Pillole di Politica: Evasione, Elusione e Frode Fiscale

Con il termine “evasione fiscale” ci si riferisce a tutti quei comportamenti attraverso i quali i cittadini violano le norme di legge al fine di non pagare o pagare meno tasse. L’esempio più tipico di evasione è la somministrazione di bevande e alimenti senza l’emissione dello scontrino fiscale.
Nel nostro paese l’ammontare dell’evasione fiscale, secondo alcune stime, è pari a 300 miliardi di euro all’anno, parte di questa cifra sarebbe riconducibile all’evasione di imposte dirette e parte al lavoro nero e all’economia sommersa.
Sebbene l’evasione non possa essere configurata come furto sotto il profilo giuridico, poiché riguarda somme di denaro che, in assenza dell’evasore, non esisterebbero, gli effetti sociali di questa pratica diffusa sono ben noti in quanto, evadendo le tasse, si sottrae potenziale gettito allo Stato, necessario per fornire servizi ai suoi cittadini.

Esiste poi anche un comportamento volto ad evitare il pagamento di tributi e tasse senza violare la Legge. Si può parlare di elusione fiscale quando, pur nel rispetto di una “legittimità formale”, si sfruttano le carenze dell’ordinamento giuridico volte ad evitare il pagamento di tributi senza violare la Legge e subire di conseguenza sanzioni da parte delle autorità. La caratteristica principale dell’elusione è quella di esprimersi attraverso più atti tra di loro collegati. Tali atti devono riguardare una o più delle seguenti operazioni:
trasformazioni, fusioni, scissioni, liquidazioni volontarie e distribuzioni ai soci di somme prelevate da voci del patrimonio netto diverse da quelle formate con utili;
conferimenti in società, nonché negozi aventi ad oggetto il trasferimento o il godimento di aziende;
cessioni di crediti;
cessioni di eccedenze d’imposta;
operazioni, da chiunque effettuate, incluse le valutazioni, aventi ad oggetto i beni ed i rapporti di cessione a titolo oneroso di azioni e di ogni altra partecipazione al capitale o al patrimonio di società.

Ancora diverso è il reato di frode fiscale. In questo caso infatti ci si trova di fronte ad un illecito vero e proprio, una reale violazione della normativa tributaria.
La caratteristica principale della frode fiscale è rappresentata dal comportamento fraudolento che ha come fine quello di ingannare la Pubblica Amministrazione. Per quanto concerne invece l’elemento soggettivo va identificato l’intento doloso ovvero lo scopo di evadere il fisco. Un esempio di Frode Fiscale è la dichiarazione fraudolenta: attraverso fatture o altri documenti per operazioni inesistenti si evadono le imposte sui redditi o l’imposta sul valore aggiunto.

Insomma ci troviamo di fronte a tre tipi di illecito diverso che danneggiano tutti lo Stato; quindi non evadiamo, non eludiamo e soprattutto non frodiamo lo Stato, perché lo Stato siamo noi!

 

Annunci

IL FILO DI ARIADNE

“Di tutte le religioni dell’uomo, la guerra è la più tenace; ma anch’essa può dissolversi.”
(Elias Canetti, “La provincia dell’uomo”)

La storia dell’uomo si è costruita per gran parte su conflitti che hanno visto scontrarsi popoli differente e spesso anche persone della stessa nazione. Ogni conflitto, al di là delle diverse motivazioni di facciata che di volta in volta sono state usate per coprire i veri interessi nascosti sotto la superficie, ha portato sempre ed inevitabilmente allo stesso risultato: devastazione e massacri. Nel corso dei secoli l’idea della guerra si è evoluta insieme all’uomo e alle sue conoscenze, ampliandosi e trasformandosi, assumendo a volte forme quasi irriconoscibili. Eppure, per quanto sia cambiato il modo di combattere,  gli interessi profondi che ancora oggi portano agli scontri armati sono rimasti immutati. Se si scava abbastanza a fondo, dietro ogni tensione che rischia di sconvolgere i delicati equilibri internazionali si trovano sempre interessi economici e politici.

La situazione che si è delineata in Crimea nell’ultimo periodo non può non riportare alla mente le vicende che hanno preceduto lo scoppio dei due conflitti mondiali. L’attentato di Sarajevo del 1914 non è stato altro che l’esplosione delle tensioni che si erano create tra l’Austria, che aveva annesso la Bosnia-Erzegovina, e i nazionalisti bosniaci, incoraggiati dalla Serbia. Anche la seconda guerra mondiale ebbe inizio con un’annessione, quella dell’Austria da parte del Terzo Reich. In entrambi i casi l’Europa rimase a guardare, troppo distratta da altri problemi che considerava di peso ben maggiore.

