CAOS DENTRO: DI ITALIA, DI EUROPA E DI ANTIFASCISMO

Siamo a una settimana dalla celebrazione del 25 aprile, giornata che celebra la fine della Seconda Guerra mondiale, proclamando la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

“Libertà”, “liberazione”, termini che ricorrono spesso, a volte abusandone o impiegandoli in modo improprio. Sicuramente il significato della parola “libertà” era ben conosciuto da coloro che ne furono privati, arrestati, mandati al confino, picchiati o uccisi per aver esercitato il loro “diritto alla libertà”.

Uno di questi uomini fu Altiero Spinelli. Militante del Partito Comunista, in quanto oppositore del regime fascista fu arrestato nel 1927 e scontò dieci anni di carcere tra Lucca, Viterbo e Civitavecchia. Nel 1937 fu spedito al confino sulle Isole Pontine dove vi restò fino al 1943. Fu proprio durante quegli anni che Spinelli ripensò alle cause della prima e della seconda guerra mondiale e come queste furono frutto della “degenerazione” del principio di libertà da parte degli Stati. Si passò dalla volontà di istituirsi come stati indipendenti (la lotta contro l’invasore straniero e il superamento delle divisioni interne) alla volontà di dominio; dalla proclamazione di una maggiore eguaglianza tra tutti i cittadini al conflitto tra le diverse classi sociali, ognuna intenta a proteggere i propri interessi; dall’affermazione dello spirito critico e della libertà di espressione alla fede in nuovi dogmi e alla repressione del dissenso.

Una “degenerazione” che portò Altiero Spinelli a rintracciare la causa delle guerre e degli orrori che si stavano perpetuando, nella divisione di questi Stati, culminante nello scontro per l’affermazione della propria egemonia.

Fu a partire da queste riflessioni che, dall’Isola di Ventotene, A. Spinelli, insieme a pochi altri, già nel 1941, in condizioni di piena incertezza e con le poche informazioni che riuscirono a farsi arrivare sulla situazione politica, delinearono, veri visionari, il sogno di un’Europa libera e unita e, a testimonianza di quel progetto  ritenuto da molti utopistico, scrissero il Manifesto di Ventotene. Questo documento si apre proprio partendo da quel principio di libertà, elemento ispiratore dei “compiti” che la nuova Europa unita si deve dare dopo la fine della guerra.

Nove anni fa, appena diciottenne, andai su quell’isola, affascinata dai racconti di questi “visionari” che furono capaci di vedere oltre le singole ideologie. Si pensi infatti che coloro che diedero vita a questo Manifesto venivano da posizioni politiche differenti: Einaudi, le cui idee economiche fecero da stimolo, era un liberale; Ernesto Rossi, co-autore del manifesto, era un liberale di sinistra; A. Spinelli era comunista, con un forte sentimento rivoluzionario poi deluso dal Regime staliniano, ma che convogliò nel progetto di un’Europa libera e unita. Questi uomini furono in grado di comprendere come solo il superamento di particolarismi e di sentimenti reazionari potessero mettere al riparo l’Europa da nuovi orrori ed evitare alla storia di ripetersi.

Da quel viaggio a Ventotene riportai a casa un libricino di poco più di cinquanta pagine che in questi anni ho custodito su uno scaffale fino a che, qualche settimana fa, non so per quale strano motivo, mi è venuta voglia di rileggere, di sfogliare, di mostrare orgogliosa agli amici, perché “ho conosciuto” Spinelli, perché penso che ciò che è stato scritto oltre sessant’anni fa, offre ancora oggi una visione illuminante su ciò che dovrebbe essere l’Europa, sui principi che l’hanno fondata e che dovrebbero guidare le sue azioni.

Vorrei mandare un pensiero, a pochi giorni dalla giornata della liberazione, a quest’uomo, definito padre di un’idea di Europa politicamente integrata e che incarnò, riprendendo le parole di M. Albertini, la figura dell’eroe politico così come delineata da Max Weber:

«La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. […] Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “non importa, continuiamo!”, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica».

Penso che siamo figli dell’Italia, ma che la nostra storia appartenga all’Europa.

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