CAOS DENTRO: LA STORIA DI SAMIA

Quella che vi raccontiamo oggi è una di quelle storie che non bisognerebbe mai smettere di raccontare.

Samia è una ragazza somala che, protetta dall’affetto miracoloso dei suoi cari, riesce a vivere con speranza nonostante l’integralismo e il terrorismo insanguinino ogni giorno il suo paese, con una repressione feroce che i media, da noi, quotidianamente omettono. Crescendo Samia è costretta, però, a fare i conti con questa repressione: prima perde il suo più caro amico, poi vede morire il padre e, infine, lascia partire per l’Europa la sorella. Tutto questo comunque non la ferma, estremamente convinta di poter trovare in questo mondo la sua piccola fetta di felicità. Samia è testarda, ma soprattutto è veloce, e in poco tempo tutti si accorgono che, dietro quel fisico magro dalle gambe spesse come due ramoscelli, si nasconde una velocista pronta a confrontarsi con i più grandi campioni a livello mondiale. Samia comincia ad allenarsi, impegnandosi al massimo, e in pochi mesi capisce che la sua specialità sono i duecento metri che sogna di affrontare alle Olimpiadi. Senza sponsor, senza allenatori professionisti, senza medici e massaggiatori riesce a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino, con grande gioia del campione olimpionico e tre volte campione del mondo di mezzofondo Mo Farah, che le fa da dio benigno accompagnandola al campo di qualificazione in Somalia. Il miracolo ha inizio. A Pechino Samia si fa appena notare, ma quello che conta è prendere contatto con l’arena, con il campo, con il luogo in cui si combatte per vincere una medaglia insieme a tantissimi altri giovani provenienti da tutto il mondo. Il suo obiettivo principale, in effetti, è uno: le olimpiadi di Londra del 2012, da affrontare con la maturità giusta. Per realizzare il suo sogno, Samia torna ad allenarsi con la solita testardaggine che la contraddistingue, mentre la sua Somalia crolla sempre più nell’integralismo e nella guerra civile. Lo stato, inizialmente, copre il suo corpo d’atleta con il burqa. Burqa che Samia indossa anche la notte quando, di nascosto, esce per potersi allenare sotto le stelle della sua amata Africa. Ma la situazione in Somalia degenera e quando il paese non le offre il vessillo di una identità, così come a tutte le altre donne, Samia capisce che se vuole realizzare il suo sogno e allenarsi come solo un professionista sa fare, deve scappare e raggiungere l’Europa, altrimenti il sogno finirà. Prende la sua roba e, insieme a tanti altri migranti del Corno d’Africa, intraprende uno spaventoso viaggio di 72 ore nel deserto per raggiungere al più presto la Libia e arrivare, infine, al mare. Samia, tra tutte quelle persone ammassate nel cassone di un fuoristrada, trattiene le lacrime a fatica, mordendosi le labbra, consapevole che, una volta raggiunto il mare, si sarebbe imbarcata per l’Europa. Come finisce il viaggio di Samia lo si apprende dalle parole del primo grande atleta somalo Abdi Bile (campione del mondo dei 1500m a Roma ’87). Bile infatti, celebrando la vittoria di Mo Farah alle Olimpiadi di Londra, ricorda Samia, morta nelle acque di Lampedusa mentre cercava di raggiungere l’Europa per qualificarsi alle Olimpiadi.

La storia di Samia, dopo le dichiarazioni del campione somalo, è stata narrata da tutti i giornali del mondo, scomparendo poi nel solito silenzio che segue una qualsiasi notizia consumata dal click di un mouse. Noi, invece, non vogliamo dimenticare Samia. Così come non vogliamo dimenticare la sua speranza, la sua testardaggine e il suo sogno. Per questo motivo vi consigliamo il libro “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella che, come afferma Roberto Saviano, ha scritto una storia che nessuna fantasia avrebbe potuto creare.

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