Alan Turing si dichiarò colpevole

Una mostra interattiva sull’uomo che ha cambiato la storia grazie al suo genio.

Mostra interattiva sulla vita del personaggio aperta dalle ore 9.00

ore 15.00
Proiezione gratuita film: The Imitation Game
Intervento Simone Rubinacci, dottorando in informatica ad Oxford

ore 21.00
Convegno a tema Omosessualità e Omofobia
moderato da Stefano Bolognini, direttore del mensile Pride, con:

Giovanni Mascheretti, Avvocato esponente dell’associazione Rete Lenford:
“L’evoluzione dei diritti lgbti: Regno Unito e Italia a confronto.”

Giorgia Fracca, psicologa, membro ALIpsi (associazione lacaniana italiana di psicoanalisi):
“Dal caso Alan Turing all’omogenitorialità: un percorso non omogeneo.”

Stefano Giussani, giornalista, scrittore e documentarista:
“Omofobia: il disturbo è nella società?”

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“Convinto da suo fratello e dal suo avvocato, Alan Turing si dichiarò colpevole. Il caso venne chiuso il 31 marzo 1952: grazie alla sua confessione di colpevolezza gli venne offerta la possibilità di scegliere tra la prigionia e la libertà vigilata, che gli sarebbe stata concessa solo a patto che si sottoponesse a una terapia ormonale con lo scopo di ridurre la libido (che lo rese impotente e gli provoco ginecomastia).

Scegliendo la seconda via ha potuto continuare la sue ricerche per altri due anni (anticipando di sessanta anni alcune teorie nel campo della biologia teoretica).”

Ah, non l’abbiamo detto, Alan Turing si dichiarò colpevole di omosessualità.

Il nostro evento è stato creato per parlare, con un approccio diverso dal solito, di omofobia. Alan Turing una persona brillante, che ha salvato milioni di vite anticipando la fine della seconda guerra mondiale è stato trattato in maniera disumana e nessuno (o pochi) sono al corrente della sua vicenda. Noi, nel giorno dell’anniversario della sua morte, vogliamo raccontare la sua storia per rendere omaggio alla sua memoria.

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IL FILO DI ARIADNE

Noi dobbiamo essere, in questa società inquieta e incerta, una forza di speranza e perciò una forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire.
(Vittorio Bachelet)

Anche quest’anno siamo arrivati all’ultima uscita delle nostre rubriche prima della pausa estiva. Come conclusione ho scelto una frase bene si addice al nostro periodo storico e alla società in cui viviamo. Stiamo affrontando l’incertezza della crisi e le inquietudini sociali che essa si porta dietro come conseguenza. È un momento di proteste e di indecisione anche a livello politico. Un periodo che porta con sé difficoltà ed incertezze Dall’altra parte, però, abbiamo però tentativi di riforme e un faticoso percorso verso la ripresa economica, di cui forse il simbolo più importante è questa edizione italiana dell’Expo, con le discussioni tra i suoi sostenitori e i suoi oppositori. Una spinta verso l’alto, una volontà di sconfiggere ed emergere all’abisso in cui ci siamo trovati a scivolare.

Purtroppo, però, gli aspetti negativi sono quelli che più vediamo e più sentiamo vicini, e le speranze di veder risolti tutti i problemi che i notiziari, i giornali o direttamente la vita ci pongono davanti rischiano di diventare sempre più fragili e di spezzarsi, calpestate dalla sfiducia che in alcune circostanze non possiamo non provare. A volte ci pare che il mondo intero, inteso non solo come il nostro piccolo giardino, ma anche come la realtà che ci circonda, stia andando in pezzi, come uno specchio che, lasciando cadere un frammento dopo l’altro, ci rivela che in verità ciò che vedevano non era il riflesso, ma un bel ritratto abbellito di quello che ci circonda.

Tuttavia, non per questo dobbiamo rinunciare e smettere di lottare. Quello che molto spesso tende a sfuggirci, dal momento che ciò che accade appare sempre più spesso al di sopra delle nostre capacità, è che la rinascita e il futuro nascono dagli sforzi di ciascuno di noi. Siamo noi, come dice Bachelet la “forza positiva capace di costruire nel presente per l’avvenire”. Per questo motivo è nostro diritto e dovere non abbandonare le speranze, perché siamo noi la base su cui si fondano.

