Pillole di Politica : Tangente

Tangente(dal latino tangere, toccare). Nell’ambito politico significa la quota che tocca,  che spetta, a qualcuno. La parola è entrata stabilmente nel lessico politico nel corso della Prima Repubblica, a indicare il prezzo pagato da qualcuno, solitamente un imprenditore, per la corruzione di pubblici ufficiali e uomini politici i quali, appunto grazie alla parte che reclamano,  consentono che l’affare possa essere effettuato. Come abbiamo già spiegato nelle scorse puntate, la tangente si offre (corruzione) o si  pretende (concussione); tanto che l’obiettivo dell’imprenditore sia legale quanto che sia illegale; tanto che il politico (o il pubblico ufficiale) il quale percepisce la tangente lo faccia per sé, o per finanziare un partito o una sua corrente; in tutti questi casi e in tutte queste forme la tangente è una quantità di denaro (detta anche ‘mazzettà o ‘bustarella’) destinata illegalmente alla politica.

   Il terreno di coltura delle tangenti è in generale un deficit di legalità, di etica pubblica, di spirito civico, e in particolare una situazione politica in cui siano presenti partiti pesanti, dagli apparati numerosi, dall’organizzazione costosa, che cercano con ogni mezzo fonti di sussistenza; e una situazione sociale in cui l’attività economica abbia spesso bisogno di riferirsi alle autorità (ad esempio per ottenere permessi, appalti, commesse, concessioni, privilegi). In questo contesto la tangente diventa normale e, percepita come atto dovuto da entrambe le parti (come una tassa inevitabile da parte dell’imprenditore, e come una conseguenza necessaria della propria posizione e del proprio ufficio, da parte del politico),  si fa tanto frequente e consueta da costituirsi come ‘sistema’. Il che, appunto, avvenne progressivamente durante la Prima Repubblica, tanto che nell’ottobre del 1991  –  già prima che scoppiasse a Milano, nei primi mesi del 1992, lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, da cui nacque l’inchiesta Mani Pulite  –   si  poté coniare il termine ‘Tangentopoli’, a indicare una città (e in generale un Paese) di cui le tangenti sono il tratto più caratteristico e diffuso. Anche la Seconda repubblica conosce, con sempre maggiore frequenza, il fenomeno delle tangenti, che ciclicamente vengono portate alla luce dalle Procure, e fanno parlare i media di ‘nuova Tangentopoli’.  Pur essendo mutato il sistema e la forma dei partiti, permangono tuttavia il clima di illegalità e il nesso perverso fra politica ed economia, e ciò fa sì che il fenomeno delle tangenti assuma ancora oggi proporzioni sistemiche e tocchi, in modi e con intensità diverse, tanto la maggioranza quanto l’opposizione, contribuendo alla complessiva delegittimazione della politica.

L’ultima vicenda che si è scoperta riguarda l’ex ministro Giulio Tremonti: on l’invio degli atti al Tribunale dei Ministri, la procura di Milano ha dato veste formale all’inchiesta nella quale Tremonti è accusato di corruzione per una presunta tangente di 2,4 milioni di euro che sarebbe stata versata, quando era ministro, da Finmeccanica per ottenere, nel maggio 2008, dopo un primo parere negativo, il via libera all’acquisizione del gruppo statunitense Drs, fornitore anche del Pentagono. Oltre ad egli, risultano indagati anche il socio dello studio tributario da lui fondato, Enrico Vitali, e l’ex presidente e l’ex direttore finanziario di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini e Alessandro Pansa. Prima di andare avanti spieghiamo che Finmeccanica è il primo gruppo industriale italiano nel settore dell’alta tecnologia e tra i primi player mondiali in difesa, aerospazio e sicurezza. Il suo maggiore azionista è proprio il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano. 

L’indagine, coordinata da Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi – gli stessi pm che stamani hanno disposto la perquisizione dello studio «Tremonti, Vitali, Romagnoli, Piccardi e Associati» ma per un’altra inchiesta legata a un presunto riciclaggio di denaro di Marco Milanese – ha preso il via in seguito alle dichiarazioni rese nel 2010 al pm di Roma Paolo Ielo dall’ex consulente di Finmeccanica Lorenzo Cola, il quale aveva associato il cambio di `rotta´ e l’ok di Tremonti all’operazione Finmeccanica-Drs proprio alla parcella milionaria liquidata dalla holding di Stato allo studio dei soci dell’allora ministro per una consulenza fiscale. Parcella che, è l’ipotesi degli inquirenti milanesi, sarebbe servita a mascherare in realtà la tangente. Tremonti, che come gli altri coindagati oggi, dopo la trasmissione del fascicolo al tribunale dei Ministri, dovrebbe aver ricevuto l’atto dal quale risulta sotto inchiesta, ha respinto gli addebiti: «Non ho mai chiesto o sollecitato nulla ed in nessun modo da Finmeccanica. Anche per questo, come sempre, ho assoluta fiducia nella giustizia».

 «Ben prima di entrare nel governo, insediatosi venerdì 8 maggio 2008 – ha spiegato in una nota – mi sono cancellato dall’ordine degli avvocati e sono uscito dallo studio in base ad atto notarile e perizia contabile. Ci sono rientrato solo nel 2012, un anno dopo la fine del governo, come prescrive la legge. Nel durante ho interrotto tutti i rapporti con lo studio». «L’operazione DRS-Finmeccanica – ha proseguito – ha interessato e coinvolto la politica industriale e militare di due Stati. Come risulta dai documenti SEC e Consob, l’operazione è iniziata nell’ottobre 2007 ed è stata conclusa lunedì 12 maggio 2008». «Anche seguendo il calendario, – ha precisato ancora – si può dunque verificare che, per la sua dinamica irreversibile e per la sua natura internazionale, l’operazione non era da parte mia né influenzabile, né modificabile, né strumentalizzabile». Finmeccanica, invece, ha reso noto che qualora le «condotte illecite» ipotizzate «venissero ulteriormente confermate, porrà in essere ogni possibile iniziativa volta alla tutela dei propri interessi e della propria immagine attesa la propria posizione di persona offesa»

Questa mattina intanto lo studio fiscale in pieno centro a Milano fondato dall’ex ministro è finito ancora nel mirino di inquirenti e investigatori. I carabinieri del nucleo investigativo, alla presenza dei pm Pellicano e del collega romano Ielo (pare per un ulteriore procedimento), hanno perquisito gli uffici e notificato un’informazione di garanzia a Enrico Vitali e a un altro socio, Dario Romagnoli, accusati di riciclaggio del denaro di Marco Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti. I due professionisti, come si legge nel capo di imputazione, nel 2011 avrebbero «custodito e comunque gestito denaro appartenente» a Milanese proveniente dai delitti di rivelazione del segreto d’ufficio e corruzione «in modo da occultarne la provenienza» (…) assicurandogli «la disponibilità in contanti, anche con la possibilità di utilizzare la copertura dello studio professionale» potenziale «destinatario di incarichi idonei a favorirne formale giustificazione ai trasferimenti» dei soldi. Questa nuova indagine ha preso il via dalle dichiarazioni dell’imprenditore irpino Paolo Viscione. Nel luglio 2011 aveva messo a verbale davanti ai pm napoletani di aver consegnato a Milanese soldi e regali in cambio della promessa di rallentare e «sistemare» le inchieste della Guardia di finanza a suo carico e carico della sua società. Per la vicenda l’ex consigliere di Tremonti, in carcere per il caso Mose, è finito imputato.

Insomma aveva ragione Corrado Guzzanti, all’ex ministro i conti non tornano mai…

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