IL FILO DI ARIADNE

Quegli amici che hai e la cui amicizia hai messo alla prova, aggrappali alla tua anima con uncini d’acciaio.
(William Shakespeare)

La situazione che viviamo ai nostri giorni non è delle migliori. Certamente ci sono stati tempi più bui, più disperati, ma credo che raramente ci si sia trovati di fronte ad un clima così impregnato di incertezza. La crisi, la difficoltà di trovare e mantenere un lavoro, il non sapere se si potrà arrivare a fine mese, una politica contraddittoria e divisa, la minaccia della guerra e del terrorismo. Questa volta però non voglio parlare di eventi significativi o di temi dibattuti. Mi concentrerò su qualcosa che è parte integrante della vita di tutti noi, un valore a cui, purtroppo, molto spesso non viene più riconosciuto il rispetto che merita: l’amicizia.

Nei momenti di difficoltà, le persone a cui ci si rivolge, spesso prima ancora della famiglia, sono gli amici a noi più vicini, quelli di cui sentiamo di poterci fidare senza temere ripercussioni o giudizi superficiali. Amicizia infatti significa fiducia reciproca, tolleranza ed accettazione. Significa comprendere i bisogni dell’altro e saperli rispettare, anche quando non si è del tutto d’accordo. E’ un rapporto che implica parità e la promessa implicita di esserci sempre per l’altro, nel bene e nel male. Chi non si è mai messo nei guai per non abbandonare un amico in una situazione scomoda? O chi non si è mai messo contro l’opinione “pubblica” per difendere una persona importante?

Al giorno d’oggi forse queste domande non sono poi così scontate. I rapporti interpersonali tendono a diventare più superficiali, più dettati dalla convenienza e dalle convenzioni che da un vero sentimento che cresce con l’approfondirsi della conoscenza. Grazie a internet, ai moderni mezzi di comunicazione e alla tendenza alla globalizzazione, ogni giorno entriamo in contatto con moltissime persone con le quali a volte si è costretti a costruire un qualche tipo di relazione civile, che però molto spesso resta fragile ed effimera, senza che vi sia la possibilità di esplorarne le potenzialità.

Un altro fattore che accentua le difficoltà del creare rapporti veri e concreti è la diffidenza che, forse non a torto, molti hanno sviluppato nei confronti delle persone che li circondano. Spesso basta un unico voltafaccia, un unico tradimento per spingerci a non offrire più così facilmente la nostra fiducia a chi incontriamo sulla nostra strada. E’ un meccanismo di difesa, che può essere conscio o volontario, che si attiva per cercare di evitare situazioni dolorose simili a quelle subite in passato. Sono certa che tutti voi sapete di che cosa sto parlando. Una persona che consideravamo amica che inizia a parlarci alle spalle, o che dimostra di averci avvicinato con un secondo fine, oppure qualcuno che tradisce la nostra fiducia rivelando delle confidenze che erano state fatte e che ci mette così in difficoltà o in imbarazzo. Sono solo gli esempi più banali di quello che può succedere quando riponiamo la nostra fiducia nelle persone sbagliate.

Nonostante questo, però, vale la pena rischiare. A volte, nella vita, si è così fortunati da incrociare il cammino di persone veramente speciali, con le quali riusciamo ad aprirci veramente e a costruire un legame che continuerà a prosperare anche con il passare degli anni. Per questi incontri vale la pena sopportare tutte le delusione, le cadute, i tradimenti. Ovviamente nessuna relazione sarà sempre rosa e fiori, ma proprio perché si riescono a superare i disaccordi, i litigi, le “prove” possiamo essere sicuri che la persona che ci sta di fronte merita davvero il titolo di amico. E una volta trovata, parafrasando la citazione di Shakespeare, dobbiamo tenercela stretta, come se fosse il nostro bene più prezioso, come se la nostra vita dipendesse dalla sua presenza. Perché, se ci pensiamo bene, alla fine è proprio così.