I due conflitti mondiali sono gli episodi più eclatanti, quelli che sono più vivi nella memoria collettiva, ma non sono certo stati i primi né gli ultimi. Altri li hanno preceduti e seguiti. Non si può infatti ignorare che, anche nella nostra società, gli interessi che da sempre sottendono ogni scontro armato sono ancora dominanti. Le condizioni sono certamente diverse rispetto quello che hanno permesso lo scoppio delle guerre passate. Viviamo in un mondo che sta iniziando ad appellarsi per prima cosa alla diplomazia piuttosto che alle armi per risolvere tensioni e crisi interne e internazionali. Anche le motivazioni dei conflitti sono cambiate, divenendo sempre più prettamente economiche piuttosto che politiche come accadeva in passato. Eppure, nonostante il progresso e lo scorrere della storia, alcuni avvenimenti, di cui la Crimea è solo l’esempio più recente, ci dimostrano come le spaventose dinamiche che hanno condotto ad anni e anni di distruzione e a milioni di morti siano ancora presenti e radicate nella nostra società.

La guerra è una “religione tenace”, scrive Elias Canetti. Una definizione molto appropriata e soprattutto molto densa di significati. L’uomo ha sempre seguito i dettami della guerra come quelli di un culto, con devozione e perseveranza, fingendo di essere cieco di fronte ai risultati. Nel corso della storia siamo stati posti di volta in volta di fronte alla distruzione che essa porta inevitabilmente con sé, eppure ad ogni conflitto e ad ogni genocidio ne sono sempre seguiti altri, e troppo poco spesso si sono provate davvero a cercare delle soluzioni alternative. Le cicatrici che ogni massacro si è lasciato alle spalle, però, hanno contribuito a far nascere una coscienza e un rifiuto verso la guerra che sta lentamente, ma inesorabilmente, affiancando la popolarità di cui il suo “culto” gode. Ai nostri giorni, grazie ai media e alle comunicazioni, stiamo diventando sempre più coscienti delle conseguenze che ogni conflitto provoca e proprio questa coscienza ci permette di sperare che un giorno la “religione della guerra” possa davvero dissolversi, lasciando spazio ad un mondo non più martoriato dalla sua violenza indiscriminata.

CAOS DENTRO: LE ROSE DI MODIGLIANI

Cos’era davvero l’Europa degli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale? E’ la domanda che viene sempre in mente quando ci si avvicina a quell’epoca, che non era solo belle epoque e lustrini, ma anche tensioni sociali e tra potenze, ed un’enorme crogiuolo di creazione artistica. Era ancora uno spazio intellettuale molto più unitario di adesso, con le classi colte, seppur ristrette e circondate dalle masse di lavoratori e diseredati che chiedevano una vita più dignitosa, che non erano affette dal morbo del nazionalismo esasperato. C’era un linguaggio comune soprattutto nell’arte, i movimenti artistici erano internazionali, la lingua franca in Europa era ancora più il francese che l’inglese. E’ in questo clima che si può capire meglio una vicenda che forse non sapremo mai davvero se è stata un amore oppure no: l’incontro tra Amedeo Modigliani ed Anna Achmatova,  a Parigi tra il 1910 ed il 1911. Amedeo Modigliani è tra i due il più famoso da noi, non fosse altro perché è italiano. Nello spirito dell’epoca, però, era andato alla ricerca della fama come pittore in quella che era ai tempi la capitale dell’arte: Parigi. Nato a Livorno nel 1884, da una famiglia appartenente alla borghesia ebrea illuminata, cresce in un ambiente interessato alla letteratura ed alla filosofia. Gli affari economici, però, non vanno bene, poiché l’azienda del padre fallisce.  Adolescente, subisce alcune difficili malattie: a 14 anni il tifo, a 16 la tubercolosi, ma riesce a guarire da entrambe. Studia arte e comincia a seguire la sua passione per i ritratti ed il nudo. Incontra l’impressionismo francese ed il simbolismo alle biennali di Venezia del 1903 e 1905.  Nel 1906 decide di trasferirsi a Parigi, e si stabilisce in un piccolo atelier di Montmartre. In seguito la sua vita da tardo bohémien verrà descritta come emblematica di quei luoghi e quel modo di vivere nel romanzo di André Salmon “Montmartre-Montparnasse. La vita di Amedeo Modigliani”. Tale romanzo fu giudicato in modo sferzante dalla Achmatova, nel suo scritto di cui parleremo.Anna Achmatova, nasce vicino ad Odessa nel 1889, da una famiglia della piccola nobiltà. Aveva solo cinque anni quando la sua famiglia si trasferì a Càrskoe Selò, vicina a San Pietroburgo, dov’era anche la residenza estiva degli Zar.  Segue il suo talento per la poesia, che ne farà forse la più importante poetessa russa del novecento, senza un grande entusiasmo da parte del padre, che le chiederà di non usare il vero cognome Gorenko. Anna rispolvera alcuni antenati tartari, e sceglie il nome di uno di essi: Achmat Kahn. Giovanissima scrive già versi, è una dei fondatori dell’acmeismo, il cui teorico ed animatore principale fu il suo futuro marito, poeta anch’egli, Nikolaj Gumilëv.  L’acmeismo è un movimento poetico che si oppone al simbolismo allora dominante. Gumilëv nel primo decennio del novecento afferma che “c’è bisogno di una riconquistata armonia tra uomo e natura, un’accettazione del mondo e della vita terrena. Il fine della nuova scuola poetica è la bellezza, una bellezza letterale ed oggettiva, una bellezza fatta dalla sostanza e dai contorni delle cose, non da un alone simbolico: cantare la rosa perché è bella in sé, non per la sua misteriosa analogia con l’amore mistico” (citazione da Renato Poggioli, Il fiore del verso russo, Mondadori, ed. Oscar Poesia 1991, pag.96-97).

