraggiosi volontari tra cui spicca l’eroe dell’Aquila rugby Lorenzo Sebastiani, che morirà sotto le macerie durante i soccorsi.
Intere frazioni come Onna e Fossa, entrambe in provincia dell’Aquila, sono completamente rase al suolo. Il bilancio della tragedia è devastante: la provincia è in ginocchio, paesi interi sono distrutti, i feriti sono circa 1178, di cui 200 gravissimi portati in ospedale d’urgenza, e i morti ammontano a 309. Alcune persone vengono estratte dalle macerie solo molte ore dopo come la studentessa Marta Valente, 24 anni, tratta in salvo dopo 23 ore da sotto i resti della casa dello studente, oppure la signora Maria D’Antuono, 98 anni, salvata dopo 30 ore, la quale ha dichiarato di aver trascorso tutto il tempo a lavorare all’uncinetto.
I funerali sono stati celebrati il 10 di Aprile, di venerdì santo. Alla funzione hanno partecipato le più alte cariche dello stato. Qualche tempo dopo si è svolto nel capoluogo abruzzese il G8 a cui hanno partecipato i più potenti uomini della terra, tra i quali il presidente americano Barack Obama. Quest’ultimo è rimasto colpito dalla rovina presente all’Aquila, che non solo ha l’aspetto di una città ferita da una grave catastrofe, ma il cui dolore è stato spettacolarizzato e usato per aumentare la propria visibilità agli occhi delle altre nazioni e dei media. Molti dei sopravvissuti sono stati portati in hotel situati sulla costa a spese dello Stato in modo da avere un tetto sulla testa, ma i meno fortunati sono stati costretti ad ammassarsi nelle tendopoli che sorgono ovunque in tutte le provincie d’Abruzzo.
Dopo un anno, al freddo, con l’igiene a livelli minimi e il poco cibo che viene servito dagli angeli della protezione civile e dai volontari giunti da tutta Italia, coloro che vivono in queste condizioni precarie decidono di andare a manifestare direttamente a Roma, guidati dal sindaco dell’Aquila e da altre importanti autorità abruzzesi, per dare voce alle loro proteste legittime, dato che lo Stato si era impegnato a sgombrare le tendopoli al massimo nel giro di un anno. A Roma, però, il corteo viene fermato e caricato dalla polizia e i manifestanti vengono presi a manganellate. Tra i feriti figura proprio il sindaco dell’Aquila.
Il senso di delusione e amarezza che si diffonde dopo l’episodio è profondo: lasciati a loro stessi, i terremotati decidono di non aspettare più i comodi del governo e alcuni di loro decidono di comprare un’abitazione a loro spese e andarsene dalle tendopoli. Alcune case di legno vengono fornite dallo stato, ma sono piccole e quasi mancano dei comfort più basilari. Molti si accontentano, ma altri invece decidono di rimanere nelle tendopoli o negli hotel. E qui sorge un altro problema: i proprietari degli alberghi sono preoccupati. Chi pagherà il conto dei “clienti”? Quando si potranno rendere gli hotel nuovamente agibili? Nessuno lo sa.
Nei primi tempi si erano fatti raccolte, concerti e collette che hanno aiutato la provincia a sollevarsi un po’, ma non è bastato. Quando l’ “effetto novità” è passato e la situazione ha perso visibilità mediatica è scomparsa l’informazione e con essa sono scomparsi gli aiuti della gente. Già dopo un anno dal sisma non si pensava più tanto al terremoto, che aveva scatenato una vera e propria psicosi, aumentata dai media. Si diceva “ci penserà lo Stato, ha promesso di occuparsene, non è affare mio”. E si andava avanti. Ma a quasi tre anni dal sisma alcuni dei terremotati si trovano tutt’ora in quegli alberghi. L’unico aiuto concreto che lo Stato ha dato è stato il cosiddetto “Decreto Abruzzo”.
Questa è ed è stata la situazione degli ultimi anni. La domanda di base a cui spero che qualcuno riesca a rispondere è: c’è qualcuno che dopo due anni e mezzo si ricorda ancora della tragedia che ha colpito l’Abruzzo, che si rende conto che c’è ancora gente costretta a vivere nelle tendopoli? Qualcuno che si chieda ogni tanto se può fare qualcosa? La risposta per almeno il 70% degli italiani è no. Perché ai nostri giorni tutte le cose vanno di pari passo e anche la solidarietà si è dovuta adeguare: va di pari passo con lo share televisivo.
 
