PILLOLE DI POLITICA: IVA (Imposta sul Valore Aggiunto)

L’IVA, è un’imposta generale sui consumi, il cui calcolo si basa solo sull’incremento di valore che un bene o un servizio acquista ad ogni passaggio economico (valore aggiunto), a partire dalla produzione fino ad arrivare al consumo finale del bene o del servizio stesso.
L’IVA è un tributo tendenzialmente generale perché colpisce tutti i beni e servizi, tranne alcuni esonerati per legge.
E’ Trasparente perché può essere facilmente distinguibile in occasione di ciascuna operazione. La direttiva europea 2006/112/EU ha lo scopo di rendere uniforme l’imposizione indiretta in tutta l’Unione europea e stabilisce che gli Stati membri devono fissare l’aliquota dell’IVA in misura pari almeno al 15%.
In Italia la disciplina sull’IVA è contenuta nel D.P.R. n. 633 del 26 ottobre 1972, più volte modificato. All’entrata in vigore, il 1º gennaio 1973, per sostituire l’Imposta generale sulle entrate (IGE).
Dal 1 ottobre 2013, l’aliquota per la maggior parte di beni e servizi è al 22%.
I soggetti passivi di imposta, ovvero imprese e lavoratori autonomi, cioè coloro che hanno diritto alla detrazione sugli acquisti effettuati, devono ogni mese o ogni tre mesi, a seconda delle opzioni esercitate o del proprio volume d’affari, calcolare l’imposta dovuta o a credito, pagare quanto dovuto ed infine provvedere a un resoconto finale annuale.
La liquidazione (cioè il calcolo dell’imposta) si fa sommando l’IVA incassata dai propri clienti e sottraendo da tale importo l’IVA versata ai propri fornitori.
Se da tale differenza scaturirà un debito verso lo Stato, tale differenza sarà versata tramite il modello F24. Se viceversa scaturirà un credito questo potrà essere riportato al periodo successivo per essere scalato dalla successiva liquidazione o, a certe condizioni, potrà essere chiesto a rimborso o utilizzato in compensazione, cioè detratto da altri tributi dovuti dal contribuente.
Ad esempio, se un commerciante acquista materia prima per un valore di 1.000 euro, per cui pagherà 1.220 euro, essendo l’IVA pari 220 euro (22%). Supponiamo che, a seguito di una serie di lavorazioni effettuate su di essa, il valore del prodotto lavorato sia di 1.200 euro. Al momento della vendita il consumatore finale pagherà al commerciante una somma di 1.464 euro (1.200 + 264). La somma che il commerciante deve versare allo Stato è di 264 – 220 = 44 euro (IVA che il commerciante ha ricevuto dal consumatore finale al netto di quella versata per acquistare la materia prima).
In questo senso il commerciante è soggetto passivo d’imposta e può detrarre l’imposta pagata sugli acquisti (i 220 euro pagati all’acquisto della materia prima) dall’imposta addebitata sulle vendite (i 264 euro versati dal consumatore finale al commerciante). Inoltre, il commerciante è neutrale rispetto all’IVA: ha ricevuto dal consumatore finale 264 euro, ne ha versati 220 all’acquisto della materia prima e 44 allo Stato (quindi in termini di IVA non ha ricavato né perso nulla).
Il consumatore finale, invece, che non rivende la merce, né ne aumenta il valore, ma la utilizza per i suoi scopi, sopporta il peso dell’IVA versata allo Stato, ossia non detrae nulla.
Se il commerciante non potesse “scaricare” l’IVA sulla materia prima, si avrebbe un aumento ulteriore del prezzo del prodotto. Tutto ciò ricadrebbe sulle tasche del consumatore finale.
Poiché il pagamento dell’IVA è basato su scontrini, ricevute fiscali e fatture, per l’IVA è diffuso il fenomeno dell’evasione.Vi sono due scenari. In uno il contribuente di diritto (commerciante, professionista, imprenditore) incassa l’IVA dal contribuente di fatto (cliente, consumatore) senza emettere né scontrino, né ricevuta fiscale, né fattura. L’imprenditore non dichiara e quindi non versa l’IVA.
Nel secondo scenario l’imprenditore, per es. un professionista, collude con il cliente, offrendo uno sconto pari all’IVA in cambio della rinuncia alla ricevuta fiscale o alla fattura. Il vantaggio per il cliente è ovvio: risparmio dell’IVA con minimo rischio. Per il contribuente di diritto, non essendoci traccia della transazione, il guadagno non appare nella dichiarazione dei redditi con conseguente evasione di imposta sul reddito. I cittadini debbono denunciare, declinando le proprie generalità, i tentativi di collusione per evasione IVA alla Guardia di Finanza. Esiste un sito che permette segnalazioni anonime in cui neanche l’evasore viene identificato, allo scopo di raccogliere dati sull’evasione dell’IVA.

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