IL FILO DI ARIADNE

“L’uomo è la specie più folle: venera un invisibile Dio e distrugge una natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.”
(Hubert Reeves)

Mi è capitato spesso di riflettere su quanto sia piccolo l’uomo, se confrontato con le dimensioni della Terra che lo ospita. Ed essa non  che piccolo pianeta, paragonata agli immensi corpi celesti che popplano nell’universo. Eppure per molti di noi è difficile accettare la realtà della nostra condizione, la coscienza di non essere altro che un minuscolo pezzo di un puzzle potenzialmente infinito. L’uomo non è in grado di accontentarsi.

Nel corso degli ultimi duemila anni le conoscenze dell’umanità si sono accresciute e lo sviluppo tecnologico non ha accennato a fermarsi. Anzi nell’ultimo secolo ha addirittura iniziato ad accelerare. Forse sono proprio le nuove, maggiori scoperte e la sempre più forte volontà di conoscere che spingono l’uomo a credersi onnipotente e che gli danno l’illusione di essere a capo dell’universo intero. Eppure la grande, difficile verità, quella che si tende a dimenticare, resta immutata: siamo piccoli. Ci sono forze che non riusciamo né potremo mai controllare.

La Natura è una di queste, ed è forse la più importante. Essere in grado di costruire edifici sempre più imponenti in luoghi sempre più in apparenza ostili, ed avere acquisito la capacità di modellare l’ambiente a nostro piacimento significa avere conquistato la Natura, non porta ad averne il dominio. Essa ha impiegato milioni, se non miliardi di anni per raggiungere il giusto equilibrio che permette il giusto ricambio tra vecchio e nuovo, e per questo va rispettata. L’uomo si è dimostrato non in grado di rispettare questi ritmi, lenti ma essenziali per la sopravvivenza della vita non solo di questo pianeta, ma dell’intero universo. E oggi sta sempre di più rischiando di spezzare un equilibrio che si è instaurato nel corso di tempi inconcepibili per noi.

Anche oggigiorno la Natura sta evolvendo, ribellandosi ai cambiamenti innaturali che le sono stati imposti. Si sente parlare di alluvioni, frane, smottamenti, ma invece di trovare una soluzione definitiva cercando di difendere quell’equilibrio che è stato intaccato, evitando una completa cementificazione di ogni possibile spazio verde, ci si lamenta, senza accettare la propria impotenza e ammettere che l’attuale situazione è frutto di errori umani.

Per trovare un esempio non bisogna andare lontano. Le aree della pianura padana, specialmente nelle zone intorno a Milano, appaiono come un’unica grande città. Impossibile è distinguere dove finisce un paese e dove ne inizia un altro. Luoghi che un tempo erano boschi o prati si sono trasformati, e ancora si trasformano, in poco tempo in colate di cemento e catrame.

Prima o poi la Natura si ribellerà, e vorrà riprendersi quanto le è stato tolto. Perché non vi è nulla di più perfetto di ciò che essa ha saputo plasmare e costruire nel corso di milioni di anni. L’uomo dovrebbe imparare da essa, e non esserne antagonista. Per fare ciò, bisogna innanzitutto cambiare il nostro punto di vista. Smettiamo di pensare che il mondo in cui viviamo sia l’eredità dei nostri genitori di cui possiamo fare quello che vogliamo. Perché esso in realtà è un prestito che stiamo ricevendo dai nostri figli e che un giorno dovremo rendere loro.

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