IL FILO DI ARIADNE

Natura! Ne siamo circondati e avvolti – incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia. […]. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri. Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere.”
(J. W. Goethe, Frammento sulla natura)

Una questione che ai giorni nostri è diventata ormai pressante, e la cui urgenza va sempre più aggravandosi, è quella della tutela dell’ambiente e dello sfruttamento sregolato che da anni interessa le risorse del nostro pianeta. “Buco nell’ozono”, “effetto serra”, “riscaldamento globale”, “scioglimento dei ghiacciai”, sono tutti termini che riassumono problematiche oramai note a chiunque. Ne sentiamo parlare in televisione e suoi giornali, sono i temi di molte conferenze e ricerche in tutto il mondo. Inoltre, soprattutto negli ultimi anni, sono stati associati alle catastrofi ambientali che hanno colpito diverse zone della terra, le più recenti delle quali l’alluvione che ha devastato le Filippine e quella che ha colpito la Sardegna, ma se ne potrebbero nominare molte altre. Si tratta di episodi dalle cause e dalle dimensioni diverse, ma che hanno comunque un denominatore comune che non può essere ignorato: in tutti i casi le tragedie sono il risultato di un uso incontrollato delle risorse terrestri, sia a livello di sfruttamento del suolo sia, più in generale, di inquinamento.

La questione ha radici profonde, che oltrepassano il sistema economico e sociale attuale e affondano direttamente nella natura umana. Infatti, una delle più radicate aspirazioni dell’umanità è forse quella di riuscire a controllare la natura e le sue forze e poterla sfruttare appieno per il proprio vantaggio. Nel corso dei secoli, fin dai tempi più antichi, l’uomo non ha fatto altro che tentare di appropriarsi dei mezzi e delle conoscenze necessari a questo scopo, raggiungendo a volte risultati davvero sorprendenti. Eppure, in questo nostro progredire, abbiamo perso la cosa più importante: il contatto con il nostro pianeta e quella sensibilità fondamentale per poter vivere in armonia con esso. Come scriveva Goethe, siamo ormai “stranieri” e “avvolti” in una natura che non sappiamo comprendere né tanto meno controllare. Nonostante tutti i nostri progessi, “non abbiamo su di lei nessun potere”, le calamità naturali che così facilmente spazzano via tutto quello che siamo in grado di costruire sono solo l’esempio più eclatante di questa scomoda verità. Alla fine è ancora la Natura a controllare e dominare le nostre vite, e non viceversa.

Posti di fronte a questa realtà, non dovremmo magari iniziare a chiederci se esiste un’altra via, un altro modo di convivere con la forza distruttrice e creatrice di cui noi stessi siamo parte? Forse è giunto il momento di iniziare a pensare in maniera diversa, non solo per risolvere i problemi ormai inevitabili che dobbiamo affrontare fin da ora, ma anche per dar vita a una nuova mentalità che ci permetta di recuperare l’equilibrio e il contatto perduti. L’obbiettivo non deve essere più il controllo, ma il saper ascoltare quello che la natura ci dice e tentare di carpire quel “segreto” che nascondono le sue continue parole.

CAOS DENTRO: OMAGGIO A LUIGI MAGNI

Nel marzo del 1944, Luigi Magni cessava di vivere per gli stenti patiti in un campo di concentramento nazista. Egli infatti, non aderendo al ricostituendo esercito della Repubblica di Salò, come centinaia di migliaia di italiani, venne internato in quei luoghi di patimenti. Solo nell’ottobre di quell’anno i famigliari ebbero notizia del decesso, grazie al cappellano che si è premurato di scrivere. La famiglia Magni, ha sopportato il calvario di quella guerra, pagando un prezzo insopportabile: oltre a Luigi, altri tre figli essa ha visto partire per quell’immane strage, per due di loro non c’è stato ritorno, Guido disperso in Russia, gli altri due moriranno in conseguenza di malattie o a ferite riportate, negli anni immediatamente seguenti.

