IL FILO DI ARIADNE

“La pratica dello sport è un diritto dell’uomo. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play.”
(Comitato Olimpico Internazionale)

Il 23 febbraio si sono chiusi i Giochi olimpici invernali di quest’anno, che sono stati tenuti a Sochi, in Russia. Questa dodicesima edizione ha avuto una particolare rilevanza perché ha assunto agli occhi del mondo un significato che va oltre l’affermazione dei valori di solidarietà e lealtà che sono esaltati nel Giuramento Olimpico. Ad essa è infatti indelebilmente legata la protesta contro le leggi anti-gay varate dal governo russo nel 2013. Agli arresti e alle violenze operate, sia prima che durante i giochi, contro gli omosessuali, gli attivisti della causa e i simpatizzanti si sono contrapposte le pacifiche ma significative manifestazioni degli atleti delle varie nazioni, come ad esempio la scelta dei tedeschi di sfilare con la divisa arcobaleno o addirittura il rifiuto di alcuni atleti a partecipare ai giochi, e l’assenza simbolica di molti capi di stato, che, per esprimere il loro disaccordo, hanno scelto di non presentarsi all’evento.

Le Olimpiadi furono praticate per la prima volta nell’antica Grecia, dove avevano una forte importanza simbolica: in occasione dei Giochi cessava ogni ostilità ed attività bellica e anche le città-stato nemiche sospendevano ogni conflitto per onorare la tradizione di solidarietà e comunione che sta alla base della competizione sportiva. Questi valori sono stati ripresi nella versione moderna delle Olimpiadi e sono arrivati fino a noi, assumendo un significato forse più ampio. I valori dello sport e dei Giochi diventano la rappresentazione dei valori di uguaglianza, rispetto ed comprensione che dovrebbero caratterizzare ogni ambito socio-culturale. Il sostegno dimostrato dagli atleti durante questa edizione alle vittime di quella che è una vera e propria persecuzione operata dal governo russo serve a ricordare appunto questo. Infatti, contro il fastidio espresso da Putin in un incontro con il primo ministro olandese Rutte, dove il presidente russo ha dichiarato che “al centro delle Olimpiadi dovrebbe esserci lo sport e non il dibattito sui diritti dei gay”, le proteste “silenziose” che hanno caratterizzato i momenti chiave dei Giochi ci ricordano che le due questioni sono intimamente legate, proprio perché lo sport non può esistere senza il rispetto dell’individuo e dei suoi diritti.

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CAOS DENTRO: DONNE DA COMPATIRE?

Nella puntata di Pillole di Politica del 18 febbraio vi abbiamo parlato di “interruzione volontaria di gravidanza”, suscitando un bel dibattito tra i nostri lettori. Un commento però non ci è piaciuto per niente, ritenendo le affermazioni riportate al suo interno offensive e misogine nei confronti di tutte le donne. Questo il commento:

“Gli italiani non sono bigotti, ma sono menefreghisti. E le italiane peggio ancora: preferiscono sopprimere una vita indifesa piuttosto che farsi carico di un figlio che non è secondo i propri progetti; credono di essere evolute ma sono solo delle povere donne….e vanno compatite.”

