IL FILO DI ARIADNE

Quando fai qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente.

(Confucio)

In questi ultimi tempi si è parlato molto di ”scelte”. La Brexit, le elezioni americane, il referendum costituzionale e quelli che le battaglie che l’hanno preceduto sono solo alcuni esempi delle decisioni che milioni di persone hanno dovuto affrontare e prendere nei mesi scorsi, e con le cui conseguenze dovranno ora convivere. Oggi così come è stato nel passato. Ogni volta che un gruppo di individui è chiamato a decidere, ad esprimere una preferenza, a sostenere un ideale contro un altro, i conflitti sono inevitabili, tra i sostenitori delle parti opposte, ma spesso e volentieri anche tra persone che condividono la stessa opinione. Può sembrare paradossale, illogico, e decisamente controproducente, ma la realtà dà costantemente prova di questo fatto.

Non limitiamoci però a parlare delle grandi decisioni, di quelle che probabilmente saranno ricordate nella Storia. Le scelte, infatti, non riguardano solo il versante pubblico delle nostre vite, non riguardano solo la politica, l’economia e i grandi temi su cui la nostra società deve continuamente confrontarsi, giorno dopo giorno. Queste prese di posizione pubbliche infatti non sono altro che il riflesso delle scelte che quotidianamente facciamo nel nostro piccolo, che decidono della nostra vita in maniera assolutamente rilevante, sebbene molto probabilmente non arriveranno mai ad influenzare quella del mondo in cui viviamo sulla grande scala. Anche nel nostro privato, ogni scelta, persino la più piccola, porta con sé un conflitto e delle difficoltà che vanno affrontati, da qualunque parte essi arrivino. L’ostacolo può venire dall’esterno, nascere da una situazione avversa o da persone che non condividono la nostra decisione. Oppure può provenire da noi stessi, dai nostri dubbi e dalle nostre incertezze verso il futuro e verso ciò che la selezione di un determinato cammino potrà causare nella nostra vita. Ogni scelta, in fondo, comporta un cambiamento e questo spaventa sempre un po’, anche nel più favorevole dei casi. Le variabili sono infinite, prevedere cosa esattamente potrebbe succedere è impensabile.

Nonostante tutte le difficoltà che potranno presentarcisi, nonostante i giudizi che gli altri potrebbe esprimere, qualunque sia la scelta da affrontare, qualunque sia la posizione che si è deciso di prendere, c’è un unico fatto che resta costante. Scegliere è un diritto e ogni scelta, se motivata, sentita e non dannosa per chi ci sta intorno, va rispettata. Ognuno di noi ha il sacro diritto di difendere i propri ideali, se questi rispettano l’esistenza altrui. E scegliere è anche un dovere per chi ha la libertà di farlo, sia verso noi stessi che verso coloro che ancora oggi non possono decidere liberamente della propria vita. Ci sarà chi, pur condividendo il principio di fondo, criticherà il percorso che ti ha portato a scegliere quella strada. Ci sarà chi sarà contrario e ti combatterà su ogni punto. E ci saranno anche quelli che vorrebbero che nulla cambiasse mai, per non dover cambiare a loro volta, per paura, per pigrizia o per abitudine. L’invito è a non rinunciare mai a combattere per quello in cui si crede.

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IL FILO DI ARIADNE

Dovremmo riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. È giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne.
(Tina Anselmi)

Abbiamo deciso di dedicare la puntata di oggi alla purtroppo scomparsa Tina Anselmi, una figura di spicco del nostro panorama culturale e politico, ma soprattutto una persona, una donna che ha avuto il coraggio di battersi e lottare senza tregua, nonostante le difficoltà e le opposizioni, per ciò che lei considerava non solo giusto, ma anche onestamente dovuto.

