CAOS DENTRO: MODERNI TABÙ

È del 30 agosto 2014 la notizia che ha destato scalpore relativa al riconoscimento del diritto di adozione a una coppia lesbica da parte del tribunale dei minori di Roma. La coppia, la quale sussiste ormai da dieci anni, si è sposata nel 2003, in Spagna. Sempre nella Penisola Iberica la bimba, partorita da una delle due donne e adottata dalla compagna di questa, era stata concepita mediante procreazione assistita eterologa. La fecondazione omologa preleva spermatozoi dal genitore maschio della coppia stessa. In questo caso, invece, data l’assenza di un partner di sesso maschile, si è ricorso all’inseminazione da parte di un individuo esterno alla coppia, ecco perché si parla di fecondazione eterologa. Perché in Spagna? Perché la legislazione italiana, arretrata su questo come su altri punti, si vede ancora combattuta sulla legittimità o meno del processo genetico. Arcigay e Arcilesbica hanno visto nella sentenza un primo passo verso l’abbattimento di un tabù ormai anacronistico. Perché anacronistico? Tanti in passato gli episodi simili: riconoscimento del diritto al divorzio, all’aborto, all’adozione, alle coppie di fatto; ora all’adozione da parte di queste. Chissà perché l’Italia preferisce sempre essere un passo indietro piuttosto che un passo in avanti e quando si tenta di ribaltare la cosa, c’è sempre qualcuno che tenta di frenare e trova grandi consensi. Il finto perbenismo che dovrebbe ricadere su ben altro e non su scelte che vanno a garantire la tutela dei diritti dei bambini ad avere una casa, una famiglia e soprattutto a ricevere amore è in realtà codardia nello stare al passo con i tempi. Certe cose richiedono un’apertura mentale propria solo di chi non è a competizione con i cittadini , ma a loro favore. Dare libertà in questo campo non significa cadere nell’anarchia, ma garantire diritti imprescindibili, quali la parità tra coppie eterosessuali e omosessuali, dalla quale siamo ben lungi da vederne la realizzazione. Anche tra i cittadini però molti sono i nasi che si arricciano quando si parla di certe tematiche che, proprio come dei tabù, non possono essere affrontate davanti ai bambini. Sembra si stia parlando di cose sconce, anomalie, di fronte a cui “non parlo, non vedo , non sento”. Disapprovare l’odio, i rancori, i maltrattamenti di ogni sorta ecc. è sicuramente legittimo, di certo però non si può disapprovare l’amore. Se sincero, nato dal profondo, come può un sentimento essere etichettato come “contro natura”? “Contro natura” sono reati a sfondo sessuale quali violenze fisiche, verbali, pedinamenti, minacce, percosse, stupri, pedofilia, pedopornografia.  “Contro natura” è dare alla luce i propri figli per poi abbandonarli, trascurarli, essere genitori solo sulla carta, non esserlo nemmeno lì se non vengono riconosciuti.

Un bambino, ognuno di noi lo è stato, non sa nemmeno cosa sia la burocrazia, ma sa riconoscere chi lo ama davvero; un bambino non giudica l’orientamento sessuale dei genitori, ma sa percepire se insieme sono orientati verso la felicità.

Elisa

Pillole di Politica, Speciale Economia: Fiscal Compact

“Fiscal Compact” è l’anglicismo utilizzato per definire il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

Sia simbolicamente sia materialmente, ha comportato la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale: l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993. Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona, che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente. È stato anche firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona. Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL.
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito«oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.
Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.
In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno.

 

numeratore            debito pubblico
__________ = ____________

denominatore      PIL (+inflazione)

 

Per prima cosa quello che le regole del fiscal compact ci impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL. Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). L’ISTAT prevede che nel 2014 il PIL aumenterà di circa lo 0,75 per cento, al netto dell’inflazione: potrebbe quindi non essere necessario agire sul numeratore, cioè tagliare per ripagare il debito pubblico, e risolvere il problema lavorando all’incremento del PIL attraverso misure rivolte alla crescita (cioè sul denominatore).
Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti.
La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, per concludere, è frutto di un calcolo “a spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare ogni anno per ridurre il rapporto.

IL FILO DI ARIADNE

La cultura è il nostro passaporto per il domani. Il futuro appartiene a chi si prepara oggi.
(Malcom X)

 Riparte oggi la nostra rubrica di aforismi. In questa prima puntata voglio proporre una riflessione meno generale e più “personale”, ovvero incentrata sul significato dell’attività del nostro gruppo, come già avevo fatto nella chiusura dello scorso anno. In quell’articolo avevo proposto una sintesi dell’anno trascorso, e ora in questo voglio esporre le nostre aspettative per i mesi che abbiamo davanti.

