CAOS DENTRO: IL FUTURO BATTE NEL CUORE DELLA MEMORIA

Puntata di Caos Dentro dedicata alla Resistenza, che onoriamo pubblicando una bellissima lettera di Sandro Pertini inviata alla madre durante gli anni della sua prigionia ai tempi del Fascismo.
Per non dimenticare ma, soprattutto, per continuare a valorizzare il sacrificio di tanti uomini per la liberazione dell’Italia dal Nazi-fascismo.
Il nostro futuro batte nel cuore della nostra memoria…
Mamma,
con quale animo hai potuto fare questo? Non ho più pace da quando mi hanno comunicato che tu hai presentato domanda di grazia per me. […] E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. […]
Come si può pensare che io, pur di tornare libero, sarei pronto a rinnegare la mia fede? E provo della mia fede, cosa può importarmene della libertà? La libertà, questo bene prezioso tanto caro agli uomini, diventa un sudicio straccio da gettar via, acquistato al prezzo di questo tradimento, che si è osato proporre a me. Nulla può giustificare questo tuo imperdonabile atto. Lo so, più di te sono colpevoli coloro, che ti hanno consigliata di compierlo. […] Mi si lasci in pace, con la mia condanna, che è il mio orgoglio e con la mia fede, che è tutta la mia vita. Non ho chiesto mai pietà a nessuno e non ne voglio. Mai mi sono lagnato di essere in carcere e perché, dunque, propormi un così vergognoso mercato?
[…] Ma dimmi, mamma, come potresti riabbracciare tuo figlio, se a te tornasse macchiato di un così basso tradimento? Come potrei viverti vicino, dopo aver venduto la mia fede, che tu hai sempre tanto ammirata? No, mamma, meglio che tu continui a pensarlo qui, in carcere, ma puro d’ogni macchia, questo tuo figliolo, che vedertelo vicino colpevole però d’una vergognosa viltà. […]
Per questo mio reciso rifiuto la tua domanda sarà respinta. E adesso non mi rimane che chiudermi in questo amore, che porto alla mia fede e vivere di esso. Lo sento più forte in me, dopo questo tuo atto. E mi auguro di soffrire pene maggiori di quelle sofferte fino ad oggi, di fare altri sacrifici, per scontare io questo male che tu hai fatto. Solo così riparata sarà l’offesa, che è stata recata alla mia fede ed il mio spirito ritroverà finalmente la pace. Ti bacio
tuo Sandro
partigiani

CAOS DENTRO: BANALMENTE SOGNI…

Avete presente il blocco dello scrittore? Quando si cercano inutilmente le parole per parlare di qualcosa o qualcuno e queste parole non si trovano? Quando si riscrive 100 volte la stessa frase, ma continua a non piacerci? Stamattina per me è stato così: ore davanti al computer cercando l’ispirazione…e dire che di argomenti di cui parlare ce ne sono!
Sarà che oggi ho voglia di staccarmi un po’ dalla realtà, sarà che volevo allontanarmi da tutte le preoccupazioni, sarà che ho sentito un po’ il bisogno di sognare…e forse tutti ne abbiamo un po’ bisogno…così ho deciso di far “parlare” qualcun altro per me scegliendo una poesia che mi ricorda sempre gli “argomenti” per cui vale la pena sbattersi. Sarò banale, ma ogni tanto fa bene rileggerla.
Ode alla Vita (…chi muore)
Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia marcia,
chi non rischia e non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Lentamente muore
chi evita una passione,
chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i,
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti agli errori ed ai sentimenti!
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sè stesso.
Muore Lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare,
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
e della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare!
Martha Medeiros

CAOS DENTRO: CRISI? “RICERCHIAMO” DI SOLLEVARCI!