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CAOS DENTRO: ANCHE L’OPERAIO VUOLE IL FIGLIO DOTTORE

Come è cambiato il sindacato negli anni? È ancora in grado di tutelare i suoi lavoratori? E come viene percepito da chi, da decenni, lavora nell’industria?
È indubbio che il mondo del lavoro sia mutato profondamente, cambiamento dovuto a diversi fattori che riguardano lo sviluppo tecnologico, il concetto di produzione, una maggiore competizione, l’emergere di nuovi sistemi organizzativi per le aziende,etc. Il Sindacato come ha reagito a questi cambiamenti?
Oggi vogliamo parlarvi di un mondo in particolare, quello dei lavoratori metalmeccanici che ieri, 5 dicembre 2012, sono scesi in piazza per protestare contro l’approvazione del nuovo contratto nazionale 2013-2015. Si tratta dei lavoratori della FIOM, sindacato dei metalmeccanici che dopo aver rifiutato l’accordo del 2009, è stato escluso dalle trattative per il rinnovo del contratto nazionale siglato tra Federmeccanica; Assistal, Fim, Uilm e definito da Mirco Rota, segretario generale della Fiom della Lombardia, un “contratto che va contro i diritti dei lavoratori”.
M. (50) e L. (26) – tesserati FIOM
 
A quanti anni hai iniziato a lavorare?
 
M. << Ho iniziato a lavorare a quindici anni, ho fatto vari lavori, dal tappezziere all’imbianchino, poi sono entrato in fabbrica e ormai sono una tuta blu dal ’79. >>
L. << Ho svolto diversi lavoretti durante gli studi, per lo più come commesso o addetto vendita. Dopo il diploma di maturità ho iniziato a cercare qualcosa di più inerente ai miei studi (elettrotecnico, ndr), così a 18 anni ho iniziato a lavorare come operaio metalmeccanico in fabbrica, non è esattamente ciò che vorrei fare ma dato che al momento cambiare è impossibile, mi accontento. Più avanti chissà. >>
Cosa pensi del Sindacato in generale?
 