Il punto focale della nostra azione, sia sul territorio sia su un livello più ampio e generale, è sempre stato l’informazione. Siamo infatti mossi dalla convinzione che, per poter prendere coscientemente le nostre decisioni e sviluppare un pensiero critico, sia necessario innanzitutto possedere un background ampio e diversificato, che ci permetta di valutare con criterio le informazioni che ci vengono fornite. Senza questo supporto di base è difficile, al giorno d’oggi, districarsi nel caos di notizie ed opinioni che vengono diffuse dai media, specie riguardo ad argomenti, come la politica e l’etica, che possono essere costantemente messi in discussione. Per questo motivo è importante coltivare ed espandere i nostri campi di interesse e avere la curiosità di approfondire argomenti di cui magari abbiamo solo una conoscenza superficiale.

Noi ragazzi del GD vogliamo mettere la nostra curiosità e la nostra voglia di comprendere a disposizione di tutti, ed è con questo spirito che scriviamo le nostre rubriche e organizziamo gli eventi. Il nostro obiettivo non è fare propaganda o forzare le nostre opinioni sugli altri, ma diffondere per quanto ci è possibile le notizie e le nostre riflessioni, in modo che ciascuno possa poi rielaborarle e costruire criticamente la propria idea. Perché, come riassume la frase di oggi, la cultura e l’informazione sono ciò che ci permettono di arrivare pronti alle sfide del domani e noi ragazzi vogliamo essere preparati per affrontarle.

Pillole di Politica, Speciale Economia: R&S

La ricerca e lo sviluppo (R&S) possono essere definiti come quel complesso di attività creative intraprese in modo sistematico sia per accrescere l’insieme delle conoscenze (comprese quelle relative all’uomo, alla cultura e alla società), sia per utilizzare tali conoscenze per nuove applicazioni. La ricerca scientifica può essere di due tipi: di base o applicata. La ricerca di base (o fondamentale) è considerata un’attività sperimentale o teorica avente come scopo l’ampliamento delle conoscenze, di cui non si prevede una specifica applicazione o utilizzazione. La ricerca applicata è quella ricerca originale svolta per ampliare le conoscenze, ma anche e principalmente allo scopo di una pratica e specifica applicazione. Lo sviluppo sperimentale consiste in un’attività destinata a completare, sviluppare o perfezionare materiali, prodotti e processi produttivi, sistemi e servizi,
attraverso l’applicazione e l’utilizzazione dei risultati della ricerca e dell’esperienza pratica.
Il personale di R&S viene suddiviso in tre categorie: ricercatori, tecnici, addetti ad altre mansioni. I ricercatori sono impiegati nella concezione o creazione di nuove conoscenze, prodotti, processi, metodi e sistemi. Fanno parte di questa categoria: i professori universitari, i ricercatori degli enti pubblici e privati di ricerca, delle imprese e delle istituzioni senza fini di lucro. I tecnici partecipano ai progetti di ricerca svolgendo mansioni scientifiche e tecniche sotto la supervisione dei ricercatori. Gli addetti ad altre mansioni svolgono attività di supporto tecnico, logistico, amministrativo.

Le spese per R&S comprendono il costo per il personale (che normalmente rappresenta più della metà del costo complessivo), l’acquisto di prodotti e servizi (materiali di consumo dei laboratori, manutenzione, riparazione, elaborazione dati, stampa dei rapporti di ricerca, ecc.), e ancora di apparecchiature, strumenti, macchinari, aree e fabbricati. I dati sulla spesa per R&S mostrano che l’Europa, gli USA e il Giappone (la Triade) vi concentravano nel 1991 più dell’82% degli investimenti dei circa 400 miliardi di dollari che rappresentavano il totale mondiale. L’America latina e l’Africa contribuivano per meno dell’1% e i paesi in via di sviluppo dell’Asia per meno del 2%. La Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) rappresentava meno del 5% del totale. La percentuale dell’Italia era del 3,1% del totale mondiale.

