Diritti e rovesci: Tutti i musulmani sono terroristi?

Le ultime settimane sono state caratterizzate da costanti attacchi terroristici che hanno portato terrore anche nella sicura e libera Europa.
Proprio in questi momenti diventa estremamente semplice schierarsi su posizioni irrazionali e istintive, che sono terreno fertile per accrescere diffidenza e odio. È sufficiente collegarsi a Facebook o Twitter per accorgersi di quanta intolleranza e rancore abbia partorito la tragedia di Parigi. I peggiori virgolettati di Oriana Fallaci capeggiano sui profili dei tanti convinti che “Non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici”, giusto per eliminare dalla memoria storica i separatisti baschi dell’ETA, la Real IRA irlandese o anche solo il terrorismo nero e rosso degli Anni di piombo italiani.

I musulmani d’Italia sono scesi in piazza contro il terrorismo dichiarando:”Nessuna guerra è santa. Non dobbiamo avere paura. Restiamo uniti per sconfiggere assieme il cancro del terrorismo”. Da Milano a Roma passando per Genova, tante voci e tanti slogan hanno espresso il medesimo concetto: “L’Islam non è violenza, #notinmyname”. Dopo gli attacchi terroristici a Parigi e in Mali, le comunità islamiche italiane si sono riunite nella capitale e a Milano per rispondere alle violenze e alle stragi.
La presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini ha commentato: “Iniziative come la vostra, rivendicando che i terroristi non operano in nome dei musulmani sono fondamentali anche per smentire e isolare coloro che predicano lo scontro di civiltà. Il terrorismo non può avere religione”.

Nel frattempo, in pochi si sono accorti della condanna degli attentati di Parigi da parte del movimento sciita libanese degli Hezbollah e del partito palestinese di Hamas. Nessun islamofobo ha citato il nome di Lassana Bathily, l’immigrato maliano di fede musulmana che ha salvato sei ostaggi durante l’attacco nel supermercato kosher di Parigi.
L’ondata di islamofobia ha fatto registrare almeno una cinquantina di episodi violenti contro edifici o membri della comunità musulmana solo in Francia. Così i musulmani, oltre a soccombere sotto gli attacchi dell’Isis, come è successo al poliziotto musulmano Ahmed Merabet, ucciso fuori dalla sede di Charlie Hebdo, devono ora difendersi anche dal pregiudizio di chi, spaventato, vede in loro possibili terroristi.
Come ha affermato il re giordano Abdallah in una conferenza stampa durante una visita a Pristina, in Kosovo, “Sono centomila i musulmani uccisi dall’Isis negli ultimi due anni”.
Re Abdallah ha ribadito la sua opinione che l’Occidente e l’Oriente sono minacciati da “una Terza Guerra Mondiale contro l’umanità'”.”Questo e’ ciò che ci unisce”, ha aggiunto Abdallah, tornando a fare appello per una lotta comune contro il terrorismo.

Dire che tutti i terroristi sono musulmani è come dire che tutti gli italiani sono mafiosi!

La storia del terrorismo italiano è ben impressa nella memoria del nostro Paese, terrorismo ad opera degli stessi italiani nostri connazionali.
Non possiamo assolutamente dimenticarci la Strage della stazione di Bologna (ottantacinque vittime e oltre duecento feriti); Così come non possiamo dimenticarci le Brigate Rosse, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo.

Nella storia non esistono solo terroristi di religione islamica o ebraica, ma anche di fede cristiana!

In questo caso interpretazioni del Vecchio Testamento della Bibbia vengono utilizzate come propria ispirazione per giustificare violenza e omicidi.
Un esempio è stato il movimento ultracattolico Christian Identity e il gruppo Army of God, un gruppo ultracattolico che ritiene i cattolici ariani la “Razza Eletta del Signore”.
Guidati dal terrorista Eric Robert Rudolph, sono stati i colpevoli dell’attentato alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996 (111 feriti ed un morto), della bomba contro la clinica per aborti ad Atlanta, al bar Otherside Lounge perché frequentato da clientela lesbica nel 1997 e della bomba contro la clinica per aborti di Birmingham nel 1998.