I resti di Luigi sono stati ritrovati due anni or sono, e grazie all’interessamento della Associazione Combattenti e Reduci di Bergamo, sono potuti rientrare, ricevendo così degna sepoltura in quella terra che ha plasmato la sua gioventù.  Sabato 28 settembre, abbiamo reso omaggio ai resti di Luigi, poveri resti raccolti in una semplice cassetta di abete avvolta nel tricolore, un nutrito numero di concittadini ha accompagnato a sepoltura il caduto, preceduto dalle associazioni d’arma, e portato a braccia da un fante che idealmente rappresentava l’abbraccio della nostra comunità. La prolusione di don Achille, di ottimo spessore morale, si è ispirata alla Pacem in Terris, rimarcando a più riprese il bisogno ed il valore della pace come un dovere del credente e non. Come pure si è dimostrato apprezzabile l’intervento del presidente A.N.A. locale percorrendo il medesimo tema, senza retorica. Rendere omaggio a questa gioventù a cui si è spezzata la possibilità di vivere, amare e generare, è un dovere civile e al contempo un monito, dove ognuno di noi dovrebbe chiedersi se ci si sta meritando il loro sacrificio. Può apparire se si vuole superfluo porsi una domanda del genere, ma credo che tutte le volte che si mostra indifferenza verso le sofferenze generate dalle guerre in corso, diventa vano il sacrificio di Luigi, come il sacrificio di tutto quelli che si son visti bruciare la vita a vent’anni, protagonisti loro malgrado di un monito inutile. Un moto di indignazione ci assale al pensiero che una Patria matrigna metta a carico dei famigliari i costi del rientro dei resti, attenuato, anche se non ancora effettuato, dalla meritoria Associazione Reduci. Anche le istituzioni locali non hanno brillato in questa circostanza, se si eccettua la presenza all’arrivo in aeroporto di Bergamo del vicesindaco Salomoni, non si è provveduto a dare la benché minima solennità all’evento, ignorando il dovere di allestire tra le mura municipali una camera ardente, ben sapendo che da due anni i famigliari, protocollo alla mano, hanno comunicato loro l’evento. Pur presenziando alla cerimonia al camposanto, il primo cittadino non ha sentito il dovere di presentarsi con la fascia tricolore, come se quella morte,  generata da un rifiuto ad una Patria fascista, non fosse degna di un riconoscimento dovuto a un caduto. Se così fosse, si riconferma che i morti non sono tutti uguali, come contrariamente lo si è sentito più volte affermare.

Sperandio Mangili

 

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LO STUPRO VIRILE

“Se l’è cercata”, “si vestiva come una poco di buono”, “era consenziente”, “è stata lei a provocarmi”

Quando mi capita di ascoltare frasi come queste mi chiedo se siamo rimasti al Medioevo…

Oggi, spesso, sembra passare il messaggio che se una donna è stata vittima di stupro le si possa imputare parte della colpa: sicuramente sarà dipeso dal fatto che si sarà vestita o atteggiata in maniera tale da legittimare l’aggressore ad agire in quella determinata maniera. Lo trovo aberrante: siamo nel XXI secolo e ancora c’è gente che pensa che una donna non sia libera di vestirsi come vuole, che un uomo che le usa violenza abbia in un certo senso delle scusanti…

È concezione comune che l’uomo sia forte, che la sua virilità debba necessariamente manifestarsi nel suo essere insensibile, rozzo, violento.

Nonostante il più delle volte si tenda a negarlo, nella società odierna è ancora fortemente radicato il concetto di “sesso debole” in riferimento alla donna. La verità è che la donna rispetto ai secoli passati ha fatto passi da gigante nell’emancipazione, anche se molti altri bisognerebbe farne (e qui si potrebbe parlare della disparità tra i sessi in ambito lavorativo che, si dica ciò che si dica, permane ancora tra le piaghe sociali che affliggono la nostra società, ma non è questo il momento per dilungarci in questo discorso). Se però la donna si è emancipata, in alcuni uomini, invece, è rimasto l’istinto brutale di rivendicare l’unica cosa nella quale possono prevaricare sulle donne: la forza fisica. Questo genere di uomini con la “u” minuscola, che a mio parere non si potrebbero nemmeno definire tali, vedono la donna come oggetto: oggetto del piacere, strumento per esaltare il proprio sentirsi uomo. E sempre gli stessi si vantano della loro forza bruta :sembra paradossale, ma sono gli stessi uomini che così facendo si paragonano a bestioni ancestrali che ancora non sono in grado di dominare i propri istinti. Credono di vantarsi, invece danno solo conferma del loro essere infimi :non solo non sono in grado di fare uso dei propri freni inibitori, bensì  con estrema vigliaccheria violentano chi non è in grado di reagire con la forza dei muscoli. Anche se fossero in grado di reagire, però, non vi sarebbero scusanti verso lo stupro e qualsivoglia genere di violenza.