Un indicatore che risulta particolarmente significativo per il confronto internazionale delle risorse destinate alla R&S è rappresentato dalla percentuale di spesa per R&S rispetto al Prodotto Interno Lordo (PIL) di ciascun paese, e cioè dalla quota della ricchezza prodotta che viene investita nell’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche. I paesi della Triade fanno registrare percentuali al di sopra del 2,0%.  Nel complesso si registra una notevole variabilità tra paesi e aree geografiche:
il Giappone si trova al livello del 3,1%, gli USA al 2,8%, la Germania al 2,8%, la Francia al 2,4%, il Regno Unito al 2,2%. L’Italia si colloca all’1,3%. I paesi dei continenti in via di sviluppo non superano lo 0,6%.

Un problema specifico del sistema scientifico italiano è rappresentato dallo squilibrio territoriale: il bipolarismo tra Centro-Nord e Sud, che ha caratterizzato la storia del nostro paese sin dall’unificazione, e si è manifestato anche nella ricerca. Inutili sono stati finora gli sforzi volti a colmare gli squilibri attraverso interventi ordinari e straordinari. Forte il differenziale territoriale in termini di strutture di ricerca, di risorse finanziarie, di personale: nel 1990 gli enti pubblici di ricerca effettuavano nel Mezzogiorno il 10,8% della propria spesa per R&S impiegando il 9,7% del personale; le imprese spendevano nelle regioni
meridionali e insulari il 6,8% del totale con il 7,3% del personale di ricerca. Ciò a fronte di una popolazione residente del 36,2% rispetto al totale nazionale.

In Italia si preferisce acquistare macchinari nuovi dall’estero per produrre sempre ciò che già esiste piuttosto che investire nel miglioramento dei prodotti, in modo da crearne di nuovi e aprirsi a nuovi mercati. Eppure la seconda soluzione porterebbe guadagni ben più grandi, seppur con investimenti più alti. Ma sono solo i costi a bloccare questo tipo di sviluppo o anche un blocco culturale?

MUSICAMENTE: Louis Armstrong

Il primo artista della rubrica è Louis Amstrong, conosciuto anche come Satchmo o anche come Pops. Nasce a New Orleans il 4 Agosto 1901 ed è considerato uno dei più importanti trombettisti e cantanti statunitensi, nonché uno degli esponenti più significativi della musica jazz del XX secolo.

Ebbe un’infanzia decisamente complicata, perché il padre abbandonò la famiglia proprio dopo la sua nascita, ma che superò grazie alla sua passione per la musica. Proprio così: la musica ha sempre fatto parte della sua vita. Da giovanissimo infatti, all’età di undici anni, entrò a far parte di un gruppo. Dopo pochi anni di esperienza Armstrong registrò il suo primo album, nel 1923. Nello stesso anno si innamorò e sposò, Lillian Harden, la pianista della Oliver, e su suo incoraggiamento si uni’ alla Fletcher Henderson’s band di New York, per poi aggiungersi ai Dreamland Syncopators. Armstrong pubblicò il suo primo vero singolo nel 1926 con “Muskrat ramble” per poi diventare noto grazie al suo gruppo Louis Armstrong & His Stompers. Nel 1932 vennero pubblicate “Chinatown, my Chinatown”, “You can depend on me”, la famosa “All of me” e “Love, you funny thing”, grandi successi che scalarono la classifica musicale di quel tempo. Nel 1951 venne inciso il disco SATCHMO AT SYMPHONY HALL, a cui seguirono SATCH PLAYS FATS e ELLA AND LOUIS.

Nel 1947, Joe Glaser sciolse la band di Armstrong e creò un nuovo gruppetto di sei membri chiamato All Stars’. Durante questo periodo Armstrong comparve come attore e comparsa in alcuni film di successo.
Nel 1964, la famosissima, Hello, Dolly! . Il singolo riuscì a superare i Beatles sulla scala della classifica di quegli anni e nel 1965 vinse il Grammy Award alla canzone dell’anno ed Armstrong vince il Grammy Award for Best Vocal Performance, Male.

Barbra+Louis

Fu molto criticato per aver accettato il titolo di “Re degli Zulu” nella comunità afro-americana di New Orleans. Dal punto di vista spirituale, Louis fu un attivo massone, membro della Loggia Montgomery n° 18 di New York. Armstrong sosteneva economicamente Martin Luther King Jr. e altri attivisti per i diritti civili, ma era solito rimanere nell’ombra per non mischiare il lavoro con le sue idee politiche. Rare volte l’artista rese pubbliche le sue idee: l’episodio più importante fu nel 1957, dove rivolse una violenta critica al Presidente Eisenhower: in quell’occasione Armstrong lo definì “falso” e “smidollato” a causa della sua inattività; Armstrong cancellò inoltre un tour già pianificato in Unione Sovietica in protesta per il modo in cui stava trattando i neri nel sud degli Stati Uniti, e che lui non avrebbe mai potuto rappresentare all’estero un governo che si trovava in conflitto con la gente di colore.

