IL FILO DI ARIADNE

“Un terremoto può scatenare una forza distruttiva che lascia silenzio e vuoto. Le parole si spengono e lasciano spazio ad immagini di distruzione e paura.”

(Stephen Littleword)

Voglio dedicare il Filo di questo mese alla tragedia che ha avuto luogo qualche giorno fa, e che purtroppo continua a restare in scena in questo stesso momento, in Nepal, dove un terremoto ha sconvolto l’intero paese, spargendo miseria e distruzione. Le immagini del terribile spettacolo che ci vengono riportate dalla televisione e dai giornali di certo non ci sono nuove: ogni anno assistiamo impotenti a catastrofi naturali, alcune delle quali ci hanno segnati più di altri, per la loro gravità o per le conseguenze che ne sono seguite. Sono scene che restano nei nostro ricordi, pur scivolando con il tempo nei meandri più lontani dell’inconscio, persi nella routine quotidiana. Eppure, ogni qual volta ci troviamo davanti ad immagini simili, eccoli che riemergono. Le macerie dei ricordi si uniscono a quelle del presente, le vittime si sommano, la disperazione delle persone che hanno subito la perdita recente riecheggia quella del passato. Il Nepal diventa Haiti, i maremoti che hanno colpito le Filippine, e per noi italiani in particolare i terremoti dell’Aquila e del Friuli Venezia-Giulia. E sono solo esempi. Tuttavia, nonostante la sensazione di familiarità, i nostri occhi non possono non restare scioccati di fronte alla devastazione che hanno davanti. Dove un tempo sorgevano splendidi monumenti, alcuni addirittura secolari, ora si trovano solo cumuli di polvere e macerie. I ricordi di una civiltà sono crollati in un solo momento, schiacciati da una forza impossibile da contenere o prevedere. Come bene riassume la citazione di Littleword, ciò che resta sono solo “silenzio e vuoto”. Le catastrofi naturali sono inevitabili. Sono meccanismi del nostro pianeta che vanno al di là delle nostre forze, della nostra capacità di prevenire e spesso anche di curare. Ci resta però la possibilità di fare qualcosa, ovvero rialzarci e offrire solidarietà, quella vera e sentita, non vuoti commenti di comodo, a chi sta vivendo una tragedia che non si può descrivere a parole, specie se, come il Nepal, si tratta di persone che già in partenza avevano poco o nulla. In fondo è proprio in queste occasioni, dove il dolore ci unisce tutti, che si riesce a scorgere come non mai il legame che ci unisce gli uni agli altri e che fa sperare che un giorno riusciremo a vincere ogni diffidenza e differenza, e a vivere nel rispetto gli uni degli altri.

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Pillole di Politica: 25 Aprile

Una mattina mi sono svegliata e ho pensato di parlare dell’imminente Anniversario della liberazione d’Italia, che viene festeggiato in Italia il 25 aprile di ogni anno.

È un giorno fondamentale per la storia d’Italia ed assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.

La storia della ricorrenza è, per fortuna, nota a tutti: innumerevoli testi, racconti orali, film, ci hanno raccontato di quel giorno di liberazione. Fu un giorno importante fin da subito, tant’è che su proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e del Principe Umberto, venne istituita la prima festa per il 1946, con il decreto legislativo luogotenenziale n. 185 del 22 aprile 1946 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia nr. 96 di mercoledì 24 aprile 1946; l’articolo 1 infatti recitava:

« A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale. »

La ricorrenza venne poi celebrata anche negli anni successivi e dal 1949 è divenuta ufficialmente festa nazionale e in tutte le città italiane vengono organizzate manifestazioni in memoria di quel giorno di 70 anni fa. La legge che istituì la celebrazione è la n. 260 del 27 maggio 1949 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”) ad istituzionalizzare stabilmente la festa della liberazione:

« Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: […] il 25 aprile, anniversario della liberazione;[…] »

Tra tutti i simboli della Resistenza, ce n’è uno che mi commuove sempre che mi fa sentire sulla pelle i sentimenti di quegli anni: un canto popolare antifascista italiano, nato nell’Appennino Emiliano prima della Liberazione, diventato poi celeberrimo dopo la Resistenza perché fu idealmente associato al movimento partigiano italiano che ogni anno riecheggia nelle nostre orecchie: è proprio “Bella Ciao”.