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Pillole di Politica: Testamento Biologico

In queste settimane i GD di tutta Italia stanno promuovendo 10 proposte da portare in Parlamento; una di queste riguarda il testamento biologico. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Una dichiarazione anticipata di trattamento, detta anche testamento biologico, o più variamente testamento di vita, direttive anticipate, volontà previe di trattamento, è l’espressione della volontà da parte di una persona in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte. Tali cure possono riguardare malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione. Il testatore si esprime preventivamente in condizioni di lucidità mentale. Non si sta parlando quindi di eutanasia; tale termine infatti indica il procurare intenzionalmente, e nel suo interesse, la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica.

 

Si sta parlando quindi di un documento scritto: la parola testamento viene presa in prestito dal linguaggio giuridico riferendosi ai testamenti tradizionali dove di solito si lasciano scritti di proprio pugno le volontà di divisione dei beni materiali per gli eredi o beneficiari. Dal momento che non esiste ancora in Italia una legge specifica sul testamento biologico, la formalizzazione per un cittadino italiano della propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare può variare da caso a caso, anche perché il testatore scrive cosa pensa in quel momento senza un preciso formato, spesso riferendosi ad argomenti ampi e vaghi come donazione degli organi, cremazione, terapia del dolore, nutrizione artificiale e accanimento terapeutico, e non tutte le sue volontà potrebbero essere considerate bioeticamente e legalmente accettabili.

L’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» e l’Italia ha firmato (ma non ancora ratificato) nel 2001 la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo del 1997 che stabilisce che «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione». Il Codice di Deontologia Medica, in aderenza alla Convenzione di Oviedo, afferma che il medico dovrà tenere conto delle precedenti manifestazioni di volontà dallo stesso. È importante sottolineare che nonostante la legge n. 145 del 2001 abbia autorizzato il Presidente della Repubblica a ratificare la Convenzione, tuttavia lo strumento di ratifica non è ancora depositato presso il Segretariato Generale del Consiglio d’Europa, non essendo stati emanati i decreti legislativi previsti dalla legge per l’adattamento dell’ordinamento italiano ai principi e alle norme della Costituzione. Per questo motivo l’Italia non fa parte della Convenzione di Oviedo.

L’argomento è oggetto di posizioni differenti fra correnti di pensiero di tipo laico, radicale e religioso. La Chiesa cattolica, nella persona del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), ha sollecitato a varare una legge sul fine vita che, riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili e rese in forma certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato e sul rapporto di fiducia tra esso e il medico, cui è riconosciuto il compito di valutare i singoli atti concreti e decidere senza preoccuparsi delle questioni burocratiche. Bagnasco sintetizza così l’auspicio della Chiesa cattolica italiana: «che in questo delicato passaggio, mentre si evitano inutili forme di accanimento terapeutico, non vengano in alcun modo legittimate o favorite forme mascherate di eutanasia, in particolare di abbandono terapeutico, e sia invece esaltato ancora una volta quel favor vitae che a partire dalla Costituzione contraddistingue l’ordinamento italiano.» L’Italia è uno Stato laico; per quanto la maggior parte degli italiani si professi cattolica, lo Stato è autorevolmente superiore alle opinioni della Chiesa, di conseguenza il parere di quest’ultima dovrebbe condizionare solo in minima parte i disegni di legge. Ad oggi, come per ogni altra questione etica, ciò non accade.

“Riteniamo indispensabile, come Giovani Democratici, al fine di garantire un

sacrosanto diritto della persona, che si arrivi al più presto, in sede parlamentare, alla

formulazione di una legge sul testamento biologico. Una legge diretta a garantire e

tutelare la piena libertà di scelta della persona, che regoli compiutamente l’istituzione

dello strumento del testamento biologico e che sia dunque in grado di superare da una

parte il vuoto normativo e, dall’altra, la confusione e l’incertezza che si è

comprensibilmente generata in questi anni con la diffusione di strumenti, per così dire

“fatti in casa”, diretti all’espressione delle volontà personali in materia di trattamento

sanitario.”

