IL FILO DI ARIADNE

“Di tutte le religioni dell’uomo, la guerra è la più tenace; ma anch’essa può dissolversi.”
(Elias Canetti, “La provincia dell’uomo”)

La storia dell’uomo si è costruita per gran parte su conflitti che hanno visto scontrarsi popoli differente e spesso anche persone della stessa nazione. Ogni conflitto, al di là delle diverse motivazioni di facciata che di volta in volta sono state usate per coprire i veri interessi nascosti sotto la superficie, ha portato sempre ed inevitabilmente allo stesso risultato: devastazione e massacri. Nel corso dei secoli l’idea della guerra si è evoluta insieme all’uomo e alle sue conoscenze, ampliandosi e trasformandosi, assumendo a volte forme quasi irriconoscibili. Eppure, per quanto sia cambiato il modo di combattere,  gli interessi profondi che ancora oggi portano agli scontri armati sono rimasti immutati. Se si scava abbastanza a fondo, dietro ogni tensione che rischia di sconvolgere i delicati equilibri internazionali si trovano sempre interessi economici e politici.

La situazione che si è delineata in Crimea nell’ultimo periodo non può non riportare alla mente le vicende che hanno preceduto lo scoppio dei due conflitti mondiali. L’attentato di Sarajevo del 1914 non è stato altro che l’esplosione delle tensioni che si erano create tra l’Austria, che aveva annesso la Bosnia-Erzegovina, e i nazionalisti bosniaci, incoraggiati dalla Serbia. Anche la seconda guerra mondiale ebbe inizio con un’annessione, quella dell’Austria da parte del Terzo Reich. In entrambi i casi l’Europa rimase a guardare, troppo distratta da altri problemi che considerava di peso ben maggiore.

I due conflitti mondiali sono gli episodi più eclatanti, quelli che sono più vivi nella memoria collettiva, ma non sono certo stati i primi né gli ultimi. Altri li hanno preceduti e seguiti. Non si può infatti ignorare che, anche nella nostra società, gli interessi che da sempre sottendono ogni scontro armato sono ancora dominanti. Le condizioni sono certamente diverse rispetto quello che hanno permesso lo scoppio delle guerre passate. Viviamo in un mondo che sta iniziando ad appellarsi per prima cosa alla diplomazia piuttosto che alle armi per risolvere tensioni e crisi interne e internazionali. Anche le motivazioni dei conflitti sono cambiate, divenendo sempre più prettamente economiche piuttosto che politiche come accadeva in passato. Eppure, nonostante il progresso e lo scorrere della storia, alcuni avvenimenti, di cui la Crimea è solo l’esempio più recente, ci dimostrano come le spaventose dinamiche che hanno condotto ad anni e anni di distruzione e a milioni di morti siano ancora presenti e radicate nella nostra società.

La guerra è una “religione tenace”, scrive Elias Canetti. Una definizione molto appropriata e soprattutto molto densa di significati. L’uomo ha sempre seguito i dettami della guerra come quelli di un culto, con devozione e perseveranza, fingendo di essere cieco di fronte ai risultati. Nel corso della storia siamo stati posti di volta in volta di fronte alla distruzione che essa porta inevitabilmente con sé, eppure ad ogni conflitto e ad ogni genocidio ne sono sempre seguiti altri, e troppo poco spesso si sono provate davvero a cercare delle soluzioni alternative. Le cicatrici che ogni massacro si è lasciato alle spalle, però, hanno contribuito a far nascere una coscienza e un rifiuto verso la guerra che sta lentamente, ma inesorabilmente, affiancando la popolarità di cui il suo “culto” gode. Ai nostri giorni, grazie ai media e alle comunicazioni, stiamo diventando sempre più coscienti delle conseguenze che ogni conflitto provoca e proprio questa coscienza ci permette di sperare che un giorno la “religione della guerra” possa davvero dissolversi, lasciando spazio ad un mondo non più martoriato dalla sua violenza indiscriminata.

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