Spesso questo genere di uomini considerano la LORO DONNA come una LORO PROPRIETÀ; non chiedono, ma pretendono; non si fermano davanti a un “no”: godono colmando la propria inettitudine nella sofferenza di chi ottengono, ma solo fisicamente.

Ottenere l’anima di una donna è ben altro.

Si parla sempre di violenza fisica, ma dovremmo prendere coscienza del fatto che il primo stadio di violenza al quale sono soggette le donne è quello della “violenza verbale”. Ogni giorno, tutti i giorni si sentono frasi offensive, volgari, mortificanti riferite alle donne; questo non solo dovrebbe farci riflettere, ma dovremmo soffermarci ancor di più sul fatto di esserci abituati alla cosa , anzi, riderci sopra il più delle volte. Questo delle offese verbali è il seme della violenza dal quale si sviluppano le cosiddette “violenze domestiche”: la donna dapprima perde d’identità, si annulla, implode in se stessa dando ascolto ai discorsi maschilisti, misogini di chi vive con lei giorno per giorno e la porta a credersi meno di nulla, una nullità nel vero senso del termine; per poi trovarsi fisicamente sopraffatta dallo stesso uomo .

I fatti di cronaca spesso riportano notizie di stupri avvenuti nei vicoli, o in aree poco praticate, ma ancora più raccapriccianti, se possibile, sono quelli che avvengono tutti i giorni nel silenzio :quelli che avvengono all’interno delle mura domestiche, dei quali nessuno parla, o per paura, o per omertà.

E poi si potrebbe stare a parlare di stupri di gruppo, stupri negli ambienti lavorativi, stupri a scuola, fenomeni come il mobbing (molestie in ambito lavorativo), o lo stalking (molestie di carattere persecutorio)..insomma, il progredire nel tempo è direttamente proporzionale alla crescita esponenziale di nuovi termini coniati per le nuove modalità di violenza sulle donne …perché anche gli aggressori devono stare al passo con i tempi…

Davvero paradossale: aumentano le tecniche di autodifesa insegnate nelle palestre, cresce il numero di associazioni per la difesa delle donne…

“viviamo in una società che insegna alle donne a difendersi dallo stupro, invece di insegnare agli uomini a non stuprare le donne” (Anonimo)

…il colmo è che bisognerebbe risolvere a monte il problema rieducando l’uomo non più a fare SESSO con UNA donna ma a fare l’AMORE con LA donna,  SE E SOLO SE questa lo vuole.

Naturalmente i veri uomini non sono questi, fortunatamente di Uomini Veri ce ne sono molti, la speranza è di poter dire in futuro che ce ne saranno sempre di più. Abbattere il problema completamente sarebbe un’ utopia, è però dovere di ognuno di noi reagire, non abbassare la testa.

Elisa

CAOS DENTRO: OGNI MURO E’ UNA PORTA

Teste basse, sguardi assenti, corpi che si muovono per forza d’inerzia…

Spesso fra la gente, per strada, si incontrano volti anonimi, sguardi che passano in rassegna ciò che si offre alla loro vista in modo passivo, lasciando che le immagini degli oggetti si lascino captare da loro, quasi come se fossero le cose a dover fluire verso gli occhi e penetrarvi. Una volta giunte lì le immagini dovrebbero continuare a fluire e fluire, sino a biforcarsi in una danza di emozioni che va a sollecitare mente e cuore. E invece no. Oggi purtroppo non è più così, o almeno, il più delle volte questo non accade.

Potremmo stare a raccontarci la storiella de “la nostra è una vita frenetica”  che non è del tutto falsa, non lo nego, ma ciò che realmente ci caratterizza nell’approcciarci all’”altro da noi” è una totale assenza d’interesse. Non lo dico in modo pretestuoso, cerco solo di mettere nero su bianco quello che è un aspetto amaro ma innegabile della società in cui viviamo.

