IL FILO DI ARIADNE

“Dobbiamo chiederci chi è un clandestino, uno che non ha il permesso di soggiornare in un paese. È una persona senza futuro perché non ha un’identità da rivendicare. Diventa una presenza illegale, illegittima. È qui, ma al tempo stesso non è qui. Vive su una soglia. È una ‘non persona’.”
(Nadime Gordimer)

Questo mese di ottobre è stato ricco di notizie, conflitti e tentativi di cambiamento. Da un lato abbiamo il mondo della politica, italiana ed internazionale, che ancora si arrovella intorno ai soliti problemi, scandali e questioni; dall’altro abbiamo le tragiche, quotidiane conseguenze di una crisi economica ma anche sociale e individuale che ogni giorno colpisce un numero sempre maggiore di persone. Ma in particolare un avvenimento ha segnato questi giorni, un evento che purtroppo riporta alla mente molti altri episodi simili: la tragedia di Lampedusa. Per questo motivo ho deciso di dedicare la riflessione di questo mese all’immigrazione e alle persone che per un motivo o per l’altro, in qualche modo costrette o di propria volontà, lasciano il loro paese d’origine per compiere un viaggio verso l’ignoto.

Tante parole sono state spese su questa tragica vicenda, forse troppe, quando sarebbe stato il caso di rispettare in silenzio il dolore dei sopravvissuti e di ascoltare le storie di chi ha perso la vita cercando la salvezza da una realtà che spesso non lascia altra scelta. Abbandonare la propria patria non è mai una scelta facile, soprattutto se non si è sicuri del fatto che ci si potrà tornare. Per quante difficoltà ci possa riservare, essa resta sempre la nostra casa, il luogo che ha dato origine alle nostre aspirazioni e alle nostre speranze, insomma a quello che siamo come individui. Andarsene vuol dire perdere un’ “identità da rivendicare” e doversi ricostruire da capo. Eppure queste persone lo fanno, partono, spinte dal sogno di una vita migliore, in cui possano sentirsi liberi di aspirare al rispetto e alla serenità. In questo non sono diverse da noi. È forse nella nostra stessa natura di esseri umani questo essere costantemente all’inseguimento di un sogno, che guida i nostri passi e che spesso ci porta lontani dal punto da cui siamo partiti.

Forse è giunto il momento di provare a pensare a che cosa si nasconde dietro la parola “immigrato”, “clandestino”, come ci chiede questa citazione di Gordimer. Dobbiamo imparare a riconoscere nelle persone che vengono nel nostro paese e in quelli vicini, come noi abbiamo fatto prima di loro, quella stessa tensione e quella stessa aspirazione che guida ciascuno di noi verso i propri ideali, verso i propri obiettivi. Se ci rendiamo conto di questo allora non possiamo più permetterci di indicarli come “presenze illegittime”, di lasciarli su quella “soglia” su cui sono troppo spesso costretti a vivere.

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