Parliamo inoltre dei massacri ad opera dei cristiani ed animisti anti-Balaka nello Stato di Centr’Africa, dove la minoranza musulmana è stata massacrata. Nel solo mese di gennaio 2014 ci sono state circa 1000 vittime, ma il conflitto dura da anni. Ciò ha causato la fuga di numerosi credenti musulmani verso i paesi vicini. A denunciare questi massacri fu Amesty International nel 2014.

Tutto questo per dire che non si può confondere i terroristi con i musulmani, così come non si possono confondere i terroristi con qualsiasi altro credo religioso e politico. I terroristi sono solo dei pazzi che travisano a loro piacimento una religione o una dottrina politica, nel nome di chissà quale dio o leader. L’unica cosa certa è che questi terroristi, non hanno umanità, mentre tutte le religioni (e sottolineiamo, anche l’Islam) parlano di pace e rispetto reciproco fra tutti gli uomini. Ma soprattutto , a causa del loro odio, le tre religioni più importanti (Cristianesimo, Islam e Ebraismo) hanno trovato un’unità mai condivisa prima e sempre dimostrata ai funerali di Valeria lo scorso martedì. Un’unità pronta a sconfiggere ogni forma di odio, di fondamentalismo e di assurdo rancore, semplicemente restando umani.

#stayhuman

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Pillole di Storia: Sandro Pertini

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Sandro Pertini è stato uno dei Presidenti della Repubblica più amati e rimpianti di sempre. Nasce in provincia di Savona il 25 settembre 1896, fa i primi studi presso il collegio dei salesiani “Don Bosco” di Varazze, poi al Liceo Ginnasio “Gabriello Chiabrera” di Savona, dove ha come professore di filosofia Adelchi Baratono: socialista riformista e collaboratore del periodico “Critica Sociale”, giornale di stampo Socialista fondato da Filippo Turati. Ciò lo fa avvicinare al mondo del Socialismo ed in particolare ai Movimenti Operai Liguri. Questa vicinanza alla classe operaia gli rimarrà attaccata fino alla fine, infatti era solito affermare:

“Se non vuoi mai smarrire la strada giusta resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e nei giorni di tempesta…”.

La sua vita può essere descritta attraverso tre avvenimenti importanti: la Prima Guerra Mondiale, il Regime fascista e il periodo di Presidenza della Repubblica Italiana.

Scoppia la Prima Guerra Mondiale: Pertini, dopo aver raggiunto la maggior età, nel novembre del 1915 viene chiamato alle armi. Si distingue per alcuni atti di eroismo, tant’è che viene decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Dopo la guerra il regime fascista gli occulta tale merito a causa della sua militanza socialista. Nel marzo 1920 viene congedato e si iscrive al Partito Socialista Italiano presso la federazione di Savona, aderendo alla corrente riformista di Filippo Turati. Nell’ottobre 1922 aderisce poi alla scissione della corrente turatiana iscrivendosi al neonato Partito Socialista Unitario.

Durante il regime fascista Pertini diventa bersaglio di aggressioni squadriste: viene picchiato per via della sua cravatta rossa, indossata a simboleggiare la lotta proletaria. Il 22 maggio 1925 è arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo “Sotto il barbaro dominio fascista” in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l’instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso. La condanna non attenua la sua attività, che riprende appena liberato. Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti, è oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, durante un’aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro) e si trova costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano.

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Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle leggi “fascistissime”, Pertini, definito «un avversario irriducibile dell’attuale Regime», è confinato per cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge. Per sfuggire alla cattura espatria clandestinamente in Francia assieme a Filippo Turati, Carlo Rosselli e alcuni compagni di lotta. Il suo esilio francese termina nella primavera del 1929, quando varca la frontiera dalla stazione di Chiasso. Lo scopo di Pertini era di riorganizzare le file del partito socialista e stabilire contatti con gli altri partiti antifascisti.