Anna e Nikolaj si sposano nel 1910, i genitori di lei non partecipano alle nozze, chiaramente contrari ad un matrimonio che non accettavano. I due si concedono un viaggio nell’Europa occidentale, ed in particolare a Parigi, città d’elezione per Anna che conosce il francese ed ama molto Baudelaire, Verlaine, Laforgue, Mallarmé.

 

modi
La fonte principale sull’incontro tra la Achmatova e Modigliani è uno scritto della poetessa russa, pubblicato nel 1958, e tradotto in italiano (vedi: Anna Achmatova,Le rose di Modigliani, a cura di Eridano Bazzarelli, Il Saggiatore, 1982).

La Achmatova descrive una relazione tra due anime artistiche, che nasce nel 1910, durante il viaggio di nozze della poetessa, e conosce la sua massima intensità nel 1911, quando Anna torna da sola nei mesi estivi a Parigi. Modigliani a quel tempo non era ancora famoso, e stava cercando una sua personale forma espressiva, che non era ancora maturata. Anna nel suo scritto ce lo descrive alle prese con la scultura, che per la critica fu il faticoso momento di passaggio verso un proprio stile personale ( cfr. Doris Krystof, Modigliani, ed. orig.Taschen 2006, pag.24 e seg.).

Tutto nello scritto di Achmatova è discreto, ma si legge a distanza di tanti anni un momento magico di passione, come quando descrive i disegni per i quali ella posa da modella per Amedeo, nella casa affittata da Anna a Parigi.  Furono sedici, e lui volle che lei li portasse con sé in Russia, come ella fece. Furono poi distrutti nella sua casa di Carskoé Selò, tutti tranne uno. E sempre nel suo scritto Anna descrive questa Parigi artistica, come un lontano sogno di giovinezza, ribollente di vita. Descrive anche il marito Nikolaj Gumilëv, che anni dopo, al nome di Modigliani reagì chiamandolo “mostro ubriaco”, dicendo che a Parigi c’era stato uno scontro tra loro, perché Nikolaj in una compagnia comune parlava russo, e Modigliani protestò. Nelle poesie dell’Achmatova della raccolta “Sera”, pubblicata nel 1912, vi è chi vede qualche traccia della relazione con Modigliani, anche se è da notare che incontri amorosi, difficili addii, in generale relazioni d’amore occupano un largo spazio nella prima poesia dell’Achmatova. Come questa:

 

In una notte bianca

 

Strinsi le mani sotto la scura veletta…

” Perché sei pallida quest’oggi? ”

– Perché di acerba tristezza

l’ho ubriacato sino a stordirlo.

Come dimenticare? Eglì usci barcollando,

con le labbra contratte dalla pena.

Io corsi giù senza sfiorare la ringhiera,

corsi dietro a lui sino al portone.

Ansimando gridai : “Tutto è stato

uno scherzo. Se te ne andrai morirò.”

Sorrise con aria tranquilla e sinistra

e mi disse : “Non restare al vento.”