M. << Penso che si sia indebolito molto. Ho sempre creduto nell’importanza di scioperare per ottenere migliori condizioni di lavoro, ma ormai sono giunto alla conclusione che gli scioperi, per come sono organizzati oggi, servono ben poco.  Una volta gli operai erano uniti, lo sciopero non era programmato con settimane di anticipo (a che serve se è “pianificato”? l’azienda si prepara e l’effetto di disagio viene praticamente annullato).
L’azienda era messa alle strette e alla fine ottenevi ciò che ti spettava. Mi ricordo, ad esempio, quando abbiamo fatto sciopero per ottenere la mensa e il padrone ci diceva “andate a ca’ vostra a mangiare!”, abbiamo lottato e alla fine l’abbiamo ottenuta. Sembra poco? Beh, con un ora di pausa non torni a casa e quando devi pranzare con un panino tra le polveri e l’olio delle macchine, per non parlare del freddo d’inverno, un posto caldo e pulito fa la differenza. È una questione di rispetto e di dignità. Oggi il sindacato si è spaccato e ciò è avvenuto perché il sindacato si è messo a fare politica. Un sindacalista che lotta non per i lavoratori ma per fare carriera, iniziando ad anteporre i propri interessi, non è più un buon sindacalista. È compromesso e chi ci rimette sono gli operai. Questo succede tanto ai livelli più alti quanto all’interno delle singole aziende. Una volta abbiamo fatto uno sciopero per un aumento di salario. Giorni di sciopero e alla fine l’azienda aveva ceduto, dandoci quasi l’intera somma richiesta. Un accordo ragionevole e di buon senso. Il rappresentante interno però non era d’accordo, ne faceva una “una questione di principio” e ha continuato a fare guerra all’azienda, contro anche il volere della maggioranza degli operai. Il suo obiettivo – l’abbiamo capito poi – era principalmente di farsi notare dal sindacato provinciale, sperando di lasciare il posto in fabbrica e assicurarsene uno in ufficio. Tuttavia lo sciopero era diventato insostenibile e l’accordo che era stato inizialmente avanzato fu ritirato dall’azienda e ne fu proposto un altro, meno conveniente, che alla fine il rappresentante fu costretto ad accettare. Questo è solo un esempio di come interessi personali indeboliscano il sindacato e come venga messo in secondo piano quello che dovrebbe essere il suo vero e unico obiettivo: la tutela del lavoratore.>>
L. << Ormai il sindacato fa politica e la spaccatura che si è venuta a creare tra i tre sindacati è puramente “ideologica”. Ormai non si parlano nemmeno più, partono da posizioni contrapposte alle quali rimangono saldamente attaccati senza fare alcuno sforzo per venirsi incontro. Gli operai sono operai, non ci sono operai di destra e operai di sinistra o almeno non dovrebbero esserci nel momento in cui si parla di diritti. Questi sono estesi a tutti e quindi è giusto che i sindacati parlino tra loro, trovino un accordo e si confrontino all’interno delle fabbriche con i lavoratori. Cosa vuol dire, all’interno della stessa fabbrica, fare due assemblee  sullo stesso argomento, nello stesso giorno, in due stanze separate? Ciò significa che c’è ostilità, non si parlano. Non si spacca solo il sindacato, si creano fratture nel gruppo operaio in cui si insinuano ricatti, compromessi. Si indebolisce il potere contrattuale dei lavoratori e l’azienda può sempre più facilmente imporre le proprie condizioni, soprattutto in un periodo di crisi come questo. >>
Cosa pensi dello sciopero di ieri  contro l’approvazione del nuovo contratto metalmeccanici?
 