Insomma, ognuno ha diritto di esprimere il proprio pensiero, senza però offendere. Prima di aprire bocca bisognerebbe innanzitutto sapere che nessuno può permettersi di giudicare, di fare di tutta l’erba un fascio, di sparare a zero su tutti. Decido di lasciar perdere le affermazioni misogine fuori luogo e campate per aria….cerco invece di sottolineare alcuni concetti che rischiano di essere persi di vista nel momento in cui si scrive di cose delicate con totale superficialità e arroganza… Molto è già stato detto anche nei commenti precedenti, ma di queste cose non se ne parla mai abbastanza e lo dimostra il fatto che molti ancora non abbiano le idee chiare sull’argomento a quanto pare… Per esperienza personale, mi sono chiesta spesso “cosa avrei fatto io al posto suo?”, forse bisognerebbe chiederselo un po’ di più prima di parlare a vanvera. Se, infatti, una piccola percentuale di donne ricorre all’aborto per mantenere la propria “indipendenza”, invece di pensarci prima, dovremmo tenere conto anche e soprattutto della grande maggioranza delle donne che si vedono COSTRETTE ad abortire in seguito a innumerevoli ragioni: rischio di mettere a repentaglio la propria vita, problematiche del feto, impossibilità di crescere un figlio. Non pensiamo che una donna incinta si svegli una mattina e bevendo un caffè mentre legge l’oroscopo dica: “che facciamo oggi?….ho un buco dalle tre alle quattro…andiamo ad abortire”…ma stiamo scherzando?! Non è così…. Esempio forse banale ma efficace: se lei fosse una donna rimasta incinta in seguito ad uno stupro, terrebbe quel figlio che le ricorderebbe ogni giorno della sua vita cosa le è successo? Certo lei potrebbe rispondere che in tutto questo il bambino sarebbe solo una vittima tanto quanto la madre, ma senza fare gli ipocriti penso che ben pochi riuscirebbero a crescere un figlio frutto della violenza, della sofferenza… Abortire non è sbarazzarsi di qualcuno e farla franca, è rinunciare alla propria realizzazione di donna e di madre per forze di causa maggiore, che non dipendono da lei…da tanti fattori che spesso sfuggono ai più. Smettiamola di vedere i figli come “problemi” delle donne, chiediamoci se spesso non contribuiscano anche gli uomini che non si assumono le proprie responsabilità a spingere le donne a tali gesti. Non ci sono solo questi casi ma vanno presi in considerazione anche questi.

Penso che nel XXI secolo ci siano tutti i mezzi per evitare una gravidanza non desiderata. Anche nel momento in cui è desiderata, però, ci sono fattori che a priori non si possono prendere in considerazione: non tutti se la sentirebbero di dare alla luce un figlio con gravi malformazioni, magari costringendolo poi ad una vita in stato vegetativo o completamente paralizzato. Ogni tanto provo a mettermi nei panni di chi ci si trova davvero in situazioni di questo tipo….non credo che qui c’entrino credo religioso, politico o quant’altro….resta solo il fatto che bisognerebbe provare sulla propria pelle determinate cose prima di dare giudizi. Io, da donna, spero che il destino non mi ponga mai di fronte a una scelta di questo tipo,perché credo che tanti parlino parlino ma in fin dei conti nessuno saprebbe da che parte rigirarsi… Avrò banalizzato ed estremizzato ma spero di essere stata chiara. Non si tratta di compatire chi fa affermazioni del tutto offensive e a mio parere ripeto misogine….credo invece che bisogna prendere atto del fatto che qualcuno la pensi così …il che è una cosa spaventosa…e cercare di spiegare che le cose stanno diversamente. Poi ognuno è libero di esprimersi, basta che lo faccia sapendo di dire strafalcioni e di star offendendo chi sta dall’altra parte, anche perché,si rassegni, le ricordo che siamo in un paese libero e fino a prova contraria le donne hanno il diritto di manifestare le difficili situazioni che stanno vivendo e ricorrere, se necessario, all’aborto, tanto quanto lei ha il diritto di esprimere la propria opinione. Nessuno deve permettersi di giudicare in ogni caso, a maggior ragione di valutare dal di fuori e in modo generico situazione complesse che andrebbero prese caso per caso e che, ricordo, non ha vissuto direttamente. Ora, io ho detto la mia. Spero non le capiti, ma se dovesse accadere un giorno a chi le sta vicino, anche solo a un conoscente, che cosa farebbe? Negherebbe a quella donna un suo diritto in nome di cosa? Di un suo modo di pensare basato sul nulla? Sarebbe disposto a spingere qualcuno verso scelte che potrebbero mettere a rischio o procurare danni irreversibili alla vita della madre e del nascituro? Complimenti…

(di seguito la puntata di Pillole di Politica del 18/02/2014: https://gdcalusco.net/2014/02/18/pillole-di-politica-interruzione-volontaria-di-gravidanza-ivg/)