770px-Louis_Armstrong_restoredNel dossier dell’FBI del 1957 si possono trovare informazioni interessanti sullo scoppio della bomba a Knoxville, la conferenza stampa di Armstrong, il concerto cancellato in Arkansas, insieme ad una lettera anonima che affermava che Louis ‘Satchmo’ Armstrong era un comunista. Vengono trovati una lettera firmata dal Dipartimento dello Stato che lo definisce “patriota”, dei ritagli di giornale che riguardano la sua tournée del 1960 in Europa orientale e Africa, e un un opuscolo procomunista che attaccava la politica razziale americana. Ancora, sono stati trovati: un commento del direttore del Bureau circa una lettera piena di ammirazione sul trombettista, che indicava nella vita di Louis un buon argomento contro la teoria dell’inferiorità dei neri, un documento del 1965 emesso dalla Casa Bianca che afferma come Jack Valenti avesse richiesto un controllo di identita` su Armstrong, ed infine, un messaggio del 1963 di tre cartelle inviato per telescrivente all’ufficio di Dallas riguardo al tentativo fallito di Jack Ruby di fare affari con Joseph Glaser.

Armstrong morì il 6 luglio 1971 per un infarto.
Viene ricordato per una frase celebre detta in punta di morte: “Penso di aver avuto una bella vita. Non ho pregato per ciò che non potevo avere e ho avuto all’incirca tutto ciò che desideravo perché ci ho lavorato”.

Pillole di politica: ISIS

Lo Stato Islamico (abbreviato IS, abbreviato in arabo: ‫داعش‬,Dāʿish), conosciuto anche come Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ossia Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham, ISIS,) ma anche Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) o , è un gruppo jihadista attivo in Siria e in Iraq il cui attuale leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ha unilateralmente proclamato la rinascita del califfato nei territori caduti sotto il suo controllo. La parola jihadista connota un ampio spettro di significati, dalla lotta interiore spirituale per attingere una perfetta fede fino alla guerra santa. L’ONU ed alcuni singoli Stati hanno esplicitamente fatto riferimento allo Stato Islamico come a un’organizzazione terroristica, così come i mezzi d’informazione in tutto il mondo.

Lo Stato Islamico è un’organizzazione islamica estremista che segue la linea oltranzista di al-Qāʿida e considera il jihad globale un dovere di ogni musulmano.Come al-Qāʿida e molti altri gruppi jihadisti odierni, lo Stato Islamico è un prodotto dell’ideologia dei Fratelli Musulmani, la prima organizzazione islamista al mondo,[131]che tuttavia non afferma l’obbligatorietà del jihād, avendo da tempo optato per una strategia legale per salire al potere. Segue un’interpretazione radicale e anti-occidentale dell’Islam, promuove la violenza religiosa e considera coloro che non concordano con la sua interpretazione del Corano infedeli e apostati; si rifà all’Islam delle origini e rifiuta le “innovazioni” più recenti considerandole responsabili della corruzione del suo spirito originario. Condanna i califfati più recenti e l’Impero ottomano per aver deviato da quello che chiama “islam puro”, per restaurare il quale ha stabilito un suo califfato. Allo stesso tempo lo Stato Islamico mira a fondare uno stato fondamentalista salafita, e quindi sunnita, in Iraq, Siria e altre parti del levante.
Altre fonti associano invece l’ideologia del gruppo non all’islamismo e allo jihadismo di al-Qāʿida, ma al wahabismo.[ Secondo lo studioso Bernard Haykel il wahabismo è “il parente più stretto dello Stato Islamico […] Per al-Qāʿida la violenza è un mezzo per arrivare ad un fine, per ISIS è un fine in sé”.
I salafiti, come gli appartenenti allo Stato Islamico, credono che solo un’autorità legittima possa intraprendere la direzione del jihād,e che la purificazione della società islamica sia prioritaria rispetto ad altre attività, come quella di combattere contro Paesi non musulmani. Ad esempio, per quanto riguarda la questione palestinese, lo Stato Islamico considera Ḥamās – un gruppo sunnita che costituisce la branca dei Fratelli Musulmani in Palestina – come apostata e senza alcuna autorità per guidare il jihād. Combattere Ḥamās potrebbe quindi essere il suo primo passo verso il confronto con Israele.

