CAOS DENTRO: OMAGGIO A LUIGI MAGNI

Nel marzo del 1944, Luigi Magni cessava di vivere per gli stenti patiti in un campo di concentramento nazista. Egli infatti, non aderendo al ricostituendo esercito della Repubblica di Salò, come centinaia di migliaia di italiani, venne internato in quei luoghi di patimenti. Solo nell’ottobre di quell’anno i famigliari ebbero notizia del decesso, grazie al cappellano che si è premurato di scrivere. La famiglia Magni, ha sopportato il calvario di quella guerra, pagando un prezzo insopportabile: oltre a Luigi, altri tre figli essa ha visto partire per quell’immane strage, per due di loro non c’è stato ritorno, Guido disperso in Russia, gli altri due moriranno in conseguenza di malattie o a ferite riportate, negli anni immediatamente seguenti.

I resti di Luigi sono stati ritrovati due anni or sono, e grazie all’interessamento della Associazione Combattenti e Reduci di Bergamo, sono potuti rientrare, ricevendo così degna sepoltura in quella terra che ha plasmato la sua gioventù.  Sabato 28 settembre, abbiamo reso omaggio ai resti di Luigi, poveri resti raccolti in una semplice cassetta di abete avvolta nel tricolore, un nutrito numero di concittadini ha accompagnato a sepoltura il caduto, preceduto dalle associazioni d’arma, e portato a braccia da un fante che idealmente rappresentava l’abbraccio della nostra comunità. La prolusione di don Achille, di ottimo spessore morale, si è ispirata alla Pacem in Terris, rimarcando a più riprese il bisogno ed il valore della pace come un dovere del credente e non. Come pure si è dimostrato apprezzabile l’intervento del presidente A.N.A. locale percorrendo il medesimo tema, senza retorica. Rendere omaggio a questa gioventù a cui si è spezzata la possibilità di vivere, amare e generare, è un dovere civile e al contempo un monito, dove ognuno di noi dovrebbe chiedersi se ci si sta meritando il loro sacrificio. Può apparire se si vuole superfluo porsi una domanda del genere, ma credo che tutte le volte che si mostra indifferenza verso le sofferenze generate dalle guerre in corso, diventa vano il sacrificio di Luigi, come il sacrificio di tutto quelli che si son visti bruciare la vita a vent’anni, protagonisti loro malgrado di un monito inutile. Un moto di indignazione ci assale al pensiero che una Patria matrigna metta a carico dei famigliari i costi del rientro dei resti, attenuato, anche se non ancora effettuato, dalla meritoria Associazione Reduci. Anche le istituzioni locali non hanno brillato in questa circostanza, se si eccettua la presenza all’arrivo in aeroporto di Bergamo del vicesindaco Salomoni, non si è provveduto a dare la benché minima solennità all’evento, ignorando il dovere di allestire tra le mura municipali una camera ardente, ben sapendo che da due anni i famigliari, protocollo alla mano, hanno comunicato loro l’evento. Pur presenziando alla cerimonia al camposanto, il primo cittadino non ha sentito il dovere di presentarsi con la fascia tricolore, come se quella morte,  generata da un rifiuto ad una Patria fascista, non fosse degna di un riconoscimento dovuto a un caduto. Se così fosse, si riconferma che i morti non sono tutti uguali, come contrariamente lo si è sentito più volte affermare.

Sperandio Mangili

 

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