CAOS DENTRO: LA POLITICA AI TEMPI DEI SOCIAL NETWORK

Ospite di questa sera su Caos Dentro è Gabriele Riva, Segretario provinciale del PD e Sindaco di Arzago d’Adda, che ringraziamo non solo per la disponibilità, ma soprattutto per l’articolo ricco di interessanti spunti e chiavi di lettura volti a interpretare alcuni scorci della società dinamica in cui viviamo, che troppo spesso perdiamo di vista.


 L’idea suggerita dal titolo, che rielabora senza nessuna pretesa il titolo di uno dei più suggestivi romanzi di Gabriel García Márquez, è quella di analizzare il rapporto che in questi anni di così profondo cambiamento lega la politica alla comunicazione e in particolare ai nuovi strumenti offerti dal Web.

Prima di entrare nel campo dei giudizi di merito dobbiamo partire da un dato di fatto: in pochissimi anni Internet ha rivoluzionato l’idea stessa di comunicazione e di informazione, consentendo una velocità e una capillarità nella diffusione di notizie impensabile per mezzi come la televisione, la radio o la carta stampata.Tutto questo ha prodotto effetti di indubbio valore positivo ma anche elementi critici da analizzare: se è vero che molta più gente può con un clic avere informazioni e cercare notizie in tempo reale, di contro l’attendibilità delle stesse e delle fonti è tutta da verificare e spesso mancano gli strumenti critici per vagliarne la veridicità. Alla tipica frase di qualche decennio fa: “lo ha detto la televisione”, abbiamo sostituito l’altrettanto pericolosa frase “l’ho letto in internet”. E’ chiaro, per essere precisi, che ogni strumento di comunicazione implica una fiducia tra le parti (se leggo una notizia sul giornale devo presupporre un minimo di deontologia professionale da parte del giornalista…) ma la rete supera di colpo ogni mediazione e quindi anche ogni possibile rapporto deontologico perché spesso lo stesso fruitore può a sua volta rilanciare la notizia in un gioco difficilissimo da controllare.

Nello specifico, anche la Politica è rimasta vittima di questa nuova concezione dei rapporti sociali e in ultima istanza della stessa democrazia. Alcuni sociologi parlano infatti di un passaggio dalla Democrazia dei partiti ad una Democrazia del pubblico. Se prima i partiti erano i soggetti di mediazione sociale attraverso i quali si esercitava una democrazia rappresentativa, oggi l’idea di una democrazia diretta, senza intermediari, avallata dai social network che ci fanno sentire apparentemente vicini a tutto e a tutti, ha trasformato i politici stessi in persone di spettacolo che si trovano ad interagire con un vero e proprio “pubblico”.

E’ evidente che in tutto questo nuovo paradigma si rischia di perdere la bellezza della discussione politica, della ricerca di una verità che spesso è e deve essere dialogica, che deve nascere dal confronto e dalla sintesi di opposti, a scapito di una verità che si esaurisce in poche battute alla ricerca del gradimento immediato del pubblico.La politica non è una scienza, nel senso che non si muove come la matematica o la fisica sui binari di una verità dimostrabile: le verità in politica non si dimostrano ma si argomentano. E se non è la dimostrazione a valere e a fugare i dubbi, bisogna avvicinarsi al confronto con la capacità di aprirsi alle argomentazioni dell’altro, con la capacità di mettersi in discussione e di fare passi in avanti nella costruzione di una verità condivisa. A questo servono, o dovrebbero servire, le discussioni nei partiti… Sui social network l’impoverimento della discussione, che invece sembrerebbe essere portata all’ennesima potenza, è dimostrato in maniera lampante: su Facebook, uno dei più noti con tweetter, la logica dei post è quella di condensare le proprie verità in poche righe e di sommarle alle verità degli altri, non di metterle in discussione, tanto che lunghissimi scambi di post sono solo il progressivo rafforzamento o la ripetizione della propria posizione a prescindere dai post dell’altro, alla ricerca dei “mi piace” del pubblico.

Come titolava un saggio di Lenin: che fare? Non ho ricette facili perché da un lato credo di avere appunto argomentato i limiti evidenti di una sovraesposizione da social network e di una democrazia che sia solo “del pubblico”, dall’altro non posso certo ignorare le potenzialità e la ricchezza che la rete e questa globalizzazione di informazioni hanno portato. Al centro di tutto però c’è e deve esserci l’uomo, un’io pensante, un soggetto in grado di utilizzare questi strumenti e non farsi utilizzare da loro, in grado di cogliere i grandi cambiamenti in corso senza farsi schiacciare.La democrazia è cambiata ma continuo a credere che in società complesse come le nostre i corpi di mediazione come i partiti rappresentino ancora un valore aggiunto, soprattutto per chi come noi, da sinistra, crede nell’importanza di una risposta collettiva.

Gabriele Riva

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