Ormai ovunque si sente parlare di crisi, di carenza di lavoro, ma soprattuto del low cost cinese che viene spesso scelto da noi al posto del “Made in Italy”. Sembrerà strano, ma in Cina appena si possiede un reddito minimo, si comprano e si ricercano solo materiali e prodotti italiani.
Per poter ripartire in questo difficile periodo è quindi necessario avvicinarci sempre di più al modello cinese? La risposta è si. Ma non lo stereotipo dell’immaginario comune, con operai costretti in catena di montaggio a stipendi bassissimi pur di ottimizzare i costi.
Molte aziende italiane, infatti, vengono acquistate o vedono nel loro consiglio di amministrazione imprenditori cinesi affascinati dal successo di queste industrie. Dopo un breve assestamento, causato dal cambio dirigenziale e dalla presenza di nuovi leader, queste imprese ripartono combinando l’estro e la tecnologia italiana con le tecniche e la produttività cinese.
La produzione italiana, in mano per la maggior parte a piccole e medie imprese, adotta la scelta della riduzione dei costi a scapito della qualità e realizzando dei prodotti sempre più simili al “Made in China”. Questa strada permette di sopravvivere per qualche anno, senza trovare nuovi mercati e nuovi acquirenti.
La strategia cinese nelle industrie italiane, invece, combina la produttività cinese a quello che è e sempre sarà l’orgoglio italiano: la RICERCA.
Le piccole industrie non potranno mai permettersi un laboratorio di ricerca, ma possono sempre affidarsi allo sviluppo affiancandosi alle università, al CNR o ad altre aziende per poter sviluppare assieme nuove tecnologie sempre all’avanguardia.
L’apertura dei nuovi laboratori può, oltre che dar nuova vita e vigore alle imprese, favorire l’inserimento di nuovi ricercatori, creando nuovi posti di lavoro e impedire la fuga dei cervelli all’estero.
Impariamo quindi dai mercati emergenti, rimanendo quello che siamo. Sfruttiamo quello che ci ha contraddistinto negli ultimi decenni e applichiamolo a ciò sappiamo fare meglio. Diamo quindi libertà ai giovani laureati e diplomati di fare quello per cui hanno tanto studiato, invece di relegarli a compiti di operai o impiegati a lavori di routine. Troviamo il modo di realizzare strutture organizzate e all’avanguardia per poter sperimentare quello che i giovani ricercatori sanno per dare il giusto apporto all’economia italiana,.
Altri mercati, come quello tedesco, hanno già sperimentato questa strada e il risultato di tanti sacrifici fatti viene raccolto in questo periodo.
Perché in Italia, popolo di grandi pensatori, scienziati e inventori, tutto questo non può realizzarsi?ricerca-scientific

CAOS DENTRO: INGIUSTIZIE CIVILI

Questa settimana è venuto a mancare Antonio Tabucchi, grande intellettuale italiano, innamorato del Portogallo. Personalmente ho trovato molto bella la descrizione che di lui ha fatto Marco Travaglio sul “Fatto Quotidiano”, raccontando del suo rapporto di amicizia con Tabucchi e restituendoci un po’ della sua personalità, lontano dal  solito coccodrillo stringato e freddamente biografico.
Ho letto l’articolo tutto d’un fiato. Leggendo del coraggio delle proprie idee, della coerenza con i propri principi, della forza del rifiuto di fronte all’ipocrisia; non ho potuto fare a meno di pensare a quante volte, quotidianamente, molte cose le facciamo passare sotto silenzio.
Non mi riferisco solo alla politica (il che è abbastanza grave e di cui frequentemente si parla), ma anche alle situazioni, più o meno conflittuali, in cui quotidianamente ci troviamo.
Questa amarezza nasce dall’osservazione dei comportamenti delle persone che a volte mi capita di incrociare, sul tram o per la strada, in sala d’attesa o sulla metropolitana. E allora io mi chiedo come sia possibile che nessuno intervenga quando una donna viene aggredita verbalmente da un gruppetto di uomini, quando un anziano che ha bisogno di aiuto non viene soccorso o quando ti urtano violentemente e anziché scusarsi ti rovesciano addosso un fiume di parolacce. Come si può stare fermi a guardare?
Questi sono esempi banali, ma fino a quanto possiamo tollerare un’ingiustizia? Noi che osserviamo inermi non siamo, forse, altrettanto colpevoli come chi quell’ingiustizia la provoca? A volte lo facciamo per conformismo, altre volte per paura di esporci, altre ancora per evitare lo scontro o  perché troppo distratti dalla frenesia dei nostri giorni.
Così pian piano scendiamo a compromessi, fino a perderci completamente. Compromessi che non danneggiano solo gli altri ma anche (e soprattutto) noi stessi.
antonio-tabucchi1
 “Che strano, pensaci un po’, mio padre studiava le vite vicinissime col microscopio, mio nonno cercava quelle lontanissime col cannocchiale, entrambi con le lenti. Ma la vita si scopre a occhio nudo, né troppo lontana né troppo vicina, ad altezza d’uomo”.
(A. Tabucchi, Tristano Muore. Una Vita, 2006)