#propostanumero8

Pensierini ri-Costituenti : ARTICOLO 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Negli ultimi anni, si sono sentite urla insulti e vere e proprie provocazioni estremiste rivolte a quelli che dovrebbero essere i nostri simboli più “sacri“: la Repubblica Italiana, il suo Presidente e soprattutto il Tricolore. Ma i deputati in camicia verde che sbraitano in Parlamento e nelle piazze contro questi simboli sono gli stessi deputati che hanno votato senza fiatare qualunque porcata, qualunque legge che tutelasse l’impunità e i profitti del loro alleato miliardario, e negli ultimi anni hanno permesso che la pressione fiscale aumentasse, gli enti locali si impoverissero, i servizi sociali diminuissero? Ma sì, certo che sono gli stessi. Imbarazzanti nel ruolo di alleati di ferro dell’uomo più ricco d’Italia, imbarazzanti nella rinnovata veste di rivoltosi a scoppio ritardato e di secessionisti rifatti.Ebbene a questi sedicenti Paladini del Popolo – quale, quello padano presente solo nella loro fervida fantasia? – mi sento in dovere di ricordare ed insegnare loro i valori alti e universali che la nostra Bandiera rappresenta e per la quale i Padri Costituenti hanno ritenuto necessario dedicarvi un articolo della nostra Costituzione.

La bandiera italiana, e con essa l’inno di Mameli, sono il simbolo dell’unità e rappresentano l’orgoglio di essere italiani. Tutti gli italiani si riconoscono sotto questi “simboli”. In questo articolo viene riconosciuta la bandiera italiana come “REALE” simbolo del Paese e i colori stabiliscono e richiamano i diritti dell’uomo quali Giustizia, Uguaglianza e Fratellanza, come vollero Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zamboni che per primi, nel 1794, in seguito alla rivoluzione francese, vollero rivendicare gli stessi diritti della rivoluzione, sostituendo l’azzurro con il verde.
Il Risorgimento ha la sua icona nella bandiera dei tre colori. La rinuncia a quei tre colori e a quei tre principi, anche uno solo, significherebbe la fine dell’unità perché su di essi si basa il patto costituzionale.
Questi diritti vengono poi riconosciuti di pari livello l’un l’altro dal fatto che sono di eguali dimensioni, significa cioè che tutti i cittadini italiani sono uguali e che non esiste tra loro alcun tipo di diversità e che questi diritti hanno lo stesso valore per tutti.

Questo articolo soprattutto è l’unione dei più importanti articoli della Costituzione; sotto i colori della bandiera, noi ritroviamo l’art 2 (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […]), l’art 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge […]), l’art 4 (La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto […]), l’art 5 (La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali […]).

Quindi è sotto la bandiera italiana che si manifesta l’identità del cittadino, un cittadino che per essere italiano, deve pensare al bene comune, un cittadino che ha l’obbligo di non violare le libertà altrui e, soprattutto, un cittadino che riconosca l’Italia come unico Stato Indivisibile e Unito e che debba lottare contro ogni forma di divisione!

CAOS DENTRO: LA POLITICA AI TEMPI DEI SOCIAL NETWORK

Ospite di questa sera su Caos Dentro è Gabriele Riva, Segretario provinciale del PD e Sindaco di Arzago d’Adda, che ringraziamo non solo per la disponibilità, ma soprattutto per l’articolo ricco di interessanti spunti e chiavi di lettura volti a interpretare alcuni scorci della società dinamica in cui viviamo, che troppo spesso perdiamo di vista.


 L’idea suggerita dal titolo, che rielabora senza nessuna pretesa il titolo di uno dei più suggestivi romanzi di Gabriel García Márquez, è quella di analizzare il rapporto che in questi anni di così profondo cambiamento lega la politica alla comunicazione e in particolare ai nuovi strumenti offerti dal Web.