COMUNICATO PD CALUSCO E LINEACOMUNE

Il gruppo consiliare di minoranza Lineacomune ed il Partito Democratico di Calusco d’Adda si schierano contro l’edificazione del Rivalotto prevista dal piano attuativo “ATP1” approvato dall’attuale Amministrazione. L’attuazione del piano prevede che ancora una volta del terreno agricolo (si parla di 43.000 mq) venga destinato alla cementificazione: sorgeranno nuovi capannoni industriali con conseguente incremento del traffico  di mezzi pesanti su via Bergamo e via Trieste, almeno fino a quando la Variante Sud non sarà completata (ammesso che venga completata). In cambio, otterremo solo un pezzetto di circonvallazione a fondo chiuso! Inoltre, immediatamente dopo l’approvazione del piano l’area era già stata messa in vendita dall’azienda proprietaria, a dimostrazione del carattere puramente SPECULATIVO dell’intera operazione.

Ma non finisce qui. In quest’area sarà consentito l’insediamento di aziende INSALUBRI di prima classe, ossia di tutte quelle attività che impiegano nel loro ciclo produttivo sostanze altamente tossiche e dannose per la salute, quali  sostanze acide, gas tossici, disinfettanti, solventi e rifiuti.

Il sindaco ha tenuto conto delle conseguenze di questa scelta sulla salute dei cittadini?O ancora una volta il bene dei caluschesi sarà sacrificato a interessi di parte e calpestato da una gestione miope del territorio e della nostra salute?

Invitiamo tutta la cittadinanza a discuterne in un’assemblea pubblica che si terrà martedì 11 MARZO alle ore 21 presso la Sala Civica di Vanzone, in via Comi 123.

 

rivalotto

Pillole di Politica: Ministro

Il titolo di ministro e i ministeri nascono con gli stati moderni, per cui è un anacronismo usare queste denominazioni per figure simili presenti in sistemi politici anteriori. Ministro deriva dal latino minister (a sua volta derivato da minus, ‘meno’) che indicava genericamente una persona subordinata ad un’altra, il magister (da magis, ‘più’) e, più specificamente, chi era al servizio di un’autorità o un’istituzione, come i littori e coloro – generalmente schiavi o liberti – che prestavano servizio nella casa imperiale con svariate incombenze.

In seguito assunse il significato di funzionario, concepito come servitore del sovrano o dello Stato, ed infine, a partire dalla fine del XVIII secolo, il significato più ristretto che ha oggi, sostituendosi nella maggioranza degli stati al titolo di segretario di stato (o aggiungendosi ad esso). Residuo del più ampio significato che aveva in passato è l’uso rimasto di attribuire il titolo di ministro agli agenti diplomatici di rango inferiore all’ambasciatore e superiore all’incaricato d’affari, nonché in alcuni paesi di latinoamericani (come Argentina, Cile e Brasile) ai magistrati che compongono la corte suprema o la corte costituzionale.

Il ministro, in generale, riveste un duplice ruolo: è membro di un organo collegiale, detto consiglio dei ministri o gabinetto, presieduto dal capo dello stato o dal primo ministro, che nei sistemi parlamentari e in quelli semipresidenziali stabilisce l’indirizzo politico del governo, mentre nella repubblica presidenziale, nella monarchia assoluta e nella monarchia costituzionale ha essenzialmente funzioni consultive nei confronti del capo dello Stato, cui spetta stabilire l’indirizzo politico; in più è un organo monocratico posto a capo di un dicastero, ossia di uno degli apparti organizzativi (uffici complessi), di solito denominati ministeri o dipartimenti, nei quali si divide la pubblica amministrazione dipendente dal governo. In questa veste assicura la traduzione dell’indirizzo politico nell’attività amministrativa svolta dal dicastero. Il dicastero assegnato ad un ministro costituisce il suo portafoglio.
Va peraltro precisato che possono esserci ministri che sono membri del gabinetto ma non sono preposti ad un dicastero (questi ministri, per contrapporli a quelli preposti ad un dicastero, sono detti senza portafoglio); inoltre possono esserci ministri preposti ad una pluralità di dicasteri e, in alcuni ordinamenti, dicasteri ai quali sono preposti più ministri.