CAOS DENTRO: Ingiustizie civili

Questa settimana è venuto a mancare Antonio Tabucchi, grande intellettuale italiano, innamorato del Portogallo. Personalmente ho trovato molto bella la descrizione che di lui ha fatto Marco Travaglio sul “Fatto Quotidiano”, raccontando del suo rapporto di amicizia con Tabucchi e restituendoci un po’ della sua personalità, lontano dal  solito coccodrillo stringato e freddamente biografico.
Ho letto l’articolo tutto d’un fiato. Leggendo del coraggio delle proprie idee, della coerenza con i propri principi, della forza del rifiuto di fronte all’ipocrisia; non ho potuto fare a meno di pensare a quante volte, quotidianamente, molte cose le facciamo passare sotto silenzio.
Non mi riferisco solo alla politica (il che è abbastanza grave e di cui frequentemente si parla), ma anche alle situazioni, più o meno conflittuali, in cui quotidianamente ci troviamo.
Questa amarezza nasce dall’osservazione dei comportamenti delle persone che a volte mi capita di incrociare, sul tram o per la strada, in sala d’attesa o sulla metropolitana. E allora io mi chiedo come sia possibile che nessuno intervenga quando una donna viene aggredita verbalmente da un gruppetto di uomini, quando un anziano che ha bisogno di aiuto non viene soccorso o quando ti urtano violentemente e anziché scusarsi ti rovesciano addosso un fiume di parolacce. Come si può stare fermi a guardare?
Questi sono esempi banali, ma fino a quanto possiamo tollerare un’ingiustizia? Noi che osserviamo inermi non siamo, forse, altrettanto colpevoli come chi quell’ingiustizia la provoca? A volte lo facciamo per conformismo, altre volte per paura di esporci, altre ancora per evitare lo scontro o  perché troppo distratti dalla frenesia dei nostri giorni.
Così pian piano scendiamo a compromessi, fino a perderci completamente. Compromessi che non danneggiano solo gli altri ma anche (e soprattutto) noi stessi.
 “Che strano, pensaci un po’, mio padre studiava le vite vicinissime col microscopio, mio nonno cercava quelle lontanissime col cannocchiale, entrambi con le lenti. Ma la vita si scopre a occhio nudo, né troppo lontana né troppo vicina, ad altezza d’uomo”.
(A. Tabucchi, Tristano Muore. Una Vita, 2006)

CAOS DENTRO: La politica ha fallito?

