CAOS DENTRO: NOMUOS

Tagliare – contro la legge – le reti. Fino a quando – per legge – non ve ne potranno più essere.
La disobbedienza civile come pegno per cambiare quanto la legge permette di usare ed abusare. Questa è la filosofia del movimento No MUOS. In quasi dieci anni ne sono stati dati molti, di pegni, da parte del movimento: meno – purtroppo – sono state le ricompense da parte di una giustizia che troppe volte ha dimostrato, fino a pochi giorni fa, di essere più uno strumento politico che un ideale da far rispettare.
Per comprendere il quadro odierno, è necessario fare più di un passo indietro.
Agosto 2006. Il Ministero della Difesa approva, per la prima volta, che si concretizzi con la sua componente in terra italiana il progetto MUOS. Un sistema di comunicazioni satellitari che ha il compito di incrementare l’organizzazione strategiche delle forze militari statunitensi. Che ha la necessità di appoggiarsi su quattro angoli di terra disparatissimi tra loro – Hawaii, Virginia, Australia e, come fosse colonia, la Sicilia. Ma che ha una potenza di emissione di onde elettromagnetiche – benissimo conosciuta dal comando statunitense – da forzare, nel giro di un mese e mezzo, a spostare la sede presunta delle antenne da Sigonella (base aeroportuale storica nel Catanese) a un non ben identificato posto nelle campagne siciliane, a debita distanza dagli ordigni esplosivi depositati nella base che sarebbero a rischio detonazione. La scelta – alquanto ombreggiata – ricade su una contrada vicino Niscemi, un paese di 28.000 abitanti in provincia di Caltanissetta. Per ragioni di sicurezza e di ridotta densità abitativa, viene detto. Niscemi è in effetti una cittadina isolata, a decine di chilometri dal centro più vicino, in un entroterra siciliano che di certo è l’ultimo dei problemi di un apparato militare statunitense che ingrana marcia su marcia. Il ragionamento è abbastanza chiaro: spostarsi in una zona “fantasma”, poco abitata, dove l’individuo medio – per una strana deformazione mentale tutta siciliana – pensa al suo orticello e a poco altro, è quanto di più conveniente per evitare clamore e risentimenti.
Basterebbe una breve riflessione sulla scelta del luogo per comprendere come non è solo noncuranza, spesso, quella messa in atto dal sistema politico statunitense; è lecito pensare ad un dolo che aggrava ancor più il quadro delle responsabilità.
Le perplessità sul progetto Muos si palesano molto lentamente. Per i motivi sociali di cui dicevo sopra, probabilmente. Ma di certo anche per un’astuta linea di omissione portata avanti dalla politica nazionale e regionale, oltremodo assecondante . Ci vorranno infatti due anni e mezzo, per quel febbraio 2009 che vede la nascita del primo comitato cittadino No Muos. Ci vorranno altri tre anni per quell’autunno 2012 che è la vera miccia del malcontento civico. Del quale gli organi del comune di Niscemi, con coraggio, si fanno carico con ricorsi e delibere.
Nel mezzo tanti loschi affari. Coperture, mistificazioni. A partire dal controverso rapporto dell’Università di Palermo – datato febbraio 2011 –sulla regolarità ambientale delle installazioni. Passando per annullamenti di sequestro della base, per lavori che proseguono anche a fronte dei sigilli imposti dai vari ordini della giustizia amministrativa. Per arrivare alla inquietante revoca delle revoche del luglio 2013, ordinata dal governatore Crocetta sebbene pochi giorni prima il Tar di Palermo avesse, secondo regolare criterio, respinto il ricorso del Ministero della Difesa alla revoca delle autorizzazioni.
Muovendoci in avanti di quasi due anni, ritroviamo come la tattica del ricorso ritorna a spron battuto e senza alcuna remora a marzo 2015. Quando, dopo la sentenza del Tar di Palermo che ordinava il blocco dei lavori in contrada Ulmo poiché abusivi, il Ministero della Difesa ancora una volta si appella per mettere in discussione quanto perizie scientifiche e analisi giuridiche vorrebbero dimostrare. E purtroppo, ancora una volta, sembra riuscire nell’intento di elusione: ad oggi, con la sentenza del CGA del 3 settembre si attende una nuova – discutibilissima – che un organo collegiale composto, per i tre quinti, da Ministri della Repubblica che non possono essere considerati scevri da influenze rispetto a quel Ministro della Difesa il cui ricorso ha determinato il prodursi di questa sentenza stessa. Non è passata inosservata, la contraddittorietà di questo provvedimento. E in data 22 settembre i legali NO MUOS hanno presentato ricorso alla sentenza suddetta, in attesa della verifica che si attende comunque per la metà di dicembre.
Questa breve cronistoria serve a porre le evidenze per cosa? La sacrosanta ragion d’essere del movimento No Muos. Essa si fonda sull’opposizione a tre punti fondamentali. 1. La politica di militarizzazione incarnata da un sistema bellico di tale portata, per cui qualsiasi proposito di pacifismo viene bellamente stralciato 2. Il vilipendio ad un patrimonio ambientale sotto l’egida di un’area protetta riconosciuta legalmente 3. Il potenziale danno agli abitanti del luogo – diretto, se si considerano le radiazioni elettromagnetiche (accertato da numerose perizie, l’ultima e più completa è quella del prof. D’Amore dell’università della Sapienza) che le antenne NRTF sono in grado di emettere, indiretto se si pensa all’obiettivo che il Muos potrebbe rappresentare per la Sicilia e l’Italia intera in eventuali scenari bellici non scongiurabili in eterno.
Torniamo adesso a riprendere la breve frase d’apertura. Avendo adesso più chiare le basi di quella che è la doppia via di azione del movimento. Il mezzo giudiziario, attestazione della legalità con la quale gli attivisti portano avanti la loro battaglia – e ripetuti sono stati i successi ottenuti dallo staff di avvocati; imprescindibile da quello popolare, dal basso, con le sue azioni dimostrative pulsanti di una rabbia che spesso è l’unica reazione possibile verso l’illegittimità dell’opera e verso l’asservimento che si cela dietro ogni nuova scorciatoia giuridica prontamente tirata fuori ad hoc.
Movimento che – dobbiamo dirlo – ha ad oggi un minore rilievo (perlomeno mediatico) del NO TAV; per quanto siano forse di diverso peso i tornaconti economici in gioco, le ragioni etiche, ambientali e di salute che muovono il NO MUOS non possono e non potranno mai essere ridotte ad un problema di secondo piano.

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