Pillole di Politica: Ministro

Il titolo di ministro e i ministeri nascono con gli stati moderni, per cui è un anacronismo usare queste denominazioni per figure simili presenti in sistemi politici anteriori. Ministro deriva dal latino minister (a sua volta derivato da minus, ‘meno’) che indicava genericamente una persona subordinata ad un’altra, il magister (da magis, ‘più’) e, più specificamente, chi era al servizio di un’autorità o un’istituzione, come i littori e coloro – generalmente schiavi o liberti – che prestavano servizio nella casa imperiale con svariate incombenze.

In seguito assunse il significato di funzionario, concepito come servitore del sovrano o dello Stato, ed infine, a partire dalla fine del XVIII secolo, il significato più ristretto che ha oggi, sostituendosi nella maggioranza degli stati al titolo di segretario di stato (o aggiungendosi ad esso). Residuo del più ampio significato che aveva in passato è l’uso rimasto di attribuire il titolo di ministro agli agenti diplomatici di rango inferiore all’ambasciatore e superiore all’incaricato d’affari, nonché in alcuni paesi di latinoamericani (come Argentina, Cile e Brasile) ai magistrati che compongono la corte suprema o la corte costituzionale.

Il ministro, in generale, riveste un duplice ruolo: è membro di un organo collegiale, detto consiglio dei ministri o gabinetto, presieduto dal capo dello stato o dal primo ministro, che nei sistemi parlamentari e in quelli semipresidenziali stabilisce l’indirizzo politico del governo, mentre nella repubblica presidenziale, nella monarchia assoluta e nella monarchia costituzionale ha essenzialmente funzioni consultive nei confronti del capo dello Stato, cui spetta stabilire l’indirizzo politico; in più è un organo monocratico posto a capo di un dicastero, ossia di uno degli apparti organizzativi (uffici complessi), di solito denominati ministeri o dipartimenti, nei quali si divide la pubblica amministrazione dipendente dal governo. In questa veste assicura la traduzione dell’indirizzo politico nell’attività amministrativa svolta dal dicastero. Il dicastero assegnato ad un ministro costituisce il suo portafoglio.
Va peraltro precisato che possono esserci ministri che sono membri del gabinetto ma non sono preposti ad un dicastero (questi ministri, per contrapporli a quelli preposti ad un dicastero, sono detti senza portafoglio); inoltre possono esserci ministri preposti ad una pluralità di dicasteri e, in alcuni ordinamenti, dicasteri ai quali sono preposti più ministri.

In molti ordinamenti i ministri, nello svolgimento delle funzioni di capo del dicastero, sono coadiuvati da organi monocratici variamente denominati: segretari di stato (quando il titolo non è attribuito ai ministri), sottosegretari di stato, vice ministri ecc. Questi svolgono funzioni vicarie del ministro e possono essere preposti ad una parte del dicastero; pur facendo parte anch’essi del governo, non sono membri del consiglio dei ministri.
Oltre che da tali organi di natura politica, il ministro può essere coadiuvato da un organo burocratico, quale, ad esempio, un segretario generale, dal quale dipendono gli altri uffici del dicastero.
I ministri sono di solito nominati dal capo dello Stato, su proposta del primo ministro negli ordinamenti in cui è presente. In alcuni ordinamenti sono direttamente nominati dal primo ministro. Con le stesse modalità possono essere revocati. Modalità simili sono di solito previste per la nomina e la revoca dei sottosegretari di stato e organi affini.

I ministri, come gli altri membri del governo, sono di solito dei politici anche se non mancano casi di ministri scelti per la loro competenza tecnica nelle materie attribuite al dicastero (i cosiddetti ministri tecnici). Quando il governo è sostenuto da una coalizione di partiti, i posti governativi sono ripartiti tra gli stessi in relazione ai seggi parlamentari di cui dispongono; a tal fine, peraltro, non si tiene conto solo del numero di dicasteri attribuiti ad un partito ma anche del “peso” degli stessi, giacché alcuni dicasteri (ad esempio quelli degli esteri, degli interni, delle finanze, della difesa, della giustizia) sono ritenuti più importanti di altri. Può peraltro accadere che alcuni partiti della coalizione non abbiano posti di governo (si parla, in questo caso, di appoggio esterno) perché non lo vogliono o perché non ci sono posti a sufficienza per attribuirli anche ai partiti minori. In alcuni paesi, oltre che su base partitica, i posti governativi sono ripartiti anche secondo altri criteri, ad esempio tenendo conto dell’appartenenza religiosa o etnica del titolare oppure della sua provenienza geografica; talvolta tali criteri sono codificati nella stessa costituzione, di solito però sono stabiliti da convenzioni costituzionali o dalla prassi.
Nelle repubbliche presidenziali, in molte repubbliche semipresidenziali e in alcuni sistemi parlamentari i ministri non possono essere membri del parlamento e, se lo sono, si debbono dimettere al momento della nomina.
In più i ministri devono godere della fiducia del parlamento; in alcuni sistemi, però, il rapporto fiduciario intercorre tra il parlamento e il solo primo ministro, sicché questo può scegliere liberamente, almeno sulla carta, i suoi ministri. Quando il rapporto fiduciario intercorre con l’intero governo, si pone il problema se il parlamento possa votare la sfiducia, oltre che al governo nella sua interezza, anche a singoli ministri, costringendoli a dimettersi: in alcuni ordinamenti è possibile, in altri no. In ogni caso i singoli ministri devono godere della fiducia del capo dello Stato o del primo ministro giacché, in caso contrario, possono essere revocati.
I ministri, come gli altri membri del governo, decadono dall’ufficio in caso di dimissioni o cessazione per altri motivi dell’intero governo o del primo ministro.

Pochissimi giorni fa si è insediato il governo Renzi, che deve ancora ottenere la fiducia delle camere. Ricordando l’origine e le funzione della figura del ministro, speriamo che i neo prescelti siano in grado di portare a termine il loro mandato nel migliore dei modi. Le larghe intese continuano a destare incertezza e sospetto. Se anche stavolta il premier e la sua squadra non saranno in grado di portare avanti le tanto agognate riforme che servono al paese, la credibilità di Renzi e del partito saranno a rischio, se già non lo sono. Ma noi giovani e continuiamo a sperare!

Questi i 16 ministri del governo Renzi. Ministeri con portafoglio: Esteri, Federica Mogherini; Interno, Angelino Alfano; Giustizia, Andrea Orlando; Difesa, Roberta Pinotti; Economia e Finanze, Pier Carlo Padoan; Sviluppo Economico, Federica Guidi; Politiche agricole, Maurizio Martina; Ambiente, Gian Luca Galletti; Trasporti e Infrastrutture, Maurizio Lupi; Lavoro, Giuliano Poletti; Istruzione, Stefania Giannini; Beni e attività culturali, Dario Franceschini; Salute, Beatrice Lorenzin. Ministeri senza portafoglio: Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi; Per la semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia. Affari Regionali, Maria Carmela Lanzetta. Nel ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nella prima riunione del governo verrà proposto Graziano Delrio.

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