In un’epoca e all’interno di una società in cui la figura femminile nel nostro paese era ancora poco riconosciuta e considerata, Tina Anselmi ha avuto il coraggio di portare avanti una causa importante, prima a livello sindacale e poi su scala più ampia dopo essere stata eletta Ministro del Lavoro e poi della Sanità, divenendo la prima donna a ricoprire una carica pubblica di tale rilievo nella storia dell’Italia. Il suo impegno, insieme a quello di altre attiviste del femminismo italiano, è paragonabile alla lotta intrapresa e portata avanti dalle suffragette nel Regno Unito, un secolo prima. A lei dobbiamo successi della nostra democrazia come la legge sulle pari opportunità e la riforma del Servizio Sanitario Nazionale.

La storia di Tina Anselmi e della sua incrollabile forza d’animo, però, è iniziata molto prima della sua carriera politica. Tina Anselmi è anche ed innanzitutto parte della Resistenza contro il fascismo, alla quale decide di prendere parte attivamente dopo essere stata costretta ad assistere all’impiccagione di trentuno prigionieri per mano dei nazifascisti. Anche se era solo una ragazza all’epoca, invece di arrendersi di fronte alla morte e alla devastazione, invece di lasciarsi spaventare e sconfiggere dalla crudeltà e della violenza, lei scelse di lottare, mettendo in gioco la propria vita per i valori in cui credeva: la libertà, la giustizia e la dignità umana.

In un momento storico di incertezza come quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni e che stiamo ancora vivendo, parole come quelle di Tina Anselmi possono essere di ispirazione per non dimenticare cosa è veramente importante. Ancora oggi gli episodi di discriminazione, sia verso le donne che verso gli stranieri, continuano ad essere più che presenti nella cronaca di ogni giorno, segno che non abbiamo ancora conseguito quel “rispetto della dignità umana e dei diritti delle donne” che, secondo la Anselmi, sono, o meglio dovrebbero essere il vero fondamento della democrazia. Infatti la possibilità di andare a votare e di poter sperare in una stabilità economica non possono e non devono bastare se non sono accompagnate dalla giustizia e dalla libertà di vivere e di esprimersi, per tutti, senza eccezioni e disparità.

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IL FILO DI ARIADNE

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“Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini.”
(Piero Calamandrei)
La scorsa settimana hanno avuto luogo due ricorrenze importantissime per la nostra nazione, ma anche, dato il loro significato, in generale per quei valori e diritti che ogni essere umano dovrebbe possedere e seguire: il 25 Aprile e il primo Maggio, la Festa della Liberazione e la Festa dei Lavoratori. Entrambe queste date ci raccontano la storia di uomini e donne che hanno lottato e sono morti per permetterci di avere le libertà che troppo spesso oggi diamo quasi per scontate, ci ricordano del sangue che è stato versato in nome di quei diritti che oggi ci definiscono come cittadini ma che ci permettono anche di essere trattati come persone.
La Resistenza partigiana contro la dittatura fascista è uno dei tanti esempi di lotte che sono state condotte nel corso della storia, e che continuano ancora oggi, contro l’oppressione delle idee e la soppressione delle libertà, contro una società che mirava al controllo delle opinioni e delle coscienze e che era disposta a spargere il sangue e a imprigionare la vita di chiunque si opponesse al regime, in qualunque forma. È il racconto del coraggio di chi, nonostante la minaccia della morte e della prigionia, ha voluto e continuato a dire ‘no’ a chi tentava di privarli del diritto di pensare con la propria testa e di difendere i propri ideali. Ai nostri giorni, nella nostra società democratica, questi due diritti possono sembrarci garantiti ed assicurati, ma non per questo dobbiamo scordarci che non è sempre stato così. Il ricordo dei sacrifici fatti da quegli individui, che hanno lottato per dare a loro stessi ma soprattutto a noi, loro posteri, il diritto e il dovere di essere non solo cittadini, ma anche e soprattutto persone, devono spingerci ad onorare ogni giorno ciò che ci è stato donato e a combattere per mantenerlo. Per noi stessi ma anche per coloro che purtroppo ancora non sono godono ancora di questi diritto fondamentali.
La Festa dei Lavoratori, come la Resistenza, rappresenta un’altra occasione per ricordare quella stessa lotta per essere definiti persone e trattati come tali, in questo caso attraverso il diritto e il dovere al lavoro, in condizioni giuste e soprattutto umane. Anche in questa giornata siamo chiamati a ricordare coloro che si sono opposti agli orari lavorativi disumani e allo sfruttamento dei lavoratori, rischiando non solo il loro posto ma anche la loro vita. Questa lotta va avanti ancora oggi, attraverso i sindacati e le manifestazioni, le proteste e gli scioperi, che ora, anche se non in tutto il mondo e non in modo sistematico, sono riconosciuti dalla legge come diritti legittimi di ogni lavoratore.
Cerchiamo quindi di non fare l’errore di non considerare queste ricorrenze come giornate qualunque, come semi o giorni “di vacanza”, perché la memoria di quelle storie, che possono apparirci così lontane e distanti da noi, è uno strumento importante per consentirci di mantenere quello che abbiamo conquistato. Il ricordo dei sacrifici di ieri ci permette di osservare criticamente la complessità della realtà che ci circonda e di rammentare che quei diritti che per noi sono verità quotidiane necessitano ancora di essere difesi perché non sono così scontati come si potrebbe, erroneamente, pensare. Lo dobbiamo a quel sangue versato e a quelle vite spezzate, ma lo dobbiamo anche a noi stessi e coloro che verranno dopo di noi.