 

Dal 1911 in poi Modigliani completò il suo breve ma intenso percorso artistico, arrivando alla definizione di uno stile unico ed inconfondibile, reso celebre dai suoi famosi quadri di nudo. La prima guerra mondiale distrusse l’ambiente artistico di Parigi, molti artisti morirono nelle trincee. Modigliani venne esonerato dal servizio militare per motivi di salute.  Nel 1914 conobbe la letterata inglese Beatrice Hastings, con la quale ebbe una tempestosa relazione fino al 1916, e che in quel periodo sarà la modella preferita nei suoi quadri.  Nel 1917, a 33 anni, conosce la diciannovenne Jeanne Hébuterne, studente d’arte, che nel 1918 le dà una figlia, che Amedeo riconosce. Nel 1919, fiaccato nel fisico per gli eccessi di alcol e hascisc, Amedeo ha un nuovo attacco di tubercolosi, che gli sarà fatale. Muore il 24 gennaio del 1920, a Parigi. Jeanne Hébuterne, di nuovo incinta, si suicida il giorno successivo. Nikolaj Gumilëv, dal quale Anna Achmatova si era separata nel 1918, muore nel pieno della guerra civile tra bolscevichi e bianchi nel 1921: accusato di attività controrivoluzionaria viene fucilato. Anna Achmatova vivrà invece ancora a lungo, fino al 5 marzo 1966. Attraverserà il novecento sovietico grande e terribile, e la sua poesia che poteva sembrare intimista si nutrirà di temi civili.  Celebre la sua raccolta “Requiem”, una sorta di diario poetico sull’arresto del figlio Lev, avuto da  Nikolaj Gumilëv. Nel 1938, anno culminante del terrore staliniano, Anna aspetta con molte altre madri la condanna a morte ovvero la deportazione del figlio, davanti al carcere di Leningrado (ora S.Pietroburgo). Le poesie di Requiem racconteranno tale strazio. Intorno a lei ha ruotato un intero mondo di letterati oppressi dal regime: Mandel’stam, Pasternak, Cvetaeva, come intorno a Modigliani ruotava, con ben altra allegria, la Montmartre degli artisti di inizio secolo. Quella strana “amicizia amorosa” con Amedeo Modigliani la spinge a scrivere la sua testimonianza molti anni dopo: un chiaro segno che nella sua vita,  pur così piena di amori e di alti e bassi personali, letterari e civili, quell’incontro tra due giovani artisti molto dotati ed ancora acerbi aveva lasciato qualcosa, come scrive: “Probabilmente io e lui non si capiva una cosa fondamentale: tutto quello che avveniva, era per noi la preistoria della nostra vita: la sua molto breve, la mia molto lunga. Il respiro dell’arte non aveva ancora bruciato, trasformato queste due esistenze: e quella doveva essere l’ora lieve e luminosa che precede l’aurora.” (A. Achmatova, Le rose di Modigliani, cit., pag.19).

Pillole di Politica: Differenza tra Governo e Parlamento

In Italia il Parlamento ed il Governo sono gli Organi Costituzionali che detengono rispettivamente il potere legislativo e il potere esecutivo.

Il Parlamento è il responsabile della funzione legislativa ed è formato da due Camere: Camera dei deputati e Senato della Repubblica, la prima coordinata dal Presidente della Camera, la seconda dal Presidente del Senato.

Il Governo, invece, è responsabile della funzione esecutiva ed è composto dal Consiglio dei ministri, preseduto dal Presidente del Consiglio. In Italia il Governo è l’Organo Costituzionale avente la funzione esecutiva, cioè deve garantire che le leggi vengano applicate correttamente. All’interno del Governo, la figura centrale è quella del Presidente del Consiglio, il quale dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile, inoltre mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri (art 95 Cost.). Oltre alla funzione esecutiva, il Governo può esercitare in due casi eccezionali la funzione legislativa, che normalmente è la funzione del Parlamento. Il primo caso è quello dei decreti legislativi, per cui le due Camere delegano il Governo di fare una legge per questioni di tempo, in quanto sarebbe troppo lungo aspettare l’iter di approvazione alle due camere del Parlamento. Nel secondo caso, il Governo emana dei decreti legge in caso di necessità e urgenza, sostituendosi automaticamente al Parlamento nella funzione legislativa. Questi decreti legge hanno tuttavia un carattere provvisorio, in quanto dovranno essere approvati dalle due Camere del Parlamento entro un periodo di tempo determinato affinché diventino legge effettiva.

Il Governo italiano è formato dal Presidente del Consiglio e dai ministri, i quali formano il Consiglio dei Ministri. Il Presidente del Consiglio e i ministri (da lui suggeriti) vengono nominati dal Presidente della Repubblica, il quale, durante la formazione di un nuovo Governo, chiede alle due Camere del Parlamento di esprimere la fiducia sul Presidente del Consiglio affinché possa avere inizio il suo incarico.