M. << Io non ho aderito allo sciopero. Non perché sono d’accordo con il contratto che hanno firmato CISL e UIL, è un contratto che fa pena. Si vantano di aver dato un aumento di 130euro, “soldi freschi” li hanno definiti. Innanzitutto, sono “al lordo” e solo per il quinto livello, andando a scalare per i livelli più bassi.
Una  1a, stando al contratto, prenderà un aumento (sempre al lordo) di 81,25 euro, spalmati su tre anni. Ovviamente la tranche più consistente sarà data nel 2015. Diciamo che è un contentino che CISL e UIL sbandierano a destra e a manca come una grande conquista solo per coprire ciò che hanno fatto passare sotto silenzio e senza consultare i diretti interessati, ossia noi operai.
Primo tra tutti le modifiche riguardanti il lavoro straordinario. Gli straordinari sono obbligatori (per un massimo di 200/250 ore l’anno, ndr) e “nessun lavoratore, salvo giustificato motivo, si può rifiutare” di farli. Ad esempio, possono chiederti di lavorare 10 ore il sabato o la domenica (8 ore di straordinario settimanale + 2 ore di straordinario giornaliero, ndr). Ma non è finita qui.  La cosa assurda è che hanno firmato un contratto che svaluta il ruolo del sindacato stesso. L’azienda, infatti, in particolari circostanze, può modificare turni e predisporre straordinari (anche oltre a quelli obbligatori previsti), senza contattare il RSU. Quale sindacato “sano” può firmare un contratto che riduce il suo potere contrattuale? Ma soprattutto, mentre tutto questo accadeva, durante i tre mesi di trattativa tra Federmeccanica e Cisl-Uil, il nostro sindacato dov’era? Perché si è aspettato di arrivare a ridosso dell’approvazione (e proprio ieri è stato approvato!) per protestare? Non si sapeva della scadenza del precedente contratto? Io ho scioperato contro l’abrogazione dell’articolo 18; ho scioperato per far reintegrare in azienda colleghi ingiustamente licenziati. Ho scioperato contro l’esclusione dalla trattativa della FIOM dell’ultimo contratto nazionale. Ho scioperato, ma cosa abbiamo ottenuto? È vero il giudice ha dato ragione alla FIOM, una bella vittoria, “facciamo storico così tra dieci anni vedranno quello che abbiamo fatto” mi ha risposto il nostro rappresentante interno. Peccato che alla fine ho perso 8 ore di lavoro, il contratto non è stato annullato e lo stipendio sia lo stesso. Dello “storico” non me ne faccio niente. Se davvero ne valesse la pena, se davvero si desse prova che le cose cambiano, allora sì, lo farei. Sono più di 30 anni che lavoro ed è sempre peggio. L’unica cosa da fare è stracciare le tessere, scendere in piazza e bloccare l’Italia. Farlo davvero, non dopo che l’accordo è stato approvato e “solo per fare storico”. Sono stanco e penso che se continuerà così non rinnoverò neanche la tessera. Pago più di cento euro di tessera all’anno e per che cosa? >>.
Le posizioni espresse da M. riguardo alle condizioni previste dal contratto sono condivise appieno da L. il quale, però, ha preso una decisione diversa: aderire alla protesta.
 
L. << Io ho deciso di aderire allo sciopero perché credo nella FIOM. Rispetto ai vari sindacati è quello che più di tutti riesce a farsi valere e questo anche rispetto alla “madre” CGIL. Ho deciso di aderire perché ritengo inconcepibile il fatto che il mio sindacato, quello per il quale pago una tessera per essere rappresentato, venga escluso dalla trattativa,  ma soprattutto non posso accettare che si parli di questioni riguardanti i lavoratori senza..i lavoratori!! Per quanto riguarda il nuovo contratto sono sconcertato. Sull’aumento (in generale, per come è concepito)  trovo ci siano delle contraddizioni. Innanzitutto, il fatto che l’aumento vada a scalare non comporta che un ampliamento della forbice tra chi guadagna di più e chi di meno. Ok, l’aumento sarà in proporzione, ma dato che la differenza c’è già a monte ed è data dal livello di appartenenza, un aumento trasversale sarebbe più equo, soprattutto in un periodo drammatico come questo dove, proprio chi guadagna di meno, ne ha più bisogno. In secondo luogo voglio rispondere a chi mi dice “Beh, se non ti sta bene questo aumento non prenderlo”, che il problema non è l’aumento in sé, ma che una trattativa con i sindacati divisi non può che nuocere unicamente ai nostri diritti. Sicuramente uniti avremmo ottenuto di più.
Un altro punto è quello del lavoro straordinario. Rendendo obbligatori gli straordinari, non solo si rende l’operaio a completa mercé dell’azienda, ma si riducono anche i margini per nuove assunzioni. La verità è che dopo l’approvazione del “contratto FIAT” la posizione dei lavoratori si sta indebolendo sempre di più (complice la crisi) e senza un sindacato in grado di opporsi, ma che anzi si spacca, bypassa i lavoratori ed esclude dalle trattative una delle sigle con il maggior numero di tesserati (FIOM), è destinato a scomparire. Serve un nuovo sistema, il sindacato deve essere rinnovato, smetterla di essere “politicizzato” e rimettere i diritti del lavoratore al centro dei suoi interessi, comprese le nuove tipologie di lavoratori, i “precari”, sempre più penalizzati e meno tutelati.>>ope