IL FILO DI ARIADNE

“La storia insegna, ma non ha scolari.”
(Antonio Gramsci)

Il nostro calendario è scandito da celebrazioni, ricorrenze, festività di ogni tipo e genere. Giornate che noi festeggiamo, molto spesso senza ricordare la storia che sta dietro quelle date oppure senza saperne comprenderne il vero significato. La storia è disseminata di eventi che sono stati tanto grandi e significativi da restare nella memoria collettiva e venire scelti come simboli dell’idea che ha portato alla loro realizzazione. Dopo anni, decenni, secoli ancora si celebrano ricorrenze che ormai appartengono ad un’epoca che sappiamo non essere la nostra. Ma quanto valore hanno quelle date segnate in un colore diverso sul calendario se i valori che le hanno rese degne di memoria poco a poco si dissolvono e vengono sostituiti dall’abitudine?

Al giorno d’oggi, in una società come la nostra che corre e si trasforma in continuazione, diventa sempre più difficile trovare il tempo per ricordare, nonostante, paradossalmente, venga posto un forte accento sull’importanza della memoria. Si commemorano vite, si osservano minuti di silenzio, si organizzano manifestazioni e cortei, si leggono e si ascoltano frasi e discorsi che risalgono a tempi così diversi dai nostri. Eppure tutto questo sforzo non basta. Se non siamo disposti solo ad ascoltare ma anche a riflettere le parole non faranno altro che rimbalzarci addosso. Se siamo capaci di guardare ma non di imparare le scene che vengono rievocate non potranno mai arrivare a toccarci. Prima di annuire e sostenere l’importanza della memoria, dovremmo forse fermarci un momento e riflettere su che cosa significa ricordare. Non si tratta solo di rammentare una data, un nome, una frase. Significa conoscerne il valore e soprattutto riuscire a farlo rivivere e rifiorire dentro di noi.

La storia, ma anche la vita stessa che ciascuno di noi ha condotto, ci offre in ogni momento degli spunti su cui riflettere. Non può esistere un presente consapevole senza memoria del passato. Ricordare ci permette sia di evitare di ricadere in errori commessi più e più volte perché nessuno ha mai dato loro abbastanza importanza o attenzione, sia di trovare degli esempi, delle idee da seguire. E soprattutto è dalla coscienza di chi siamo stati e di che cosa c’è dietro la nostra educazione che ci permette di formarci come individui consapevoli. Forse è giunto il momento di imparare a prestare attenzione agli insegnamenti che la storia ci ha lasciato in eredità, di interiorizzarli e farli nostri, di dare un senso a questa nostra identità le cui radici si approfondano ben più in là della durate delle nostre singole vite.

Rose & Words

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Pillole di Politica: Mandato Imperativo

Si parla di mandato imperativo quando coloro che sono eletti a far parte di un organo, in particolare del parlamento, sono direttamente responsabili nei confronti dei loro elettori e hanno il dovere di conformarsi alla loro volontà, tanto che, in caso contrario, possono essere dagli stessi revocati.
Il suo opposto è il divieto di mandato imperativo, o principio del libero mandato, che fa sì che l’eletto riceva un mandato generale dai suoi elettori, in virtù del quale non ha alcun impegno giuridicamente vincolante nei loro confronti; questi non gli possono impartire istruzioni né lo possono revocare, possono solo non rieleggerlo al termine del mandato (sempre che si ricandidi). L’eletto, dunque, non ha alcuna responsabilità politica o giuridica nei confronti degli elettori, fin quando permane nel suo ufficio di rappresentanza Solo al termine del mandato, qualora il deputato si ripresenti alle elezioni, i comportamenti politici sono sottoposti allo scrutinio degli elettori. Si viene così a creare una forma particolare di rappresentanza (detta rappresentanza politica o fiduciaria) che si discosta dal modello privatistico. Va aggiunto che negli stati odierni il divieto di mandato imperativo viene esteso anche ai rapporti tra eletto e partito che lo ha fatto eleggere (anche se, in alcuni casi, il rapporto con il gruppo politico parlamentare di appartenenza, e la disciplina di partito, sono considerati da alcuni la causa di una compressione e affievolimento della libertà di mandato).
Il mandato imperativo è associato ad alcune esperienze politiche e costituzionali totalitarie, come la Comune di Parigi e le repubbliche socialiste. In linea con le raccomandazioni elaborate dalla Commissione di Venezia del 2004, il Consiglio d’Europa lo ritiene un requisito inaccettabile per uno stato democratico. Il divieto di mandato imperativo, invece, salvo limitate eccezioni, è incorporato in quasi tutti i sistemi costituzionali di paesi a democrazia rappresentativa.