Il Parlamento è l’organo costituzionale avente la funzione legislativa, cioè di fare le leggi. Le funzioni principali del Parlamento sono: funzione legislativa, di revisione costituzionale, di indirizzo, di controllo e di informazione, inoltre può svolgere anche  la funzione giurisdizionale e la funzione amministrativa. Il Parlamento si riunisce presso gli uffici della Camera dei Deputati a Palazzo Montecitorio ed è presieduto dal presidente della Camera. La durata di una legislatura è di  5 anni al massimo, dopo la quale vengono fissate le elezioni politiche.

Perciò è sbagliato dire “Il governo non è stato eletto”, come nel caso di Renzi; infatti il governo non viene mai eletto, bensì nominato dal presidente delle Repubblica. Solo il Parlamento viene eletto. I due organi hanno funzioni diverse e quindi non sono la stessa cosa!

CAOS DENTRO: MAGIA D’AMORE

È il 1924 e, tra le vallate desolate del Tibet, si aggira una donna dalla carnagione chiara e lo sguardo penetrante. Gli abiti che indossa sono sporchi, trasandati, e chiunque la incontra sul suo cammino la scambia per una semplice pellegrina alla ricerca del suo tempio. In realtà, pochi o forse nessuno sa che quella viandante dai capelli scuri diventerà una famosissima esploratrice europea dei primi del ‘900, che sopraggiunge dalla Cina, che è appassionata conoscitrice dell’Asia e del pensiero orientale e che è diretta a Lhasa, cittadina proibita agli stranieri. L’attitudine al viaggio e la voglia di fuga caratterizzano la donna fin da piccola, quando fuggì durante una vacanza estiva dai suoi genitori e, dopo aver raggiunto l’Olanda, si imbarcò per l’Inghilterra, dove rimase sin quando non ebbe esaurito le risorse monetarie. Da allora, la giovane ribelle non smise più di viaggiare e l’Italia, la Spagna e, ancora, l’Inghilterra divennero sue mete predilette. Il nome di questa viandante dall’aria misteriosa e dalla vita movimentata è Alexandra David-Néel, figlia di una famiglia benestante, ma contrastata, parigina. Discendente di Jacques-Louis David, pittore prediletto da Napoleone, Alexandra mostra i primi segni di un caratteristico anticonformismo sin dalla tenera età, interessandosi a problematiche sociali, femminismo e tematiche esistenziali. Il suo sguardo acuto e il carattere acceso, tribolato, sono ben noti a quanti la conoscono da tempo e a quanti la incontrano, anche per caso, durante la loro vita. Fin da piccola, Alexandra sembra essere alla ricerca di qualcosa, una verità, un’idea, un rifugio forse ai suoi stessi pensieri. Figlia di madre borghese, cattolica e rigidissima nell’educazione, con velleità e abitudini salottiere, e di un idealista repubblicano iscritto a una loggia massonica, Alexandra probabilmente subisce il conflitto tra due realtà profondamente diverse tra loro e vi cerca una mediazione. O semplicemente una prospettiva di vita diversa. Ben presto, grazie ai suoi viaggi e alle conoscenze frutto di incontri fortuiti (per esempio con la direttrice della “Società della Gnosi suprema”, Elizabeth Morgan e, poi, con Madame Blavatsky), la scrittrice-esploratrice entra quasi immediatamente nel circuito di esoteristi e occultisti dell’epoca. Nel 1892 si iscrive alla Società Teosofica, poi a quella Pitagorica, e inizia a studiare le discipline iniziatiche ed esoteriche che la portano lontano, col cuore e con la mente. Il passo per abbandonare il suo comodo cantuccio in Europa e trasferirsi in Oriente – alle cui discipline ha iniziato a interessarsi già da un po’ – è breve e, così, Alexandra si trasferisce in India. Con sé porta il pesante bagaglio di conoscenze e studi sul Buddismo, l’Induismo e le tradizioni misteriche d’Oriente. L’esperienza a contatto diretto col mondo orientale la folgora, la incanta e la segna profondamente nell’animo. È a malincuore, infatti, che si vede costretta a tornare in patria, a causa di problemi economici ingenti. Musicista e cantante talentuosa, però, non si perde d’animo e si dà alla carriera artistica che la conduce a Tunisi, dove diventa direttrice del teatro della città. Qui conosce il suo futuro marito, Philip Néel, che l’accompagna nella sua febbrile attività di scrittrice d’ispirazione femminista, articolista e saggista intenta a sviscerare le problematiche sociali del suo tempo. In queste inclinazioni Alexandra eredita le inconfondibili doti letterarie del padre che ella amava moltissimo, Louis-Pierre David: insegnante dagli alti ideali, che aveva partecipato alla rivoluzione del ’48 e, in seguito, aveva abbandonato la sua professione per dedicarsi a un giornalismo politico che gli fece conoscere Victor Hugo. Purtroppo, col tempo, l’attività artistica che mal si adatta agli umori altalenanti, la vita matrimoniale che non colma i vuoti provocati dalla morte dell’amatissimo padre, la personalità eclettica e lo spirito vagabondo di Alexandra, la spingono verso una forma di depressione dalla quale riesce a venir fuori soltanto sognando l’Oriente. Insofferente verso la sua stessa vita, la donna decide così di partire, nel 1911, alla volta della Cina, del Giappone, dell’India e del Nepal, dopo aver avvertito il marito con una veloce lettera di commiato. Respirando aria di libertà, finalmente scevra dai vincoli che l’avevano trattenuta troppo a lungo lontana dalla sua patria spirituale, Alexandra David-Néel entra in un turbinio di eventi e vicissitudini che la portano continuamente sulla stessa strada: quella della conoscenza esoterica del sé. Numerose sono le persone più o meno illustri che, in questi anni, Alexandra incontra: dal Dalai Lama in esilio allo yogi Aurobindo, all’eremita di Lachen, fino a colui che diventerà il suo figlio adottivo, Yongden. Nel frattempo, appoggiandosi alla Società Teosofica, studia incessantemente le arti e il sapere misterico d’Oriente, apprende la lingua sancrita, approfondisce gli studi di filosofia massonica che aveva intrapreso mentre si trovava a Tunisi. Alle sue spalle, da lontano, c’è suo marito che l’attende invano e la sostiene economicamente. Finalmente, nel 1924, riesce a entrare a Lhasa – città sacra d’Oriente – travestita da pellegrina. Nel 1925 Alexandra torna in Francia, famosa e insignita d’onori dallaLégion d’honnoeur. Dopo qualche mese si separa consensualmente dal marito e pubblica i suoi libri più famosi: Nel paese dei briganti gentiluomini, Viaggio di una parigina a Lhasa, Mistici e maghi del Tibet. Si trasferisce così, assieme a Yongden, in una casa fattasi costruire appositamente a Digne (Provenza).

