Pensierini ri-Costituenti : ARTICOLO 1

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Termina qui, ritornando alle sue fondamenta e al suo principio fondante, questa raccolta di riflessioni sugli articoli più significativi e “rivoluzionari” contenuti nei principi fondamentali e nella parte prima della nostra meravigliosa Costituzione.

“Res Publica” e Popolo, Democrazia e Costituzione, Lavoro e Sovranità.
Nel suo primo articolo la Costituzione italiana sancisce solennemente una discontinuità rispetto al passato. Si fonda qui lo Stato costituzionale, cioè quella democrazia nella quale la sovranità del popolo (intesa come volontà della maggioranza secondo i principi affermatisi durante la Rivoluzione Francese) si esprime “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Oggi, in Italia, abbiamo assistito e ancora assistiamo ad un atteggiamento politico che, non tenendo per nulla in considerazione le origini dello stato costituzionale ed il vero significato di sovranità, considera erroneamente la legittimazione popolare avvenuta tramite elezioni uno strumento che esonera la classe politica dal rispetto dei limiti imposti dalla Costituzione. Questa prassi politica ha a che fare direttamente con la Democrazia sulla quale si fonda la nostra Repubblica.

Il riferimento al lavoro invece fonda il concetto di uno Stato che affida al cittadino la responsabilità del proprio futuro e valuta la dignità di ogni individuo in base a ciò che riesce a realizzare, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Oggi il lavoro sembra aver perso le sue caratteristiche più profonde: si parla di consumatore e non di lavoratore, e la condizione di precarietà del lavoro impedisce la costruzione del proprio futuro.

Il lavoro, come si sa, è uno dei fondamenti di una società moderna. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci dovrebbe rimandare ad una società che immagina il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. La democrazia si rafforzerebbe proprio grazie a questa concezione di lavoro: l’impegno ed il merito individuale premiati in una cornice di interesse generale.

Alle giovani generazioni queste parole però rischiano di sembrare una fiaba letta in un vecchio libro. Chi entra nel mondo del lavoro oggi sembra stia scendendo in un’arena dove il rapporto con gli altri si fonda su una competizione sfrenata per la sopravvivenza. Qui lo snodo fondamentale: il lavoro appare unicamente come via per la sopravvivenza. La narrazione collettiva che apprendono le nuove generazioni che si affacciano nel mondo del lavoro ci racconta come il lavoro sia il più delle volte un favore fatto dal datore di lavoro al lavoratore. Il lavoro, in altri termini, non appare più come un diritto, bensì come un “colpo di fortuna” oppure un privilegio.

Senza lamentarci più di tanto e magari senza capirlo pienamente siamo entrati spaesati nel vortice della precarietà. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro precario. Non solo precarietà lavorativa: la precarietà costituisce il nuovo ordine sociale. Senza un lavoro degno di tal nome per i più giovani oppure in assenza di condizioni di formazione permanente per chi ne viene privato, la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio, la mobilità sociale ascendente rimane un retaggio del passato. Una società precaria torna ad essere una società immobile, basata sull’appartenenza di ceto, di classe, di casta, fondata sulla fortuna, sul caso e sul privilegio.

Le conseguenze sono profonde: senza la possibilità di soddisfare i propri bisogni attraverso il lavoro, l’intero assetto costituzionale perde il suo più importante filo conduttore.

Se i giovani italiani d’oggi dovessero riscrivere il primo articolo in conformità al mondo che gli viene consegnato probabilmente lo farebbero così: L’Italia è una Repubblica (formalmente) democratica fondata sulla benevolenza dei datori di lavoro. La sovranità appartiene al popolo solo il giorno delle elezioni.

Vorremmo concludere con le parole di un grande padre costituente. Questi pochi versi ci dovrebbero ricordare che la Costituzione venne scritta con speranze e sogni, non solo con le parole. Dimenticarlo significa, oggi più che mai, perdere la capacità di immaginare un mondo più giusto e solidale.

“Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne, dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.”
(Piero Calamandrei, 1955)

P.S.
Siamo ovviamente consapevoli che questa nostra ri-lettura sarà probabilmente parziale, rispetto a quanto la nostra Costituzione dice e vuole esprimere, così come opinabili le critiche cui abbiamo sottoposto la situazione politica e sociale odierna alla luce dei principi costituzionali; ma nondimeno crediamo che siano del tutto valide.
Siamo qui per aprire un confronto se qualcuno volesse farlo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...