Si cerca di non farlo venire a galla, come del resto si cerca di farlo con tutto ciò che ci è scomodo, ciò che ci da preoccupazioni o arreca danni, ma è un dato di fatto : la noncuranza dilagante è come un morbo, un’epidemia che non intacca solo le persone , ma tutto ciò che ci circonda.

È triste pensare che nel quotidiano persino nelle cose più banali, ognuno pensi a coltivare il proprio orticello, a difenderlo da ciò che gli è esterno, senza nemmeno valutare se la portata di quel qualcosa di estraneo sarebbe benefica o meno. Ognuno pensa al sé, alla sopravvivenza dell’io, in modo egoistico si pensa a “realizzarsi” nel proprio piccolo, si punta sulla carriera, una vita decorosa, si spera nella propria salute…..ma il vero “realizzarsi” non dovrebbe intendersi come formarsi una propria personalità, crescere dal punto di vista delle esperienze, grazie all’interazione con gli altri?

La società apparentemente si sta aprendo al progresso, l’uomo, invece, sta regredendo all’ “ homo homini lupus” del filosofo britannico Hobbes, del XVII secolo : ognuno vede nel prossimo un nemico, qualcuno da danneggiare se non si vuole essere danneggiati.

Mi fa strano pensare che il nostro modo di agire oggi sia più ottuso di quello appartenuto ad alcuni antichi : sto pensando al concetto di “humanitas”  terenziano : in quanto uomo, tutto ciò che appartiene alla natura umana non   mi è estraneo. E oggi invece parrebbe proprio il contrario :in quanto uomo, singolo, individuo mi estraneo dall’umanità tutta, per la mia salvaguardia.

Invece, non c’è cosa più bella di tentare di sondare l’anima delle persone: la nostra in primo luogo, ma anche e soprattutto quella degli altri, che può portare una ventata di vita nuova nella nostra esperienza personale. Pertanto perché non tornare a considerarci tesori la cui mappa è rintracciabile tra i legami che si instaurano fra di noi ? Sensibili contatti tra individualità isolate che si incontrano possono conferire nuove sfumature al mondo che ci circonda, aprirci a nuovi orizzonti, trovare nuove motivazioni, rivalutare le proprie opinioni. Ricredersi, infatti, è motivo di crescita, non di vergogna. Dovremmo far fruttare le relazioni che intrecciamo con gli altri, renderle occasioni per riscoprire i veri valori. La bellezza della vita non la rintraccio guidando auto di grossa cilindrata, abitando in tenute di infiniti ettari o spargendo banconote di grosso taglio in ogni dove : imparo ad apprezzare la vita solo nel momento in cui capisco che ciò che di più prezioso esiste al mondo è qualcosa di invisibile, impalpabile, sfuggente :l’anima delle persone. E per anima intendo : il passato, le emozioni, i sentimenti , i segreti, che mai verranno pienamente alla luce, di una persona. Come farlo? Abbattendo i muri che ci auto poniamo, le barriere che ci portiamo dietro tutto il giorno, tutti i giorni per paura di lasciarci conoscere, quelle stesse recinzioni impenetrabili del nostro orticello, perché…..”Ogni muro è una porta” (Ralph Waldo Emerson), tutto sta nel saper trovare la chiave giusta per aprirla. Il mazzo di chiavi tra cui cercarla è formato dai punti in comune con l’altro, l’interesse che ci spinge all’incontro, la volontà di entrambi di rimettersi in discussione ;lo strumento a nostra disposizione per sbrogliare la matassa è la pazienza, la compartecipazione  all’esperienze interiori dell’altro .

Come ho detto prima, però, la perdita d’interesse dell’uomo del XXI secolo non si limita a questo, bensì rende privo di significato tutto ciò che lo circonda. Se le cose vengono fatte “tanto per farle” o perché si sente l’obbligo di portarle avanti, inevitabilmente verranno fatte in uno stato di totale apatia per tutto ciò con cui entriamo in contatto. Intendo “apatia” nel vero senso del termine di “assenza di pathos, di emozione” e non lo facciamo con intenzione, è solo che ci sarebbe da stupirsi se si riuscisse a trovare motivazione forte, determinante anche in ciò che non ci coinvolge, non sollecita il nostro ben che minimo interesse…

