Pillole di Politica: LGBT nel diritto italiano

LGBT (o GLBT) è una sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.
Fino alla rivoluzione sessuale degli anni sessanta del XX secolo non c’era una terminologia generalmente riconosciuta per descrivere la non-eterosessualità, che non avesse un significato spregiativo (ad esempio sodomiti).
Il primo termine ampiamente utilizzato, omosessuale, prese inizialmente delle connotazioni negative e fu sostituito prima da “omofilo” e poi dall’americano “Gay”. Il termine LGBT è stato sempre più comune dalla metà degli anni novanta sino ad oggi, è divenuto così tradizionale che è stato adottato dalla maggior parte dei centri di comunità per lesbiche, gay, bisessuali, e transgender e dalla stampa gay nella maggior parte delle nazioni dove si parla inglese.
Ora che abbiamo chiarito di cosa stiamo parlando, facciamo un salto nella storia del diritto italiano.
Nel 1860 il Regno di Sardegna raccolse nel neonato Regno d’Italia una serie di Stati che avevano tutti (meno due) abolito, per effetto del Codice napoleonico, la punizione degli atti di libidine fra maschi, purché commessi fra adulti consenzienti e in privato.Uno dei due Stati che conservavano questo tipo di leggi era proprio il Regno di Sardegna. La previsione normativa puniva tutti gli atti sessuali che non portano alla procreazione, e quindi gli atti di libidine fra due maschi (il lesbismo non era invece contemplato) nel codice penale. Tali leggi furono estese, assieme al resto del codice penale del Regno di Sardegna, alle altre regioni d’Italia, con una sorprendente eccezione: per via di un presunto “carattere particolare delle popolazioni meridionali” questi articoli di legge non vennero estesi all’ex Regno delle due Sicilie. Questa bizzarra situazione, per cui era illegale in una parte del regno ciò che era legale nell’altra, fu sanata solo nel 1887, con la promulgazione del Codice Zanardelli, che aboliva ogni differenza di trattamento fra atti omo ed eterosessuali in tutto il territorio del Regno d’Italia.
La situazione non fu modificata dal fascismo in occasione della promulgazione il 19 ottobre 1930 del Codice Rocco, con l’espressa motivazione che non si volevano creare scandali su un argomento la cui repressione era compito della Chiesa cattolica, non dello Stato, e che dopo tutto non riguardava molto gli italiani, ma soprattutto i popoli stranieri, meno “sani” e “virili”. Ciò non impedì al fascismo di colpire i comportamenti omosessuali maschili con punizioni amministrative, come l’ammonizione e il confino.
La situazione del Codice Rocco, che resta il codice penale tuttora in vigore, non è stata modificata dai decenni successivi. I legislatori hanno continuato a rifiutare l’emanazione di leggi che toccassero il tema dell’omosessualità, sia in senso protettivo che repressivo, trattandola così come questione estranea allo Stato, e riconducibile semmai al campo della morale e della religione. Particolare di estremo interesse: a bloccare questi tentativi fu soprattutto la contrarietà della Democrazia Cristiana. Questo atteggiamento non è venuto meno neppure con il governo italiano di centrosinistra durante la XIII legislatura, 1996-2001, che non a caso ha rifiutato per cinque anni di discutere del tema delle cosiddette “unioni civili” nonché, su richiesta esplicita di alcune componenti cattoliche dell’alleanza politica al governo, di comprendere l’omosessualità nella legge contro i crimini motivati dall’odio.

Una rottura rispetto a tale tradizione avveniva solo nella successiva XIV legislatura (2001-2006), sia pure con l’emanazione (per la prima volta dal 1859) di leggi espressamente mirate a discriminare in base all’orientamento sessuale. La direttiva 2000/78/CE contro le discriminazioni sul lavoro in base all’orientamento sessuale è stata recepita dalla legislazione italiana con Decreto Legislativo n. 216 del 9 luglio 2003, che, nel testo originario, ribaltava in parte il senso della direttiva. In particolare all’articolo 3, comma 3, del Decreto legislativo nella sua versione originale recitava:
« Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell’attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività medesima. Parimenti, non costituisce atto di discriminazione la valutazione delle caratteristiche suddette ove esse assumano rilevanza ai fini dell’idoneità allo svolgimento delle funzioni che le forze armate e i servizi di polizia, penitenziari o di soccorso possono essere chiamati ad esercitare. »
Le clausole introdotte nel nostro Paese sancivano, per la prima volta, che l’orientamento sessuale potesse assumere rilevanza nel valutare se un cittadino era idoneo o meno ad entrare o permanere nelle Forze armate, in quelle di Polizia e nei Vigili del Fuoco. Il Ministero della Difesa ha quindi varato un regolamento con il quale ha dichiarato di poter lecitamente trattare, per fini istituzionali, anche i dati sensibili riguardanti la vita sessuale dei dipendenti. 