Il 14 aprile 1929 si reca a Pisa per progettare con l’amico Ernesto Rossi un attentato alla vita di Mussolini; viene riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona e viene quindi arrestato da un piccolo gruppo di camicie nere, in seguito è condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione. Durante il processo Pertini si rifiuta di difendersi, non riconoscendo l’autorità di quel tribunale. Durante la pronuncia della sentenza si alza gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!».

In carcere conosce Antonio Gramsci e ne diviene confidente, amico e sostenitore. Il 13 Agosto 1943, poco dopo la caduta del regime fascista, viene scarcerato insieme a molti altri compagni di lotta. Il 10 settembre Pertini guida i gruppi di resistenza a Porta San Paolo, tentando di contrastare l’ ingresso nella capitale delle truppe tedesche; si guadagna in questi giorni la medaglia d’oro al valor militare. Il 25 aprile 1945 è lui stesso a proclamare alla radio lo sciopero generale insurrezionale della città:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.»

Secondo Pertini, le emozioni provate durante la Liberazione di Milano furono un’esperienza che confermarono la sua idea della «capacità del popolo italiano di compiere le più grandi cose, qualora fosse animato dal soffio della libertà e del socialismo».

Ed ora passiamo al 1978: l’elezione del settimo presidente della Repubblica inizia il 29 giugno. Dopo ben 15 scrutini, l’8 luglio, al sedicesimo Pertini viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con 832 voti su 995, a tutt’oggi la più ampia maggioranza nella votazione presidenziale nella storia italiana. La sua elezione appare subito un importante segno di cambiamento per il Paese, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della Repubblica, in un Paese ancora scosso dalla vicenda del sequestro Moro.

Dopo aver giurato, nel suo discorso d’insediamento Pertini ricorda il compagno di carcere ed amico Antonio Gramsci, e sottolinea la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo. Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuisce a fare della figura del Presidente della Repubblica l’emblema dell’unità del popolo italiano. La sua statura morale ha contribuito al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo. Per un certo periodo Pertini diventò, infatti “il presidente dei funerali di stato”: in queste occasioni ha attaccato fortemente le Brigate Rosse, soprattutto dopo la strage di Bologna. Lo ricordiamo anche come primo tifoso della nazionale di calcio ai mondiali del 1982, con la storica esultanza: “Non ci prendono più!” nella partita contro la Germania.

Muore il 24 febbraio 1990, ma nei nostri cuori è più che vivo!

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IL FILO DI ARIADNE

“L’uomo è la specie più folle: venera un invisibile Dio e distrugge una natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando.”
(Hubert Reeves)

Mi è capitato spesso di riflettere su quanto sia piccolo l’uomo, se confrontato con le dimensioni della Terra che lo ospita. Ed essa non  che piccolo pianeta, paragonata agli immensi corpi celesti che popplano nell’universo. Eppure per molti di noi è difficile accettare la realtà della nostra condizione, la coscienza di non essere altro che un minuscolo pezzo di un puzzle potenzialmente infinito. L’uomo non è in grado di accontentarsi.

Nel corso degli ultimi duemila anni le conoscenze dell’umanità si sono accresciute e lo sviluppo tecnologico non ha accennato a fermarsi. Anzi nell’ultimo secolo ha addirittura iniziato ad accelerare. Forse sono proprio le nuove, maggiori scoperte e la sempre più forte volontà di conoscere che spingono l’uomo a credersi onnipotente e che gli danno l’illusione di essere a capo dell’universo intero. Eppure la grande, difficile verità, quella che si tende a dimenticare, resta immutata: siamo piccoli. Ci sono forze che non riusciamo né potremo mai controllare.

La Natura è una di queste, ed è forse la più importante. Essere in grado di costruire edifici sempre più imponenti in luoghi sempre più in apparenza ostili, ed avere acquisito la capacità di modellare l’ambiente a nostro piacimento significa avere conquistato la Natura, non porta ad averne il dominio. Essa ha impiegato milioni, se non miliardi di anni per raggiungere il giusto equilibrio che permette il giusto ricambio tra vecchio e nuovo, e per questo va rispettata. L’uomo si è dimostrato non in grado di rispettare questi ritmi, lenti ma essenziali per la sopravvivenza della vita non solo di questo pianeta, ma dell’intero universo. E oggi sta sempre di più rischiando di spezzare un equilibrio che si è instaurato nel corso di tempi inconcepibili per noi.