Il divieto di mandato imperativo, invece, era ispirato alla dottrina della sovranità nazionale, propugnata da Emmanuel Joseph Sieyès, che attribuisce la sovranità allanazione, costituita dai cittadini attuali (il popolo) ma anche da quelli passati e da quelli futuri; poiché un’entità del genere non può esercitare direttamente i poteri sovrani, gli stessi sono demandati a rappresentanti, i quali, proprio perché agiscono nell’interesse della nazione, non sono soggetti a mandato imperativo degli elettori, che della nazione sono solo una parte. A questa teoria si contrapponeva quella della sovranità popolare, elaborata da Jean Jacques Rousseau, secondo cui ciascun cittadino detiene una parte della sovranità: ne segue che l’esercizio della stessa non può che avvenire con forme di democrazia diretta o, se non è possibile, tramite rappresentanti eletti a suffragio universale e soggetti a mandato imperativo.
Il principio del libero mandato (ovvero del divieto di mandato imperativo) è formulato da Edmund Burke nel suo famoso Discorso agli elettori di Bristol, tenuto dopo la sua vittoria elettorale in quella contea, in cui propugnò la difesa dei principi della democrazia rappresentativa contro l’idea distorta secondo cui gli eletti dovessero agire esclusivamente a difesa degli interessi dei propri elettori.
Il divieto di mandato imperativo è oggi presente in tutte le democrazie rappresentative, con poche eccezioni riguardanti, ad esempio, la sola camera alta di certe federazioni (come il Bundesrat tedesco).
Il principio non è accolto, invece dalle costituzioni degli stati socialisti, nei quali i membri delle assemblee ai vari livelli territoriali, fino al parlamento a livello nazionale, sono soggetti a mandato imperativo e possono essere revocati dagli elettori (anche se, in pratica, ciò non avviene essendo ogni iniziativa politica controllata dal partito comunista).
Il divieto di mandato imperativo era sancito anche dallo Statuto albertino, che all’art. 41 recitava “I Deputati rappresentano la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori”, ed è stato confermato dall’art. 67 della Costituzione italiana: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
La libertà dal mandato si riflette anche nel riconoscimento operato dai regolamenti parlamentari di Camera (art. 83, 1° comma del regolamento[1]) e Senato (art. 84, 1° comma del regolamento[6]), mediante apposite disposizioni regolamentari che consentono l’autonoma iscrizione a parlare per quei parlamentari che vogliano esprimere posizioni dissenzienti rispetto al gruppo di appartenenza.
Di fatto, però, la disciplina dei gruppi parlamentari rimane un deterrente a tale libertà di espressione, visto che il comportamento “ribelle” di un eletto può essere oggetto di sanzioni disciplinari che arrivano fino all’espulsione dal partito o alla non ricandidatura alle successive elezioni.

 

CAOS DENTRO: DI ITALIA, DI EUROPA E DI ANTIFASCISMO

Siamo a una settimana dalla celebrazione del 25 aprile, giornata che celebra la fine della Seconda Guerra mondiale, proclamando la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista.

“Libertà”, “liberazione”, termini che ricorrono spesso, a volte abusandone o impiegandoli in modo improprio. Sicuramente il significato della parola “libertà” era ben conosciuto da coloro che ne furono privati, arrestati, mandati al confino, picchiati o uccisi per aver esercitato il loro “diritto alla libertà”.