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“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.
(Mahatma Gandhi)

Il tema del cambiamento è un argomento di discussione sempre attuale. Si potrebbe dire che il cambiamento non solo è alla base della nostra vita, ma che è anche ciò che ne permette l’esistenza. Tutto ciò che ci circonda si modifica e si trasforma con il passare del tempo e ciò avviene anche a ciò che c’è dentro di noi, alla nostra personalità alla concezione che abbiamo di noi stessi e del mondo. Tuttavia non possiamo scordarci che, oltre ad essere soggetti a questo flusso continuo di cambiamenti e trasformazioni, possiamo esserne anche i fautori.

Nel corso dei secoli abbiamo avuto numerosi esempi di come un popolo, un gruppo di individui o anche solo una singola persona siano stati in grado di “riscrivere” la storia dell’umanità, sia in negativo che in positivo, dandole una nuova direzione e dei nuovi orizzonti. Sebbene non sempre le conseguenze di queste “svolte” non siano state quelle previste da coloro che hanno contribuito a compierle, è chiaro che dietro ognuna si trova un progetto, un ideale che è stato coltivato e perseguito con determinazione. I suoi autori e sostenitori si sono messi in gioco in prima persona, pagando prezzi anche altissimi in nome di quello in cui credevano e che desideravano vedere compiersi nella realtà dei fatti.

In questi ultimi tempi il bisogno di un cambiamento significativo, che possa risolvere la crisi non solo economica ma anche sociale che riguarda non solo l’Europa, ma il mondo intero. Ogni giorno assistiamo a discussioni in cui ognuno esprime il suo pensiero, sia che si tratti di personaggi pubblici o di privati cittadini, per le strade o attraverso i media. Eppure resta sempre la sensazione che nessuna soluzione venga trovata, che le parole e le promesse che riempono quei discorsi siano sempre le stesse, rigirate e camuffate in mille modi per nascondere il vuoto che la maggior parte di esse porta con sé. Non sembra ci sia alcuna reale, decisiva sforza in vista, nessun nuovo, desiderato e necessario cambiamento all’orizzonte, nonostante ci siano tutte le premesse per cui essi si manifestino. La verità è che oramai siamo stati abituati ad aspettarci che qualcun altro prenda le decisioni al nostro posto e si faccia carico di portare avanti un progetto che dovrebbe essere in realtà quello di ognuno di noi. Forse questo è il segno che è arrivato il momento di cambiare noi stessi ed il nostro modo di pensare, prima di aspettarci che qualcun altro cambi la realtà al nostro posto.