Sarebbe auspicabile una riscoperta delle nostre vere passioni, come motori delle nostre azioni, una rilettura del modo alla luce del piacere per ciò che si fa, un riassaporare le cose con gli occhi stupefatti dei bambini… tutto questo sta agli antipodi dell’utopia, sarebbe attuabile se solo ci si lasciasse trasportare col pensiero dal significato al quale le cose rimandano. Dietro ogni oggetto c’è una storia…magari non ne conosciamo la provenienza, ma conosciamo di certo la storia che noi abbiamo costruito con quell’oggetto, che sta scritta nei ricordi. Pertanto basterebbe non negare i ricordi, sarebbe come rinnegare se stessi, bensì richiamarli alla memoria, perché l’importanza di ciò che ci circonda va oltre il visibile.  I ricordi sono solo una parte degli infiniti rimandi a cui la realtà che ci circonda può rinviare…l’aspetto allettante è che ad ognuno di noi è dato di coglierne solo alcuni: i punti di vista non solo sono soggettivi, ma soprattutto sono personali, nel senso che le cose che vediamo le rendiamo vive instillando in loro gocce di noi.


Tutto è neutro. Sei tu che dai sapore alle cose, incontrandole.

(Fabio Volo)

Elisa

PILLOLE DI POLITICA: Austerity

Austerity

L’Austeriy è stato un periodo a cavallo tra il 1973 ed il 1974, durante il quale molti governi dei Paesi occidentali, compreso quello italiano, furono costretti ad emanare disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico in seguito all’aumento repentino del prezzo del greggio nel 1973, causato da alcuni fattori politico-economici internazionali: innanzitutto l’ aumento dei costi di trasporto petrolifero dipendente dalla chiusura del Canale di Suez, diventato impraticabile con le guerre arabo-israeliane tra il 1967 ed il 1973. Le petroliere dovevano circumnavigare il continente africano; l’aumento delle royalty dei paesi mediorientali produttori di greggio; con royalty si indica il diritto del titolare di un brevetto o una proprietà intellettuale, ad ottenere il versamento di una somma di danaro da parte di chiunque effettui lo sfruttamento di detti beni con lo scopo di poterli sfruttare per fini commerciali o di lucro. In più l’embargo petrolifero, ossia blocco della fornitura del commercio del petrolio, sempre dai paesi mediorientali a danno di Europa e Stati Uniti. Ciò accadde perché questi ultimi erano alleati di Isralele che aveva sconfitto le forze egiziane e siriane nella famosa guerra dello Yom Kippur.

In Italia, il programma di austerità fu discusso e approvato durante il Consiglio dei Ministri del 22 novembre 1973.Le misure varate, immediatamente esecutive, ebbero un impatto tangibile sul modo di vita degli italiani. Esse comprendevano un forte aumento del prezzo dei carburanti, l’obbligo di ridurre la pubblica illuminazione del 40% e di tenere spente insegne e scritte pubblicitarie. Bar e ristoranti dovevano chiudere entro la mezzanotte, mentre ai locali di pubblico spettacolo veniva imposta la chiusura entro le ore 23. Allo stesso orario dovevano essere conclusi anche i programmi televisivi. La velocità sulle strade veniva limitata a %50 km orari nei centri urbani, 100 km orari sulle strade extraurbane e 120 km/h sulle autostrade. La disposizione di maggior impatto fu il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi motorizzati, velivoli e natanti compresi. Erano escluse dal divieto le automobili del corpo diplomatico e i mezzi di trasporto pubblico.
Fu istituita una speciale contravvenzione per i trasgressori al divieto di circolazione festivo che prevedeva la multa da Lire 100.000 a 1.000.000, cifra assai ingente per l’epoca, oltre all’immediato sequestro del veicolo.
Per sottolineare la severità della norma, il 23 novembre venne diramata una circolare del ministero dei Trasporti a tutti i corpi di polizia che precisava fossero assoggettate al divieto anche le automobili delle massime autorità, comprese quelle dei ministri e persino del Presidente della Repubblica. Tali autorità, in caso di indifferibili necessità di servizio nei giorni festivi, potevano muoversi solo su mezzi del trasporto pubblico o dotati di targa militare. Per questo ci fu una riscoperta delle fonti energetiche alternative e l’adozione di misure per evitare sprechi di energia.