10 Novembre 2011: Mario Monti, candidato alla guida di un governo definito di unità nazionale e supportato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, forma una squadra composta principalmente da professori e banchieri con l’obiettivo di sistemare la precaria situazione italiana portata dalla grave crisi economica. In quei giorni lo spread tra i titoli tedeschi e italiani si trovava intorno ai 550 punti, spread ottenuto per merito,se così si può dire, di una cattiva gestione della politica italiana di questo ultimo ventennio.
La politica, negli ultimi 20 anni, ha attuato per lo più manovre e leggi che potessero mantenere il consenso come se ci fosse una continua e incessante campagna elettorale, una campagna per le cosiddette lobby o caste che pian piano ampliavano il loro potere a scapito del libero mercato, favorevole per i cittadini, e in certi casi creando un vero e proprio monopolio, che crea povertà. Il caso più eclatante è quello delle  farmacie che vogliono tenere per se tutto il mercato dei farmaci definendo le parafarmacie, invece,  “non sicure e non controllate” senza però sottolineare che le stesse persone che lavorano in farmacia hanno seguito il medesimo percorso di studi di coloro che lavorano nelle parafarmacie. Oltre alla cattiva gestione delle risorse vi è anche il problema della rappresentanza: quanti parlamentari e senatori svolgono pienamente la loro professione e sono sempre presenti nelle rispettive poltrone quando qualcosa viene votato e deciso? Quanti di questi si dedicano alla politica solo come passatempo per ottenere uno stipendio maggiore dandosi effettivamente ad altre attività? E per ultimo, ma non per importanza, quanti di essi sono i degni rappresentanti del popolo italiano? Certo, Mario Monti ha fatto qualcosa, un qualcosa che sicuramente è differente dal clima di stagnazione precedente, ma non tutto il suo operato è condivisibile e, a questo punto, sorge spontanea una domanda:
la politica in questi anni ha fallito perchè non capace di interpretare le esigenze reali delle persone e quindi vi è bisogno di qualcuno estraneo e competente per gestire al meglio un paese complesso e affascinante come l’Italia, o c’è ancora speranza nelle nuove generazioni che il clima si modifichi e si possa parlare ancora di politica con la P maiuscola?
Questo è il mio caos dentro.

CAOS DENTRO: LA POLITICA HA FALLITO?

10 Novembre 2011: Mario Monti, candidato alla guida di un governo definito di unità nazionale e supportato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, forma una squadra composta principalmente da professori e banchieri con l’obiettivo di sistemare la precaria situazione italiana portata dalla grave crisi economica. In quei giorni lo spread tra i titoli tedeschi e italiani si trovava intorno ai 550 punti, spread ottenuto per merito,se così si può dire, di una cattiva gestione della politica italiana di questo ultimo ventennio.
La politica, negli ultimi 20 anni, ha attuato per lo più manovre e leggi che potessero mantenere il consenso come se ci fosse una continua e incessante campagna elettorale, una campagna per le cosiddette lobby o caste che pian piano ampliavano il loro potere a scapito del libero mercato, favorevole per i cittadini, e in certi casi creando un vero e proprio monopolio, che crea povertà. Il caso più eclatante è quello delle  farmacie che vogliono tenere per se tutto il mercato dei farmaci definendo le parafarmacie, invece,  “non sicure e non controllate” senza però sottolineare che le stesse persone che lavorano in farmacia hanno seguito il medesimo percorso di studi di coloro che lavorano nelle parafarmacie. Oltre alla cattiva gestione delle risorse vi è anche il problema della rappresentanza: quanti parlamentari e senatori svolgono pienamente la loro professione e sono sempre presenti nelle rispettive poltrone quando qualcosa viene votato e deciso? Quanti di questi si dedicano alla politica solo come passatempo per ottenere uno stipendio maggiore dandosi effettivamente ad altre attività? E per ultimo, ma non per importanza, quanti di essi sono i degni rappresentanti del popolo italiano? Certo, Mario Monti ha fatto qualcosa, un qualcosa che sicuramente è differente dal clima di stagnazione precedente, ma non tutto il suo operato è condivisibile e, a questo punto, sorge spontanea una domanda:
la politica in questi anni ha fallito perchè non capace di interpretare le esigenze reali delle persone e quindi vi è bisogno di qualcuno estraneo e competente per gestire al meglio un paese complesso e affascinante come l’Italia, o c’è ancora speranza nelle nuove generazioni che il clima si modifichi e si possa parlare ancora di politica con la P maiuscola?
Questo è il mio caos dentro.

dormi

CAOS DENTRO: Non toccate gli insegnanti!

