CAOS DENTRO: IL DIO DI SPINOZA

AMSTERDAM-ANNO DOMINI 1676

(VECCHIA CAMERA IN AFFITTO A NOME DI BARUCH D’ ESPINOSA)

Qua e la lenti e utensili vari per le operazioni ottiche.

L: Caro D’Espinosa, buondì…
S: Ah, messer Leibniz, siete voi. Quale motivo vi ha spinto ad intraprendere un così lungo viaggio da Hannover ad Amsterdam?

Si stringono la mano e S. dà una pacca sulla spalla ad un L. vagamente infastidito di tanta confidenza (questi olandesi…)

L: Non hai ancora risposto alla mia ultima lettera dove, tra l’altro, ti chiedevo di prepararmi un paio di occhiali. Sai, leggo troppo…la vista è un caro prezzo da pagare purtroppo quando si è un grande studioso come me!
S: Sempre il solito modesto, eh? D’altronde, secondo quanto dici tu stesso, dovrai convenire che la tua vista è la migliore vista possibile che potrai mai avere…(risatina sarcastica)
L: Eh sì…il fato è il decreto di Dio…d’altronde se ora avessi una vista perfetta, caro Baruch, non ci troveremmo ora qui, nella tua bottega, in una città fiorente e bella come Amsterdam. Questo mondo sarebbe totalmente un altro mondo…
S: Certo, e io magari sarei un alto esponente della curia romana…(risata vagamente dispregiativa)
L: (Prendendo una sedia e accomodandosi) Certamente. E comunque non fare tanto lo spiritoso…per i chiostri di mezza Europa corre voce che tu sia ateo!
S: Ancora con questa storia. Ho rinunciato un anno or sono a pubblicare la mia “Etica” proprio per questo! Pensa, il Burgh, quel maledetto convertito, mi ha dato addirittura del misero omiciattolo, vile verme della terra…mi ha persino chiamato cenere ed esca dei vermi…
L: Dai Baruch, lo dico per il tuo bene…Da quanto ho potuto apprendere leggendo il tuo Tractatus, il tuo Dio è un altro rispetto al nostro…
S: ( gettando altra legna nel camino) Bè… io ho voluto semplicemente combattere le superstizioni che annebbiano le menti degli uomini: i religiosi si giudicano dalle loro buone opere, dal loro comportamento, non dai loro convincimenti dottrinari e speculativi; per la vita morale, mio caro, non ha importanza che Dio sia fuoco, spirito, luce, pensiero o qualche altra misteriosa entità metafisica più o meno occulta. (Sul volto di L. inizia a disegnarsi un’espressione contrariata). Infondo, che cosa importa se Dio è ovunque secondo l’essenza, secondo la potenza; se diriga le cose per la libertà o necessità; e poi tutte quelle storielle sui premi ai buoni e sulle pene ai cattivi, chi potrà mai sapere se sono vere o no? Vino?
(S. versa del buon Claret rosso a L.)
S: E ti dirò di più, ritengo che la teoria della trascendenza di Dio non sia per nulla fondata. Sai qual è il mio motto Gottfried?
L: Quale????
S: Deus sive natura! La potenza della natura ha la stessa potenza di Dio. Dalla natura di Dio procede dunque l’essenza e l’esistenza di tutte le cose e ogni loro attività.
L: Ti rendi conto, che così dicendo, stai rendendo il Dio della tradizione teologica ebraica e cristiana totalmente impersonale?Che ne è dell’atto della creazione ?
S: La creazione è l’atto per cui Dio fa esistere sé stesso e con sé fa esistere tutte le cose: e tutte le cose sono connesse con Dio come le proprietà di una figura geometrica sono legate con la natura o definizione di questa. Nulla è contingente, compreso il buon vino che stai gustando; tutto è determinato dalla necessità della natura divina ad esistere e ad operare in una certa maniera.
L: Dunque, stai dicendo che quest’ottimo vino, ha in sé la causa del proprio esistere?
S: Certo, questo vino non è DI-VINO? Scherzi a parte…
L: (ride) ecco perché mi state simpatici voi olandesi, sempre di buono spirito! Torniamo seri, a mio parere tutte le cose che vediamo e sperimentiamo sono contingenti, non hanno cioè in sé la causa del proprio esistere, perciò bisogna ricercare la ragione dell’esistenza del mondo, che è la totalità completa delle cose contingenti. Questa ragione è una sostanza altresì sommamente intelligente, potente, buona e trascendente: Dio.
S: E’ qui che ti sbagli: questo tipo di considerazione frantuma l’unità della natura, è frutto dell’immaginazione, cioè di una conoscenza inadeguata e approssimativa; infatti a una visione più profonda, propria dell’intelletto, la realtà molteplice rimanda all’unica sostanza, alla natura naturante, rispetto alla cui continua ed immanente causalità tutto è intrinsecamente determinato.
L: La tua visione è oltremodo spregiudicata! Riprendendo il tuo esempio, Dio non è all’interno di questo vino, però l’ha creato con un libero atto intellettivo seguendo il principio della massima perfezione: Dio non può non volere il migliore dei mondi. Seguimi: l’atto della creazione divina contiene in sé il principio del massimo della perfezione che costituisce la causa finale delle creature, ciò a cui esse tendono.
S: Ma Dio opera per necessità della propria natura, come può avere una finalità? Ammettere che Dio opera secondo un fine, significherebbe ammettere che Dio tende verso qualcosa di cui è privo. Per come la presenti tu, sembra che Dio abbia preparato con cura la miscela, il combustibile di cui è fatto il nostro mondo, abbia innescato l’esplosione e se la sia svignata vigliaccamente…
L: Umm…ah bè…invece secondo il tuo ragionamento…Dio sarebbe saltato in aria con la sua stessa miscela, cioè noi, e ne sarebbe quindi divenuto parte…?
S: Una cosa del genere…
L: Ma suvvia…(ride, mentre il vino riscaldava i loro animi). Avanti avanti… brindiamo al miglior mondo possibile! Così va il mondo…sì, forse avrei potuto essere più ricco, ma non sarei stato io…sarei stato, magari, Descartes, quel tizio che è morto stecchito non appena ha smesso di pensare…
S: (ride) Bravo, vedo che l’aria dell’Olanda e quest’ottimo vino inglese ti rasserenano lo spirito!
L: Nota bene, il mio ragionamento ci ha portato al regno dei fini, ove tutto è retto dal criterio del meglio, ove ogni essere, attraverso la ragione e la conoscenza delle verità eterne, entra in una specie di società con Dio che è ragione ultima dell’universo.
Non solo tutte le sostanze trovano così il loro posto nell’universo armonicamente ordinato secondo fini, ma in questo stesso universo gli spiriti costituiscono la città di Dio, il quale è il monarca della più perfetta repubblica composta da tutti gli spiriti; e poiché Dio è la più perfetta e felice delle sostanze, egli è il più degno d’amore. L’amore di Dio conferisce agli spiriti la felicità che si realizza fin dal presente e ci rende sicuri della più grande felicità futura, nella certezza che, essendo tutto fatto per il meglio, Dio soddisfa le nostre speranze e ci conduce sulla via della suprema felicità, in un continuo progresso verso nuovi progressi e nuove perfezioni.
S: Sai qual è il tuo problema Gottfried?Anche se ti passassi la questione del finalismo…tu non consideri abbastanza quello che è il motore di ciascun individuo preso in sé stesso: la vis existendi, quell’atavico desiderio di perseverare nel proprio essere.
Da questo punto di vista il primo bene, ciò che la nostra mente per primo desidera, è l’affermazione del proprio corpo: ciò che accresce la potenza del corpo e quindi anche della mente è piacevole, quel che contrasta è dannoso; e in forza della ricerca di ciò che è piacevole la mente passa da una perfezione ad un’altra maggiore.
L: Ma questo non comporterebbe un naufragare nelle passioni?
S: Certo che no! Le passioni vanno riconosciute ed accettate come parti integranti del nostro essere umano, ma vanno sottoposte al vaglio della ragione. Ad esempio, se tu e io ci fossimo totalmente liberati dalle passioni, oggi non potremmo godere della nostra reciproca compagnia bagnata da questo delizioso vino.
Tuttavia, giunto a vivere sotto il dettame della ragione, l’uomo, controllando le proprie passioni, non ha più paura della morte, ma è teso totalmente alla realizzazione del proprio essere, alla piena realizzazione di sé: la sapienza è a questo punto pienezza di essere e di vita, meditatio vitae.
L: Ben detto. Tuttavia sono convinto che su un punto le nostre idee convergano: la libertà suprema consiste nell’essere inseriti nella razionalità di un ordine superiore.
S: Scusa se ti correggo, piuttosto parlerei di un ordine immanente! Che permea già ogni fibra dell’essere. Capisci che Dio non ci guarda dall’alto di un mondo separato?! Basta con questo protagonismo di Dio…
L: (alzando le braccia sconsolato…) Non esageriamo, sarebbe come ipotizzare che un domani qualcuno potrebbe saltare fuori annunciando la morte di Dio…