Nel 1937 di nuovo il bisogno di fuggire.

Come calamita, l’Oriente la richiama a sé e Alexandra cede alla seduzione d’Oriente tornando in Cina. Qui vi resta per lungo tempo, nonostante imperversi la guerra tra Cina e Giappone. In questi stessi anni apprende della morte del marito Philippe. Torna in patria nel 1947 e resta nella sua casa di Digne assieme a Yongden, che muore nel 1955 causandole un dolore profondissimo che la segnerà per sempre.Nonostante le bufere della sua vita, però, la donna dal temperamento forte e impavido resiste e va avanti, imperterrita, camminando sul sentiero che era lei destinato fin dalla nascita. Scrive, cerca, esplora, tramanda ai suoi seguaci gli insegnamenti di un sapere legato alla Tradizione, cercando una mediazione tra il pensiero d’Occidente e quello d’Oriente. Medita a lungo, nella sua dimora di Digne, non si arrende alla vecchiaia che avanza, e succhia linfa vitale dagli incontri e dai confronti che la vita le offre. Il richiamo d’Oriente riecheggia ancora, costantemente nella sua mente e, come una sinfonia costante, la ispira e la guida. Per questo, affatto stremata dagli acciacchi dell’età e dagli strazi del cuore, Alexandra comincia a organizzare il suo ritorno “a casa”, ma il destino le sorride beffardo e la strappa al suo sogno: nel 1969, a 101 anni, la scrittrice-esploratrice più nota del ‘900 si spegne lasciando un senso di vuoto e di sgomento tra quanti l’avevano conosciuta e amata. Tutto sembrerebbe finito, ma la morte mette le ali allo spirito di Alexandra e la riconduce sulle rive d’Oriente per l’ultima e definitiva volta: il corpo dell’esploratrice viene infatti cremato e le sue ceneri vengono donate per sempre al fiume Gange.

 

(fonte: Vita, Opere e Recensione di Magia d’Amore, Magia nera di Paolo Mastrorilli)

Pillole di politica: Anniversario dell’Unità d’Italia

L’anniversario dell’Unità d’Italia viene fatto coincidere con il 17 marzo, ricordando la promulgazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna con la quale il 17 marzo 1861, in seguito alla seduta del 14 marzo dello stesso anno della Camera dei deputati nella quale fu approvato il progetto di legge del Senato del 26 febbraio 1861, Vittorio Emanuele II proclamò ufficialmente la nascita del Regno d’Italia, assumendone il titolo di re per sé e per i suoi successori.La ricorrenza è stata solennemente festeggiata nel 1911 (50 anni), nel 1961 (100 anni) e nel 2011 (150 anni).