In questo senso, la frase di Gandhi è tutt’ora dolorosamente attuale. Le guerre e le battaglie che squarciano il nostro presente non potranno mai essere vinte se non iniziamo tutti per quanto ci è possible a combatterle, ma resteranno ferme a marcire e ad infettare il nostro presente. Credere in un ideale non basta, bisogna anche provare la nostra determinazione con i fatti. Quindi, invece di stare fermi a guardare e a protestare, perché non abbandoniamo le critiche e la sfiducia per un momento e non scegliamo in che direzione vogliamo fare il nostro primo passo?

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IL FILO DI ARIADNE

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.
(1984, George Orwell)

La società descritta da Orwell in 1984 è risulta agli occhi del lettore inquietante e, soprattutto, assurda. In essa una supposta verità ed il suo opposto non solo possono coesistere, ma sono anche credute vere e sostenute contemporaneamente, in base alla versione che, in quel momento, risulta più comoda al Partito che la governa. Gli slogan che vengono presentati continuamente attraverso i media non sono altro che accostamenti di concetti opposti e in conflitto e da un giorno all’altro ciò che era vero diviene falso o viceversa. Il controllo mediatico e mentale che i detentori del potere hanno sulla popolazione è totale ed assoluto, al punto che la differenza tra vero e falso non solo non è più qualcosa di concreto e apprezzabile, ma ha anche perso la maggior parte della sua importanza. E tutto questo viene realizzato cambiando il passato a piacimento e secondo necessità.

Eppure quei paradossi, che nel romanzo ci sono presentati portati al loro estremo più negativo e terribile, non sono poi lontani da fatti storici realmente avvenuti e neanche dalla nostra attuale situazione. Quello descritto da Orwell è il perfetto regime totalitario in cui pensare in proprio è il crimine più grande e più difficile che si possa commettere, in cui l’individuo non è altro che un puntino senza valore in mezzo a una massa che si muove e pensa allo stesso modo, ripetendo all’infinito concetti che le sono stati imposti da una propaganda martellante. Non è questo ciò che è avvenuto nei grandi regimi totalitari del Novecento e che avviene in quelli attuali? E non è forse simile al processo di depersonalizzazione che ciascuno di noi subisce ogni giorno a causa del bombardamento mediatico a cui siamo costantemente sottoposti? Oppure al modo in cui le nostre scelte sono condizionate da convenzioni e ideologie impostaci dall’esterno?

Il nostro passato, la nostra storia, sia quella personale che quella del nostro mondo, sono le basi su cui si fonda il nostro modo di pensare. A seconda di come viene descritto e raccontato, ogni evento storico ha un suo peso, trasmette un certo messaggio, in positivo o in negativo. Questo giudizio possiamo ricavarlo direttamente dalle fonti, anche se di solito essere rappresentano già un’idea, quella di chi le ha riportate. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, veniamo a conoscenza dei fatti storici quando essi sono già illuminati da una certa angolazione, che diventa per noi la “verità” storica, anche se in realtà non si tratta di una visione completamente oggettiva di ciò che  veramente accaduto. E lo stesso discorso vale per le piccole cose, i fatti e gli avvenimenti che si susseguono nel corso della nostra vita e ne incrociano il cammino. Ciascuna di queste “verità” ha un peso, a volte impercettibile, a volte ben evidente, nel renderci ciò che siamo e ciò che potremmo diventare in futuro. Condiziona il nostro modo di pensare, di vedere il mondo, e con essi le scelte che poi faremo basandoci sulle nostre credenze più intime.