Anche oggigiorno la Natura sta evolvendo, ribellandosi ai cambiamenti innaturali che le sono stati imposti. Si sente parlare di alluvioni, frane, smottamenti, ma invece di trovare una soluzione definitiva cercando di difendere quell’equilibrio che è stato intaccato, evitando una completa cementificazione di ogni possibile spazio verde, ci si lamenta, senza accettare la propria impotenza e ammettere che l’attuale situazione è frutto di errori umani.

Per trovare un esempio non bisogna andare lontano. Le aree della pianura padana, specialmente nelle zone intorno a Milano, appaiono come un’unica grande città. Impossibile è distinguere dove finisce un paese e dove ne inizia un altro. Luoghi che un tempo erano boschi o prati si sono trasformati, e ancora si trasformano, in poco tempo in colate di cemento e catrame.

Prima o poi la Natura si ribellerà, e vorrà riprendersi quanto le è stato tolto. Perché non vi è nulla di più perfetto di ciò che essa ha saputo plasmare e costruire nel corso di milioni di anni. L’uomo dovrebbe imparare da essa, e non esserne antagonista. Per fare ciò, bisogna innanzitutto cambiare il nostro punto di vista. Smettiamo di pensare che il mondo in cui viviamo sia l’eredità dei nostri genitori di cui possiamo fare quello che vogliamo. Perché esso in realtà è un prestito che stiamo ricevendo dai nostri figli e che un giorno dovremo rendere loro.