Il gruppo fa un uso efficace della propaganda: nel novembre del 2006, poco dopo la creazione dello Stato Islamico dell’Iraq, il gruppo ha fondato l’al-Furqan Institute for Media Production, il quale produce CD, DVD, poster, pamphlet e propaganda nel web. Il principale organo di stampa dello Stato Islamico è l’I’tisaam Media Foundation, fondato nel marzo del 2003, e distribuisce tramite il Global Islamic Media Front (GIMF).
Nel 2014 lo Stato Islamico ha fondato l’Al Hayat Media Center, rivolto a un target occidentale e pubblica materiale in inglese, tedesco, russo e francese. Lo Stato Islamico si avvantaggia regolarmente dei social media, in particolare di Twitter. Per distribuire il suo messaggio organizza campagne hashtag, incoraggiando tweet con hashtag popolari e utilizzando software che abilitano lo Stato Islamico a diffondere la propria propaganda sugli account dei suoi sostenitori.

Nella metà del 2014 l’intelligence irachena ha ottenuto informazioni da un membro dell’ISIS, il quale ha rivelato che le risorse del gruppo ammontano a due miliardi di dollari statunitensi.Isis è così il più ricco gruppo jihadista del mondo.
ISIS ha regolarmente praticato l’estorsione, ad esempio domandando denaro ai camionisti e minacciando di far esplodere il loro carico. Le rapine in banca e alle gioiellerie sono state altre fonti di guadagno.Viene largamente riportato che il gruppo abbia ricevuto fondi da donatori privati dagli stati del Golfo, e sia il primo ministro iraniano che quello iracheno Nuri al-Maliki hanno accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare l’ISIS,senza però fornire prove.
Si pensa inoltre che il gruppo riceva dei considerevoli finanziamenti dalle sue operazioni nella Siria orientale, dove ha sequestrato campi petroliferi e contrabbandato materiali grezzi e beni archeologici. ISIS guadagna denaro anche dalla produzione di petrolio greggio e vendendo energia elettrica nella Siria settentrionale e al governo siriano.

Ci sono molti combattenti stranieri tra le fila di ISIS. Nel giugno del 2014 la rivista inglese The Economist riporta che “ISIS potrebbe avere fino a 6000 combattenti in Iraq e 3–5000 in Siria, inclusi forse 3000 stranieri; quasi un migliaio si dice vengano dalla Cecenia e forse cinquecento o qualcosa di più da Francia, Gran Bretagna ed altre parti d’Europa”.
Alle fine di settembre del 2014 più di centoventi studiosi islamici di tutto il mondo hanno firmato una lettera aperta al leader dello Stato Islamico rifiutando esplicitamente le interpretazioni che il gruppo dà del Corano per giustificare le proprie azioni.[La lettera rimprovera lo Stato Islamico per le esecuzioni dei prigionieri, descrivendole come “atroci crimini di guerra”.

Pensierini ri-Costituenti : ARTICOLO 1

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Termina qui, ritornando alle sue fondamenta e al suo principio fondante, questa raccolta di riflessioni sugli articoli più significativi e “rivoluzionari” contenuti nei principi fondamentali e nella parte prima della nostra meravigliosa Costituzione.

“Res Publica” e Popolo, Democrazia e Costituzione, Lavoro e Sovranità.
Nel suo primo articolo la Costituzione italiana sancisce solennemente una discontinuità rispetto al passato. Si fonda qui lo Stato costituzionale, cioè quella democrazia nella quale la sovranità del popolo (intesa come volontà della maggioranza secondo i principi affermatisi durante la Rivoluzione Francese) si esprime “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Oggi, in Italia, abbiamo assistito e ancora assistiamo ad un atteggiamento politico che, non tenendo per nulla in considerazione le origini dello stato costituzionale ed il vero significato di sovranità, considera erroneamente la legittimazione popolare avvenuta tramite elezioni uno strumento che esonera la classe politica dal rispetto dei limiti imposti dalla Costituzione. Questa prassi politica ha a che fare direttamente con la Democrazia sulla quale si fonda la nostra Repubblica.

Il riferimento al lavoro invece fonda il concetto di uno Stato che affida al cittadino la responsabilità del proprio futuro e valuta la dignità di ogni individuo in base a ciò che riesce a realizzare, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Oggi il lavoro sembra aver perso le sue caratteristiche più profonde: si parla di consumatore e non di lavoratore, e la condizione di precarietà del lavoro impedisce la costruzione del proprio futuro.