Forse a volte vale la pena di fermarsi e guardarsi indietro, di cercare le radici di un nostro pensiero o di una nostra decisione. In un mondo in cui l’informazione è controllata, non in modo evidente e spettacolare come nel romanzo di Orwell, ma in modo più subdolo e nascosto, può diventare difficile distinguere che cosa nasce effettivamente da noi e che cosa invece siamo stati, con discrezione, spinti a pensare e a fare. Ammesso che la differenza sia davvero per noi ancora così importante come dovrebbe.

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“Il nemico è la paura. Si pensa che sia l’odio, ma, è la paura .”
(Gandhi)

Gli ultimi, tragici avvenimenti parigini hanno scosso non solo l’Europa, ma il mondo intero, riportandoci ad un clima di terrore e di sospetto non dissimile a quello che aveva regnato sugli Stati Uniti dopo l’11 settembre del 2001. La minaccia del terrorismo è tornata forte ed oscura a pesare sui nostri pensieri quotidiani, dopo che, pur non essendo stata mai dimenticata, aveva forse iniziato ad essere percepita da noi come una consapevolezza terribile ma lontana, come un incubo estremamente vivido ma che resta comunque solo un sogno. Il lutto di un paese a noi così vicino, sia geograficamente sia culturalmente, ha riportato con forza davanti ai nostri occhi una realtà che non ha mai smesso di versare sangue, ma che era rimasta ad una certa distanza. Fino a questo momento almeno, quando ci ha colpiti dritti al cuore, invadendo uno spazio che era stato considerato sicuro fino a pochi minuti prima dell’inizio delle esplosioni.

Oggi, a quasi un mese di distanza dai fatti, l’aria è ancora satura di paura. Il lutto prosegue, un misto di dolore e di rabbia per le vite innocenti che sono state spezzate. Si chiede giustizia, e non a torto, e si cerca una soluzione per fronteggiare una minaccia che incombe su tutti noi. Perché quando ad essere colpiti sono i simboli della vita di tutti i giorni diventa facile vedere volti a noi cari in quelli delle vittime delle stragi, recenti e passate, immaginare luoghi che frequentiamo abitualmente in quelli che sono stati devastati dagli attentati. Una reazione emotiva anche forte alla vista di quelle immagini, sconosciute e familiari al tempo stesso, è inevitabile. Bisogna tuttavia stare attenti, perché non sempre i sentimenti ci spingono dalla parte del giusto.

In mezzo alla compassione indotta dall’empatia e al sentimento di solidarietà che siamo spinti a provare per coloro che sono stati fisicamente colpiti, non può non germogliare la paura. Paura che il tutto possa ripetersi, paura che il prossimo bersaglio potremmo essere noi e i nostri cari, paura per quello che si può nascondere dietro una facciata di apparente normalità. E siccome questo sentimento così vasto ed incerto non può restare senza un preciso bersaglio, siamo spesso spinti a cercare un capro espiatorio in chiunque ed in qualunque cosa posso offrirci un bersaglio. In questo modo, dalla paura nascono l’odio e la rabbia, che fin troppo spesso nel corso della storia ci hanno accecato di fronte alla verità e ci hanno resi sordi alla voce della ragione.

Non lasciarsi dominare dalla paura è importante perché ci permette di non piegarci di front ad un’ideologia il cui obiettivo è schiacciarci tutti sotto il suo peso insensato e le sue idee di morte. Per resistere e trovare la forza di combattere è necessario sconfiggere l’incertezza e non cedere al panico. Ma saper controllare la paura ed impedirle di offuscare il nostro giudizio è fondamentale anche per un altro motivo: ci permette di non cadere nelle trappole che un bersaglio facile e a portata di mano può offrirci. Può essere quasi istintivo scaricare la colpa quando il peso che certi orrori lasciano nel nostro animo diventa insostenibile, quando  l’ansia ci spinge ad agire, e non importa più come e contro chi. Ma in quei momenti non dobbiamo scordarci che il nostro vero nemico siamo noi stessi, è la nostra paura, dalla quale può nascere l’odio che può farci diventare non dissimili da coloro che ci hanno devastato. In quei momenti bisogna ricordarsi che la cosa più importante è restare consapevoli ed umani.