La circolazione di Bella ciao, durante la Resistenza è documentata e sembra circoscritta soprattutto in Emilia, fra l’Appennino Bolognese e l’Appennino Modenese, dove si dice che fu scritta da anonimi partigiani.

A Bologna è nata una leggenda metropolitana la quale dice che Enzo Biagi sia stato l’autore delle “dolci parole” di “Bella Ciao” Partigiana (sull’aria di un canto popolare padano suggeritogli da un anonimo medico partigiano modenese proveniente dalla Repubblica Partigiana di Montefiorino), le quali non sono affatto “dure parole” comuniste: infatti Enzo Biagi non era “comunista”. Ma il suo amico Checco Berti non ha mai confermato questa suddetta leggenda metropolitana. Al funerale di Enzo Biagi, a Pianaccio Bolognese, quando il feretro uscì dalla chiesa, il coro maschile La Rocca (di Gaggio Montano) cantò “Bella Ciao” davanti alla bara, prima che fosse portata al minuscolo cimitero locale.

Dopo la Liberazione la versione partigiana di “Bella Ciao” venne poi cantata e tradotta e diffusa in tutto il mondo grazie alle numerose delegazioni partecipanti al Primo festival mondiale della gioventù democratica che si tenne a Praga nell’estate 1947, dove andarono giovani partigiani emiliani che parteciparono alla rassegna canora “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace”, dove inventarono il tipico ritmico battimano. Questo canto raggiunse una grandissima diffusione di massa negli anni sessanta, soprattutto durante le manifestazioni operaie e studentesche del Sessantotto.

I Modena City Ramblers, particolarmente legati alla Resistenza, hanno reinterpretato il brano quattro volte, la prima delle quali è presente già nel loro primo album “Riportando tutto a casa”. Lo hanno poi cantato in versione “combat folk” durante il Concerto del Primo Maggio tenutosi a Piazza San Giovanni a Roma nel 2004. Tra le innumerevoli esecuzioni spicca anche quella del musicista bosniaco Goran Bregović, che la include regolarmente nei propri concerti, e che ha dato al canto popolare un tono decisamente balcanico.

“Bella ciao” è stata al centro di diverse polemiche durante i preparativi del Festival di Sanremo 2011 poiché Gianni Morandi, il conduttore di questa edizione del festival, annunciò che avrebbe eseguito la canzone nella serata dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia. L’iniziativa venne bloccata dall’opposizione del Consiglio d’Amministrazione della RAI. Hollande l’ha scelta per concludere un suo discorso in occasione delle elezioni presidenziali 2012, tra gli applausi della folla.

La canzone era molto cara anche a Don Andrea Gallo morto il 22 maggio 2013. Durante i funerali il 25 maggio l’arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, ha dovuto interrompere la sua omelia ai funerali di don Gallo. Infatti, mentre in chiesa lui ricordava “l’attenzione agli ultimi” di don Gallo, dall’esterno si è levato il canto di “Bella ciao”, intonato poi anche dai presenti in chiesa che hanno applaudito. “Bella Ciao”, in italiano, è stata anche cantata a Parigi dall’attore comico francese Christophe Aleveque durante le commemorazioni funebri delle vittime della strage avvenuta nel settimanale satirico francese Charlie Hebdo: nel corso di una cerimonia pubblica di sostegno del giornale e durante il funerale del fumettista Bernard Verlhac, detto “Tignous”.

Come si può constatare, stiamo parlando di un canto che ci unisce tutti, vale contro ogni tipo di oppressore, è travolgente ed il testo è quasi poesia. Solo a Calusco, da otto anni, non abbiamo più il piacere e l’onore di ascoltarla durante la cerimonia ufficiale.

Viva il 25 aprile!

Pensierini ri-Costituenti : ARTICOLI 7 e 8

ARTICOLO 7.
“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
…”

ARTICOLO 8.
“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
…”

Nell’articolo 7 si stabilisce la “separazione tra ordine religioso e ordine temporale”.
Uno Stato può essere definito ”laico” solo quando non fa propria una morale di matrice religiosa (derivata da una fede). In quest’ottica esso si contrappone allo Stato “clericale” in cui i precetti propri di una fede sono seguiti dallo Stato medesimo e diventano vincolanti per tutti i consociati. Il principio di laicità, pur non essendo citato espressamente, è uno dei principi fondanti della nostra Costituzione.