Uno di questi uomini fu Altiero Spinelli. Militante del Partito Comunista, in quanto oppositore del regime fascista fu arrestato nel 1927 e scontò dieci anni di carcere tra Lucca, Viterbo e Civitavecchia. Nel 1937 fu spedito al confino sulle Isole Pontine dove vi restò fino al 1943. Fu proprio durante quegli anni che Spinelli ripensò alle cause della prima e della seconda guerra mondiale e come queste furono frutto della “degenerazione” del principio di libertà da parte degli Stati. Si passò dalla volontà di istituirsi come stati indipendenti (la lotta contro l’invasore straniero e il superamento delle divisioni interne) alla volontà di dominio; dalla proclamazione di una maggiore eguaglianza tra tutti i cittadini al conflitto tra le diverse classi sociali, ognuna intenta a proteggere i propri interessi; dall’affermazione dello spirito critico e della libertà di espressione alla fede in nuovi dogmi e alla repressione del dissenso.

Una “degenerazione” che portò Altiero Spinelli a rintracciare la causa delle guerre e degli orrori che si stavano perpetuando, nella divisione di questi Stati, culminante nello scontro per l’affermazione della propria egemonia.

Fu a partire da queste riflessioni che, dall’Isola di Ventotene, A. Spinelli, insieme a pochi altri, già nel 1941, in condizioni di piena incertezza e con le poche informazioni che riuscirono a farsi arrivare sulla situazione politica, delinearono, veri visionari, il sogno di un’Europa libera e unita e, a testimonianza di quel progetto  ritenuto da molti utopistico, scrissero il Manifesto di Ventotene. Questo documento si apre proprio partendo da quel principio di libertà, elemento ispiratore dei “compiti” che la nuova Europa unita si deve dare dopo la fine della guerra.

Nove anni fa, appena diciottenne, andai su quell’isola, affascinata dai racconti di questi “visionari” che furono capaci di vedere oltre le singole ideologie. Si pensi infatti che coloro che diedero vita a questo Manifesto venivano da posizioni politiche differenti: Einaudi, le cui idee economiche fecero da stimolo, era un liberale; Ernesto Rossi, co-autore del manifesto, era un liberale di sinistra; A. Spinelli era comunista, con un forte sentimento rivoluzionario poi deluso dal Regime staliniano, ma che convogliò nel progetto di un’Europa libera e unita. Questi uomini furono in grado di comprendere come solo il superamento di particolarismi e di sentimenti reazionari potessero mettere al riparo l’Europa da nuovi orrori ed evitare alla storia di ripetersi.

Da quel viaggio a Ventotene riportai a casa un libricino di poco più di cinquanta pagine che in questi anni ho custodito su uno scaffale fino a che, qualche settimana fa, non so per quale strano motivo, mi è venuta voglia di rileggere, di sfogliare, di mostrare orgogliosa agli amici, perché “ho conosciuto” Spinelli, perché penso che ciò che è stato scritto oltre sessant’anni fa, offre ancora oggi una visione illuminante su ciò che dovrebbe essere l’Europa, sui principi che l’hanno fondata e che dovrebbero guidare le sue azioni.

Vorrei mandare un pensiero, a pochi giorni dalla giornata della liberazione, a quest’uomo, definito padre di un’idea di Europa politicamente integrata e che incarnò, riprendendo le parole di M. Albertini, la figura dell’eroe politico così come delineata da Max Weber:

«La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile. […] Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: “non importa, continuiamo!”, solo un uomo siffatto ha la vocazione per la politica».

Penso che siamo figli dell’Italia, ma che la nostra storia appartenga all’Europa.