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IL FILO DI ARIADNE

“L’uomo è la specie più folle: venera un invisibile Dio e distrugge una natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.”
(Hubert Reeves)

Mi è capitato spesso di riflettere su quanto sia piccolo l’uomo, se confrontato con le dimensioni della Terra che lo ospita. Ed essa non  che piccolo pianeta, paragonata agli immensi corpi celesti che popplano nell’universo. Eppure per molti di noi è difficile accettare la realtà della nostra condizione, la coscienza di non essere altro che un minuscolo pezzo di un puzzle potenzialmente infinito. L’uomo non è in grado di accontentarsi.

Nel corso degli ultimi duemila anni le conoscenze dell’umanità si sono accresciute e lo sviluppo tecnologico non ha accennato a fermarsi. Anzi nell’ultimo secolo ha addirittura iniziato ad accelerare. Forse sono proprio le nuove, maggiori scoperte e la sempre più forte volontà di conoscere che spingono l’uomo a credersi onnipotente e che gli danno l’illusione di essere a capo dell’universo intero. Eppure la grande, difficile verità, quella che si tende a dimenticare, resta immutata: siamo piccoli. Ci sono forze che non riusciamo né potremo mai controllare.

La Natura è una di queste, ed è forse la più importante. Essere in grado di costruire edifici sempre più imponenti in luoghi sempre più in apparenza ostili, ed avere acquisito la capacità di modellare l’ambiente a nostro piacimento significa avere conquistato la Natura, non porta ad averne il dominio. Essa ha impiegato milioni, se non miliardi di anni per raggiungere il giusto equilibrio che permette il giusto ricambio tra vecchio e nuovo, e per questo va rispettata. L’uomo si è dimostrato non in grado di rispettare questi ritmi, lenti ma essenziali per la sopravvivenza della vita non solo di questo pianeta, ma dell’intero universo. E oggi sta sempre di più rischiando di spezzare un equilibrio che si è instaurato nel corso di tempi inconcepibili per noi.

Anche oggigiorno la Natura sta evolvendo, ribellandosi ai cambiamenti innaturali che le sono stati imposti. Si sente parlare di alluvioni, frane, smottamenti, ma invece di trovare una soluzione definitiva cercando di difendere quell’equilibrio che è stato intaccato, evitando una completa cementificazione di ogni possibile spazio verde, ci si lamenta, senza accettare la propria impotenza e ammettere che l’attuale situazione è frutto di errori umani.

Per trovare un esempio non bisogna andare lontano. Le aree della pianura padana, specialmente nelle zone intorno a Milano, appaiono come un’unica grande città. Impossibile è distinguere dove finisce un paese e dove ne inizia un altro. Luoghi che un tempo erano boschi o prati si sono trasformati, e ancora si trasformano, in poco tempo in colate di cemento e catrame.

Prima o poi la Natura si ribellerà, e vorrà riprendersi quanto le è stato tolto. Perché non vi è nulla di più perfetto di ciò che essa ha saputo plasmare e costruire nel corso di milioni di anni. L’uomo dovrebbe imparare da essa, e non esserne antagonista. Per fare ciò, bisogna innanzitutto cambiare il nostro punto di vista. Smettiamo di pensare che il mondo in cui viviamo sia l’eredità dei nostri genitori di cui possiamo fare quello che vogliamo. Perché esso in realtà è un prestito che stiamo ricevendo dai nostri figli e che un giorno dovremo rendere loro.

IL FILO DI ARIADNE

Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro.”