In molti ordinamenti i ministri, nello svolgimento delle funzioni di capo del dicastero, sono coadiuvati da organi monocratici variamente denominati: segretari di stato (quando il titolo non è attribuito ai ministri), sottosegretari di stato, vice ministri ecc. Questi svolgono funzioni vicarie del ministro e possono essere preposti ad una parte del dicastero; pur facendo parte anch’essi del governo, non sono membri del consiglio dei ministri.
Oltre che da tali organi di natura politica, il ministro può essere coadiuvato da un organo burocratico, quale, ad esempio, un segretario generale, dal quale dipendono gli altri uffici del dicastero.
I ministri sono di solito nominati dal capo dello Stato, su proposta del primo ministro negli ordinamenti in cui è presente. In alcuni ordinamenti sono direttamente nominati dal primo ministro. Con le stesse modalità possono essere revocati. Modalità simili sono di solito previste per la nomina e la revoca dei sottosegretari di stato e organi affini.

I ministri, come gli altri membri del governo, sono di solito dei politici anche se non mancano casi di ministri scelti per la loro competenza tecnica nelle materie attribuite al dicastero (i cosiddetti ministri tecnici). Quando il governo è sostenuto da una coalizione di partiti, i posti governativi sono ripartiti tra gli stessi in relazione ai seggi parlamentari di cui dispongono; a tal fine, peraltro, non si tiene conto solo del numero di dicasteri attribuiti ad un partito ma anche del “peso” degli stessi, giacché alcuni dicasteri (ad esempio quelli degli esteri, degli interni, delle finanze, della difesa, della giustizia) sono ritenuti più importanti di altri. Può peraltro accadere che alcuni partiti della coalizione non abbiano posti di governo (si parla, in questo caso, di appoggio esterno) perché non lo vogliono o perché non ci sono posti a sufficienza per attribuirli anche ai partiti minori. In alcuni paesi, oltre che su base partitica, i posti governativi sono ripartiti anche secondo altri criteri, ad esempio tenendo conto dell’appartenenza religiosa o etnica del titolare oppure della sua provenienza geografica; talvolta tali criteri sono codificati nella stessa costituzione, di solito però sono stabiliti da convenzioni costituzionali o dalla prassi.
Nelle repubbliche presidenziali, in molte repubbliche semipresidenziali e in alcuni sistemi parlamentari i ministri non possono essere membri del parlamento e, se lo sono, si debbono dimettere al momento della nomina.
In più i ministri devono godere della fiducia del parlamento; in alcuni sistemi, però, il rapporto fiduciario intercorre tra il parlamento e il solo primo ministro, sicché questo può scegliere liberamente, almeno sulla carta, i suoi ministri. Quando il rapporto fiduciario intercorre con l’intero governo, si pone il problema se il parlamento possa votare la sfiducia, oltre che al governo nella sua interezza, anche a singoli ministri, costringendoli a dimettersi: in alcuni ordinamenti è possibile, in altri no. In ogni caso i singoli ministri devono godere della fiducia del capo dello Stato o del primo ministro giacché, in caso contrario, possono essere revocati.
I ministri, come gli altri membri del governo, decadono dall’ufficio in caso di dimissioni o cessazione per altri motivi dell’intero governo o del primo ministro.

Pochissimi giorni fa si è insediato il governo Renzi, che deve ancora ottenere la fiducia delle camere. Ricordando l’origine e le funzione della figura del ministro, speriamo che i neo prescelti siano in grado di portare a termine il loro mandato nel migliore dei modi. Le larghe intese continuano a destare incertezza e sospetto. Se anche stavolta il premier e la sua squadra non saranno in grado di portare avanti le tanto agognate riforme che servono al paese, la credibilità di Renzi e del partito saranno a rischio, se già non lo sono. Ma noi giovani e continuiamo a sperare!