Nel 1911, tra i mesi di marzo ed aprile, è stato celebrato il 50º anniversario dell’Unità con una serie di mostre a Roma, Firenze e Torino. In quest’ultima città si tenne l’Esposizione internazionale dell’Industria e del Lavoro. Nella capitale, il cui sindaco a quel tempo era Ernesto Nathan, venne organizzata l’Esposizione etnografica delle regioni (inaugurata il 21 aprile) e la Rassegna internazionale d’arte contemporanea, fu inaugurato il Vittoriano, il ponte “Vittorio Emanuele II” e, sul Gianicolo, il faro degli italiani di Argentina. A Firenze si tenne da marzo a luglio la “Mostra del ritratto italiano dalla fine del XVI secolo al 1861” e l’Esposizione internazionale di floricoltura.Il materiale esposto alla Mostra Etnografica di Roma del 1911 fu successivamente raccolto ed è attualmente esposto nel Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari (MAT) a Roma.A corredo delle celebrazioni del cinquantenario fu pubblicato il volume “Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma” scritto da Edmondo De Amicis nel 1898. Il 1 maggio 1911 fu emessa una serie di francobolli per commemorare l’avvenimento appunto nota come Cinquantenario dell’Unità d’Italia.

Nel 1961, in occasione della ricorrenza del 100º anniversario dell’Unità d’Italia, a Torino furono organizzate tre rassegne: la Mostra Storica dell’Unità d’Italia, la Mostra delle Regioni Italiane e l’Esposizione Internazionale del Lavoro.

I preparativi per la festa dei 150 anni dell’Unità d’Italia sono stati iniziati con l’emanazione del decreto dell’allora Presidente del Consiglio dei ministri Romano Prodi datato 24 aprile 2007. Con tale atto è stato istituito un comitato interministeriale guidato dal ministro per i beni e le attività culturali affiancato da vari ministri.Il comitato, insieme alle amministrazioni regionali e locali interessate, si cura delle attività di pianificazione, preparazione ed organizzazione degli interventi e delle iniziative connesse alle celebrazioni del 150º anniversario dell’unità nazionale. In particolar modo promuove lo sviluppo di un programma di interventi ed opere di carattere culturale e scientifico, specialmente nelle città simbolo del processo di unificazione, e il modo con cui finanziare tali interventi.Il programma delle iniziative decise dal comitato interministeriale è monitorato da un comitato dei garanti guidato da Giuliano Amato, succeduto il 20 aprile 2010 a Carlo Azeglio Ciampi.A partire dal 15 giugno 2007, secondo quanto scritto in un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, esiste anche una “Struttura di Missione” nata con lo scopo di aiutare il comitato interministeriale nello svolgimento dei suoi compiti ecc. Grazie alla sua attività la Struttura di Missione ha permesso di stilare un piano preliminare concernente gli interventi strutturali affini al 150º anniversario, curandone gli aspetti amministrativi e tecnici. In base all’ordinanza n. 3772 del 19 maggio 2009 emanata da Silvio Berlusconi (Presidente del Consiglio dei ministri dal maggio 2008) la Struttura di Missione ha cambiato nome in “Unità Tecnica di Missione”.

I luoghi sono stati scelti da dei garanti, nella riunione del 28 settembre 2009, come primo aspetto da rivitalizzare e valorizzare dato il suo stretto legame con la storia d’Italia. Le città chiave di questa iniziativa sono Torino, Milano, Napoli, Genova, Venezia, Palermo, Firenze, Bologna e Roma, ma non solo.Le celebrazioni per il 150º anniversario sono iniziate il 5 maggio 2010 a Quarto dei Mille che hanno visto la partecipazione del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, del Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, del Presidente del Senato Renato Schifani, dei ministri Ignazio La Russa e Sandro Bondi e di altre autorità. La località è stata scelta dietro proposta di Carlo Azeglio Ciampi perché proprio da Quarto dei Mille iniziò, il 5 maggio 1860, la spedizione dei Mille capitanata da Giuseppe Garibaldi.Napolitano si è recato poi a Marsala l’11 maggio 2010 per presenziare alla ricostruzione dell’arrivo dei Mille nella città, dopodiché ha depositato una corona al monumento dedicato all’evento. Sempre Napolitano è viaggiato in seguito a Salemi e Calatafimi per onorare, insieme a Ignazio La Russa, i caduti della battaglia di Calatafimi consumatasi il 15 maggio 1860.