Questa crisi sensibilizzò i paesi sviluppati sull’eventualità non troppo remota dell’esaurimento delle risorse energetiche, al punto da ipotizzare un ritorno alla civiltà preindustriale.

Negli Stati Uniti i provvedimenti per l’Austerity riguardarono anche le competizioni sportive. Ad esempio la 200 Miglia di Daytona del 1974 si disputò sulla distanza ridotta a 180 miglia. Dall’aprile del 1974 si allentano le misure di restrizione del traffico privato  che poi vengono abolite di fatto nel giugno 1974: saranno formalmente abrogate solo dal nuovo Codice delle Strada del 1992.

Forse, se non si troverà una via d’uscita a breve dalla crisi finanziaria di oggi, molti paesi dovranno adottare di nuovo delle misure di austerità così forti per tenere in piedi vari Stati. La Grecia ha già iniziato: ad esempio, dal 1 settembre 2013 i supermercati sono autorizzati a vendere i cibi scaduti con uno sconto. A causa della crisi che da troppo tempo ormai segna molti Stati europei, quelle norme così datate dell’Austerità non saranno più qualcosa di distante.

CAOS DENTRO: LA PENA DI MORTE IN COREA DEL NORD

La pena di morte in Corea del Nord è prevista per taluni reati. Ufficialmente, le fattispecie di reato passibili di pena di morte sono 5: Complotti contro la sovranità dello Stato, terrorismo, alto tradimento contro la patria da parte di cittadini, alto tradimento nei confronti della popolazione; omicidio. La realtà è tuttavia molto diversa, perché la pena di morte è praticata sistematicamente e su vasta scala in moltissimi casi, anche banali. Non si conosce il numero esatto di esecuzioni annuali, perché è segreto di stato; peraltro esse non sono mai riportate dai mezzi di comunicazione locali, strettamente controllati dal governo. Ricorrentissime sono le esecuzioni pubbliche. Uno dei casi più frequenti è la punizione per tentata fuga all’estero(nella quasi totalità dei casi, Cina o Corea del Sud). Ad esempio, si ha notizia di 15 persone giustiziate per aver tentato di raggiungere la Cina. Numerose sono le esecuzioni pubbliche che avvengono nel sistema concentrazionario nordcoreano, che si articola, oltre alle normali carceri, in campi per i prigionieri politici, che pare siano sette, e campi di rieducazione, tra i 15 e i 20. Si stima che i detenuti politici attualmente siano compresi tra i 150000 e i 200000. Prigionieri e guardie scappati da questi luoghi li descrivono come veri e propri campi di concentramento, con alte percentuali di detenuti morti ogni anno. A Yodok, per esempio, sono frequenti le esecuzioni sommarie dinanzi agli altri detenuti. Chi non sopporta la vista dell’esecuzione(spesso tramite fucilazione) e protesta viene ucciso. Chi tenta di fuggire o viola le regole del campo(per esempio per aver rubato cibo) è sempre punito con la morte. Inoltre, spesso i detenuti sono costretti, appositamente, a lavori impossibili, in modo tale da poterle punire e diminuire la loro razione di cibo, condannandoli alla morte per fame. Chi viene rilasciato, è condannato a morte se rivela i segreti del campo. Come testimoniato da altri prigionieri e guardie, simili situazioni si ripropongono anche negli altri campi per prigionieri politici. Sui campi di rieducazione, invece, le informazioni sono meno precise. È evidente, in ogni caso, come le esecuzioni siano decine, o peggio centinaia all’anno, a causa della loro sistematica frequenza e soprattutto dei futili motivi per cui sono comminate. Nel campo di Kaechon una bambina di 6 anni è stata uccisa per aver rubato 5 chicchi di grano. Ciò prova, insieme a numerosi altri casi resi noti dai pochi testimoni, che siano normali anche le esecuzioni di minori. Più recentemente, la pena di morte o la condanna ai lavori forzati sono state minacciate a chi utilizzi il cellulare, specie in pubblico, nel periodo di lutto successivo alla morte del dittatore Kim Jong-il, avvenuta il 17 dicembre 2011. Tale periodo dura 100 giorni a decorrere dal 17 dicembre, ed in questo lasso di tempo l’uso del cellulare è considerato crimine di guerra. L’intento è quello di evitare il diffondersi all’estero di notizie destabilizzanti, in un momento delicato per il regime.