(di Silvia Miotti e Lino Cassese)

spinoza

CAOS DENTRO: DIVERSI DA CHI?

Il mondo è pieno di pregiudizi e stereotipi. A me non sono mai piaciuti, per questo mi sono appassionata allo studio delle culture dei Paesi stranieri. Non ho mai creduto che a tutti i tedeschi piacessero i crauti, ho voluto verificare di persona. Così mi è capitato di trovarmi in Germania a vivere con una famiglia tedesca; effettivamente molti uomini indossano i sandali con i calzini bianchi fino al polpaccio e bevono solo succo di mela, ma ci sono molte altre persone che potrebbero essere benissimo scambiate per statunitensi. Non posso negare che molte ragazze siano alte, bionde e abbiano le lentiggini, ma tante altre sono basse e more. Ho imparato che una persona non appartiene ad una nazione in base al proprio aspetto fisico, ma in base alla propria cittadinanza, al senso civico, alla partecipazione al miglioramento del posto in cui vive. La cosa più bella che ho potuto constatare è che le amicizie di gioventù non sono ancora condizionate dalla situazione politica del proprio Stato o dall’andamento dello SPREAD. Tra giovani può accadere che un israeliano ed un palestinese pranzino insieme, o che un serbo si innamori di una bosniaca. Mi è capitato di vivere in una famiglia filippina che si è trasferita in Canada. Io sono figlia unica, ma per un mese ho avuto quattro fratelli:  Ariel, Kazutaka, Javier e  Shinichi. E avevo anche un’altra mamma che quando parlava al telefono mi sembrava dicesse solo <<Papaiapapaia>>, poi ho scoperto che stava semplicemente parlando la sua lingua di origine. Il suo nome è Lolita, è nata nelle Filippine, ma è canadese a tutti gli effetti: ricopre una carica simile all’assessore alla cultura di un quartiere di Toronto. E’ successo che un cinese e un giapponese condividessero la stanza da letto senza mai litigare. Dopo pochi giorni di convivenza, la sera io e la mia nuova famiglia ci riunivamo intorno al tavolo e discutevamo; a volte si trattavano temi seri, a volte facevamo origami, altre ci insegnavamo le nostre lingue a vicenda. All’inizio non potevo credere che un cinese non capisse il giapponese, ma mi sono ben presto resa conto che anche quello era un pregiudizio, tant’è che ora io stessa sono capace di distinguere le due lingue. Poi Ariel, brasiliano, ha imitato me che parlavo italiano: non riesco a descrivere la sorpresa che ho provato ascoltando la sua imitazione! <<Ma io non parlo così!>> ho pensato, eppure evidentemente gli altri hanno un’opinione diversa dalla mia. A scuola ho conosciuto messicani, turchi colombiani, russi. Effettivamente ognuno aveva le proprie abitudini e i propri gusti, ma quando abbiamo visto un bellissimo paramedico in stile telefilm americano non c’è stata nazionalità che tenesse..tutte ci siamo “improvvisamente” sentite male! Ho conosciuto una ragazza belga, la cui madre è greca, il padre tedesco, i nonni paterni brasiliani e quelli materni italiani; nonostante ciò la mia amica Iris non ha mai avuto crisi di identità né problemi di integrazione. E allora perché qui in Italia ci facciamo tanti problemi? Perché una persona che ha la pelle nera dev’essere per forza africana? Perché dobbiamo odiare i francesi? Perché una donna italiana che è Ministro dell’Integrazione non è considerata tale in quanto nata in Congo?

Cari adulti, crescete!