La sua esistenza discende, anzitutto, dal fatto che il nostro ordinamento si ispira al principio del pluralismo. Da esso deriva l’impossibilità per lo Stato di dare prevalenza ad un orientamento ideologico rispetto ad un altro. Come ha precisato la Corte costituzionale con la sentenza n.203 del 1989, il principio di laicità, declinato negli articoli 2, 3, 7, 8, 19, e 22, rappresenta un principio “supremo” che non potrebbe essere eliminato neppure mediante il procedimento di revisione costituzionale.

L’articolo 7 rappresenta dunque il pilastro del principio di laicità, che pretende che non ci siano intromissioni ed interferenze fra l’ordine religioso e quello temporale. In Italia purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo avuto una violazione costante di questo costrutto. Pochi esempi: la Chiesa cattolica che fornisce indicazioni di voto ai parlamentari o che invita all’astensione sul referendum sulla legge 40; il governo che introduce nel progetto di legge sul testamento biologico le definizioni volute dalla gerarchia ecclesiastica ( in primis: “la vita non è un bene disponibile”).

Nell’articolo 8 si stabilisce il principio di “eguaglianza delle religioni fra di loro”. Questo principio, che non è ancora stato completamente realizzato, pretenderebbe che tutte le religioni, e per estensione anche chi non aderisce a nessuna religione, abbiano uguale spazio ed uguali diritti.
In ogni caso, non si può ignorare che compito dello Stato deve essere garantire la parità tra le diverse confessioni religiose e anche verso coloro che non ne professano.

Da questi due articoli ne deriva sia l’inammissibilità di discipline volte ad assicurare ad una fede un trattamento privilegiato rispetto a quello riservato alle altre, sia il divieto di discriminare una confessione specifica rispetto alle altre.
Inoltre, dal punto di vista dei singoli, il supremo principio di laicità impone di dare analoga tutela al sentimento religioso di tutti, ivi compresi i non credenti.

CAOS DENTRO: UN CIAO AL GRAZIE

Silenzio. Occhi perplessi e labbra impercettibilmente inarcate in un sorriso misto di disorientamento e titubanza.

Potrebbe sembrare la descrizione delle reazioni di fronte a qualcosa di inopportuno, ma anche di qualcosa di inaspettato; è così, infatti, che spesso si reagisce dinanzi a un “Grazie” o a un “Per favore”. Certe forme di deferenza sono ormai fuori moda, quasi quanto il termine galateo, questo sconosciuto. Ovunque si vada ci si mostra padroni di ciò che non si possiede.

Viviamo nella civiltà dell’ostentazione.

Ostentazione di ciò che si dice, si fa e non si pensa. Lascia sopresi l’educazione in quanto rara, mentre la maleducazione viene sempre più avvertita come norma, un simbolo di status. Sociologicamente parlando il saluto è visto come atto del riconoscere l’altro, conferirgli la caratteristica dell’esserci e venire preso in considerazione. Se riflettiamo un attimo su questo rapportato al fatto che ci si saluti sempre meno, che il semplice “ciao” costi spesso fatica (per non parlare dei saluti più formali) a meno che non ci si trovi in situazioni che lo impongano, è semplice capire come più la società progredisce, più il rispetto per il singolo regredisce. Si è sempre più guardinghi dal dare un’occhiata a una persona una volta di troppo, sempre più imbarazzati dal semplice dover chiedere un’informazione e, di contro, si fraintende sempre di più la gentilezza per altro.

Riconoscere certe mancanze non è essere “bacchettoni” ma semplicemente cercare di alimentare quel poco di pudore che resta nelle nuove generazioni, iniziando proprio col dire ai giovani di ieri che nulla nasce dal nulla e che se oggi vengono criticati i figli della società forse parte della colpa è da imputare anche agli esempi che questi hanno seguito.

Oggi si abusa di tutto e di tutti nel vero senso della parola, ossia di farne “cattivo uso”. Le relazioni sono spesso portate avanti per preservare l’immagine che si vuole dare di sé, le persone o i ruoli che rivestono sono essi stessi meri simboli di status. Dimostrare affetto per altri non è l’obiettivo primo di chi l’ostenta in pubblico, anzi, quello non è proprio dimostrare affetto, ma un modo di dire “io posso”, un marcare il territorio, bisogno ancestrale che forse avvertiamo in quanto animali in fondo. Si abusa del buonsenso e lo si stravolge, cercando malizia anche laddove non c’è.