PILLOLE DI POLITICA: Speciale economia

PIL

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) o, in inglese,GDP(Gross Domestic Product) rappresenta il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese in un certo intervallo di tempo, generalmente l’anno.

Il PIL è economicamente riconosciuto come il valore della ricchezza o del benessere di un paese.

Esistono tre diverse metodologie per calcolare tale grandezza. La prima, chiamata “Metodo della Spesa”, permette di ottenere il PIL attraverso la somma dei Consumi (spesa delle famiglie in beni durevoli, beni di consumo e servizi), degli Investimenti (spesa delle imprese e delle famiglie in immobili), della Spesa Pubblica e delle Esportazioni nette (differenza fra esportazioni ed importazioni).

Il secondo criterio si basa sul “Metodo del Valore Aggiunto”. Il PIL in questo caso viene quantificato sommando i valori dei Beni e dei Servizi prodotti dalle imprese. Per eliminare tutte le duplicazioni che intervengono nella catena del valore di un bene, ad ogni stadio della produzione viene contabilizzato, come parte del PIL, solo il valore aggiunto al bene in questione in quello specifico stato della produzione.

Il Valore Aggiunto può essere quindi definito come la differenza tra il ricavo ottenuto dalla vendita e la somma pagata per l’acquisto delle materie prime e dei semilavorati utilizzati nel processo produttivo.

L’ultimo metodo, che può essere utilizzato per la misurazione del PIL, è invece il “Metodo dei Redditi”. Il Prodotto Interno Lordo può essere, infatti, ottenuto come somma delle Retribuzioni e dei Redditi da Capitale. Quello che però è altrettanto importante sottolineare è che questi tre metodi conducono tutti al medesimo risultato.

Ora che è chiaro cosa è il PIL è interessante notare come l’utilizzo di tale indicatore per valutare lo stato di benessere di un paese non sia totalmente affidabile.

Il PIL non tiene ovviamente conto tutto ciò che riguarda le attività illecite, economia sommersa e gli scambi di beni e servizi (un’impresa che produce piastrelle fa un servizio che viene ripagato da un’altra impresa con una prestazione) oltre a non conteggiare l’utilizzo delle risorse naturali non rinnovabili come petrolio nel processo produttivo

Per concludere il PIL è si un indicatore utilizzato per ottenere il benessere e la ricchezza di un paese a fini economici ma non tiene minimanente conto di come la ricchezza e il benessere viene redistribuita quindi è un mero mezzo per indicare se un paese è in crescita o meno.

A questo punto sorge una domanda, i paragoni che vengono fatti tra paesi con PIL differenti e con caratteristiche diverse sono paragonabili o serve un indicatore più accurato per determinare lo stato di benessere di un paese?

CAOS DENTRO: IL SOGNO DI WELBY

Caro Presidente,

scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.
Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l’allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l’aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un’ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l’aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un’ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l’ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà.
Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una “morte dignitosa”. No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.
La morte non può essere “dignitosa”; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia “dignitosa” è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell’occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos’è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: “Ostico, lottare. Sfacelo m’assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m’accerchia senza spiragli. Non esiste approdo”.
L’approdo esiste, ma l’eutanasia non è “morte dignitosa”, ma morte opportuna, nelle parole dell’uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che “spinge verso il porto”; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo “luogo” dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l’eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non “esista”: vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente “terminale” che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di “approdo” alla morte opportuna.
Una legge sull’eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L’associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l’impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell’alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.
Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all’eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.
Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.
Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.
Il mio sogno, anche come co-Presidente dell’Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.