Il logo ufficiale dell’anniversario è costituito da tre bandiere italiane rappresentanti il 50º, 100º e 150º anniversario dell’Unità d’Italia. Il simbolo ha lo scopo di ricordare il coraggio, il sogno e la gioia che caratterizzarono il processo unitario, ed è stato disegnato ispirandosi al volo degli uccelli, a delle vele gonfie e alle feste. La semplicità e le forme dell’immagine si prestano ad essere accostate ai simboli di ogni altra manifestazione.Per la ricorrenza, la Banca di Italia ha emesso un nuovo 2 euro commemorativo celebrante i 150 anni dell’Unità del paese e raffigurante le tre bandiere adottate come stemma dei festeggiamenti.

Con la Legge del 23 novembre 2012, n. 222, relativa alle “Norme sull’acquisizione di conoscenze e competenze in materia di «Cittadinanza e Costituzione» e sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole”,è stata approvata in maniera definitiva l’istituzione della “Giornata nazionale dell’Unità, della Costituzione, dell’inno e della bandiera” a cadenza annuale. Pur rimanendo un giorno lavorativo, il 17 marzo viene considerato come ‘giornata promuovente i valori legati all’identità nazionale’.« La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell’anno 1861, dell’Unità d’Italia, quale «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera», allo scopo di ricordare e promuovere, nell’ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l’identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica. »

Non ci rimane che festeggiare: viva l’Italia!

CAOS DENTRO: LE PASSANTI

Bentornati su Caos Dentro. Questa settimana vi proponiamo un articolo trovato, anche questa volta, sul blog dei nostri amici del Comitato Gemellaggio Calusco. Articolo davvero interessante in cui, partendo da una semplice canzone cantata dal grande Fabrizio De Andrè, ci ritroviamo in un attimo in Francia, passando da Brassens a Pol fino ad arrivare a Baudelaire. Buona lettura!
“Oggi voglio parlarvi di musica, di un grande della musica italiana: Fabrizio De André.
Nel 1974 il Faber (così come amava soprannominarlo Paolo Villaggio) pubblicò Canzoni, il suo settimo album, che conteneva ben undici tracce. Tra queste non passò inosservato il secondo brano del lato A, Le Passanti, una canzone straordinaria che ritengo, personalmente, una delle più belle pubblicate dal cantante genovese. A questo punto molti di voi si chiederanno: cosa c’entrano De Andrè e questa canzone con il Gemellaggio? Domanda del tutto lecita, alla quale vi rispondo immediatamente. Forse non tutti sanno che Le Passanti (Les Passantes in francese) è stata incisa nel 1972 da Georges Brassens, cantautore francese, e si basa su una poesia di Antoine Pol (poeta minore francese) che lo stesso Brassens scoprì su di una raccolta del 1918. De André, affascinato dal testo e dalla musica di questa canzone, decise di reinterpretarla in italiano, portandola al successo anche nel panorama musicale italiano. Ma di cosa parla questa canzone? Le Passanti è il canto lento che gira intorno a ciò che non abbiamo mai avuto: è lo struggimento per una felicità intravista ma mai raggiunta, con il rimpianto che diventa un’abitudine. Il testo della canzone parla della nostalgia degli amori impossibili, irrealizzati per forza d’inerzia e per mancanza di coraggio, ma che diventano consolatori nei momenti di sconforto e solitudine.
“Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.”
La vista di una donna (che non si è riusciti neanche a sfiorare) è un’occasione per la nostra illusione di essere un perfetto amante mancato. Questa “funzione consolatoria” ci riporta alla memoria anche una poesia di Charles Baudelaire dedicata ad una passante e contenuta nella sua raccolta “I fiori del male”. In questa poesia, il poeta rimane affascinato nel caos urbano da una donna stupenda, vestita a lutto, elegante e nobile nel portamento. Di lei nota le mani, gli occhi e lo sguardo dolcissimo, ma al tempo stesso carico di sofferenza. Non la ferma però, e sempre rimpiangerà (come cantano anche Brassens e De André) un amore consapevole ma mai colto.

Di fronte ad una canzone di tale levatura morale non si può assolutamente restare indifferenti, così come non può passare inosservato un piccolo particolare: l’Italia e la Francia sono da sempre legate da un rapporto indissolubile, soprattutto quando si parla di cultura. Fateci caso: partendo da Le Passanti cantata da Fabrizio De Andrè ci siamo ritrovati, in un attimo, in Francia, passando da Brassens a Pol, fino ad arrivare al grande Baudelaire. Insomma, due Paesi i nostri da sempre legati da una costante e immutata amicizia!”

ps:  al seguente link potete ascoltare la versione di Fabrizio De Andrè:http://www.youtube.com/watch?v=HAro5MwOQxw
(fonte: http://www.caluscovolmerange.blogspot.it/2014/02/le-passanti-les-passantes.html)