E’ veramente difficile in questo momento essere insegnanti in Italia. Lo è ancora di più per i giovani, che provano a compiere questo lavoro dando tutto sé stessi nonostante il precariato che caratterizza costantemente la loro vita. Categoria da anni maltrattata, ogni giorno milioni di figli vengono affidati a questi professionisti, che li guidano in un percorso formativo capace di sfruttare al meglio le loro potenzialità. Non tutti, però, riconoscono l’arduo lavoro degli insegnanti, tenendo veramente poco in considerazione i sacrifici, i problemi che devono affrontare ma, soprattutto, il contributo alla vita dei nostri figli che queste persone danno quotidianamente.
Gli insegnanti infatti, nonostante si trovino ultimamente sempre più spesso davanti a classi numerose o a fare i conti con budget sempre più contenuti e ad aspettative sempre più grandi, compiono ogni giorno il loro piccolo miracolo insegnando, oltre alle solite materie, valori quali l’autostima, il senso civico, il rispetto dell’altro, la tolleranza e, soprattutto, quell’entusiasmo che solo una sana cultura porta con sé. I professori sono i guardiani dell’istruzione, della disciplina e della cultura, e meritano per questo tutto il nostro massimo rispetto. Hanno scelto la professione che presenta sicuramente più sfide, ma anche quella che offre più soddisfazioni, al di là del posto fisso e di un misero stipendio. Poter regalare agli alunni le proprie conoscenze ed essere il tramite della cultura per gli uomini del domani è la soddisfazione più grande…
Roberto Saviano ha speso queste parole per gli insegnanti: ” I professori rappresentano qualcosa di più che un ruolo formativo. Sono i custodi di quanto di meglio possa esserci in questo Paese…”
Tenete duro quindi, abbiamo bisogno di voi!

 

CAOS DENTRO: NON TOCCATE GLI INSEGNANTI!

E’ veramente difficile in questo momento essere insegnanti in Italia. Lo è ancora di più per i giovani, che provano a compiere questo lavoro dando tutto sé stessi nonostante il precariato che caratterizza costantemente la loro vita. Categoria da anni maltrattata, ogni giorno milioni di figli vengono affidati a questi professionisti, che li guidano in un percorso formativo capace di sfruttare al meglio le loro potenzialità. Non tutti, però, riconoscono l’arduo lavoro degli insegnanti, tenendo veramente poco in considerazione i sacrifici, i problemi che devono affrontare ma, soprattutto, il contributo alla vita dei nostri figli che queste persone danno quotidianamente.
Gli insegnanti infatti, nonostante si trovino ultimamente sempre più spesso davanti a classi numerose o a fare i conti con budget sempre più contenuti e ad aspettative sempre più grandi, compiono ogni giorno il loro piccolo miracolo insegnando, oltre alle solite materie, valori quali l’autostima, il senso civico, il rispetto dell’altro, la tolleranza e, soprattutto, quell’entusiasmo che solo una sana cultura porta con sé. I professori sono i guardiani dell’istruzione, della disciplina e della cultura, e meritano per questo tutto il nostro massimo rispetto. Hanno scelto la professione che presenta sicuramente più sfide, ma anche quella che offre più soddisfazioni, al di là del posto fisso e di un misero stipendio. Poter regalare agli alunni le proprie conoscenze ed essere il tramite della cultura per gli uomini del domani è la soddisfazione più grande…
Roberto Saviano ha speso queste parole per gli insegnanti: ” I professori rappresentano qualcosa di più che un ruolo formativo. Sono i custodi di quanto di meglio possa esserci in questo Paese…”
Tenete duro quindi, abbiamo bisogno di voi!
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CAOS DENTRO: SONO DONNA E DICO BASTA!

