Blogenhagen: L’università dei balocchi

I motivi per cui sono partito per la Danimarca sono molteplici. In primo luogo, come vi ho detto nell’introduzione, c’è la mia curiosità: volevo fare un’esperienza all’estero, in un posto dove potessi vivere senza il problema della barriera linguistica (qui tutti parlano inglese, ma questo sarà approfondito nel prossimo articolo) e, semplicemente, abitare per conto mio. In secondo luogo, c’è invece il mio desiderio di lavorare nel mondo dei videogiochi, e per farlo serve fortuna, oppure un foglio che attesti che ho studiato come si facciano videogiochi. Ho optato per la seconda opzione.

Così, grazie ad un amico di vecchia data, ho scoperto quest’università di Game Design. I requisiti richiesti sono avere una Laurea breve (se questa è in informatica è un aiuto, ma necessariamente), avere un foglio di carta che attesti che so l’inglese e una lettera scritta da me, dove dico “voglio tanto fare questa scuola!” (davvero, io ho scritto più o meno questo). Tutto qui. Potete capire come già così fosse una bella tentazione, ma la chicca tra le mille che mi ha convinto a tentare la sorte è stato sicuramente che io, in quanto cittadino dell’Unione Europea, non avrei pagato un centesimo.

L’idea che sta dietro a questa scelta si basa, principalmente, sulla volontà di alzare il livello culturale medio del cittadino, ma, a mio avviso, fortunatamente non si basa solo su questo. Credo che la decisione sia basata soprattutto sulla volontà di formare cittadini in grado di muoversi nel mondo del lavoro di sfruttare tutte le opportunità che esso offre, cosa che non ho riscontrato in Italia. Come l’ho dedotto? Beh, dal fatto che quando troverò un lavoro part-time in Danimarca, lo stato mi concederà una borsa di studio di circa 700 euro al mese, da aggiungersi allo stipendio che riceverò. Questo solo se si lavora mentre si studia, ovviamente. Ma se danno tutti questi soldi agli studenti, sorgono due domande: la qualità dell’Università è buona e, soprattutto, cosa ci guadagnano? Rispondiamo con ordine.

Non posso parlarvi della qualità delle lezioni, ancora. Ne ho fatte troppo poche per poterlo stabilire con certezza, ma posso già dirvi che i professori amano il loro mestiere. Discuterò meglio anche di questo in un prossimo articolo. Posso però parlare della qualità della struttura. L’edificio è uno stabile di cinque piani, super moderno e molto geek, devo dire. È costellato di computer ad accesso libero, e non di Sapientino, ma di computer estremamente più performanti del mio computer personale. Ci sono un’aula dedicata al “videogioco collettivo”, un’aula dedicata alla stampa 3D (per gli studenti e, ovviamente, gratis), una biblioteca contenente, oltre a libri, giochi da tavolo e videogiochi ed infine come può mancare un bel salottino con delle console ad accesso libero.
Un’altra chicca per i meno digitali invece è la presenza di diverse cyclette elettriche: pedalando generi energia elettrica per l’università o per il tuo telefono.

Quindi si, la qualità della struttura è quantomeno confortevole. E per il loro guadagno? La stragrande maggioranza degli studenti, finita l’università, rimane in Danimarca a lavorare.

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IL FILO DI ARIADNE

Dovremmo riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. È giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne.
(Tina Anselmi)

Abbiamo deciso di dedicare la puntata di oggi alla purtroppo scomparsa Tina Anselmi, una figura di spicco del nostro panorama culturale e politico, ma soprattutto una persona, una donna che ha avuto il coraggio di battersi e lottare senza tregua, nonostante le difficoltà e le opposizioni, per ciò che lei considerava non solo giusto, ma anche onestamente dovuto.

In un’epoca e all’interno di una società in cui la figura femminile nel nostro paese era ancora poco riconosciuta e considerata, Tina Anselmi ha avuto il coraggio di portare avanti una causa importante, prima a livello sindacale e poi su scala più ampia dopo essere stata eletta Ministro del Lavoro e poi della Sanità, divenendo la prima donna a ricoprire una carica pubblica di tale rilievo nella storia dell’Italia. Il suo impegno, insieme a quello di altre attiviste del femminismo italiano, è paragonabile alla lotta intrapresa e portata avanti dalle suffragette nel Regno Unito, un secolo prima. A lei dobbiamo successi della nostra democrazia come la legge sulle pari opportunità e la riforma del Servizio Sanitario Nazionale.

La storia di Tina Anselmi e della sua incrollabile forza d’animo, però, è iniziata molto prima della sua carriera politica. Tina Anselmi è anche ed innanzitutto parte della Resistenza contro il fascismo, alla quale decide di prendere parte attivamente dopo essere stata costretta ad assistere all’impiccagione di trentuno prigionieri per mano dei nazifascisti. Anche se era solo una ragazza all’epoca, invece di arrendersi di fronte alla morte e alla devastazione, invece di lasciarsi spaventare e sconfiggere dalla crudeltà e della violenza, lei scelse di lottare, mettendo in gioco la propria vita per i valori in cui credeva: la libertà, la giustizia e la dignità umana.

In un momento storico di incertezza come quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni e che stiamo ancora vivendo, parole come quelle di Tina Anselmi possono essere di ispirazione per non dimenticare cosa è veramente importante. Ancora oggi gli episodi di discriminazione, sia verso le donne che verso gli stranieri, continuano ad essere più che presenti nella cronaca di ogni giorno, segno che non abbiamo ancora conseguito quel “rispetto della dignità umana e dei diritti delle donne” che, secondo la Anselmi, sono, o meglio dovrebbero essere il vero fondamento della democrazia. Infatti la possibilità di andare a votare e di poter sperare in una stabilità economica non possono e non devono bastare se non sono accompagnate dalla giustizia e dalla libertà di vivere e di esprimersi, per tutti, senza eccezioni e disparità.

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