CAOS DENTRO: DIRITTIFOBIA

Le ricorrenze non servono per parlare di un determinato argomento nelle ventiquattr’ore per poi gettarlo nel dimenticatoio per tutto il resto dell’anno, ma sono come degli STOP nel frenetico fluire della vita in cui è doveroso fermarsi e dare precedenza a delle considerazioni sulla situazione odierna dei fatti. A ogni ricorrenza viene attribuito un giorno, di certo non in modo casuale, bensì proprio a ricordo di determinati eventi, spesso come monito affinché non si ripetano più. La Giornata Internazionale della Donna è stata istituita agli inizi del Novecento, spesso se ne ricordano gli antecedenti, altrettanto spesso si prende l’8 marzo come un punto di arrivo, la realizzazione dell’obiettivo di veder riconosciuto il ruolo della donna nella società. Da un altro punto di vista, però, quello non è stato altro che un punto di svolta, un nuovo inizio, non un fine raggiunto. Fino a 70 fa, infatti, in Italia la donna non è che si trovasse in condizioni di gran lunga migliori rispetto a quelle che ancora vive in alcune zone del mondo nel 2015 e che per chissà quanto continuerà a dover sopportare in futuro. È fondamentale in una ricorrenza come questa ripercorrere le tappe principali della progressiva acquisizione di diritti da parte delle donne italiane che per ottenerli si sono dovute battere in nome di una parità di genere che non si è ancora del tutto raggiunta.

Quello che molti oggi avvertono erroneamente come un dovere, ossia il voto, è stato un diritto per cui si sono battuti sia uomini che donne, perché inizialmente, come nella maggior parte degli altri Paesi era un diritto elitario, un privilegio riservato ad una cerchia ristretta della società. Se, però, già dal 1912 il suffragio universale maschile riconosceva come elettorato attivo gli uomini sopra i 21 anni (30 anni se analfabeti), lo stesso diritto le donne l’ottennero solo nel 1945 e nello stesso anno un decreto consentì loro anche l’accesso all’elettorato passivo, la possibilità di candidarsi per le elezioni ed essere votate. Il 2 giugno 1946 le donne parteciparono per la prima volta al voto, per il Referendum istituzionale che chiedeva ai cittadini di scegliere per Monarchia o Repubblica.

Basti pensare che il diritto di famiglia del 1942 prevedeva che la moglie fosse subordinata al marito, il quale aveva la potestà dei figli e la proprietà esclusiva del patrimonio. I coniugi, infatti, diventano uguali davanti alla legge italiana all’alba del 1975, anno in cui si istituiscono la comunione dei beni, la parità tra i figli “legittimi” e “illegittimi” e il riconoscimento del tradimento da parte del marito come causa legittima di separazione.

Prima della legge 194 le donne che si sottoponevano ad aborto volontario, così come coloro che consentivano l’effettiva interruzione di gravidanza erano punibili con la reclusione; dopo il 1978 è stato concesso di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nel caso di motivi personali o di salute della madre e/o del nascituro, ma anche in considerazione delle circostanze del concepimento, contemplando ad esempio il caso in cui questo fosse avvenuto a causa di uno stupro.

Sul luogo di lavoro la tutela delle donne è stata riconosciuta solo a partire dal 1963. Prima potevano essere licenziate nel momento in cui si sposavano o restavano incinte, come se volersi costruire una vita fosse fuori legge per le donne, come se avere una famiglia e volerla mantenere con un lavoro non andassero di pari passo perché era l’uomo ad essere l’addetto al mantenimento della famiglia. Molti ancor oggi la pensano così, ma quantomeno per legge la donna oggi ha diritto a un periodo di congedo e, nel caso di un licenziamento, a un reintegro obbligatorio. Ovviamente le leggi sono fatte tanto per essere rispettate quanto per essere evase da coloro i quali si credono più furbi e così, di pari passo con questa legge, è nata la pratica illegale delle “dimissioni in bianco” firmate al momento dell’assunzione affinché il datore possa ricorrervi qualora la lavoratrice avrebbe diritto a un congedo. Sempre solo nel 1963 viene consentito alle donne l’accesso alla Magistratura, mentre bisognerà attendere il 1981 per la partecipazione su base paritaria alle Forze di Polizia e il 1999 per quella alle Forze Armate a pari titolo con gli uomini. Solo qualche anno fa si è incominciato a incentivare il reintegro della donna nel mondo del lavoro dopo la maternità e l’imprenditoria femminile, a sanzionare le molestie a sfondo sessuale e la disparità sul luogo di lavoro.  La legge del Golfo- Mosca del 2011 stabilisce che i Consigli di Amministrazione delle aziende quotate in Borsa abbiano almeno un quinto di componenti donne e la quota rosa sale a un terzo del totale solo a partire dal 2015. Ricordiamo inoltre che si è dovuto aspettare il 2013 perché stalking e maltrattamenti fossero puniti con l’arresto obbligatorio, mentre prima di quella data una lunga fila di casi e denunce si erano accumulati senza che giustizia venisse fatta. Prima del 2009 lo stalking non era nemmeno riconosciuto come reato.

Insomma c’è ancora molto per cui battersi e nella Giornata della Donna sarebbe auspicabile che dietro alla mimosa e agli auguri non ci fosse una semplice conformità agli usi che da 69 anni a questa parte (secondo la tradizione italiana la mimosa sarebbe diventata la “pianta delle donne” nel 1946, quando l’UDI, cioè l’Unione Donne Italiane, lo scelse come fiore che potesse essere regalato al sesso femminile in occasione della prima Festa delle donne del dopoguerra) accompagnano la ricorrenza. Dietro ai gesti bisognerebbe cogliere i significati, farli per inerzia equivale a non farli, almeno nella mia ottica. Ecco perché, in quella giornata come in tutti gli altri giorni, le donne andrebbero guardate con lo sguardo di chi vede in loro un potenziale non ancora espresso alla massima potenza e che pertanto andrebbe incentivato, lo sguardo di chi si batte per la parità di diritti, di chi capisce che “sesso debole” è una definizione coniata da chi quel potenziale lo teme.

Se guardo indietro vedo grandi passi fatti in un lasso di tempo relativamente breve, gli ultimi cinquant’anni, ma prima di riuscire a rivolgersi speranzoso verso il futuro, il mio sguardo si sofferma sul presente. Vedo violenza fisica e verbale che spopola ovunque, vedo che si preferisce sparare a zero su tutto e tutti a priori perché informarsi costa fatica, vedo xenofobia, omofobia, misoginia e allora mi chiedo se alle persone piaccia progredire nei fatti o solo a parole. Sputare veleno senza cognizione di causa è sintomo di ignoranza, nient’altro.

Ultimamente vedo molte persone che si mobilitano CONTRO i diritti.

La libertà fa paura a chi ha scheletri nell’armadio.

Tutte le persone che lottano per mantenere la disparità, non solo di genere ma di qualsiasi ordine e grado, si palesano per quello che sono: l’apoteosi del paradossale di cui la nostra società è intrisa.

Ciò di cui sono convinta, però, è che ognuno possa fare tanto per combattere queste tendenze, ognuno possa ostacolare queste prevaricazioni in nome del rispetto reciproco e della libertà. Si è liberi davvero quando non si giudicano gli altri, quando non si rivolgono loro delle offese, quando non si intralciano le libertà altrui.

Si è liberi solo quando si riconoscono i diritti di ognuno.

Elisa

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