Pillole di Politica: Giovanni Falcone

Riviviamo quel 23 maggio 1992:

Falcone stava tornando, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall’aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva all’aeroporto di Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Il boss Raffaele Ganci seguiva tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidò le tre Fiat Croma blindate dalla caserma “Lungaro” fino a Punta Raisi, dove dovevano prelevare Falcone; Ganci telefonò a Giovan Battista Ferrante (mafioso di San Lorenzo, che era appostato all’aeroporto) per segnalare l’uscita dalla caserma di Montinaro e degli altri agenti di scorta.

Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prende posto la moglie Francesca Morvillo mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza va a occupare il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra, che imboccarono l’autostrada A29 in direzione Palermo. In quei momenti, Gioacchino La Barbera (mafioso di Altofonte) seguì con la sua auto il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Giovanni Brusca e Antonino Gioè (capo della Famiglia di Altofonte), che si trovavano in osservazione sulle colline sopra Capaci.

Tre, quattro secondi dopo la fine della loro telefonata, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 500 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada: la prima auto, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo; la seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resiste, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.

Venti minuti dopo circa, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri presso l’ospedale civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la polizia scientifica eseguì i primi rilievi ed il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco provvide all’estrazione dalle lamiere i cadaveri – resi irriconoscibili – degli agenti della Polizia di Stato di Schifani, Montinaro e Dicillo. Intanto la stampa e la televisione iniziarono a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sinché alle 19:05, a un’ora e sette minuti dall’attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà anch’essa, intorno alle 22:00.

Questo è successo davvero, è successo perché fu proprio grazie al lavoro di Giovanni che lo Stato trovò finalmente il modo per combattere con efficacia il fenomeno mafioso. Senza il suo intuito investigativo, la sua visione ampia e la sua determinazione assoluta, Cosa Nostra avrebbe potuto continuare per anni a dominare incontrastata. Ma la sua morte l’ha reso un eroe, un simbolo eterno! Le sue frasi vengono ricordate e condivise ogni giorno, ed è grazie a Giovanni Falcone che tutti noi abbiamo alzato la testa e finalmente abbiamo il coraggio di gridare che la mafia è solo una montagna di merda!

Pensierini ri-Costituenti : ARTICOLO 2

ARTICOLO 2.
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

Nel suo secondo articolo la costituzione italiana, in discontinuità con la prassi affermatasi durante il regime fascista, assegna il primato all’individuo, rispetto allo Stato: i suoi diritti sono prima di tutto riconosciuti, e quindi preesistono e sono indipendenti dallo stato, e solo dopo vengono garantiti. Si riparte quindi dal fondamento del costituzionalismo liberale, nel quale si afferma l’esistenza di diritti innati dei cittadini, che lo stato deve soltanto riconoscere e regolare.

Nell’articolo 2 viene quindi riconosciuto e affermato il valore del singolo individuo, la possibilità che possa sviluppare pienamente la propria personalità, che possa fare le proprie scelte, facendo valere i propri diritti e adempiendo ai propri doveri: è su questo principio, chiamato “personalista” che è stata possibile la rinascita della democrazia italiana dopo una dittatura; è questo il principio più profondo della nostra costituzione, quello che assegna a ognuno di noi la responsabilità della nostre scelte.

La costituzione riconosce così il valore della persona sia individualmente, sia in gruppo (nelle “formazioni sociali dove si volge la sua personalità”: la famiglia, le associazioni, gli stessi partiti…). Rispetto all’individuo e alle formazioni sociali, lo stato deve limitarsi a creare una cornice dentro la quale ognuno possa fare le proprie scelte.
Ma attenzione, il principio personalista ha ben poco in comune con il processo d’individualizzazione ed atomizzazione della società che sembra caratterizzare la civiltà occidentale contemporanea, e specificamente quella italiana.
Una società fondata sui diritti della persona non è una società individualista dove ciascuno è costretto a pensare unicamente a sé stesso. I diritti individuali costituiscono quindi la leva per l’emancipazione di ciascuno di noi all’interno di una comune cornice di libertà e pari opportunità. Infatti, all’individuo non solo vengono garantiti i diritti, ma viene anche richiesto l’adempimento dei doveri, definiti dalla Costituzione come doveri di “solidarietà politica, economica e sociale”. Non esistono diritti senza doveri né viceversa: la libertà di ciascuno è volta al miglioramento della società nel suo complesso.

