CAOS DENTRO: LA DIFFICOLTA’ DI ESSERE UN IMMIGRATO

Parlando di italiani, qualcuno mi sottopose, circa 25 anni fa, il seguente indovinello: «una madre italiana ha dato alla luce un bambino. Come farà questa a sapere quale mestiere farà suo figlio?» «Non lo so» risposi. «È molto semplice. Lo lancia contro il muro. Se piange farà il cantante, se si attacca il muratore».
Penserete senza dubbio che questa barzelletta sia xenofoba. A prima vista,in effetti, lo è, ma per me si esprime in modo umoristico qualcosa che in parte è vero: gli italiani in Francia si sono mostrati sia lavoratori che artisti. Non mi soffermo sui figli di immigrati che sono diventati famosi cantanti (Serge Reggiani), attori (Fabrice Luchini), insegnanti, avvocati, architetti, prefetti della Repubblica Francese (Cécile Pozzo di Borgo), ministro del Granducato di Lussemburgo (Mars di Bartolomeo) o, ancora, sindaco di Volmeranges (Raymond Locatelli), ma i padri della maggior parte di essi sono stati i primi operai, bravi operai edili in particolare. Molti sono arrivati in Francia dopo la prima Guerra Mondiale per costruire la Linea Maginot. Poi ovviamente c’erano le miniere e la siderurgia. Al loro arrivo, essi erano generalmente poco accettati dalla popolazione locale. Io non vi ripeto altro che quello che ho sentito dire a proposito del modo in cui questo è stato vissuto a Volmeranges: «In chiesa, noi donne “ritals” non avevamo il diritto di sederci davanti, dovevamo rimanere dietro la “madame” del paese» mi ha confessato Lucia con ancora un po’ di amarezza. «Gli italiani? Litigavano spesso e tiravano fuori il coltello facilmente» mi ha detto Marie-Louise con un brivido di  disapprovazione.
I primi che arrivarono, alloggiarono in abitazioni costruite per loro dai padroni delle fabbriche in cui lavoravano. Le famiglie erano ammassate insieme e invece di confondersi con gli autoctoni fu inevitabile che le case degli operai divennero un piccolo ghetto, enclavi straniere sul suolo francese. Quando sono arrivato a Volmeranges, nel 1962, c’era ancora una forte rivalità tra i bambini del “villaggio“ e quelli della “colonia” (ossia coloro che sono venuti a colonizzare la Francia!), rivalità che ha portato a battaglie campali condotte a colpi di bastone e pietre che si è, fortunatamente, dissolta con la nuova generazione della tv e dei videogiochi. Un altro esempio: nel 1989, durante la campagna elettorale, M. Brun, che probabilmente era italiano, mi apostrofò così: «Che cosa farai per noi eh? Niente! Il vostro comune è sempre per la gente del villaggio che non ha niente a che fare con noi, qui, alla “colonia”, saremo sempre emarginati».  (Poi gli abbiamo dimostrato quanto si sbagliava!). Anche lo stesso Raymond Locatelli è stato considerato da alcuni italiani come un traditore, passato dalla parte della borghesia, abitante del villaggio. Dall’altra parte resistevano ancora i pregiudizi da parte di molti vecchi abitanti del paese nei confronti degli italiani.
Ecco gli ostacoli alle buone relazioni e all’integrazione. Ma se ci fossimo fermati lì, l’immigrazione italiana avrebbe finito per essere, come gli africani oggi, un grave problema sociale. Tuttavia, la popolazione di origine italiana, nonostante le difficoltà iniziali, ha finito per essere assorbita fino a divenire invisibile dentro la società francese. Così, le ultime associazioni di italiani,  un tempo numerose, sono quasi scomparse (ma non il nostro gemellaggio!). Come si è fatto? Il modo più semplice, credo, è stato che gli immigrati italiani hanno capito che i loro discendenti avrebbero passato la loro vita in Francia e che non sarebbero più tornati nel loro paese. Un segno che non manca mai: hanno smesso di parlare italiano ai loro figli, pensando che sarebbe stato un handicap per loro, alcuni hanno addirittura tolto la lettera finale al loro nome in modo che suonasse come francese.
Si deve riconoscere che vi erano alcuni fattori che promossero l’integrazione: la stessa religione e la stessa chiesa, l’unica del paese. E poi gli italiani non sono venuti in Francia che solo con la forza delle loro braccia. Essendo altamente politicizzati, hanno dapprima svolto un ruolo importante nelle lotte sindacali, insieme a tutti i lavoratori, spesso come leader. E dovete sapere che in molte città essi furono all’origine della creazione di cori, bande, orchestre e squadre di calcio. Oggi, nessuno in Francia immagina di fare battute xenofobe sugli italiani. Ora vi sono  altri immigrati di cui alcuni francesi (non necessariamente “nativi” essi stessi) hanno paura che ci “colonizzino”. Ma questo caso è molto più grave perché, per ora, non se ne vede la soluzione. Per saperne di più sulla emigrazione italiana, leggete questo: http://cahiersdugretha.u-bordeaux4.fr/2010/2010-13.pdf
 
 
 
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