Questi i 16 ministri del governo Renzi. Ministeri con portafoglio: Esteri, Federica Mogherini; Interno, Angelino Alfano; Giustizia, Andrea Orlando; Difesa, Roberta Pinotti; Economia e Finanze, Pier Carlo Padoan; Sviluppo Economico, Federica Guidi; Politiche agricole, Maurizio Martina; Ambiente, Gian Luca Galletti; Trasporti e Infrastrutture, Maurizio Lupi; Lavoro, Giuliano Poletti; Istruzione, Stefania Giannini; Beni e attività culturali, Dario Franceschini; Salute, Beatrice Lorenzin. Ministeri senza portafoglio: Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi; Per la semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia. Affari Regionali, Maria Carmela Lanzetta. Nel ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nella prima riunione del governo verrà proposto Graziano Delrio.

Electrolux: la competitività non si difende col dumping sociale

Sergio Cofferati – Antonio Panzeri
L’Unità, 30 Gennaio 2014
La qualità della produzione di elettrodomestici e la presenza di un indotto distribuito rappresentano uno dei principali punti di forza del settore e il distretto del “bianco” rappresenta un comparto storico dell’industria manifatturiera italiana.
Ha pertanto destato grave preoccupazione la decisione della Electrolux, di minacciare la delocalizzazione produttiva senza un drastico abbassamento del costo del lavoro della manodopera.
Il gruppo sarebbe intenzionato a spostare la produzione in parte in Polonia, in parte fuori dai confini europei. Una posizione che appare strumentale poiché non pone il tema del rilancio e della qualità della produzione, ma si concentra solo sul taglio dei costi.
La via di uscita proposta dall’azienda di parificare i costi del lavoro in Italia a quelli di altri Paesi dove le tutele sociali e sindacali sono inferiori è pericolosa, perché pone le basi per un rischio di dumping sociale che potrebbe estendersi a tutti i settori delle economie più sviluppate.
Da tempo abbiamo segnalato come all’interno dei confini europei la competizione non possa avvenire sul piano dei diritti. Per un corretto funzionamento del mercato unico dobbiamo concentrarci sulla definizione di un pacchetto minimo di diritti che renda difficile, se non impossibile, ricorrere al dumping sociale.
Ma questo potrebbe non essere sufficiente. Il rischio è quello di assistere a una delocalizzazione direttamente fuori dai confini europei, verso economie – come quella asiatica – dove il costo del lavoro è mantenuto più basso a discapito delle condizioni di vita dei lavoratori.
Da questa contraddizione riteniamo si possa uscire in due modi.
In prima istanza, creando un quadro normativo europeo che risponda alle sfide che ci sono state poste dall’integrazione e che scoraggi il dumping sociale, facendo prevalere con determinazione la Carta dei Diritti Fondamentali.
In secondo luogo, creando un ambiente attrattivo per le imprese, che le incentivi a operare sul territorio europeo non in base al costo del lavoro, ma in virtù di una collaborazione sempre più stretta e intensa fra settore manifatturiero ed economia della conoscenza.
L’incontro tra sindacato ed azienda al Ministero dello Sviluppo Economico è stato il difficile prologo alla ricerca di politiche che favoriscano il mantenimento degli insediamenti produttivi, l’occupazione e un salario dignitoso.
Gli Stati Uniti stanno intraprendendo un grande rilancio della propria economia proprio basandosi sul rafforzamento dell’industria, grazie a investimenti pubblici e alla valorizzazione di alcuni fattori competitivi che non possono ancora essere replicati nelle economie emergenti.
Anche l’Europa deve essere far capace di far valere le proprie eccellenze: centri di ricerca tecnologica di livello mondiale, rete logistica efficiente, crescente accesso alla formazione professionale e qualità della produzione.
Allo stesso tempo occorre alleggerire il peso degli oneri burocratici, potenziare il mercato energetico comune per rispondere alle esigenze del manifatturiero a costi accessibili e investire nella crescita sostenibile.
Abbiamo chiesto perciò alla Commissione europea di fornire risposte credibili. Del resto è soltanto ponendoci obiettivi comuni di questa natura che possiamo far fronte, con equilibrio e lungimiranza, a una crisi dalla quale molti paesi dell’eurozona faticano a uscire.
Ricordando, in ultima istanza, che l’erosione dei diritti non è una strategia che porta lontano.
euro