no-racism

CAOS DENTRO: TUTTO E NULLA

Xavier: Che cosa desideri?
Wilhem: Tutto e nulla.
Xavier: Ma ciò non è possibile!
Wilhem: Lo è invece. Nei sogni tutto è possibile. E poi la vita è una contraddizione.
Xavier: E l’ordine dove lo lasci? Come puoi conciliare gli opposti?
Wilhem: Quale ordine? Io vedo solo il caos senza fine e senza senso. E dove non c’è un alto e un basso, una destra e una sinistra, un cielo e un mare, anche gli opposti che si escludono possono convivere.
Xavier: Ma come si può vivere in un mondo caotico e insensato? Non si capirebbe nulla!
Wilhem: Ma come si può vivere in un mondo ordinato e sensato? Non si proverebbe nulla!
Xavier: Di che stai parlando? Non farmi il verso. Quello che dici non ha senso!
Wilhem: Invece lo ha. Ha senso perché io voglio che lo abbia e non lo ha perché tu vuoi che sia così. Non è strano questo mondo? È l’insieme di tanti, incompatibili punti di vista!
Xavier: Di nuovo, temo non capire.
Wilhem: Non capisci perché non c’è nulla da comprendere. Devi solo interpretare e inventare. In fondo in un mondo che è caos e assenza di senso si può solo creare e sognare…
Xavier: Ma ci sono dei limiti, e lo sai anche tu! Certe frontiere non si possono oltrepassare!
Wilhem: I limiti sono tali solo per noi, per altri saranno diversi. Ma pensandoci bene anche i miei limiti sono diversi dai tuoi e viceversa…Non trovi che sia tutto dannatamente complicato e semplice al tempo stesso?
Xavier: Di nuovo una contraddizione. Sto iniziando a chiedermi se tu ti rendi conto di quello che dici. Hai controllo sulle tue parole? Ciò che dichiari è totalmente irrazionale e privo di logica. Dovresti imparare a pensare e a ragionare prima di dire le cose o finiranno per prenderti per pazzo!
Wilhem: Ma come posso essere razionale parlando di cose irrazionali? Sei tu quello fuori luogo ora! Troppa logica fa male, la razionalità ha prodotto più mostri della pazzia…Io parlo di emozioni, di potenza creatrice! Che mi prendano pure per pazzo, sarà sempre meglio che essere sano! Preferisco che mi chiudano in manicomio piuttosto che vivere libero nella gabbia della normalità!
Xavier: Ti piacciono proprio gli ossimori, eh?
Wilhem: Penso che siano l’unico modo per esprimere le forme della realtà in cui viviamo. Sempre che questa realtà sia davvero reale. Il caos non ha una forma d’altra parte.
Xavier: Mi fai venire mal di testa con tutti questi tuoi folli voli. E abbiamo anche perso di vista il discorso che stavamo facendo! Perché ogni volta che parliamo finisce sempre così?
Wilhem: Perché innanzitutto io e te non dovremmo proprio parlare!
Xavier: Non ricominciare con quella storia. Se tu ti sforzassi di essere razionale e oggettivo almeno per un momento magari riusciremmo a capirci.
Wilhem: Ma io non so essere razionale, o meglio lo so essere a modo mio. E poi anche se mi sforzassi come dici tu non potremmo comunque capirci!
Xavier: E perché, di grazia?
Wilhem: Perché l’oggettività non esiste! Io ragiono in un modo diverso dal tuo e, nel nostro caso, i nostri modi di pensare sono totalmente opposti. E infatti non arriviamo mai da nessuna parte!
Xavier: Ma non eri tu quello che diceva che gli opposti possono coesistere e conciliarsi?
Wilhem: Certo, e ne sono fermamente convinto. Ma io non ho mai detto che possono capirsi. Sono due cose diverse. Su questo dovremmo essere d’accordo.
Xavier: No che non lo siamo, perché gli opposti non possono stare insieme in primis.
Wilhem: E allora come mai sei qui a parlare con me?
Xavier: Noi non siamo opposti!
Wilhem: Tu dici? Non posso controbattere. Come ho detto, i nostri punti di vista sono inconciliabili.
Xavier: Il mio mal di testa è in aumento.
Wilhem: Questo perché cerchi di spiegare l’irrazionale con la logica. Lascia perdere. Non è il tuo campo.
Xavier: Ma io esisto per spiegare le cose!
Wilhem: Sì, ma tu stesso hai detto che ci sono dei limiti che non possiamo superare. E io sono uno dei tuoi. Quindi continuiamo a parlare senza sentirci e a convivere senza toccarci. È così che il mondo va. O meglio, che non va. Il caos non ha una direzione.
Xavier: Penso che per ora lascerò perdere. Ma non pensare di aver vinto. Tornerò ad indagarti.
Wilhem: Fai pure. So già che accadrà. Tutto questo si è ripetuto già tante, troppe volte e si ripeterà uguale a sé stesso ancora e ancora e ancora, all’infinito. Il caos è un serpente che si morde la coda.
Xavier: Smettila con queste tue follie. Il tempo è lineare, non ci sono prove che sostengano la tesi contraria. E poi vorrei tornare alla mia domanda di prima.
Wilhem: Vedi? Torni al punto di partenza. Non mi dare addosso. Come ti ho detto, non ci possiamo capire né accettare. Quindi sforziamoci almeno di coesistere.
Xavier: Non finisce qui. Comunque sia…Che cosa desideri?
Wilhem: Tutto e nulla.
Xavier: Ma ciò non è possibile!
Wilhem: Lo è invece. Nei sogni tutto è possibile. E poi la vita è una contraddizione.
Xavier: Non ricominciare!
Wilhem: Bene, cercherò di essere più chiaro.
Xavier: Che cosa desideri?
Wilhem: Tutto e nulla.
Xavier: Di nuovo?! Non sei più chiaro!
Wilhem: Lasciami finire almeno. Sei troppo impaziente. Il tempo ha i suoi spazi e lo spazio i suoi tempi. Lascia che si annullino.
Xavier: Come ti pare. Evita i non sensi però. Che cosa desideri?
Wilhem: Tutto e nulla. Perché la libertà non è un qualcosa di concreto ma la possibilità del tutto che può tradursi in niente. I sogni sono mere fantasie vuote che nascono dal nulla ma che possono diventare l’intero universo. Allora, hai capito cosa desidero?
Xavier: Ora credo di vedere un barlume di comprensione. Che cosa desideri?
Wilhem: Tutto e nulla.

CAOS DENTRO: L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA?

COSTITUZIONE

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

 

REALTA’

Le forze militari italiane sono parte integrante dell’operazione “Enduring Freedom” contro il terrorismo internazionale e, per alcune aliquote, avranno anche compiti di attacco. L’Italia è in guerra, e le sue forze potranno essere impiegate dal Comando di Tampa, negli Stati Uniti, con tempi e modalità che saranno di volta in volta concordati a livello militare.

L’Italia ha offerto agli Stati Uniti, per la partecipazione alle operazioni contro il terrorismo:

  • 6-8 aerei caccia Tornado,
  • 1 aereo C-130 da trasporto,
  • 1 aereo B707 per il rifornimento in volo,
  •  8 caccia Harrier imbarcati sulla Garibaldi,
  •  4 elicotteri Mangusta,
  • i carriarmati Blindo Centauro,
  • la portaerei Garibaldi,
  •  le fregate “Zefiro” e “Aviere”
  •  la nave rifornitrice Etna. (Le navi sono dotate di sistemi missilistici e di bombe)

L’Italia parteciperà anche alla missione Onu di pace in Afghanistan. Il primo gruppo di militari italiani parte per Kabul il 28 dicembre. Un’avanguardia con il compito di perlustrare la zona assegnata al controllo del nostro contingente. Nel giro di qualche giorno andranno via altri cento uomini. Verso la metà di gennaio arriverà il grosso delle truppe. In tutto 600 persone. Saranno messe in campo le seguenti forze: un reggimento di 200 uomini composto da Cavalleggeri “Guide”, dotati di blindati Centauro. Poi un centinaio di militari del reparto speciale della Folgore, gli incursori del Col Moschin. Più o meno 100 dovrebbero essere i carabinieri del reggimento Tuscania. Il resto del contingente sarebbe formato da specialisti Nbc (nucleare, batteriologico, chimico), addetti alle comunicazioni e sminatori del genio. Il contingente internazionale sarà guidato dal generale britannico John McColl.