Rabia Balkhi è il nome di una poetessa afghana del X secolo, figlia del governatore di Balkh che divenne famosa nei circoli letterari grazie alle sue composizioni liriche in arabo e persiano. In una di queste occasioni Rabia declamò alcuni versi in cui confessava di amare uno schiavo di suo fratello. Quest’ultimo, sentendo il nome della sua casata in relazione a quello di un servo, si infuriò a tal punto da ordinare che la sorella venisse condotta nell’hammam e le fossero tagliate le vene. Prima di morire Rabia scrisse col proprio sangue alcuni versi sulle pareti del bagno, sia in dedica al suo amato sia come atto d’accusa nei confronti del fratello assassino.
Ispirandosi alla vita di questa poetessa, Rabia Balkhi è divenuto il nome di una delle prime emittenti radio indipendenti, RABIA BALKHI RADIO , costituitasi dopo la caduta del regime talebano.
“Frequentavo la scuola nella provincia di Balkh, e vedevo continuamente ingiustizie e violenze contro le donne. Ricordo di aver iniziato a provare tanta rabbia e indignazione.
Mi chiedevo perché nessuno si attivasse per cambiare le cose. 
In quel momento è nata l’idea di realizzare un programma radiofonico per aiutare le mie connazionali a cambiare le proprie condizioni di vita. […] L’analfabetismo è la regola. Soprattutto per le donne. Volevo raggiungere e parlare al maggior numero possibile di afghane. Per questo motivo l’idea della radio mi sembrava la più indicata”.
Queste sono le parole di Mobina Sai Khairandish30 anni, giornalista afghana e direttrice di RBR e conduttrice del programma a “Mani Aperte”, in cui si offre supporto legale alle donne afghane:
“Nel 2008, con il supporto di ActionAid, ho seguito una formazione come consulente paralegale.
Con “Mani Aperte” oggi offro spiegazioni sulle questioni giuridiche. Affronto casi reali e cerco di semplificare il linguaggio tecnico delle leggi. Dibattiti in diretta, tavole rotonde, fiction radiofoniche e spot informativi. Noi di RBR utilizziamo tutti gli strumenti possibili. Voglio avvicinare le donne afghane al diritto”.
Come Mobina, molte altre donne lavorano in medio oriente, in Afghanistan come in Iran, per aiutare le loro connazionali a prendere coscienza dei propri diritti (150 donne senza paura). Affinché le cose cambino fondamentale è l’istruzione, che consenta di acquisire quel senso critico necessario per vedere le cose da un altro punto di vista, in modo diverso da come è stato loro imposto. Si tratta di un processo culturale prima ancora che politico. Un filo invisibile ci lega a Mobina e a tutte le altre donne che coraggiosamente si battono per i propri diritti. Anche nel nostro paese è possibile fare qualcosa per aiutarle, per affrontare la condizione di doppia emarginazione in cui esse si trovano a vivere: donne e immigrate. L’aiuto non è imporre il nostro modo di vivere, di pensare, come si è cercato di fare, ad es. con proposte di leggi “anti-burqua” (scusate la semplificazione). Adottando un atteggiamento di questo tipo non si farebbe altro che rendere più profonda la frattura tra mondi culturali diversi, aumentando la diffidenza, fomentando un clima di odio, incomprensione e allontanando per sempre l’opportunità di aiutarle realmente. Siamo noi che dobbiamo vestire i panni dell’altro, avvicinarle e cercare di guardare la realtà con i loro occhi, con umiltà, senza l’arroganza di chi crede di avere la verità in tasca.
Io penso che solo allora saremo davvero in grado di aiutarle, di innescare quel cambiamento culturale che le renda libere.
Libere da condizioni di vita che a esse sono state imposte.
Libere da imposizioni culturali ad esse estranee.
Libere perché in grado di scegliere ciò che è meglio per se stesse.
Un processo lungo, tortuoso e pieno di ostacoli (primo fra tutti la lingua, se si pensa che spesso le donne immigrate rimangono in casa, non lavorano e hanno limitati rapporti con il mondo esterno al “gruppo dei pari”). E’ un percorso necessario, per loro ma anche per noi. Si, anche per noi, perché abbiamo l’opportunità di imparare a conoscere l’altro e di farci conoscere, in uno scambio alla pari, dove la diversità non è più motivo di scontro o di paura, ma di arricchimento sia per coloro che ne sono direttamente coinvolti sia per la società nel suo complesso.
Il pensiero, in questa giornata, va a tutte quelle Donne che, in tutto il mondo, si battono per i diritti delle donne, per la loro difesa nei confronti della violenza, fisica e psicologica e le sostengono dando loro la forza di reagire e di dire BASTA.
Vi voglio salutare con un pezzo del  film “Una separazione” (2011) di Asgahr Farhdi.
QUI IL LINK PER SOSTENERE MOBINA E I DIRITTI DELLE DONNE AFGHANE

http://www.actionaid.it/it/cosa_puoi_fare/giustiziasociale/storiecambiamento.html

Un caro augurio a tutte!
Giornata-internazionale-diritti-delle-donne