Pillole di Politica, Speciale Economia: R&S

La ricerca e lo sviluppo (R&S) possono essere definiti come quel complesso di attività creative intraprese in modo sistematico sia per accrescere l’insieme delle conoscenze (comprese quelle relative all’uomo, alla cultura e alla società), sia per utilizzare tali conoscenze per nuove applicazioni. La ricerca scientifica può essere di due tipi: di base o applicata. La ricerca di base (o fondamentale) è considerata un’attività sperimentale o teorica avente come scopo l’ampliamento delle conoscenze, di cui non si prevede una specifica applicazione o utilizzazione. La ricerca applicata è quella ricerca originale svolta per ampliare le conoscenze, ma anche e principalmente allo scopo di una pratica e specifica applicazione. Lo sviluppo sperimentale consiste in un’attività destinata a completare, sviluppare o perfezionare materiali, prodotti e processi produttivi, sistemi e servizi,
attraverso l’applicazione e l’utilizzazione dei risultati della ricerca e dell’esperienza pratica.
Il personale di R&S viene suddiviso in tre categorie: ricercatori, tecnici, addetti ad altre mansioni. I ricercatori sono impiegati nella concezione o creazione di nuove conoscenze, prodotti, processi, metodi e sistemi. Fanno parte di questa categoria: i professori universitari, i ricercatori degli enti pubblici e privati di ricerca, delle imprese e delle istituzioni senza fini di lucro. I tecnici partecipano ai progetti di ricerca svolgendo mansioni scientifiche e tecniche sotto la supervisione dei ricercatori. Gli addetti ad altre mansioni svolgono attività di supporto tecnico, logistico, amministrativo.

Le spese per R&S comprendono il costo per il personale (che normalmente rappresenta più della metà del costo complessivo), l’acquisto di prodotti e servizi (materiali di consumo dei laboratori, manutenzione, riparazione, elaborazione dati, stampa dei rapporti di ricerca, ecc.), e ancora di apparecchiature, strumenti, macchinari, aree e fabbricati. I dati sulla spesa per R&S mostrano che l’Europa, gli USA e il Giappone (la Triade) vi concentravano nel 1991 più dell’82% degli investimenti dei circa 400 miliardi di dollari che rappresentavano il totale mondiale. L’America latina e l’Africa contribuivano per meno dell’1% e i paesi in via di sviluppo dell’Asia per meno del 2%. La Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) rappresentava meno del 5% del totale. La percentuale dell’Italia era del 3,1% del totale mondiale.

Un indicatore che risulta particolarmente significativo per il confronto internazionale delle risorse destinate alla R&S è rappresentato dalla percentuale di spesa per R&S rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) di ciascun paese, e cioè dalla quota della ricchezza prodotta che viene investita nell’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche. I paesi della Triade fanno registrare percentuali al di sopra del 2,0%.  Nel complesso si registra una notevole variabilità tra paesi e aree geografiche:
il Giappone si trova al livello del 3,1%, gli USA al 2,8%, la Germania al 2,8%, la Francia al 2,4%, il Regno Unito al 2,2%. L’Italia si colloca all’1,3%. I paesi dei continenti in via di sviluppo non superano lo 0,6%.

Un problema specifico del sistema scientifico italiano è rappresentato dallo squilibrio territoriale: il bipolarismo tra Centro-Nord e Sud, che ha caratterizzato la storia del nostro paese sin dall’unificazione, e si è manifestato anche nella ricerca. Inutili sono stati finora gli sforzi volti a colmare gli squilibri attraverso interventi ordinari e straordinari. Forte il differenziale territoriale in termini di strutture di ricerca, di risorse finanziarie, di personale: nel 1990 gli enti pubblici di ricerca effettuavano nel Mezzogiorno il 10,8% della propria spesa per R&S impiegando il 9,7% del personale; le imprese spendevano nelle regioni
meridionali e insulari il 6,8% del totale con il 7,3% del personale di ricerca. Ciò a fronte di una popolazione residente del 36,2% rispetto al totale nazionale.

In Italia si preferisce acquistare macchinari nuovi dall’estero per produrre sempre ciò che già esiste piuttosto che investire nel miglioramento dei prodotti, in modo da crearne di nuovi e aprirsi a nuovi mercati. Eppure la seconda soluzione porterebbe guadagni ben più grandi, seppur con investimenti più alti. Ma sono solo i costi a bloccare questo tipo di sviluppo o anche un blocco culturale?

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