Oltre ad essere un’ offesa alla dignità umana, questa guerra è uno spreco di soldi e risorse che potrebbero essere indirizzate a lavori più nobili, come la ricostruzione de L’Aquila, finanziamenti alle imprese, occupazione giovanile ma ,soprattutto, a settori come quello dell’istruzione e della cultura. Solo partendo da questi ultimi due settori, infatti, si potrà veramente cominciare a ripudiare la guerra con tutte le nostre forze e ridare anche  vigore ad una Costituzione che, nei suoi principi, risulta la più bella del mondo.

pace

CAOS DENTRO: LETTERA PARTIGIANA

Armando Amprino (Armando)

Di anni 20 – meccanico – nato a Coazze (Torino) il 24 maggio 1925 -. Partigiano della Brigata ” Lullo Mongada “, Divisione Autononia ” Sergio De Vitis “, partecipa agli scontri del maggio 1944 nella Valle di Susa e a numerosi colpi di mano in zona Avigliana (Torino). Catturato nel dicembre 1944 da pattuglia RAU (Reparto Arditi Ufficiali), alla Barriera di Milano in Torino – tradotto alle Carceri Nuove di Torino Processato dal Tribunale Co.Gu. (Contro Guerriglia) di Torino.  Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR, con Candido Dovis.

Dal Carcere, 22 dicembre 1944:

 

Carissimi genitori, parenti e amici tutti,

devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.        

Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.                                 

Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito. Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.              

Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese.  Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.

Vostro figlio Armando

Viva l’Italia! Viva gli Alpini!

partigiani

CAOS DENTRO: DE PROFUNDIS

Questa sera vogliamo proporvi l’emozionante lettera che Oscar Wilde, imprigionato per omosessualità, dedicò al suo amato. L’obiettivo è quello di farvi riflettere su come è trattato tristemente il dibattito sull’omosessualità nel nostro Paese e, permetteteci di dirlo, di come è regredita l’Italia, evocata proprio da Oscar Wilde in questa lettera scritta alla fine dell’800 come meta sognata dai due amanti per poter finalmente vivere il loro amore alla luce del sole. Buona lettura!

“Mio carissimo ragazzo, questo è per assicurarti del mio amore immortale, eterno per te. Domani sarà tutto finito. Se la prigione e il disonore saranno il mio destino, pensa che il mio amore per te e questa idea, questa convinzione ancora più divina, che tu a tua volta mi ami, mi sosterranno nella mia infelicità e mi renderanno capace, spero, di sopportare il mio dolore con ogni pazienza. Poiché la speranza, anzi, la certezza, di incontrarti di nuovo in un altro mondo è la meta e l’incoraggiamento della mia vita attuale, ah! debbo continuare a vivere in questo mondo, per questa ragione. Il nostro caro amico mi è venuto a trovare oggi. Gli ho dato parecchi messaggi per te. Mi ha detto una cosa che mi ha rassicurato: che a mia madre non mancherà mai niente. Ho sempre provveduto io al suo mantenimento, e il pensiero che avrebbe potuto soffrire delle privazioni mi rendeva infelice. Quanto a te (grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo), quanto a te, ti prego, non appena avrai fatto tutto quello che puoi fare, parti per l’Italia e riconquista la tua calma, e componi quelle belle poesie che sai fare tu, con quella grazia così strana. Non esporti all’Inghilterra per nessuna ragione al mondo. Se un giorno, a Corfù o in qualche isola incantata, ci fosse una casetta dove potessimo vivere insieme, oh! la vita sarebbe più dolce di quanto sia stata mai. Il tuo amore ha ali larghe ed è forte, il tuo amore mi giunge attraverso le sbarre della mia prigione e mi conforta, il tuo amore è la luce di tutte le mie ore. Se il fato ci sarà avverso, coloro che non sanno cos’è l’amore scriveranno, lo so, che ho avuto una cattiva influenza sulla tua vita. Se ciò avverrà, tu scriverai, tu dirai a tua volta che non è vero. Il nostro amore è sempre stato bello e nobile, e se io sono stato il bersaglio di una terribile tragedia, è perché la natura di quell’amore non è stata compresa. Nella tua lettera di stamattina tu dici una cosa che mi da coraggio. Debbo ricordarla. Scrivi che è mio dovere verso di te e verso me stesso vivere, malgrado tutto. Credo sia vero. Ci proverò e lo farò. Voglio che tu tenga informato Mr Humphreys dei tuoi spostamenti così che quando viene mi possa dire cosa fai. Credo che gli avvocati possano vedere i detenuti con una certa frequenza. Così potrò comunicare con te. Sono così felice che tu sia partito! So cosa deve esserti costato. Per me sarebbe stato un tormento pensarti in Inghilterra mentre il tuo nome veniva fatto in tribunale. Spero tu abbia copie di tutti i miei libri. I miei sono stati tutti venduti. Tendo le mani verso di te. Oh! possa io vivere per toccare i tuoi capelli e le tue mani. Credo che il tuo amore veglierà sulla mia vita. Se dovessi morire, voglio che tu viva una vita dolce e pacifica in qualche luogo fra fiori, quadri, libri, e moltissimo lavoro. Cerca di farmi avere tue notizie. Ti scrivo questa lettera in mezzo a grandi sofferenze; la lunga giornata in tribunale mi ha spossato. Carissimo ragazzo, dolcissimo fra tutti i giovani, amatissimo e più amabile. Oh! aspettami! aspettami! io sono ora, come sempre dal giorno in cui ci siamo conosciuti, devotamente il tuo, con un amore immortale

Oscar”

(dal “De Profundis” 29 aprile 1895)

wilde

CAOS DENTRO: ALLES IN ORDNUNG

A Roma, in un liceo, una insegnante di matematica ha detto a una ragazza: “Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata attenta”. Bisogna meditare sulla frase da lei detta a sua discolpa: “Ho detto quella frase per indicare un posto organizzato, dove regnava l’ordine”. Era molto meglio dire, semplicemente: “Sì, sono razzista e nazifascista”.

Ma dire che il cuore del Male sia Ordine, è la follia al suo culmine: è la notte della violenza che si pretende rischiaramento e luce meridiana, è la menzogna suprema.

La frase che la docente ha detto è assai peggiore del dire “sono razzista e nazifascista”, perché ha aderito davvero all’istanza più profonda e intima del progetto nazista: che la soluzione finale fosse l’Ordine naturale, che quel raschiare via – come pidocchi – tutti gli “sgorbi” della natura non fosse che il culmine della Razionalità, che in quella catastrofe di Caos fosse in realtà il trionfo del Cosmos, del rimettere ogni cosa al suo posto, del far Luce, ultima e finale, sul mondo pervertito che sarebbe apparso finalmente combaciare con se stesso.