Il lavoro, come si sa, è uno dei fondamenti di una società moderna. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci dovrebbe rimandare ad una società che immagina il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. La democrazia si rafforzerebbe proprio grazie a questa concezione di lavoro: l’impegno ed il merito individuale premiati in una cornice di interesse generale.

Alle giovani generazioni queste parole però rischiano di sembrare una fiaba letta in un vecchio libro. Chi entra nel mondo del lavoro oggi sembra stia scendendo in un’arena dove il rapporto con gli altri si fonda su una competizione sfrenata per la sopravvivenza. Qui lo snodo fondamentale: il lavoro appare unicamente come via per la sopravvivenza. La narrazione collettiva che apprendono le nuove generazioni che si affacciano nel mondo del lavoro ci racconta come il lavoro sia il più delle volte un favore fatto dal datore di lavoro al lavoratore. Il lavoro, in altri termini, non appare più come un diritto, bensì come un “colpo di fortuna” oppure un privilegio.

Senza lamentarci più di tanto e magari senza capirlo pienamente siamo entrati spaesati nel vortice della precarietà. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro precario. Non solo precarietà lavorativa: la precarietà costituisce il nuovo ordine sociale. Senza un lavoro degno di tal nome per i più giovani oppure in assenza di condizioni di formazione permanente per chi ne viene privato, la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio, la mobilità sociale ascendente rimane un retaggio del passato. Una società precaria torna ad essere una società immobile, basata sull’appartenenza di ceto, di classe, di casta, fondata sulla fortuna, sul caso e sul privilegio.

Le conseguenze sono profonde: senza la possibilità di soddisfare i propri bisogni attraverso il lavoro, l’intero assetto costituzionale perde il suo più importante filo conduttore.

Se i giovani italiani d’oggi dovessero riscrivere il primo articolo in conformità al mondo che gli viene consegnato probabilmente lo farebbero così: L’Italia è una Repubblica (formalmente) democratica fondata sulla benevolenza dei datori di lavoro. La sovranità appartiene al popolo solo il giorno delle elezioni.

Vorremmo concludere con le parole di un grande padre costituente. Questi pochi versi ci dovrebbero ricordare che la Costituzione venne scritta con speranze e sogni, non solo con le parole. Dimenticarlo significa, oggi più che mai, perdere la capacità di immaginare un mondo più giusto e solidale.

“Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne, dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.”
(Piero Calamandrei, 1955)

P.S.
Siamo ovviamente consapevoli che questa nostra ri-lettura sarà probabilmente parziale, rispetto a quanto la nostra Costituzione dice e vuole esprimere, così come opinabili le critiche cui abbiamo sottoposto la situazione politica e sociale odierna alla luce dei principi costituzionali; ma nondimeno crediamo che siano del tutto valide.
Siamo qui per aprire un confronto se qualcuno volesse farlo.

Pillole di Politica: LGBT nel diritto italiano

LGBT (o GLBT) è una sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.
Fino alla rivoluzione sessuale degli anni sessanta del XX secolo non c’era una terminologia generalmente riconosciuta per descrivere la non-eterosessualità, che non avesse un significato spregiativo (ad esempio sodomiti).
Il primo termine ampiamente utilizzato, omosessuale, prese inizialmente delle connotazioni negative e fu sostituito prima da “omofilo” e poi dall’americano “Gay”. Il termine LGBT è stato sempre più comune dalla metà degli anni novanta sino ad oggi, è divenuto così tradizionale che è stato adottato dalla maggior parte dei centri di comunità per lesbiche, gay, bisessuali, e transgender e dalla stampa gay nella maggior parte delle nazioni dove si parla inglese.
Ora che abbiamo chiarito di cosa stiamo parlando, facciamo un salto nella storia del diritto italiano.
Nel 1860 il Regno di Sardegna raccolse nel neonato Regno d’Italia una serie di Stati che avevano tutti (meno due) abolito, per effetto del Codice napoleonico, la punizione degli atti di libidine fra maschi, purché commessi fra adulti consenzienti e in privato.Uno dei due Stati che conservavano questo tipo di leggi era proprio il Regno di Sardegna. La previsione normativa puniva tutti gli atti sessuali che non portano alla procreazione, e quindi gli atti di libidine fra due maschi (il lesbismo non era invece contemplato) nel codice penale. Tali leggi furono estese, assieme al resto del codice penale del Regno di Sardegna, alle altre regioni d’Italia, con una sorprendente eccezione: per via di un presunto “carattere particolare delle popolazioni meridionali” questi articoli di legge non vennero estesi all’ex Regno delle due Sicilie. Questa bizzarra situazione, per cui era illegale in una parte del regno ciò che era legale nell’altra, fu sanata solo nel 1887, con la promulgazione del Codice Zanardelli, che aboliva ogni differenza di trattamento fra atti omo ed eterosessuali in tutto il territorio del Regno d’Italia.
La situazione non fu modificata dal fascismo in occasione della promulgazione il 19 ottobre 1930 del Codice Rocco, con l’espressa motivazione che non si volevano creare scandali su un argomento la cui repressione era compito della Chiesa cattolica, non dello Stato, e che dopo tutto non riguardava molto gli italiani, ma soprattutto i popoli stranieri, meno “sani” e “virili”. Ciò non impedì al fascismo di colpire i comportamenti omosessuali maschili con punizioni amministrative, come l’ammonizione e il confino.
La situazione del Codice Rocco, che resta il codice penale tuttora in vigore, non è stata modificata dai decenni successivi. I legislatori hanno continuato a rifiutare l’emanazione di leggi che toccassero il tema dell’omosessualità, sia in senso protettivo che repressivo, trattandola così come questione estranea allo Stato, e riconducibile semmai al campo della morale e della religione. Particolare di estremo interesse: a bloccare questi tentativi fu soprattutto la contrarietà della Democrazia Cristiana. Questo atteggiamento non è venuto meno neppure con il governo italiano di centrosinistra durante la XIII legislatura, 1996-2001, che non a caso ha rifiutato per cinque anni di discutere del tema delle cosiddette “unioni civili” nonché, su richiesta esplicita di alcune componenti cattoliche dell’alleanza politica al governo, di comprendere l’omosessualità nella legge contro i crimini motivati dall’odio.