Prima di entrare nel campo dei giudizi di merito dobbiamo partire da un dato di fatto: in pochissimi anni Internet ha rivoluzionato l’idea stessa di comunicazione e di informazione, consentendo una velocità e una capillarità nella diffusione di notizie impensabile per mezzi come la televisione, la radio o la carta stampata.Tutto questo ha prodotto effetti di indubbio valore positivo ma anche elementi critici da analizzare: se è vero che molta più gente può con un clic avere informazioni e cercare notizie in tempo reale, di contro l’attendibilità delle stesse e delle fonti è tutta da verificare e spesso mancano gli strumenti critici per vagliarne la veridicità. Alla tipica frase di qualche decennio fa: “lo ha detto la televisione”, abbiamo sostituito l’altrettanto pericolosa frase “l’ho letto in internet”. E’ chiaro, per essere precisi, che ogni strumento di comunicazione implica una fiducia tra le parti (se leggo una notizia sul giornale devo presupporre un minimo di deontologia professionale da parte del giornalista…) ma la rete supera di colpo ogni mediazione e quindi anche ogni possibile rapporto deontologico perché spesso lo stesso fruitore può a sua volta rilanciare la notizia in un gioco difficilissimo da controllare.

Nello specifico, anche la Politica è rimasta vittima di questa nuova concezione dei rapporti sociali e in ultima istanza della stessa democrazia. Alcuni sociologi parlano infatti di un passaggio dalla Democrazia dei partiti ad una Democrazia del pubblico. Se prima i partiti erano i soggetti di mediazione sociale attraverso i quali si esercitava una democrazia rappresentativa, oggi l’idea di una democrazia diretta, senza intermediari, avallata dai social network che ci fanno sentire apparentemente vicini a tutto e a tutti, ha trasformato i politici stessi in persone di spettacolo che si trovano ad interagire con un vero e proprio “pubblico”.

E’ evidente che in tutto questo nuovo paradigma si rischia di perdere la bellezza della discussione politica, della ricerca di una verità che spesso è e deve essere dialogica, che deve nascere dal confronto e dalla sintesi di opposti, a scapito di una verità che si esaurisce in poche battute alla ricerca del gradimento immediato del pubblico.La politica non è una scienza, nel senso che non si muove come la matematica o la fisica sui binari di una verità dimostrabile: le verità in politica non si dimostrano ma si argomentano. E se non è la dimostrazione a valere e a fugare i dubbi, bisogna avvicinarsi al confronto con la capacità di aprirsi alle argomentazioni dell’altro, con la capacità di mettersi in discussione e di fare passi in avanti nella costruzione di una verità condivisa. A questo servono, o dovrebbero servire, le discussioni nei partiti… Sui social network l’impoverimento della discussione, che invece sembrerebbe essere portata all’ennesima potenza, è dimostrato in maniera lampante: su Facebook, uno dei più noti con tweetter, la logica dei post è quella di condensare le proprie verità in poche righe e di sommarle alle verità degli altri, non di metterle in discussione, tanto che lunghissimi scambi di post sono solo il progressivo rafforzamento o la ripetizione della propria posizione a prescindere dai post dell’altro, alla ricerca dei “mi piace” del pubblico.

Come titolava un saggio di Lenin: che fare? Non ho ricette facili perché da un lato credo di avere appunto argomentato i limiti evidenti di una sovraesposizione da social network e di una democrazia che sia solo “del pubblico”, dall’altro non posso certo ignorare le potenzialità e la ricchezza che la rete e questa globalizzazione di informazioni hanno portato. Al centro di tutto però c’è e deve esserci l’uomo, un’io pensante, un soggetto in grado di utilizzare questi strumenti e non farsi utilizzare da loro, in grado di cogliere i grandi cambiamenti in corso senza farsi schiacciare.La democrazia è cambiata ma continuo a credere che in società complesse come le nostre i corpi di mediazione come i partiti rappresentino ancora un valore aggiunto, soprattutto per chi come noi, da sinistra, crede nell’importanza di una risposta collettiva.

Gabriele Riva