(Italo Calvino)

Ecco che si riapre anche questa rubrica, insieme con una nuova stagione per noi ragazzi, ma anche con un nuovo anno per tutti noi. Sono ricominciate le scuole, sono finiti i viaggi che alcuni di noi hanno intrapreso durante l’estate. Anche il cielo inizia a non sorridere più così spesso da dietro le nuvole. È tempo di scrivere una nuova “prima riga” sulle pagine della vita del nostro gruppo, una prima riga che preannuncia sì ciò che potrà essere e che noi speriamo che si realizzi, ma che allo stesso tempo non può prescindere da quello che l’ha preceduta. Ogni inizio non può vivere di per sé, ma è destinato ad essere frutto del passato che ha portato al suo avvento. C’è un filo conduttore tra ogni tramonto e la nuova alba che lo segue che difficilmente può essere spezzato. Lo ieri si trascina nel domani, invisibile come un respiro, ma necessario.

Tutti noi sappiamo che non è mai facile ricominciare. Chiudere un capitolo della propria esistenza con un bel punto e voltare pagina per “iniziare da zero” richiede un impegno e una forza d’animo che molto spesso ci pesa per diverso tempo e ci impedisce di trovare le parole giuste per comporre quella famosa prima riga di cui parlavano. Le scelte che abbiamo compiuto in passato, gli eventi che ci hanno plasmato fino a renderci le persone che siamo ora ci seguono passo a passo, anche quando siamo determinati a lasciarceli alle spalle. Il passato è un bagaglio che non si può né abbandonare né dimenticare. È parte di noi, come se fosse scritto nel nostro DNA insieme con tutte le altre informazioni che ci definiscono come essere vivente. Ed in un certo senso è così.

Pensiamoci. Ogni storia che viene raccontata presuppone, di tacito accordo, riferimenti ad altre storie, alcune ascoltate più volte e altre mai rivelate. Racconti che non sono esplicitamente citati nel corso del nostro romanzo, ma senza le quali non potremmo veramente comprendere le parole che vi troviamo scritte. Senza quei riferimenti la storia sarebbe solo un vuoto insieme di suoni, una trama sospesa nel nulla, senza sostegni che possano tenerla sospesa e che possano guidarla verso una conclusione. È quello che abbiamo alle spalle che ci permette di definirci come individui, che ci permette di tracciare il nostro cammino ed esso è anche la base essenziale che ci permette di ricostruire noi stessi. Senza quelle esperienze che ci hanno permesso di imparare e di formarci non avremmo modo di creare qualcosa di nuovo. Le nostre parole si perderebbero in un silenzio arido di significati.

Iniziare da zero, quindi, non è possibile. È solo l’illusione che ciò che è stato non ci riguardi più. La realtà, purtroppo o per fortuna, è ben diversa. Non si tratta di dimenticare il passato, ma di trovare il modo migliore di utilizzare ciò che esso ci offre. Sta a noi decidere cosa tacere e cosa raccontare. Sta a noi scegliere i riferimenti che ci permetteranno di raccontare una nuova storia, quei riferimenti “fuori dal libro” su cui si baserà la nostra prima riga.

IL FILO DI ARIADNE

Noi dobbiamo essere, in questa società inquieta e incerta, una forza di speranza e perciò una forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire.
(Vittorio Bachelet)

Anche quest’anno siamo arrivati all’ultima uscita delle nostre rubriche prima della pausa estiva. Come conclusione ho scelto una frase bene si addice al nostro periodo storico e alla società in cui viviamo. Stiamo affrontando l’incertezza della crisi e le inquietudini sociali che essa si porta dietro come conseguenza. È un momento di proteste e di indecisione anche a livello politico. Un periodo che porta con sé difficoltà ed incertezze Dall’altra parte, però, abbiamo però tentativi di riforme e un faticoso percorso verso la ripresa economica, di cui forse il simbolo più importante è questa edizione italiana dell’Expo, con le discussioni tra i suoi sostenitori e i suoi oppositori. Una spinta verso l’alto, una volontà di sconfiggere ed emergere all’abisso in cui ci siamo trovati a scivolare.