Una rottura rispetto a tale tradizione avveniva solo nella successiva XIV legislatura (2001-2006), sia pure con l’emanazione (per la prima volta dal 1859) di leggi espressamente mirate a discriminare in base all’orientamento sessuale. La direttiva 2000/78/CE contro le discriminazioni sul lavoro in base all’orientamento sessuale è stata recepita dalla legislazione italiana con Decreto Legislativo n. 216 del 9 luglio 2003, che, nel testo originario, ribaltava in parte il senso della direttiva. In particolare all’articolo 3, comma 3, del Decreto legislativo nella sua versione originale recitava:
« Nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza, nell’ambito del rapporto di lavoro o dell’esercizio dell’attività di impresa, non costituiscono atti di discriminazione ai sensi dell’articolo 2 quelle differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona, qualora, per la natura dell’attività lavorativa o per il contesto in cui essa viene espletata, si tratti di caratteristiche che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività medesima. Parimenti, non costituisce atto di discriminazione la valutazione delle caratteristiche suddette ove esse assumano rilevanza ai fini dell’idoneità allo svolgimento delle funzioni che le forze armate e i servizi di polizia, penitenziari o di soccorso possono essere chiamati ad esercitare. »
Le clausole introdotte nel nostro Paese sancivano, per la prima volta, che l’orientamento sessuale potesse assumere rilevanza nel valutare se un cittadino era idoneo o meno ad entrare o permanere nelle Forze armate, in quelle di Polizia e nei Vigili del Fuoco. Il Ministero della Difesa ha quindi varato un regolamento con il quale ha dichiarato di poter lecitamente trattare, per fini istituzionali, anche i dati sensibili riguardanti la vita sessuale dei dipendenti. 

Solo nel 2008, con l’art. 8-septies del decreto-legge 8 aprile 2008, n. 59, recante disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee, convertito nella legge 6 giugno 2008, n. 101, è stata abrogata la disposizione che attribuiva rilevanza all’orientamento sessuale nel valutare l’idoneità o meno ad entrare o permanere nelle Forze armate, in quelle di Polizia e nei Vigili del Fuoco. Va ricordato come la presenza di omosessuali nell’ambito militare e, soprattutto, in quello delle Forze di polizia, sia considerato molto spesso all’estero del tutto lecito, tanto da avere un’organizzazione sindacale a livello europeo.