La signora non è stata punita. Si è messa in malattia, prima di andare in pensione. Che abbia un riposo sereno, per quanto possibile. Noi non possiamo che gioire al pensiero che la scuola sia liberata da certe infamie.

caos nazo

CAOS DENTRO: IN CAMMINO VERSO MATERA (PASSANDO PER IL GIAPPONE)

Avrei voluto dedicare il Caos di questa sera al tema dell’Open data e dell’Open Government, delle opportunità per le start up e del mondo dell’incubatore d’impresa. Una passione personale che ho potuto studiare da vicino nel periodo della tesi e a cui mi sarebbe piaciuto dedicare un articolo collegandolo anche al particolare momento politico. Gironzolando nella Rete, però, mi sono imbattuta in questo articolo di Alberto Cottica e non ho potuto fare a meno di condividerlo qui. Si parla di smart cities, di intelligenza collettiva e open data. Riassume benissimo, attraverso l’esempio della città di Matera, qual è il potenziale valore dei dati messi liberamente a disposizione dalle pubbliche amministrazioni (che ne sono le principali detentrici), ma soprattutto può aiutare gli amministratori a capire perché l’adozione di un modello Open data non è semplicemente un obbligo da adempiere, ma un’opportunità per i giovani, per le imprese, l’ambiente e l’innovazione. Per imparare a essere cittadini attivi e amministratori più lungimiranti, guardando in modo diverso ai problemi, scovando piccoli pezzi di Italia “vivi” che non chiedono altro di essere curati e coltivati.  Buona lettura.

COLLABORAZIONE E INNOVAZIONE: PERCHE’ PER DIVENTARE UNA SMART CITY RIPARTIAMO DAI MONASTERI DEL X SECOLO

Il tempio shinto Ise-jingū, in Giappone, ha funzionato ininterrottamente per 1300 anni. Eppure, quando i monaci del tempio hanno chiesto che UNESCO, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite, lo includesse nella sua lista di siti patrimonio dell’umanità, UNESCO ha rifiutato. Motivo: Ise-jingū è fatto di legno, un materiale non molto durevole. Ogni vent’anni circa, i monaci distruggono il tempio e lo ricostruiscono usando legno proveniente dallo stesso bosco da cui proveniva il materiale originale. Dal loro punto di vista, il tempio ha, in effetti, 1300 anni – ma è costruito con materiale rinnovabile. Le linee guida di UNESCO, però, guardavano in tutt’altra direzione: in un sito patrimonio dell’umanità sono gli artefatti (come gli edifici o le strade) che devono essere antichi. La stabilità dei processi, invece, non era menzionata. Questa storia è stata raccontata nel 2008 da Clay Shirky, che su di essa basa un’intuizione fulminante. Traduco qui le sue parole: “Wikipedia è un tempio shinto. Esiste non in quanto edificio, ma in quanto atto d’amore. Come il tempio di Ise, Wikipedia esiste perché c’è un numero sufficiente di persone che la amano, e, cosa più importante,  si amano nel contesto che essa fornisce. Questo non significa che le persone che la costruiscono siano sempre d’accordo, ma amare qualcuno non preclude l’essere in disaccordo con lui”. Shirky ha ragione. Wikipedia – come tutte le comunità online – è un processo sociale. Se le persone che vi partecipano perdono la motivazione a parteciparvi, queste comunità si disintegrano quasi immediatamente. Ho ripensato molto a queste considerazioni nel contesto del dibattito sulle smart cities. E ho capito questo: esse non sono vere solo per le comunità online, ma anche per quelle fisiche, come le città. Una città non è le sue strade, i suoi palazzi, la sua infrastruttura fisica. Una città è tutte queste cose, più il sapere locale che consente di mantenere, adattare, evolvere, migliorare la sua infrastruttura. Di questi due elementi, quello fondante è il sapere locale. Se esso è intatto, una città distrutta da un cataclisma può essere ricostruita e mantenere la propria identità; ma se il sapere locale scompare, il tempo e l’incuria abbatteranno i palazzi, interromperanno le vie di comunicazione, disperderanno la popolazione. Quindi, la città – qualunque città – è soprattutto software. E le componenti di questo software risiedono nei cervelli dei suoi cittadini. La città, alla fine, siamo noi che ci viviamo. UNESCO ha raggiunto la stessa conclusione, e ha finito per accogliere Ise-jingū tra i siti patrimonio dell’umanità. Con queste idee che mi girano in testa, da qualche mese provo a collaborare con una città che amo molto, Matera, candidata ad essere capitale europea della cultura nel 2019. Una candidatura consiste in un iter formale: immagino sia  possibile compierlo come un adempimento burocratico, una specie di “lista della spesa” di cui man mano spunti le caselle. Matera, però, ha un approccio più interessante: quello di usare la scusa della candidatura per riflettere sulla direzione che la città vuole prendere nel medio e lungo termine, indipendentemente dal fatto che venga effettivamente scelta come capitale europea della cultura oppure no. Cioè, alla fine,per aggiornare il software di Matera. La città si avvale di un pool di esperti di alto profilo, ma nessun esperto, per quanto bravo, può essere più efficace dello sforzo combinato dei seicentomila cittadini lucani (e dei tanti non lucani che, come me, amano Matera e la Basilicata). Più si riesce a mobilitare la riserva di informazioni, competenza e passione dei cittadini, e più il percorso futuro della città sarà creativo, intelligente, sostenibile. Tra tante azioni a sostegno della candidatura, la città sta provando a fare tre mosse anche in questa direzione. Sono piccole e poco costose, ma secondo me significative. La prima è una community online aperta con il mandato di arricchire il lavoro di preparazione del dossier di candidatura. In una prima fase si cerca di fare scouting, incoraggiando i materani che hanno esperienze o punti di vista interessanti a condividerli. Questo serve a scoprire le tante cose creative e interessanti che sempre, dappertutto, i cittadini fanno e le istituzioni non conoscono. Nella seconda fase, gli esperti professionali produrranno proposte (per esempio, in merito al concept della candidatura), e le discuteranno con i cittadini online. Il patto sociale del sito di community è di collaborazione costruttiva: tutti ci impegniamo per una discussione del livello più alto possibile. Per le piazzate, il narcisismo o il cinismo a buon mercato c’è sempre Facebook. Il sito di community – animato da uno straordinario web team di giovani volontari – non è ancora stato presentato, ma funziona già – bel segnale: le cose prima si fanno, poi se c’è tempo si tagliano anche i nastri. La seconda mossa è una politica di open data. Il rilascio di dati pubblici in formato aperto è un tema caldo in tutta Italia, e può contare su un piccolo ma combattivo pezzo di società civile che lo difende con passione. Rilasciare dati di buona qualità significa investire nell’intelligenza collettiva dei cittadini, che hanno bisogno di buone informazioni per fornire buoni contributi alle decisioni pubbliche. A gennaio, un drappello di civic hackers lucani e non lucani ha fatto a Matera un regalo: una giornata di ricognizione sullo stato dei database del Comune, che ha portato a individuare un percorso possibile verso un primo rilascio di dati già nel 2013. In questo percorso, Comune e società civile camminano insieme. La terza mossa è la più radicale: realizzare a Matera il primo unMonastery. Trainato da un gruppo fondatore prevalentemente nordeuropeo guidato da Ben Vickers, un londinese di 27 anni, unMonastery si ispira alla vita monastica del decimo secolo per incoraggiare forme radicali di collaborazione e innovazione: una specie di ordine mendicante laico per una società in grado di reggere meglio alle crisi di sistema presenti e future. Il senso è questo: nell’Europa della crisi – ma anche della diffusione della cultura hacker, in cui unMonastery è figlio legittimo – ci sono molti giovani scolarizzati, connessi e generosi. Aspirano al cambiamento di sistema, e non si sentono a loro agio né nelle istituzioni né nelle imprese; per loro innovazione non vuol dire inventare un nuovo gadget, ma attaccare i problemi di fondo di espansione dell’autonomia dell’individuo, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. Hanno percorsi che a molti di noi sembrano rischiosi e poco comprensibili (Ben si è pagato gli studi vendendo armi e armature magiche conquistate in un gioco online, poi lavorando in una delle prime società di data mining); sono tecnologicamente avanzati, idealisti e quasi sempre poveri. UnMonastery fa loro la stessa offerta dei monasteri antichi: un letto, tre pasti al giorno, e tempo per pensare e realizzare le proprie idee. Matera ci aggiunge una cosa che i non-monaci, trovano irresistibile: un’interfaccia con una comunità locale che vuole crescere e ha alcuni problemi da affrontare. La scommessa di questa collaborazione è che, vivendo fianco a fianco, hackers e materani scoprano ed esplorino insieme nuove strade per rendere la città più bella, vivibile, sostenibile e low cost. Possiamo inventare sistemi (parzialmente) bottom-up per l’igiene urbana e la raccolta dei rifiuti? Cosa si può imparare facendo reverse engineering delle antiche tecnologie di raccolta dell’acqua piovana, in uso a Matera fino all’Ottocento? Come si risolve il problema di spostare cose e persone nei Sassi, dove ci sono più scalinate che strade, riducendo l’uso dell’auto privata? Le imprese, finora, non hanno risolto questi problemi (anzi, hanno contribuito a crearli – basti pensare all’industria dell’automobile). Non possono permetterselo: hanno il dovere di fare profitti, e questo significa percorrere solo strade che conducono a flussi di reddito in tempi brevi e ragionevolmente prevedibili. I cittadini e i loro ospiti non-monaci non hanno questi problemi, e possono permettersi di esplorare soluzioni anche molto visionarie, e semplicemente scartarle se si rivelano non praticabili. Risultato: molti più tentativi, molti più fallimenti, ma, con ogni probabilità, più successi. Se poi si scopre qualche soluzione che può diventare un’impresa, beh, perché no? L’incubatore di Sviluppo Basilicata è, letteralmente, il vicino di cortile del futuro unMonastery. Saranno lieti di dare una mano. È ancora presto per trarre conclusioni, ma Matera sembra avere l’attitudine di una smart city, nel mio senso preferito del termine: punta sulla decentralizzazione del sapere e delle decisioni, crea spazio e promuove la creatività di tutti i soggetti. Lo si è visto con il lancio di unMonastery, un bellissimo incontro tra hackers e città (Ben, commosso, ha parlato del “dono di Matera all’unMonastery”); anche le critiche al progetto (in parte giuste, secondo me) indicano una relazione sana e costruttiva.