Solo nel 2008, con l’art. 8-septies del decreto-legge 8 aprile 2008, n. 59, recante disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee, convertito nella legge 6 giugno 2008, n. 101, è stata abrogata la disposizione che attribuiva rilevanza all’orientamento sessuale nel valutare l’idoneità o meno ad entrare o permanere nelle Forze armate, in quelle di Polizia e nei Vigili del Fuoco. Va ricordato come la presenza di omosessuali nell’ambito militare e, soprattutto, in quello delle Forze di polizia, sia considerato molto spesso all’estero del tutto lecito, tanto da avere un’organizzazione sindacale a livello europeo.

Ad oggi l’Italia non permette alle coppie dello stesso sesso di contrarre matrimonio e, non prevedendo alcuna forma di riconoscimento giuridico per le coppie di fatto, non le riconosce neanche in quanto conviventi. Varie associazioni e partiti politici di sinistra stanno presentando suggerimenti per colmare queste mancanze. Tra le proposte minime c’è l’istituzione del PACS (Patto Civile di Solidarietà), che attribuirebbe ad una coppia che sottoscrive il patto, eterosessuale o omosessuale, una serie di diritti economici di solidarietà e alcuni diritti civili minori (per esempio il diritto all’eredità in caso di morte del partner, il diritto alla reversibilità della pensione, il diritto al subentro nel contratto d’affitto, il diritto di estensione della cittadinanza o di concessione del permesso di soggiorno in caso un membro della coppia sia straniero, agevolazioni fiscali varie, ma non è previsto il diritto all’adozione di figli). Attualmente le coppie dello stesso sesso, in Italia, non godono di alcun riconoscimento giuridico: per lo Stato è come se non esistessero.

Il 15 marzo 2012, con una sentenza storica la Corte di Cassazione, esprimendosi sulla richiesta di una coppia omosessuale sposata all’estero di vedere riconosciuto il matrimonio in Italia, pur negando tale riconoscimento in mancanza di leggi specifiche nello Stato italiano, dichiara:
« La coppia omosessuale è “titolare del diritto alla vita familiare” come qualsiasi altra coppia coniugata formata da marito e moglie […]. I componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se secondo la legislazione italiana non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all’estero, tuttavia […] possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata »
(Sentenza 4184/2012 della Corte di Cassazione)

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One thought on “Pillole di Politica: LGBT nel diritto italiano

  1. ettore ha detto:

    Potrebbe sembrare fuori luogo,in una situazione di crisi economica e di conseguente aumento della disoccupazione,portare attenzione al tema dei diritti delle persone gay.In realtà il riconoscimento della “persona”è fondamentale per far discendere altri diritti,tra i quali rimane imprescindibile quello al lavoro ed alla solidarietà.
    A mio avviso,per comprendere meglio le rivendicazioni dei gay,occorre far riferimento all’etica sociale,tralasciando le interferenze religiose e il concetto di “peccato”,che da secoli sottende a tale problematica.
    L’omosessualità,foss’anche genetica-come molti sostengono-o semplice predisposizione o scelta personale,non si configura come reato,nel senso che il rapporto con il corpo è voluto,responsabile,consenziente e,quindi,non comporta limitazione della libertà altrui,nè danno ad altri costumi ed usanze.
    Cio’ premesso,ne consegue la necessità,in una società solidale,del riconoscimento degli diritti civili di cui godono le coppie eterosessuali.
    Le recenti dichiarazioni del Sinodo dei Vescovi e il preannunciato disegno di legge del Governo Renzi,aprono la strada all’effettiva equiparazione dei diritti,anche se occorrerà attendere le necessarie precisazioni.
    Altro discorso meritano il matrimonio di coppie omosessuali e la possibilità di adozione.
    Etimologicamente la parola “matrimonio”indica il riconoscimento della madre e quindi della maternità attraverso la procreazione naturale o eterologa.Quindi sembrerebbe appurato il riferimento a coppie di diverso sesso.Se tale accezione risulta corretta,penso non si debba
    ricorrere al termine “matrimonio”,bensi’ a quello di “unione”,fermo restando l’iscrizione di tale atto nei registri d’anagrafe (diversamente da quanto sostiene l’on Alfano), al fine dell’ottenimento di ogni forma di tutela sociale,sanitaria,ereditaria.
    Per quanto attiene alla problematica dell’adozione,confesso di essere perplesso.La presenza nella “famiglia”di uomo e donna mi induce a pensare alla necessità di tali figure ai fini di una crescita globale ed armonica,anche se forse potrebbe essere una soluzione alternativa agli orfanatrofi.Le esperienze intraprese ci daranno una panoramica più ampia e completa.

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