Pillole di politica: Corte Suprema di Cassazione

La Corte suprema di cassazione, nell’ordinamento giuridico italiano, è il giudice di legittimità delle sentenze emesse dalla magistratura in Italia. Essa è unica sul territorio nazionale e ciò costituisce un’ulteriore garanzia per la sua funzione nomofilattica, la quale consiste nell’assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione delle norme di diritto. In tal senso le sue sentenze costituiscono un criterio orientatore della giurisprudenza nazionale, che nell’assumere le proprie decisioni può, e in alcuni casi deve, tenere conto delle sentenze emesse della Corte.

Circa le origini della cassazione vi furono dispute tra chi ne ricercava tracce nel diritto romano o nel diritto intermedio e coloro che ne affermavano l’assoluta originalità. Da sempre si è sentita l’esigenza di giustizia nel senso più profondo del termine. Ma ciò non basta per scoprirne la derivazione. C’è qualcosa di più, sotteso dalla stessa definizione dell’articolo 65 dell’ordinamento giudiziario .
La cassazione è nata dal travaglio della rivoluzione francese. In Francia già esisteva il Conseil des parties, istituito nel 1578 come una sezione speciale del Consiglio del Re, per assicurare e conservare la legge. Ma l’Assemblea legislativa volle creare qualcosa di nuovo sulla base della filosofia espressa da Montesquieu prima e Rousseau poi.
Era ben nota la disputa circa la separazione dei poteri a seguito delle antiche lotte tra sovrano e parlamenti. Il problema della istituenda cassazione si presentò come alternativa tra potere legislativo e organo giurisdizionale. Si preferì il primo tanto era il timore di chiamare i componenti della Cassazione “giudici”. Ciò di cui si aveva bisogno era un organo che sorvegliasse il potere giudiziario e non che giudicasse.
Questa concezione ebbe una base razionale nel decreto dell’Assemblea nazionale costituente del 1º maggio 1790 col quale veniva sancito all’articolo 3 che vi sarebbero stati soltanto due gradi di giurisdizione in materia civile. Ciò escludeva che la cassazione potesse essere giudice di terzo grado. Fu così che nacque con il decreto 27 novembre 1790 il Tribunal de Cassation (la denominazione attuale, Cour de cassation, risale al 1804).

In Italia l’istituto entrò attraverso il Regno di Sardegna. Lo Statuto Albertino, infatti, nel 1848 istituì la Corte di Cassazione di Torino. Nel corso del Risorgimento furono successivamente istituite nuove corti di cassazione cosiddette “regionali”, eredi degli stati pre-unitari, fino a cinque: Torino per i territori dell’ex-Regno di Sardegna ed il Regno Lombardo-Veneto, Firenze per il Granducato e i Ducati, Roma per i territori appartenuti allo Stato Pontificio, Napoli e Palermo per l’ex-Regno delle Due Sicilie. Nel 1923 nell’ambito della politica accentratrice del Regime Fascista le cinque corti furono unificate con la denominazione ufficiale di Corte suprema di cassazione. Nel nostro ordinamento non vi è dubbio che la Corte di cassazione, per come la conosciamo, sia la derivazione italiana dell’analoga istituzione francese.