La strada è lunga, e tutte queste mosse potrebbero benissimo fallire: ma siamo partiti bene. Buon viaggio a Matera e ai “suoi” non-monaci!

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CAOS DENTRO: COLOMBA ROSA

Sono le 6.57 di un lunedì mattina e, poco prima di parcheggiare l’auto per dirigermi sul luogo di lavoro, ecco
che alla radio trasmettono una canzone che ormai molti si saranno anche dimenticati, ma il cui contenuto è
sempre attuale. Era il 2003, quando i Gemelli Di Versi propongono al pubblico il brano “Mary”. Una scelta
un po’ insolita per un singolo di lancio dell’album, ma visto il successo raccolto e che tuttora ha, significa
che il tema trattato è tutt’altro che passato e risolto.
Per chi non lo conoscesse, di seguito il testo della canzone. Una lettura della prosa, esule dalla melodia, può
comunque aiutare a comprendere meglio il messaggio

Mary…
è andata via
l’hanno vista piangere
correva nel buio di una ferrovia
notti di sirene in quella periferia
si dice che di tutti noi ha un po’ nostalgia
ma lei se ne è andata Mary
Si sente sola Mary
ora ha paura Mary
l’ho vista piangere
poi chiedere una risposta al cielo Mary
e ora il suo sguardo non mente
ha gli occhi di chi nasconde alla gente
gli abusi osceni del padre ma
non vuol parlarne Mary
e cela i suoi dolori
in un foglio del diario che ora ha tra le mani
e guardando vecchie foto chiede aiuto ad una
preghiera
sui polsi i segni di quegli anni chiusi in una galera
la madre che sa tutto e resta zitta
ora il suo volto porta i segni di una nuova sconfitta
e l’ho vista girar per la città senza una meta
dentro lo zaino i ricordi
che le han sporcato la vita
tradita
da chi l’ha messa al Mondo e in secondo
il suo corpo i segni di un padre che
per Mary adesso è morto
è stanca Mary
non ha più lacrime
ed ora chiede al destino un sorriso
chiuso in un sogno la sera ma….
dicono che Mary se n’è andata via
l’hanno vista piangere
correva nel buio di una ferrovia
sanno che scappava
notti di sirene in quella periferia
non bastava correre
si dice che di noi tutti abbia un po’ nostalgia
ma lei se n’è andata
Mary
che cammina su sentieri più scuri
stai cercando sorrisi sinceri
oltre i muri di questa città
oh Mary
camminando su sentieri più scuri
sul diario segreto scrivevi
“quella bestia non è mio papà”
ora ripenso a quando mi parlavi in lacrime
dicevi questa vita non la cambio ma
ci sto provando
sto pregando
ma sembra inutile
e abbracciandomi dicesti tornerò…
hey guarda c’è Mary
è tornata in stazione sai
stringe la mano a due persone
il suo bel viso ha cambiato espressione
senza più gocce di dolore
ora la bacia il sole
bacia il suo uomo e la bimba
nata dal suo vero amore
con quel suo sorriso
che da senso a tutto il resto
protetto da un mondo sporco
che ha scoperto troppo presto
ha un’anima ferita
un’innocenza rubata
sa che è la vita non una fiaba
ma ora Mary è tornata una fata
cammina lenta
ma sembra che sia contenta,
attenta
una sfida eterna aspetta
ma non la spaventa
era altrove e suo padre ora ha smesso di vivere
Mary fissa la sua lapide
versare lacrime è impossibile
Si chiedono ma è Mary quella in fondo alla via??
è riuscita a crescere
tornata con il giorno in quella ferrovia
fresca di rugiada
parla di sè Mary senza nostalgia
stanca ormai di piangere
lei sa quanto dura questa vita sia
ma lei l’ha cambiata
Mary
camminando su sentieri più scuri
hai trovato sorrisi sinceri
oltre i muri di questa città
oh Mary
camminavi su sentieri più scuri
sul diario segreto scrivevi
“quella bestia non è mio papà”