Ad oggi l’Italia non permette alle coppie dello stesso sesso di contrarre matrimonio e, non prevedendo alcuna forma di riconoscimento giuridico per le coppie di fatto, non le riconosce neanche in quanto conviventi. Varie associazioni e partiti politici di sinistra stanno presentando suggerimenti per colmare queste mancanze. Tra le proposte minime c’è l’istituzione del PACS (Patto Civile di Solidarietà), che attribuirebbe ad una coppia che sottoscrive il patto, eterosessuale o omosessuale, una serie di diritti economici di solidarietà e alcuni diritti civili minori (per esempio il diritto all’eredità in caso di morte del partner, il diritto alla reversibilità della pensione, il diritto al subentro nel contratto d’affitto, il diritto di estensione della cittadinanza o di concessione del permesso di soggiorno in caso un membro della coppia sia straniero, agevolazioni fiscali varie, ma non è previsto il diritto all’adozione di figli). Attualmente le coppie dello stesso sesso, in Italia, non godono di alcun riconoscimento giuridico: per lo Stato è come se non esistessero.

Il 15 marzo 2012, con una sentenza storica la Corte di Cassazione, esprimendosi sulla richiesta di una coppia omosessuale sposata all’estero di vedere riconosciuto il matrimonio in Italia, pur negando tale riconoscimento in mancanza di leggi specifiche nello Stato italiano, dichiara:
« La coppia omosessuale è “titolare del diritto alla vita familiare” come qualsiasi altra coppia coniugata formata da marito e moglie […]. I componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se secondo la legislazione italiana non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all’estero, tuttavia […] possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata »
(Sentenza 4184/2012 della Corte di Cassazione)

CAOS DENTRO : I COSTI DELLA VERITÀ

Ospite di questa prima sera è Lino, ideatore di questa nostra rubrica e autore dell’articolo di oggi, che tratta in chiave inedita e incisiva un argomento di cui spesso si parla in modo troppo superficiale.


Quando mi è stato chiesto di scrivere il primo articolo della nuova stagione di Caos Dentro, devo ammetterlo, ne sono rimasto davvero molto felice. Come ai vecchi tempi mi sono messo subito al lavoro, cercando una tematica interessante e allo stesso tempo attuale che potesse essere all’altezza di questo omaggio che mi hanno fatto i ragazzi del GD Calusco. Ci ho pensato molto e alla fine ho deciso di parlare di immigrazione, precisamente dei costi (quelli veri)  che ci sono dietro, cercando di farlo in modo chiaro e senza cadere nelle banalità che sentiamo ogni giorno in televisione o leggiamo dai social network.

A proposito di social network, da tempo leggo sulle bacheche facebook di molti amici un post che allude ai “fantomatici” 45 euro che i “clandestini” ricevono non appena sbarcano in Italia. Innanzitutto non sono clandestini, ma profughi, rifugiati politici o richiedenti asilo. In secondo luogo, la storia di questi 45 euro che ricevono ogni giorno è una grandissima cavolata. Vediamo di fare un po’ di chiarezza. Queste persone che sbarcano in Italia non ricevono, come detto, 45 euro al giorno bensì una diaria di 2,50 euro che molto spesso mettono insieme per comprare una scheda telefonica per poter avvisare che sono ancora vivi (nonostante l’odissea del viaggio aggiungerei). Le associazioni e gli enti che gestiscono le strutture che li ospitano, invece, ricevono dallo Stato 30 euro al giorno, con cui provvedono ai loro bisogni e forniscono assistenza legale per metterli in regola a norma di legge. I 45 euro e qualsiasi altro privilegio che sentite o leggete sono solamente, quindi, delle grandissime invenzioni!

Questi profughi, inoltre, sono in fuga da zone di guerra e di morte e la maggior parte non restano neanche in Italia, ma raggiungono nel giro di poco tempo i paesi del Nord Europa per incontrare parenti o amici. In Italia ne rimangono davvero pochissimi e tutt’ora, rispetto agli altri Paesi europei, siamo tra quelli che ne ha di meno. Ci inganna la posizione geografica: l’Italia è, geograficamente, la frontiera dell’Europa e per questo ogni giorno sentiamo di così tanti sbarchi e di così tante tragedie. Ma, come detto in precedenza, in Italia di questi profughi ne rimangono davvero un numero misero.

Ora, capisco l’indignazione di chi non arriva a fine mese o di chi, in un momento di crisi economica come quello che stiamo attraversando, cerca di trovare un colpevole a tutti i costi. Ma se i colpevoli sono loro, beh,  vi sbagliate di grosso! Se vi fermate un attimo a riflettere vi renderete conto che i veri responsabili di questo maledetto periodo storico sono i politici corrotti e la “malapolitica” di questi ultimi decenni, gli evasori, la finanza spietata e moltissimi altri (potrei andare avanti all’infinito). Ma soprattutto, se cercate un colpevole, molte volte non c’è che da guardarsi allo specchio.

Lino