La Corte di cassazione è il vertice della giurisdizione ordinaria, essendo il tribunale di ultima istanza nel sistema giurisdizionale ordinario (penale e civile) italiano.
Attualmente ne è primo presidente Giorgio Santacroce dall’8 maggio 2013, che succede a Ernesto Lupo, nominato nel 2010.
La Corte si articola in sei sezioni civili, tra cui quelle del lavoro e tributaria, e in sette sezioni penali. Ogni Collegio giudicante è composto di cinque membri, compreso il suo Presidente.
Presso la Corte di Cassazione è costituita inoltre una Procura generale della Repubblica con a capo un procuratore generale coadiuvato da vari sostituti.
Nei casi più importanti o in quelli per i quali vi siano orientamenti contrastanti delle diverse sezioni, la Cassazione si riunisce in Sezioni Unite (SS.UU.) con la presenza di nove membri compreso il Primo Presidente o un magistrato da questi delegato a presiederle. Le decisioni assunte dalla Corte di cassazione in tale composizione sono di un’autorevolezza tale da somigliare a dei “precedenti vincolanti”, concetto altrimenti estraneo all’ordinamento italiano. Per regolamento della Suprema Corte, un giudice non può emettere una sentenza di avviso diverso da una precedente delle Sezioni Unite, senza la preventiva autorizzazione di queste.
Di regola, giudica in seguito a un’impugnazione di una sentenza della Corte d’appello. Ai sensi dell’art. 111, comma 7 della Costituzione è sempre ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge contro le sentenze dei giudici ordinari e speciali, nonché contro i provvedimenti che incidano sulla libertà personale. Tuttavia, per espressa disposizione costituzionale (art. 111, comma 8), contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso è ammesso per soli motivi inerenti alla giurisdizione.
Non giudica sul fatto ma sul diritto: è giudice di legittimità. Ciò significa che non può occuparsi di riesaminare le prove, bensì può solo verificare che sia stata applicata correttamente la legge e che il processo nei gradi precedenti si sia svolto secondo le regole (vale a dire che sia stata correttamente applicata la legge processuale, anche in relazione alla formazione e valutazione della prova, oltre che quella del merito della causa).

 

CAOS DENTRO: LETTERA A BODDAH

Vent’anni fa, proprio in queste ore, Kurt Cobain finiva di scrivere la lettera che fu poi ritrovata tra i fiori, accanto al cadavere. Per chi non lo sapesse, Kurt Cobain è stato un musicista, forse l’ultimo per il quale si possa spendere la definizione abusata di genio. Ha inventato suoni che prima non esistevano. E qualunque anima raminga si imbatta nella sua chitarra o nella sua voce graffiata si troverà a pensare: eccomi a casa. Aveva ventisette anni, quando scrisse la lettera. Ventisette anni, una moglie e una figlia amatissime, eppure indirizzò la missiva a Boddah, l’amico immaginario che aveva riempito la sua infanzia solitaria di figlio di divorziati. Nel messaggio di congedo gli rivelò di non riuscire più a provare nessuna emozione. E di amare troppo il genere umano, tanto da sentirsi «fottutamente triste». Succede agli spiriti esageratamente sensibili che raggiungono vibrazioni d’amore così alte da risultare insostenibili.

Di questa lettera si cita sempre la penultima frase. Là dove Cobain, riprendendo il verso di una canzone di Neil Young, sostiene che è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. In realtà a spegnersi più o meno lentamente è solo il corpo (il suo era tormentato da un’ulcera). L’anima non si spegne né brucia. Ma mi guardo bene dall’entrare in polemica con un genio. Preferisco ricordarlo con le sue ultime e sottaciute parole: peace, love, Empathy – pace, amore, Empatia – l’ultima delle quali sottolineata e in maiuscolo. Vent’anni dopo non ne ho ancora trovate di migliori.

 

(fonte, La Stampa – dal “Buongiorno” di Massimo Gramellini del 04/04/2014)

Pillole di Politica speciale Economia: Avanzo Primario

 

Con il termine avanzo primario ci si riferisce alla differenza fra spesa pubblica ed entrate al netto del costo del debito pubblico. L’avanzo primario rappresenta un importante indicatore dello stato di salute dei conti pubblici in quanto misura la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato, viene calcolato sottraendo alla spesa pubblica le entrate tributarie ed extra-tributarie e la parte di spesa pubblica finanziata con emissione di base monetaria.
Nel caso in cui il risultato della formula abbia segno positivo allora si parla di disavanzo primario in quanto le uscite eccedono di numero le entrate. Nel caso opposto si parla di avanzo primario.
Nella spesa pubblica troviamo principalmente le spese correnti che servono per far funzionare i servizi pubblici e quelle per investimenti produttivi. Tra le spese troviamo anche i trasferimenti alle amministrazioni locali, alle imprese e ai cittadini. Tra le entrate troviamo le imposte dirette (Irpef e Irap) e indirette (Iva). Tra il gettito extra tributario troviamo le entrate che derivano dalla gestione dei servizi, dei beni e da altre fonti non tributarie.