L’art. 2 della nostra Costituzione ha agito come “valvola aperta”, anche rispetto alle trasformazioni dei diritti riconosciuti espressamente dalla nostra costituzione (pensiamo alla salute, alla libertà personale, al paesaggio).

Il principio enunciato dall’art. 2 viene però travolto quando la politica rinuncia al metodo laico e pensa di imporre ai cittadini i valori di una parte, negando loro la possibilità di scelta. Questa circostanza si è recentemente verificata in Italia sui temi eticamente sensibili come il fine vita o la definizione di famiglia.

E’ nell’art. 2 che troviamo espressa la natura laica del nostro Stato, quella che riconosce la persona e garantisce le sue scelte, di qualsiasi tipo e assegna alla politica il dovere di costruire regole all’interno delle quali ognuno possa decidere in modo libero.

CAOS DENTRO: CON L’ACQUA ALLA GOLA

In questi giorni i riflettori sono doverosamente dirottati sulla vetrina internazionale che ha l’arduo compito di tentare di risollevare l’opinione pubblica estera rispetto all’immagine che l’Italia dà di sé. Incalzanti sono i ritmi con cui si sono portati avanti i lavori negli ultimi mesi, emblema questo di quanto incalzanti siano i ritmi con cui inseguiamo la nostra vita senza riuscire sempre a stare al passo con lei. Ci si riduce sempre all’ultimo, si aspetta che sia troppo tardi per meditare su cosa si sarebbe potuto fare, il senno di poi non desta sensi di colpa ma fa emettere sentenze a non finire. Ci sono questioni che, però, seppur altrettanto incalzanti, si cerca di oscurare dai riflettori, perché si sa, la polvere bisogna nasconderla sotto al tappeto. La frenesia che ci attanaglia non dipende solo dalla combinazione delle tante variabili personali, tanti altri problemi collettivi ci assillano, o quantomeno dovrebbero, semplicemente per il loro essere perennemente irrisolti. Il problema focale del nostro secolo è chiaramente quello dell’immigrazione ed è tale tanto per noi che per gli stessi migranti. Se ne parla quando non si hanno argomenti migliori sui quali disquisire, quando i numeri sono allarmanti, quando si ha il bisogno di scaricare la frustrazione sul capro espiatorio di turno.

Saper individuare il problema senza essere propositivi sulle risoluzioni o ipotizzandone di surreali è abitudine diffusa, forse è per questo che, a oggi, assistiamo impotenti alla crescita esponenziale delle vittime che questo fenomeno sta mietendo. Vittime che sono al tempo stesso artefici del loro destino. Artefici passivi, attori mossi dalle circostanze e dai trafficanti, non di certo dalla loro personale iniziativa. Estrema povertà, guerra, morte e distruzione sono i motivi per i quali si salpa dalle coste, libiche e non solo, su gommoni fatiscenti, consapevoli del fatto che giungere sani e salvi sull’altra sponda è solo una delle tante fini che si possono fare, la migliore delle tante ipotesi, ma il rischio lo si corre perché non si ha molto da perdere. Sfido chiunque a dire che in situazioni tanto estreme non verrebbe spinto dalla stessa voglia di fuga. Non ci si sveglia una bella mattina pensando di andare in gita in Europa, ma per anni si lavora cercando di racimolare un gruzzolo non indifferente e tutto non per portarselo oltre il Mediterraneo o potersi permettere la prima classe, ma semplicemente un viaggio su un gommone stipato e malridotto.  È un viaggio di fortuna: quella di riuscire a imbarcarsi, fortuna nell’arrivare a destinazione, fortuna nell’arrivarci vivi…ma tutta questa fortuna poi non credo appartenga loro né prima, né durante né tantomeno dopo il viaggio, qualora un “dopo” ci sia.