CAOS DENTRO: A PROPOSITO DI COMPETIZIONE…

Pochi giorni fa, bazzicando su facebook, mi sono imbattuto in un articolo pubblicato sul blog del Gemellaggio Calusco. L’articolo, tradotto davvero molto bene dal francese all’italiano, parte da una semplice partita di rugby tra Francia e Italia per portarci, poi, dentro una sottile riflessione sul senso della competizione (non solo sportiva). Ve lo riproponiamo, sperando di poter suscitare anche in voi le stesse riflessioni.

 

“Amici sportivi, cisalpini e transalpini, buongiorno (o buonasera)!
Domenica pomeriggio ho assistito alla partita di rugby del torneo a sei nazioni tra Francia e Italia. Non è che io ami lo sport. In verità, detesto tutto lo sport che non porta con sé alcun valore di tolleranza e solidarietà (che ritengo essenziali) e perché lo sport, corrotto dagli interessi finanziari, ha finito ormai per provocare scontri e inganni di ogni genere. Vengono in mente facilmente alcuni esempi: testate, partite truccate, evasione fiscale, scontri in tribuna.
Né ho guardato questa partita perché si affrontavano i nostri due paesi o perché speravo che l’Italia battesse la Francia. Chi mi conosce sa, infatti, che per me una competizione sportiva sarebbe sempre amichevole, senza vedere mai opporsi paesi, nazioni o città. Ma dal momento che esiste questa forma di competizione che prevede lo scontro di orgogli e la manifestazione di sciovinismo, io non posso che tifare per il più debole, sostenere il perdente anziché che il favorito. Mi interessa solo la possibilità che Davide atterri Golia, che l’orgoglio di vincere (dello spettatore o del giocatore) sia ridotto in modo tale da non animare nei vinti un desiderio di rivalsa o di vendetta.
Spero di non aver offeso gli amici transalpini se è stato qui sottinteso che l’Italia era la squadra più debole.
Il punteggio di 30 a 3 a favore dei francesi mi è dispiaciuto, ma mi ha consolato vedere gli italiani giocare con intelligenza e coraggio, meritavano di segnare. Ma, non succedendo nulla, ho perso interesse per la partita.
Spero di non aver offeso i miei compatrioti francesi non supportando incondizionatamente la Francia.
Ma perché si deve sostenere una squadra piuttosto che un’altra? Per quel che ne so non vi è  nulla, né un conflitto armato, né una divergenza politica o religiosa, un desiderio di supremazia, né tantomeno un contenzioso storico che oppone la Franca all’Italia, gli italiani ai francesi. Non c’è dunque alcun motivo di creare una contrapposizione artificiale tra di noi con lo sport. Conclusione: io tifo chi voglio.
L’unica ragione che può portare due popoli allo scontro è l’ingiustizia. E questo è ciò che la politica europea, occupata a promuovere e diffondere il liberismo economico, ha fatto nel corso di questi ultimi trent’anni: ha messo in competizione i ricchi con i poveri, i paesi più ricchi con quelli più poveri. Cosa c’è di più ingiusto di una competizione ineguale?
Spero che non sarà organizzata, come nel 1914, una partita tra poveri! Non si sa mai: un piccolo massacro consentirebbe di aumentare la crescita di ben l’1% per i più ricchi proprietari del mondo.. Sono sicuro che qualcuno ci ha pensato.. Quindi, in attesa di un tale evento, credo che i poveri di tutti i paesi dovrebbero unirsi per creare la loro squadra.
E se si dovesse giocare la partita poveri contro ricchi, è facile intuire per chi tiferei..

PS: Voglio rassicurare i lettori: questo articolo non contiene alcun pregiudizio politico. Che noi siamo governati da Pietro, Paolo o Jaqueline, è indifferente. Ciò che conta è come siamo, o no?”