E’ importante distinguere l’avanzo pubblico da quello primario. Il surplus o avanzo pubblico rappresenta un risparmio pubblico positivo. Il deficit o disavanzo pubblico invece rappresenta l’ammontare di spesa pubblica non coperta dalle entrate e corrisponde perciò ad un risparmio pubblico negativo. A differenza del surplus però l’avanzo primario non tiene conto tra le uscite degli interessi sul debito pubblico per finanziare la spesa pubblica. Questo perché l’avanzo viene utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico e nel caso in cui avanzino risorse per rimborsare il debito stesso.
In caso contrario lo Stato sarà costretto a finanziarsi ulteriormente o a stampare nuova moneta.

 

 

CAOS DENTRO: DA CALUSCO A TORINO, PER IL PD

ada 007(La scritta che ha imbrattato la sede PD di via Masserano a Torino)

Nella notte tra il 20 ed il 21 marzo, la palazzina che ospita il circolo PD di via Masserano, nel quartiere Vadocco a Torino, è stata imbrattata con secchiate di vernice rossa e scritte. Si tratta dell’ultimo di numerosi attacchi alle sedi PD. Lo stesso 21 marzo Martin Schulz, il Presidente del Parlamento Europeo nonché candidato designato del PSE alla presidenza della Commissione europea, si trovava proprio in quel di Torino per partecipare all’incontro “Il razzismo in Europa e in Italia”.

Vista la concomitanza di due eventi così significativi, abbiamo deciso di recarci personalmente a Torino per avere qualche informazione in più. Appena arrivati in via Masserano siamo stati accolti molto gentilmente e in poco tempo siamo riusciti a parlare addirittura con il nuovo segretario regionale PD del Piemonte, Davide Gariglio, che ci ha concesso un po’ del suo prezioso tempo. Dopo aver portato la solidarietà del nostro circolo a fronte dell’attacco alla sede, a nome del nostro segretario Lino Cassese, c’è stato il tempo per qualche domanda a tu per tu riguardo alle vicende descritte.

 

ada 001(Altra visuale della sede imbrattata)

Cosa pensi degli autori dell’attacco alla vostra sede PD?  

Sono persone che si nascondono, girano di notte incappucciati, vengono qui di nascosto, buttano un po’ di vernice e fanno scritte. Quindi è gente che non ha il coraggio delle proprie idee, gente che si nasconde, gente vigliacca e arrogante che non rispetta l’opinione degli altri.

C’è un’inchiesta in corso per tali avvenimenti?
Assolutamente sì.

E si è già scoperto per caso chi sia stato?
Confidiamo che presto si arrivi ad identificarli. Per quanto riguarda l’attacco alla sede del PD piemontese qui in via Masserano, dove parliamo, noi avevamo le telecamere che hanno ripreso le persone.

Cosa diresti a queste persone, se potessi incontrarli?
Giudico assolutamente inaccettabile il loro modo di pensare: ciascuno ha diritto di avere le proprie idee e criticare anche pesantemente coloro che la pensano in modo diverso. Però in democrazia si rispettano le opinioni altrui. Noi siamo il primo partito del Piemonte, il primo partito italiano, prendiamo i voti in modo legittimo. Abbiamo le nostre posizioni che sono discusse nei Congressi, votate e poi portate nelle istituzioni: siamo dentro ad un sistema democratico. Quindi può piacere o no la posizione che il PD assume sui vari temi, ma è una posizione che il PD assume alla luce del sole. Il partito prende i voti su queste posizioni, quindi è inaccettabile e fuori da ogni logica di stato e di diritto che qualcuno si permetta di attaccare questo sistema, di insultare gli altri.