Si parla di società del consumo, delle immagini ecc. Non sono per le generalizzazioni, ma se spopolano certe tendenze è utile soffermarvicisi ogni tanto ed in effetti oggi si consuma e deteriora tutto ciò che di più sacro dovrebbe esserci, parlando di un sacro non religioso. L’importante non è essere o fare, l’importante è mettere in piazza qualunque cosa. “Io faccio, io dico, io sono, io posso, io vado…” IO, IO, IO, IO, IO. Mai che si pensi che le relazioni sono a due in qualsiasi circostanza, c’è sempre un altro io che ci sta di fronte, persino quando pensiamo ci relazioniamo, eppure questa difficoltà più che uno stimolo è avvertita come un ostacolo da aggirare.

Oltre che nel privato, anche in qualsiasi esercizio commerciale, specialmente quelli a stretto contatto con il pubblico si avverte questa incapacità delle persone di stare a loro posto, rispettare i loro spazi e soprattutto quelli degli altri. L’importante non è ciò che si fa, ma il modo in cui lo si fa, peccato che oggi il mondo vada al contrario. Non si guarda in faccia a nessuno, si pensa a fare ciò che si vuole, che non è detto coincida con ciò di cui si ha bisogno realmente, lasciando gli altri a loro stessi.

Oggi se non sbraiti, non dici parolacce o peggio, se non sai destreggiarti tra i doppi sensi, prenderti certe confìdenze già dal primo incontro con chiunque, se non sai servirti delle persone per fare il tuo gioco, non sei alla moda, sei rimasto alla Preistoria. Se vai dal fruttivendolo e rispetti la fila, se a un buffet non ti atteggi come la mandria di chi non ha mai visto cibo prima, se cerchi di essere elegante, se sei riservato, se non vuoi avere ragione prima ancora di aver capito su quale argomento verte la conversazione, se non ti ubriachi di eccessi sotto i più disparati punti di vista, allora sei uno d’altri tempi, uno che non sa vivere appieno la vita.

Dal mio punto di vista, forse controcorrente lo ammetto, chi sente la necessità di dare dimostrazioni e ostentare, spesso non sa valorizzare le piccole cose; chi non rispetta gli altri non sa rispettare se stesso, ha imparato a mentirsi prima ancora che a mentire; chi ha a cuore solo le apparenze, ha paura di mostrarsi per ciò che è.

L’educazione è fuori moda, il significato della parola pudicizia è obsoleto quasi quanto il suo etimo…sarà ma con la maleducazione non si è mai arrivati da nessuna parte, forse ad abbagli, quelli sì. La moda, però, è passeggera, mentre quel che resta è un’incapacità di fondo che non basterà tentare di nascondere.

Elisa

IL FILO DI ARIADNE

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana. Ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi.”

(Albert Einstein)

Questo aforisma è probabilmente noto a molti dei lettori. E’ una frase famosa e, anche se forse non sembra, discussa. Io, in queste poche righe, non voglio dare la mia opinione né alcun tipo di interpretazione. Voglio piuttosto usare le parole di Einstein come una sorta di provocazione dalla quale spero che possano scaturire delle riflessioni.
Ripensando alla storia che abbiamo alle spalle, ai grandi eventi e ai grandi personaggi che ci hanno preceduti, risulta facile identificare esempi che possono essere considerati nobili e degni di ammirazione, e altri che invece sono riconosciuti come veri e propri errori da ricordare e da evitare. Le grandi invenzioni e le scoperte che hanno portato il progresso economico, culturale e tecnologico da un lato, le stragi e le guerre che hanno devastato popoli e nazioni dall’altro. I grandi personaggi dell’arte, della politica e della scienza contro i tiranni di ogni sorta.

Tuttavia, riflettere sul nostro passato non può non farci notare, tra l’altro, che nel corso delle epoche spesso sono stati ripetuti gli stessi errori, seppure in forme ed aspetti apparentemente differenti. E’ come se, pur rendendoci conto di quanto disastrose e difficili da sanare siano le conseguenze delle nostre azioni, non fossimo in grado di prevenirle, come se ogni volta ripercorressimo, quasi inevitabilmente, lo stesso sentiero. Saremo mai in grado di spezzare questo circolo vizioso? O forse esso rappresenta un nostro limite intrinseco, al quale non possiamo sottrarci?