Quando si è costretti a scappare il margine di scelta è molto risicato, si è in cerca di salvezza, nient’altro ha importanza. A tutti quelli che credono che “i clandestini stiano invadendo l’Italia” e si chiedono perché non vadano in altri Stati, la mia risposta è prima di tutto geografica e, in secondo luogo, relativa alla tempistica. Geograficamente parlando l’Italia è il ponte verso l’Europa, primo approdo per i naufraghi e passaggio obbligato per i tanti che non si stanzieranno nelle nostre terre, ma sperano di riuscire a raggiungere il Nord Europa. A livello di tempistiche, invece, rispondo che evidentemente l’Italia non è provvista di tutte le misure necessarie per assorbire questi ingenti flussi migratori e per certo tali misure saranno da condividere con enti sovranazionali come l’Unione Europea e l’ONU, visto che di emergenza umanitaria si tratta, ma le cure e le strutture per accogliere e soccorrere le ondate di persone in balia del mare spettano in primis all’Italia. Non si può fingere di non capire che il problema non va aggirato, ma affrontato e che il primo passo è offrire assistenza e cure, che la priorità è salvare vite.

Molti italiani in America hanno avuto l’opportunità di rifarsi una vita. Oggi non si chiede solo il rimpatrio, ma si dice proprio che bisognerebbe fare in modo di bloccare le partenze. Ora, questo significherebbe dire loro di arrangiarsi e morire a casa loro piuttosto che venire a occupare i nostri spazi.

Non si pensa mai che spesso i problemi vadano risolti alla fonte, che se si cercasse di arginare e sedare i conflitti, risolvendo questa che è una questione mondiale, nessuno più sarebbe costretto a lasciare la propria terra natia. Non è un’utopia, ma qualcosa di raggiungibile con il tempo. Fino ad allora però non ci si può barricare dietro il disinteresse.

Si sta già facendo molto, ma non basta. Soli non ce la possiamo fare e abbiamo bisogno di organismi e enti sovranazionali. Queste sono certezze, dati di fatto e non vengono messi in discussione. Anche chi oggi finge di non vedere presto o tardi dovrà farsi avanti. Quello che penso sia intollerabile è credere che aiutare gli altri vada a nostro discapito. Poi certo, constato che nemmeno fra di noi la solidarietà è comune, perciò mi spiego con amarezza perché non si sia solidali con i tanto “temuti stranieri”. Si pensa che siano loro a rubarci il lavoro, quando invece provvedono solo a portare avanti quelli più denigranti che mai e poi mai un ragazzo italiano si “abbasserebbe a fare”. Basta che qualcuno provenga da un paese arabo e lo si etichetta come clandestino, questa è la grande ignoranza di cui si dà ampio sfoggio. Settant’anni fa qualcun altro discriminava i non ariani, non dimentichiamolo. Gli immigrati sono anche quelli provenienti da ogni altra parte del mondo, ma se dotati di portafoglio pieno allora non sono poi tanto “temuti stranieri”. Se il distinguo sono i documenti di cui i clandestini sono sprovvisti, allora perché non dotarli di nuovi? La mancanza di documento è simbolo del fatto che loro un’identità non ce l’hanno, sperano di potersela costruire, di riuscire a ripartire.emigranti-20italianik

Tra ieri e oggi ci si ostina a mettere tanti paletti, ma di differenze io ne vedo ben poche. Vedo uomini e donne, giovani e anziani, bambini esausti e spaventati, persone ammassate come fossero cose. Vedo smarrimento e insicurezza.

Trovo disdicevoli le insinuazioni riguardo al fatto che si dovrebbero adottare rimedi drastici contro i profughi, specie se da parte di ragazzi, proprio da parte di quelle nuove generazioni che dovrebbero sostenere gli aiuti umanitari. Ho visto esempi di alcuni giovani che offrono aiuto, ma molti di più sono gli esempi di quelli che pensano che in fondo i morti al largo siano un problema in meno all’interno delle nostre frontiere.

La disumanità sta nel ridursi quasi a non sentirsi più uomini perché sporchi, affamati, assetati, feriti, senza casa, senza famiglia, privati della dignità oppure nel rifiutarsi di vedere il bisogno negli occhi di chi è uomo come noi?

Ho iniziato facendo riferimento all’Expo e chiudo dicendo che confido nel fatto che se ne valorizzi la portata culturale. Spero che i tanti che visiteranno i padiglioni riusciranno ad andare oltre le valutazioni pro e contro l’organizzazione dell’evento e che faranno proprie alcune considerazioni. Culture diverse non sono sbagliate. Usanze che noi troviamo originali hanno significati precisi nei contesti originari. Voler avvicinarsi ad altre culture non va di pari passo con il voler rinnegare la propria, ma anzi mira a farle dialogare. Questo è il gradino che molti non riescono a superare, questa è la sfida del nostro secolo.

Elisa