Secondo te perché c’è così tanto odio nei confronti del partito e della politica in generale? Perché adesso la gente si esprime in modo così irruento nei confronti dei partiti, che sono visti sempre come entità ostili alla cittadinanza?
Questo aspetto c’è sempre stato nella storia della politica italiana dal Dopoguerra, è un qualcosa di ciclico e ricorrente. In questo momento è particolarmente forte l’atteggiamento di acrimonia verso i partiti, credo, per questa crisi economica che tocca la vita della persone, per il fatto che le persone vedono la loro qualità di vita peggiorare. Poi emergono sempre di più gli scandali della politica a tutti i livelli, quindi la gente è ovviamente indignata, e la politica da un lato non dà risposte alla vita dei cittadini, dall’altro la situazione dei cittadini peggiora, dall’altro lato i politici spesso danno dimostrazione di comportamenti inadeguati: penso agli scandali che sono scoppiati in regione. Da ultimo la politica è percepita come un qualcosa di inutile, che è una cosa ancor peggiore del fatto che qualcuno rubi. Il fatto di essere percepita come un gruppo di persone che discute senza costrutto, senza decidere, fa sì che la politica perda la dignità. Io al centro del programma della mia elezione a segretario regionale ho cercato di mettere al centro proprio questo concetto: il PD dev’essere un partito, non una bocciofila; cioè dev’essere una comunità di donne e di uomini che affronta i problemi che sono sul tavolo, quelli della nostra regione, che li studia, che propone delle soluzioni, che prende i voti su queste soluzioni e poi una volta all’interno delle istituzioni va e realizza questi programmi.

 

martin schulz 2       (Martin Schulz di fronte alle sede PD di via Masserano)

E secondo te che cosa si può fare per migliorare la situazione, affinché la gente si fidi di più della politica?
Fare le cose. Realizzare le cose che diciamo. Tornare a fare il partito, cioè avere delle proposte politiche, delle soluzioni ai problemi della comunità; poi prendere i voti sulla base di quelle proposte, mandare le persone nelle istituzioni e una volta dentro le istituzioni, realizzare le cose che si è detto. Quindi la politica del fare, non solo dell’annunciare. Ed è quello che spero riusciremo a fare con Sergio Chiamparino.

A proposito, parlando di elezioni, a maggio ci sono le elezioni europee, un avvenimento che è cruciale. Perché in Italia non è sentita importante l’Unione Europea?
Perché siamo provinciali. Perché abbiamo sempre considerato il Parlamento Europeo come un cimitero degli elefanti: è stato un grosso errore. Adesso, forse per la prima volta, in questa tornata elettorale abbiamo la consapevolezza di come in Europa si prendono delle scelte che toccano direttamente la vita dei cittadini e di come è necessario mandare della gente lì che vada a lottare per gli interessi della propria comunità. E quindi credo che questo sia un grande salto in avanti. D’altro canto abbiamo anche sbagliato a non occuparci di formare potenziali burocrati da mandare in Europa. Le nostre università hanno sfornato migliaia di maestri, di insegnanti, di professori, di avvocati, di architetti, e non ci siamo procurati di formare della gente in grado di sapere le lingue, di partecipare ai concorsi europei, che sono molto selettivi, vincerli, e di creare l’ossatura della burocrazia europea. E’ stato un grosso errore: provincialismo. Eravamo abituati a vivere bene, ad essere il Paese del Bengodi e a dire “chi ce lo fa fare di andare a Bruxelles”, dove, detto tra noi, si vive peggio ed è più triste della città italiane, con tutto il rispetto per Bruxelles.

Come siete riusciti ad avere Martin Schulz a Torino?
E’ un’iniziativa dei responsabili delle politiche europee del partito provinciale e anche dei giovani che lavorano nella delegazione italiana del Partito Socialista. L’hanno chiamato nell’ambito del suo passaggio in Italia ed è venuto. E’ simpatico!

E come l’ha trovato? L’ha visto molto motivato?
Beh sì, è gasato! E’ deciso.

martin schulz1(Martin Schulz insieme al segretario regionale Davide Gariglio)