Pillole di politica: Corte Suprema di Cassazione

La Corte suprema di cassazione, nell’ordinamento giuridico italiano, è il giudice di legittimità delle sentenze emesse dalla magistratura in Italia. Essa è unica sul territorio nazionale e ciò costituisce un’ulteriore garanzia per la sua funzione nomofilattica, la quale consiste nell’assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione delle norme di diritto. In tal senso le sue sentenze costituiscono un criterio orientatore della giurisprudenza nazionale, che nell’assumere le proprie decisioni può, e in alcuni casi deve, tenere conto delle sentenze emesse della Corte.

Circa le origini della cassazione vi furono dispute tra chi ne ricercava tracce nel diritto romano o nel diritto intermedio e coloro che ne affermavano l’assoluta originalità. Da sempre si è sentita l’esigenza di giustizia nel senso più profondo del termine. Ma ciò non basta per scoprirne la derivazione. C’è qualcosa di più, sotteso dalla stessa definizione dell’articolo 65 dell’ordinamento giudiziario .
La cassazione è nata dal travaglio della rivoluzione francese. In Francia già esisteva il Conseil des parties, istituito nel 1578 come una sezione speciale del Consiglio del Re, per assicurare e conservare la legge. Ma l’Assemblea legislativa volle creare qualcosa di nuovo sulla base della filosofia espressa da Montesquieu prima e Rousseau poi.
Era ben nota la disputa circa la separazione dei poteri a seguito delle antiche lotte tra sovrano e parlamenti. Il problema della istituenda cassazione si presentò come alternativa tra potere legislativo e organo giurisdizionale. Si preferì il primo tanto era il timore di chiamare i componenti della Cassazione “giudici”. Ciò di cui si aveva bisogno era un organo che sorvegliasse il potere giudiziario e non che giudicasse.
Questa concezione ebbe una base razionale nel decreto dell’Assemblea nazionale costituente del 1º maggio 1790 col quale veniva sancito all’articolo 3 che vi sarebbero stati soltanto due gradi di giurisdizione in materia civile. Ciò escludeva che la cassazione potesse essere giudice di terzo grado. Fu così che nacque con il decreto 27 novembre 1790 il Tribunal de Cassation (la denominazione attuale, Cour de cassation, risale al 1804).

In Italia l’istituto entrò attraverso il Regno di Sardegna. Lo Statuto Albertino, infatti, nel 1848 istituì la Corte di Cassazione di Torino. Nel corso del Risorgimento furono successivamente istituite nuove corti di cassazione cosiddette “regionali”, eredi degli stati pre-unitari, fino a cinque: Torino per i territori dell’ex-Regno di Sardegna ed il Regno Lombardo-Veneto, Firenze per il Granducato e i Ducati, Roma per i territori appartenuti allo Stato Pontificio, Napoli e Palermo per l’ex-Regno delle Due Sicilie. Nel 1923 nell’ambito della politica accentratrice del Regime Fascista le cinque corti furono unificate con la denominazione ufficiale di Corte suprema di cassazione. Nel nostro ordinamento non vi è dubbio che la Corte di cassazione, per come la conosciamo, sia la derivazione italiana dell’analoga istituzione francese.

La Corte di cassazione è il vertice della giurisdizione ordinaria, essendo il tribunale di ultima istanza nel sistema giurisdizionale ordinario (penale e civile) italiano.
Attualmente ne è primo presidente Giorgio Santacroce dall’8 maggio 2013, che succede a Ernesto Lupo, nominato nel 2010.
La Corte si articola in sei sezioni civili, tra cui quelle del lavoro e tributaria, e in sette sezioni penali. Ogni Collegio giudicante è composto di cinque membri, compreso il suo Presidente.
Presso la Corte di Cassazione è costituita inoltre una Procura generale della Repubblica con a capo un procuratore generale coadiuvato da vari sostituti.
Nei casi più importanti o in quelli per i quali vi siano orientamenti contrastanti delle diverse sezioni, la Cassazione si riunisce in Sezioni Unite (SS.UU.) con la presenza di nove membri compreso il Primo Presidente o un magistrato da questi delegato a presiederle. Le decisioni assunte dalla Corte di cassazione in tale composizione sono di un’autorevolezza tale da somigliare a dei “precedenti vincolanti”, concetto altrimenti estraneo all’ordinamento italiano. Per regolamento della Suprema Corte, un giudice non può emettere una sentenza di avviso diverso da una precedente delle Sezioni Unite, senza la preventiva autorizzazione di queste.
Di regola, giudica in seguito a un’impugnazione di una sentenza della Corte d’appello. Ai sensi dell’art. 111, comma 7 della Costituzione è sempre ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge contro le sentenze dei giudici ordinari e speciali, nonché contro i provvedimenti che incidano sulla libertà personale. Tuttavia, per espressa disposizione costituzionale (art. 111, comma 8), contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso è ammesso per soli motivi inerenti alla giurisdizione.
Non giudica sul fatto ma sul diritto: è giudice di legittimità. Ciò significa che non può occuparsi di riesaminare le prove, bensì può solo verificare che sia stata applicata correttamente la legge e che il processo nei gradi precedenti si sia svolto secondo le regole (vale a dire che sia stata correttamente applicata la legge processuale, anche in relazione alla formazione e valutazione della prova, oltre che quella del merito della causa).

 

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