Purtroppo, però, gli aspetti negativi sono quelli che più vediamo e più sentiamo vicini, e le speranze di veder risolti tutti i problemi che i notiziari, i giornali o direttamente la vita ci pongono davanti rischiano di diventare sempre più fragili e di spezzarsi, calpestate dalla sfiducia che in alcune circostanze non possiamo non provare. A volte ci pare che il mondo intero, inteso non solo come il nostro piccolo giardino, ma anche come la realtà che ci circonda, stia andando in pezzi, come uno specchio che, lasciando cadere un frammento dopo l’altro, ci rivela che in verità ciò che vedevano non era il riflesso, ma un bel ritratto abbellito di quello che ci circonda.

Tuttavia, non per questo dobbiamo rinunciare e smettere di lottare. Quello che molto spesso tende a sfuggirci, dal momento che ciò che accade appare sempre più spesso al di sopra delle nostre capacità, è che la rinascita e il futuro nascono dagli sforzi di ciascuno di noi. Siamo noi, come dice Bachelet la “forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire”. Per questo motivo è nostro diritto e dovere non abbandonare le speranze, perché siamo noi la base su cui si fondano.

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“Un terremoto può scatenare una forza distruttiva che lascia silenzio e vuoto. Le parole si spengono e lasciano spazio ad immagini di distruzione e paura.”

(Stephen Littleword)

Voglio dedicare il Filo di questo mese alla tragedia che ha avuto luogo qualche giorno fa, e che purtroppo continua a restare in scena in questo stesso momento, in Nepal, dove un terremoto ha sconvolto l’intero paese, spargendo miseria e distruzione. Le immagini del terribile spettacolo che ci vengono riportate dalla televisione e dai giornali di certo non ci sono nuove: ogni anno assistiamo impotenti a catastrofi naturali, alcune delle quali ci hanno segnati più di altri, per la loro gravità o per le conseguenze che ne sono seguite. Sono scene che restano nei nostro ricordi, pur scivolando con il tempo nei meandri più lontani dell’inconscio, persi nella routine quotidiana. Eppure, ogni qual volta ci troviamo davanti ad immagini simili, eccoli che riemergono. Le macerie dei ricordi si uniscono a quelle del presente, le vittime si sommano, la disperazione delle persone che hanno subito la perdita recente riecheggia quella del passato. Il Nepal diventa Haiti, i maremoti che hanno colpito le Filippine, e per noi italiani in particolare i terremoti dell’Aquila e del Friuli Venezia-Giulia. E sono solo esempi. Tuttavia, nonostante la sensazione di familiarità, i nostri occhi non possono non restare scioccati di fronte alla devastazione che hanno davanti. Dove un tempo sorgevano splendidi monumenti, alcuni addirittura secolari, ora si trovano solo cumuli di polvere e macerie. I ricordi di una civiltà sono crollati in un solo momento, schiacciati da una forza impossibile da contenere o prevedere. Come bene riassume la citazione di Littleword, ciò che resta sono solo “silenzio e vuoto”. Le catastrofi naturali sono inevitabili. Sono meccanismi del nostro pianeta che vanno al di là delle nostre forze, della nostra capacità di prevenire e spesso anche di curare. Ci resta però la possibilità di fare qualcosa, ovvero rialzarci e offrire solidarietà, quella vera e sentita, non vuoti commenti di comodo, a chi sta vivendo una tragedia che non si può descrivere a parole, specie se, come il Nepal, si tratta di persone che già in partenza avevano poco o nulla. In fondo è proprio in queste occasioni, dove il dolore ci unisce tutti, che si riesce a scorgere come non mai il legame che ci unisce gli uni agli altri e che fa sperare che un giorno riusciremo a vincere ogni diffidenza e differenza, e a vivere nel rispetto gli uni degli altri.