CAOS DENTRO: NOMUOS

Tagliare – contro la legge – le reti. Fino a quando – per legge – non ve ne potranno più essere.
La disobbedienza civile come pegno per cambiare quanto la legge permette di usare ed abusare. Questa è la filosofia del movimento No MUOS. In quasi dieci anni ne sono stati dati molti, di pegni, da parte del movimento: meno – purtroppo – sono state le ricompense da parte di una giustizia che troppe volte ha dimostrato, fino a pochi giorni fa, di essere più uno strumento politico che un ideale da far rispettare.
Per comprendere il quadro odierno, è necessario fare più di un passo indietro.
Agosto 2006. Il Ministero della Difesa approva, per la prima volta, che si concretizzi con la sua componente in terra italiana il progetto MUOS. Un sistema di comunicazioni satellitari che ha il compito di incrementare l’organizzazione strategiche delle forze militari statunitensi. Che ha la necessità di appoggiarsi su quattro angoli di terra disparatissimi tra loro – Hawaii, Virginia, Australia e, come fosse colonia, la Sicilia. Ma che ha una potenza di emissione di onde elettromagnetiche – benissimo conosciuta dal comando statunitense – da forzare, nel giro di un mese e mezzo, a spostare la sede presunta delle antenne da Sigonella (base aeroportuale storica nel Catanese) a un non ben identificato posto nelle campagne siciliane, a debita distanza dagli ordigni esplosivi depositati nella base che sarebbero a rischio detonazione. La scelta – alquanto ombreggiata – ricade su una contrada vicino Niscemi, un paese di 28.000 abitanti in provincia di Caltanissetta. Per ragioni di sicurezza e di ridotta densità abitativa, viene detto. Niscemi è in effetti una cittadina isolata, a decine di chilometri dal centro più vicino, in un entroterra siciliano che di certo è l’ultimo dei problemi di un apparato militare statunitense che ingrana marcia su marcia. Il ragionamento è abbastanza chiaro: spostarsi in una zona “fantasma”, poco abitata, dove l’individuo medio – per una strana deformazione mentale tutta siciliana – pensa al suo orticello e a poco altro, è quanto di più conveniente per evitare clamore e risentimenti.
Basterebbe una breve riflessione sulla scelta del luogo per comprendere come non è solo noncuranza, spesso, quella messa in atto dal sistema politico statunitense; è lecito pensare ad un dolo che aggrava ancor più il quadro delle responsabilità.
Le perplessità sul progetto Muos si palesano molto lentamente. Per i motivi sociali di cui dicevo sopra, probabilmente. Ma di certo anche per un’astuta linea di omissione portata avanti dalla politica nazionale e regionale, oltremodo assecondante . Ci vorranno infatti due anni e mezzo, per quel febbraio 2009 che vede la nascita del primo comitato cittadino No Muos. Ci vorranno altri tre anni per quell’autunno 2012 che è la vera miccia del malcontento civico. Del quale gli organi del comune di Niscemi, con coraggio, si fanno carico con ricorsi e delibere.
Nel mezzo tanti loschi affari. Coperture, mistificazioni. A partire dal controverso rapporto dell’Università di Palermo – datato febbraio 2011 –sulla regolarità ambientale delle installazioni. Passando per annullamenti di sequestro della base, per lavori che proseguono anche a fronte dei sigilli imposti dai vari ordini della giustizia amministrativa. Per arrivare alla inquietante revoca delle revoche del luglio 2013, ordinata dal governatore Crocetta sebbene pochi giorni prima il Tar di Palermo avesse, secondo regolare criterio, respinto il ricorso del Ministero della Difesa alla revoca delle autorizzazioni.
Muovendoci in avanti di quasi due anni, ritroviamo come la tattica del ricorso ritorna a spron battuto e senza alcuna remora a marzo 2015. Quando, dopo la sentenza del Tar di Palermo che ordinava il blocco dei lavori in contrada Ulmo poiché abusivi, il Ministero della Difesa ancora una volta si appella per mettere in discussione quanto perizie scientifiche e analisi giuridiche vorrebbero dimostrare. E purtroppo, ancora una volta, sembra riuscire nell’intento di elusione: ad oggi, con la sentenza del CGA del 3 settembre si attende una nuova – discutibilissima – che un organo collegiale composto, per i tre quinti, da Ministri della Repubblica che non possono essere considerati scevri da influenze rispetto a quel Ministro della Difesa il cui ricorso ha determinato il prodursi di questa sentenza stessa. Non è passata inosservata, la contraddittorietà di questo provvedimento. E in data 22 settembre i legali NO MUOS hanno presentato ricorso alla sentenza suddetta, in attesa della verifica che si attende comunque per la metà di dicembre.
Questa breve cronistoria serve a porre le evidenze per cosa? La sacrosanta ragion d’essere del movimento No Muos. Essa si fonda sull’opposizione a tre punti fondamentali. 1. La politica di militarizzazione incarnata da un sistema bellico di tale portata, per cui qualsiasi proposito di pacifismo viene bellamente stralciato 2. Il vilipendio ad un patrimonio ambientale sotto l’egida di un’area protetta riconosciuta legalmente 3. Il potenziale danno agli abitanti del luogo – diretto, se si considerano le radiazioni elettromagnetiche (accertato da numerose perizie, l’ultima e più completa è quella del prof. D’Amore dell’università della Sapienza) che le antenne NRTF sono in grado di emettere, indiretto se si pensa all’obiettivo che il Muos potrebbe rappresentare per la Sicilia e l’Italia intera in eventuali scenari bellici non scongiurabili in eterno.
Torniamo adesso a riprendere la breve frase d’apertura. Avendo adesso più chiare le basi di quella che è la doppia via di azione del movimento. Il mezzo giudiziario, attestazione della legalità con la quale gli attivisti portano avanti la loro battaglia – e ripetuti sono stati i successi ottenuti dallo staff di avvocati; imprescindibile da quello popolare, dal basso, con le sue azioni dimostrative pulsanti di una rabbia che spesso è l’unica reazione possibile verso l’illegittimità dell’opera e verso l’asservimento che si cela dietro ogni nuova scorciatoia giuridica prontamente tirata fuori ad hoc.
Movimento che – dobbiamo dirlo – ha ad oggi un minore rilievo (perlomeno mediatico) del NO TAV; per quanto siano forse di diverso peso i tornaconti economici in gioco, le ragioni etiche, ambientali e di salute che muovono il NO MUOS non possono e non potranno mai essere ridotte ad un problema di secondo piano.