(fonte: http://www.caluscovolmerange.blogspot.it/)

Pillole di politica: Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG)

L’ammissibilità morale dell’aborto o interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è in gran parte soggetta a convinzioni etiche, ad orientamenti religiosi o più in generale al modo in cui una cultura si pone di fronte a concetti come l’anima o la vita.
A partire dagli ultimi decenni del XX secolo, l’IVG è una pratica autorizzata per legge in buona parte del mondo, soprattutto in quello occidentale, a discrezione della donna nei primi mesi della gestazione.
Le motivazioni oggi ammesse sono diverse. In primo luogo i casi di salute della madre, di gravi malformazioni del feto, di violenza carnale subita. Queste motivazioni sono ammesse anche nei paesi a dominanza maschile e di stampo conservatore, come l’Iran. In numerose nazioni si tiene tuttavia conto anche di istanze psicologiche e sociali, garantendo alla madre la possibilità di ottenere l’IVG in sicurezza ricorrendo a strutture mediche competenti. Le motivazioni ammesse sono, oltre a quelle qui sopra, il solo giudizio della donna sulla propria impossibilità di diventare madre ad esempio per giovane età, per rapporti preesistenti al di fuori dei quali è stato concepito il bambino, per timore delle reazioni del proprio nucleo familiare (o della società in genere) nei confronti di una gravidanza avvenuta fuori da quanto si percepisca come lecito. In diversi paesi, tra cui l’Italia, l’aborto è garantito anche alle minorenni, cui, in assenza dei genitori, viene affiancato un tutore del tribunale minorile.
In altre nazioni ancora, l’aborto è imposto alla donna o fortemente raccomandato quando il nascituro non abbia le caratteristiche volute dalla famiglia, prima fra tutte il sesso. Questa condizione sociale privilegia i maschi rispetto alle femmine che vengono, in alcuni stati, sistematicamente abortite. Questa situazione è oggi nota per essere endemica in ampie zone dell’India e della Cina in quest’ultima il numero degli uomini ha superato quello delle donne per oltre 40 milioni di individui.[senza fonte]
Negli stati in cui la IVG è legale, può venire richiesta su solo giudizio della donna entro un dato periodo di tempo. Scaduto questo viene concessa solo in casi rari, a discrezione del medico e in presenza di gravi malformazioni del feto o di rischio per la salute della donna. Il termine varia anche considerevolmente a seconda della legge dello stato in cui ci si trova. In Italia, come in molti altri, il termine è la 12ª settimana di gestazione, in Inghilterra la 24ª.
Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), in qualsiasi sua forma, era considerata dal codice penale italiano un reato. Ora la legge italiana sulla IVG è la Legge 22 maggio 1978, n.194. La 194 consente alla donna, nei casi previsti dalla legge (vedi sotto), di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica.
Il prologo della legge (art. 1), recita:
Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.
L’art. 2 tratta dei consultori e della loro funzione in relazione alla materia della legge, indicando il dovere che hanno nei confronti della donna in stato di gravidanza:
• informarla sui diritti a lei garantiti dalla legge e sui servizi di cui può usufruire;
• informarla sui diritti delle gestanti in materia laborale;
• suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi;
• contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza.
Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per poter effettuare la IVG. Ma, al fine di tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge 194 prevede che (art.12)
…nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.
La legge stabilisce che le generalità della donna rimangano anonime.
Il ginecologo può esercitare l’obiezione di coscienza. Tuttavia il personale sanitario non può sollevare obiezione di coscienza allorquando l’intervento sia “indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.
La donna ha anche il diritto a lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione, e a restare anonima.

Questa legge è stata confermata dagli elettori con una consultazione referendaria il 17 maggio 1981. E’ importante che ogni donna sia informata per avere il diritto di esercitare i propri diritti! Avere nel proprio ordinamento una legge a riguardo dimostra che lo Stato italiano è ancora laico e per fortuna la religione (qualunque essa sia) non può essere considerata più importante delle leggi. In più, il fatto che la legge sia rimasta in vigore grazie ad un referendum significa che gli italiani non sono così bigotti da continuare a mettere a rischio tante vite.