Tema del brano è il delicato argomento della violenza domestica e degli abusi sessuali praticati da un padre
nei confronti della propria figlia, che trova come unica soluzione la fuga. Nonostante il presagio di un futuro
grigio per la protagonista, nella canzone si riesce a trovare spazio anche per un lieto fine. Nel suo lungo
peregrinare alla ricerca di un mondo nuovo, dove poter essere accettata come una donna, un essere umano
che porta con se dei sentimenti e delle emozioni, Mary riesce a trovare persone che la aiutano, la accolgono e
le fanno capire cosa esiste oltre la prigionia domestica vissuta fino a quel momento, luogo in cui viene
considerata solo un oggetto per i piaceri e sfizi del padre.
Ed è proprio mentre questo breve testo sta iniziando a prendere forma, che mi viene in mente un’altra
canzone che tratta un tema simile.
Il brano “Nella stanza 26”, di cui di seguito trascrivo le parole della canzone, nasce da una lettera anonima
arrivata al funclub di Nek. Con questa lettera una ragazza dell’est ha raccontato il suo dramma: è costretta a
prostituirsi per mantenere se stessa e la sua famiglia. Nek ha voluto mettere in musica questa triste realtà,
immaginando un finale positivo in cui lei riesce a liberarsi da questa schiavitù.

Quell’insegna al neon
dice si poi no
è l’incerto stato d’animo che hai
non ce la fai
ma dagli uomini
che ti abbracciano
e ti rubano dagli occhi l’allegria
non puoi andar via
non puoi andar via
se le lacrime
ti aiutassero
butteresti via il dolore che ora c’è
è dentro di te
Nella stanza 26
tra quei fiori che non guardi mai
dove vendi il corpo ad ore
dove amarsi non è amore
e sdraiandoti vai via da te
nella stanza 26
dove incontri sempre un altro addio
che ferisce il tuo bisogno d’affetto
in quel breve contatto che non c’è
L’uomo che non vuoi
l’uomo che non sai
sta bussando alla tua porta già da un po’
ma non gli aprirai
come rondini
imprendibili
vanno liberi da un corpo stanco ormai
i pensieri che hai
Nella stanza 26
tra quei fiori che non guardi mai
se ti affacci vedi il mare
ricominci a respirare
poi ti perdi nella sua armonia
e hai il coraggio di andar via
via da un mondo sporco che non vuoi
via da un bacio che non ha tenerezze
che non sa di carezze
e cammini lungo il mare
nel suo lento respirare
tu sei parte di quel tutto ormai
Nella stanza 26
metti un fiore tra i capelli tuoi
mentre l’alba nuova ti viene incontro
nel profumo del vento
Nella stanza 26…

Sicuramente queste storie si sono sempre verificate in passato e continueranno ad esserci anche in futuro. Ma
ora, con la realizzazione negli ultimi decenni di una rete globale, in cui tutti sono in grado di condividere
informazioni, episodi come questi possono venire alla luce del giorno.
Si dice che siamo oramai una società civilizzata, in cui si ha rispetto gli uni per gli altri. Sono secoli, però,
che le donne sopportano violenze continue. Solo negli ultimi decenni, dopo dure lotte affrontate con
coraggio, le donne sono riuscite a conquistare dei diritti che le hanno portate a raggiungere la parità dei sessi.
Nonostante ciò storie di violenza e prostituzione mi portano a pensare che forse tutto ciò non è ancora
sufficiente e che l’essere umano, in quanto razza animale, sopravvive sempre più istintivamente,
dimenticando troppo spesso che ciò che ha portato la nostra specie a dominare sugli altri esseri viventi sono
la ragione, l’intelligenza e la memoria.
Ragioniamo e ricordiamo. Eliminiamo tutti gli istinti di piacere effimeri e temporanei qualora essi possano
portare dolore ad una donna o una ragazza. Solo in questo modo storie come quelle di “Mary” e luoghi come
“la stanza 26” smetteranno di esistere e, forse, un giorno, non si dovrà più parlare di questi argomenti.

 

donna caos

CAOS DENTRO: IL TERRIBILE MONDO DEI SANI

Da quando risiedeva a Castelangelico, la non-più-giovane Contessa Ebe era molto allegra. Aveva ritrovato un rapporto con suo marito, il Marchese Giulio, che pensava di avere perso da quasi mezzo secolo. Si trovava bene anche con gli altri residenti al castello, come il Granduca Bartolomeo, e a volte le capitava di chiaccherare con la bellissima Principessa Lucia. Una volta aveva parlato anche con la Regina Maria in persona. Bizzarro pensare che ciò che minò questa allegria fu un cane, vero?

Ebe parlava del più e del meno con Bartolomeo, in compagnia di suo marito. Il colore bianco delle pareti della enorme stanza dove i tre nobili erano accomodati era quasi accecante. Forse era anche quello il motivo della sbadataggine della servitù: proprio mentre Ebe parlava della nuova marca di té disponibile nei piccoli chioschi del castello una serva fece cadere il vassoio del caffè destinato ai tre nobili, rovinando il candore della stanza. Il Marchese, da gentiluomo qual era, si assentò per aiutare la serva, procurandole il materiale per le pulizie e mettendo anche dell’olio di gomito. Proprio in quel momento arrivò Giulia, figlia di Ebe e Giulio, con il suo biondo guardiano. Giulia non aveva un titolo nobiliare, né risiedeva nel castello. Volontà del Re, anche se non andava a genio a Ebe.
Ciao Mamma! Come va? E salve anche a lei, signor Bartolomeo!
La guardia del corpo si limitò ad un sorrisino.
– Come vuoi che vada? Guarda lì, nemmeno il loro lavoro sanno fare. Le serve, dico. E tuo padre, troppo gentiluomo anche per lasciarle rialzare da sole -, rispose Ebe, con un sorrisino compiaciuto. Giulia fece un sospiro che Ebe non capì del tutto.
Già, papà è un brav’uomo. Hai visto chi c’è qui? Lo riconosci? Ti ricordi il suo nome?
– Parli della tua guardia del corpo? Che ne so io …
È Simone! Non ti ricorda nessuno?
– Proprio no!
Ebe negava la somiglianza di Simone e di un giovanissimo Giulio, ai suoi tempi d’oro. Solo di faccia, e al massimo l’espressione! Non parliamo di stile, Simone era trasandato, con i capelli per aria e le scarpe di colori diversi!

