Pillole di Storia: Sandro Pertini

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Sandro Pertini è stato uno dei Presidenti della Repubblica più amati e rimpianti di sempre. Nasce in provincia di Savona il 25 settembre 1896, fa i primi studi presso il collegio dei salesiani “Don Bosco” di Varazze, poi al Liceo Ginnasio “Gabriello Chiabrera” di Savona, dove ha come professore di filosofia Adelchi Baratono: socialista riformista e collaboratore del periodico “Critica Sociale”, giornale di stampo Socialista fondato da Filippo Turati. Ciò lo fa avvicinare al mondo del Socialismo ed in particolare ai Movimenti Operai Liguri. Questa vicinanza alla classe operaia gli rimarrà attaccata fino alla fine, infatti era solito affermare:

“Se non vuoi mai smarrire la strada giusta resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e nei giorni di tempesta…”.

La sua vita può essere descritta attraverso tre avvenimenti importanti: la Prima Guerra Mondiale, il Regime fascista e il periodo di Presidenza della Repubblica Italiana.

Scoppia la Prima Guerra Mondiale: Pertini, dopo aver raggiunto la maggior età, nel novembre del 1915 viene chiamato alle armi. Si distingue per alcuni atti di eroismo, tant’è che viene decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Dopo la guerra il regime fascista gli occulta tale merito a causa della sua militanza socialista. Nel marzo 1920 viene congedato e si iscrive al Partito Socialista Italiano presso la federazione di Savona, aderendo alla corrente riformista di Filippo Turati. Nell’ottobre 1922 aderisce poi alla scissione della corrente turatiana iscrivendosi al neonato Partito Socialista Unitario.

Durante il regime fascista Pertini diventa bersaglio di aggressioni squadriste: viene picchiato per via della sua cravatta rossa, indossata a simboleggiare la lotta proletaria. Il 22 maggio 1925 è arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo “Sotto il barbaro dominio fascista” in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l’instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso. La condanna non attenua la sua attività, che riprende appena liberato. Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti, è oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, durante un’aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro) e si trova costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano.

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Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle leggi “fascistissime”, Pertini, definito «un avversario irriducibile dell’attuale Regime», è confinato per cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge. Per sfuggire alla cattura espatria clandestinamente in Francia assieme a Filippo Turati, Carlo Rosselli e alcuni compagni di lotta. Il suo esilio francese termina nella primavera del 1929, quando varca la frontiera dalla stazione di Chiasso. Lo scopo di Pertini era di riorganizzare le file del partito socialista e stabilire contatti con gli altri partiti antifascisti.

Il 14 aprile 1929 si reca a Pisa per progettare con l’amico Ernesto Rossi un attentato alla vita di Mussolini; viene riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona e viene quindi arrestato da un piccolo gruppo di camicie nere, in seguito è condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione. Durante il processo Pertini si rifiuta di difendersi, non riconoscendo l’autorità di quel tribunale. Durante la pronuncia della sentenza si alza gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!».

In carcere conosce Antonio Gramsci e ne diviene confidente, amico e sostenitore. Il 13 Agosto 1943, poco dopo la caduta del regime fascista, viene scarcerato insieme a molti altri compagni di lotta. Il 10 settembre Pertini guida i gruppi di resistenza a Porta San Paolo, tentando di contrastare l’ ingresso nella capitale delle truppe tedesche; si guadagna in questi giorni la medaglia d’oro al valor militare. Il 25 aprile 1945 è lui stesso a proclamare alla radio lo sciopero generale insurrezionale della città:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.»

Secondo Pertini, le emozioni provate durante la Liberazione di Milano furono un’esperienza che confermarono la sua idea della «capacità del popolo italiano di compiere le più grandi cose, qualora fosse animato dal soffio della libertà e del socialismo».

Ed ora passiamo al 1978: l’elezione del settimo presidente della Repubblica inizia il 29 giugno. Dopo ben 15 scrutini, l’8 luglio, al sedicesimo Pertini viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con 832 voti su 995, a tutt’oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana. La sua elezione appare subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della Repubblica, in un Paese ancora scosso dalla vicenda del sequestro Moro.

Dopo aver giurato, nel suo discorso d’insediamento Pertini ricorda il compagno di carcere ed amico Antonio Gramsci, e sottolinea la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo. Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuisce a fare della figura del Presidente della Repubblica l’emblema dell’unità del popolo italiano. La sua statura morale ha contribuito al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo. Per un certo periodo Pertini diventò, infatti “il presidente dei funerali di stato”: in queste occasioni ha attaccato fortemente le Brigate Rosse, soprattutto dopo la strage di Bologna. Lo ricordiamo anche come primo tifoso della nazionale di calcio ai mondiali del 1982, con la storica esultanza: “Non ci prendono più!” nella partita contro la Germania.

Muore il 24 febbraio 1990, ma nei nostri cuori è più che vivo!

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