Piergiorgio Welby

PILLOLE DI POLITICA: IVA (Imposta sul Valore Aggiunto)

L’IVA, è un’imposta generale sui consumi, il cui calcolo si basa solo sull’incremento di valore che un bene o un servizio acquista ad ogni passaggio economico (valore aggiunto), a partire dalla produzione fino ad arrivare al consumo finale del bene o del servizio stesso.
L’IVA è un tributo tendenzialmente generale perché colpisce tutti i beni e servizi, tranne alcuni esonerati per legge.
E’ Trasparente perché può essere facilmente distinguibile in occasione di ciascuna operazione. La direttiva europea 2006/112/EU ha lo scopo di rendere uniforme l’imposizione indiretta in tutta l’Unione europea e stabilisce che gli Stati membri devono fissare l’aliquota dell’IVA in misura pari almeno al 15%.
In Italia la disciplina sull’IVA è contenuta nel D.P.R. n. 633 del 26 ottobre 1972, più volte modificato. All’entrata in vigore, il 1º gennaio 1973, per sostituire l’Imposta generale sulle entrate (IGE).
Dal 1 ottobre 2013, l’aliquota per la maggior parte di beni e servizi è al 22%.
I soggetti passivi di imposta, ovvero imprese e lavoratori autonomi, cioè coloro che hanno diritto alla detrazione sugli acquisti effettuati, devono ogni mese o ogni tre mesi, a seconda delle opzioni esercitate o del proprio volume d’affari, calcolare l’imposta dovuta o a credito, pagare quanto dovuto ed infine provvedere a un resoconto finale annuale.
La liquidazione (cioè il calcolo dell’imposta) si fa sommando l’IVA incassata dai propri clienti e sottraendo da tale importo l’IVA versata ai propri fornitori.
Se da tale differenza scaturirà un debito verso lo Stato, tale differenza sarà versata tramite il modello F24. Se viceversa scaturirà un credito questo potrà essere riportato al periodo successivo per essere scalato dalla successiva liquidazione o, a certe condizioni, potrà essere chiesto a rimborso o utilizzato in compensazione, cioè detratto da altri tributi dovuti dal contribuente.
Ad esempio, se un commerciante acquista materia prima per un valore di 1.000 euro, per cui pagherà 1.220 euro, essendo l’IVA pari 220 euro (22%). Supponiamo che, a seguito di una serie di lavorazioni effettuate su di essa, il valore del prodotto lavorato sia di 1.200 euro. Al momento della vendita il consumatore finale pagherà al commerciante una somma di 1.464 euro (1.200 + 264). La somma che il commerciante deve versare allo Stato è di 264 – 220 = 44 euro (IVA che il commerciante ha ricevuto dal consumatore finale al netto di quella versata per acquistare la materia prima).
In questo senso il commerciante è soggetto passivo d’imposta e può detrarre l’imposta pagata sugli acquisti (i 220 euro pagati all’acquisto della materia prima) dall’imposta addebitata sulle vendite (i 264 euro versati dal consumatore finale al commerciante). Inoltre, il commerciante è neutrale rispetto all’IVA: ha ricevuto dal consumatore finale 264 euro, ne ha versati 220 all’acquisto della materia prima e 44 allo Stato (quindi in termini di IVA non ha ricavato né perso nulla).
Il consumatore finale, invece, che non rivende la merce, né ne aumenta il valore, ma la utilizza per i suoi scopi, sopporta il peso dell’IVA versata allo Stato, ossia non detrae nulla.
Se il commerciante non potesse “scaricare” l’IVA sulla materia prima, si avrebbe un aumento ulteriore del prezzo del prodotto. Tutto ciò ricadrebbe sulle tasche del consumatore finale.
Poiché il pagamento dell’IVA è basato su scontrini, ricevute fiscali e fatture, per l’IVA è diffuso il fenomeno dell’evasione.Vi sono due scenari. In uno il contribuente di diritto (commerciante, professionista, imprenditore) incassa l’IVA dal contribuente di fatto (cliente, consumatore) senza emettere né scontrino, né ricevuta fiscale, né fattura. L’imprenditore non dichiara e quindi non versa l’IVA.
Nel secondo scenario l’imprenditore, per es. un professionista, collude con il cliente, offrendo uno sconto pari all’IVA in cambio della rinuncia alla ricevuta fiscale o alla fattura. Il vantaggio per il cliente è ovvio: risparmio dell’IVA con minimo rischio. Per il contribuente di diritto, non essendoci traccia della transazione, il guadagno non appare nella dichiarazione dei redditi con conseguente evasione di imposta sul reddito. I cittadini debbono denunciare, declinando le proprie generalità, i tentativi di collusione per evasione IVA alla Guardia di Finanza. Esiste un sito che permette segnalazioni anonime in cui neanche l’evasore viene identificato, allo scopo di raccogliere dati sull’evasione dell’IVA.