Ebe e Giulia erano nel mezzo di un discorso, ma l’attenzione della contessa svanì per un attimo (o per più d’uno) ad una vista quantomeno bizzarra: un cagnolino. Un cucciolo di pastore tedesco, sul bancone del chiosco. Ebe non pensò subito al fatto che fosse poco igienico, come direbbe una persona che la conosce bene. Pensò al fatto che era bello, e anche al fatto che i cani non fossero ammessi a Castelangelico, a dire il vero. L’ultimo pensiero prima che il cane scappasse da una serva fu la stranezza del fatto che i cani non fossero ammessi. Ma era la volontà del Re.
Ti piaceva il cagnolino? -, chiese curiosa la figlia, con un sorriso a trecentosessanta gradi.
– Beh, sì, a dire il vero.
Ebe era delusa dal fatto che se ne fosse andato? Può darsi. Non lo sapeva bene nemmeno lei.

Giulia se n’era andata da un’oretta. Ebe e Giulio stavano guardando un spettacolo circense insieme alla Principessa Lucia. Ebe era inquieta per la storia del cane, e decise di parlarne a Lucia.

– Hai visto un cane? Dove?
– L’ho visto davanti al chiosco dell’ala ovest – preferì omettere il fatto che fosse sopra il bancone.
– Improbabile. Il nostro Signore non apprezza i cani nel castello. Non lo avrebbe permesso.
– Infatti è proprio di questo che volevo parlare: come mai non vuole cani nel castello? Farebbero piacere ai residenti.
– Non è questo il punto, Ebe cara. Se sua altezza il Re non desidera cani, perchè non accontentarlo? Noi siamo tutti felici, non è vero?
Era vero. Anche Ebe, seppur curiosa, rimaneva sempre felice nel castello. La notte Ebe tentò di riaprire il discorso con suo marito, che però le rispose solo con un sorriso. Bastò questo per saziare la curiosità della Contessa. Fino alla settimana successiva.

Giulio era a giocare a golf con il Granduca Pietro. Ebe invece era intenta a leggere un libro, ma fu interrotta: come usuale almeno una volta alla settimana, Giulia fece un salto al castello. Non con Simone, ma con un cane. Quel cane.
Ciao Mamma!
– Ma … ma … non sono ammessi cani!
Allora l’hai notato eh? Tranquilla, non l’ha visto nessuno mentre entravo! – la rassicurò, con un occhiolino.
Ebe non sapeva cosa provare: nel castello è sempre stata felice, ma vedendo il cane lo era ancora di più! Lo prese in braccio e la sua nuova emozione continuò a crescere.
Però, non pensavo che avresti apprezzato così tanto! Penso che lo porterò ogni volta!
– Portare ogni volta? Non lo lasci qui?
Ebe non ebbe una risposta, ma semplicemente si rispose da sola: era la soluzione migliore. Dove lo avrebbe tenuto? Era già un’infrazione farlo entrare nel castello!
Ebe passò un bel pomeriggio. Quando Giula se ne andò con il cane, non provò tristezza. Era soddisfatta. Ora il castello era il posto perfetto.

– Giulio caro, ti sei perso una cosa fantastica questo pomeriggio. Giulia è arrivata con il cane! Quello della settimana scorsa! È troppo bello, troppo dolce …
Si perse in molte più smancerie di quanto Giulio fosse abituato.
– Sai caro, per un secondo ho pensato di uscire dal castello e andare con Giulia e il cane. Pensiero effimero: nel castello si sta benissimo. E mi spiace che Giulia non possa godere di questo piacere. Mi parla così tanto dei suoi problemi la fuori…

Durante la settimana successiva il cane fu molto nella mente di Ebe. Non ne parlò pressoché con nessuno, ovviamente. Ma balzane idee incominciavano a balenare nella sua testa: nacque di nuovo il pensiero di uscire dal castello con il cane e Giulia, o addirittura quello di andare dal Re e chiedere un permesso per Giulia e il cane (e volendo la sua guardia del corpo). Tutti i suoi dubbi finirono alla successiva visita di Giulia, con Simone e, ovviamente, con il cane.

Mamma, tu non ti sei mai fatta mettere i piedi in testa da nessuno! Nella tua vita hai sempre ottenuto ciò che volevi. Sempre. -, la motivò la figlia, con in braccio il cane.
Ebe era pronta! Sarebbe andata dal Re all’istante! sarebbe andata, se non avesse assistito alla scena seguente.
Una serva chiamò in disparte Giulia. Parlarono per un paio di minuti, ma Ebe aveva già intuito. Avevano scoperto il cane. Giulia consegnò il cane alla serva. Giulia era molto giù di corda quando tornò da Ebe.
Ma anche Ebe lo era. Ebe era triste, per la prima volta, da quando era nel castello. Ma la sua azione sconvolse Giulia.

Ebe le sorrise. Ebe voleva rallegrare Giulia: si era finalmente resa conto di cosa quel cane aveva significato! Non era Ebe che andava tirata su di morale, lei era felice e lo sarebbe stata per sempre. Lei poteva tirare su di morale Giulia. E ci riuscì, anche se per poco, anche se ci volle l’aiuto di Simone.

~

Giulia e Simone uscirono dalla casa di riposo dove Ebe era ricoverata da qualche anno per il suo Alzheimer. Giulia aveva ancora qualche lacrima sulle guance. Il figlio le sorrise e le disse con fare scherzoso:

– Sapevi che la nipotina della signora Lucia avrebbe richiesto indietro il suo peluche. Sai come sono i bambini, dimenticano una cosa in giro, piangono e ripiangono e alla fine rivogliono indietro quella cosa.

– Già, sapevo che non sarebbe durata. Infatti mica ho pianto per il peluche. Tua nonna Ebe era così felice di vedere il cane… mi piaceva vederla sorridere.

Simone riflesse un attimo prima di parlare, al contrario del suo solito. Pensò di proporre alla madre di comprare un altro peluche, ma ebbe un’idea migliore.

– Ma come, non l’hai notato?
Giulia era stupita, e chiese spiegazioni.
– Non ho mai visto la nonna sorriderti, da quando è ricoverata.
– Come no, non l’hai vista con il cane …
– Sorridere a te. Non l’avevo mai vista sorridere a te. Ha voluto tirarti su. Lei è felice li, ha visto che ti dispiaceva per il peluche e ti ha sorriso. Che può fare di più?
Giulia ricominciò a piangere, ma questa volta con un sorriso.

realtà