CAOS DENTRO: COLOMBA ROSA

Sono le 6.57 di un lunedì mattina e, poco prima di parcheggiare l’auto per dirigermi sul luogo di lavoro, ecco
che alla radio trasmettono una canzone che ormai molti si saranno anche dimenticati, ma il cui contenuto è
sempre attuale. Era il 2003, quando i Gemelli Di Versi propongono al pubblico il brano “Mary”. Una scelta
un po’ insolita per un singolo di lancio dell’album, ma visto il successo raccolto e che tuttora ha, significa
che il tema trattato è tutt’altro che passato e risolto.
Per chi non lo conoscesse, di seguito il testo della canzone. Una lettura della prosa, esule dalla melodia, può
comunque aiutare a comprendere meglio il messaggio

Mary…
è andata via
l’hanno vista piangere
correva nel buio di una ferrovia
notti di sirene in quella periferia
si dice che di tutti noi ha un po’ nostalgia
ma lei se ne è andata Mary
Si sente sola Mary
ora ha paura Mary
l’ho vista piangere
poi chiedere una risposta al cielo Mary
e ora il suo sguardo non mente
ha gli occhi di chi nasconde alla gente
gli abusi osceni del padre ma
non vuol parlarne Mary
e cela i suoi dolori
in un foglio del diario che ora ha tra le mani
e guardando vecchie foto chiede aiuto ad una
preghiera
sui polsi i segni di quegli anni chiusi in una galera
la madre che sa tutto e resta zitta
ora il suo volto porta i segni di una nuova sconfitta
e l’ho vista girar per la città senza una meta
dentro lo zaino i ricordi
che le han sporcato la vita
tradita
da chi l’ha messa al Mondo e in secondo
il suo corpo i segni di un padre che
per Mary adesso è morto
è stanca Mary
non ha più lacrime
ed ora chiede al destino un sorriso
chiuso in un sogno la sera ma….
dicono che Mary se n’è andata via
l’hanno vista piangere
correva nel buio di una ferrovia
sanno che scappava
notti di sirene in quella periferia
non bastava correre
si dice che di noi tutti abbia un po’ nostalgia
ma lei se n’è andata
Mary
che cammina su sentieri più scuri
stai cercando sorrisi sinceri
oltre i muri di questa città
oh Mary
camminando su sentieri più scuri
sul diario segreto scrivevi
“quella bestia non è mio papà”
ora ripenso a quando mi parlavi in lacrime
dicevi questa vita non la cambio ma
ci sto provando
sto pregando
ma sembra inutile
e abbracciandomi dicesti tornerò…
hey guarda c’è Mary
è tornata in stazione sai
stringe la mano a due persone
il suo bel viso ha cambiato espressione
senza più gocce di dolore
ora la bacia il sole
bacia il suo uomo e la bimba
nata dal suo vero amore
con quel suo sorriso
che da senso a tutto il resto
protetto da un mondo sporco
che ha scoperto troppo presto
ha un’anima ferita
un’innocenza rubata
sa che è la vita non una fiaba
ma ora Mary è tornata una fata
cammina lenta
ma sembra che sia contenta,
attenta
una sfida eterna aspetta
ma non la spaventa
era altrove e suo padre ora ha smesso di vivere
Mary fissa la sua lapide
versare lacrime è impossibile
Si chiedono ma è Mary quella in fondo alla via??
è riuscita a crescere
tornata con il giorno in quella ferrovia
fresca di rugiada
parla di sè Mary senza nostalgia
stanca ormai di piangere
lei sa quanto dura questa vita sia
ma lei l’ha cambiata
Mary
camminando su sentieri più scuri
hai trovato sorrisi sinceri
oltre i muri di questa città
oh Mary
camminavi su sentieri più scuri
sul diario segreto scrivevi
“quella bestia non è mio papà”

Tema del brano è il delicato argomento della violenza domestica e degli abusi sessuali praticati da un padre
nei confronti della propria figlia, che trova come unica soluzione la fuga. Nonostante il presagio di un futuro
grigio per la protagonista, nella canzone si riesce a trovare spazio anche per un lieto fine. Nel suo lungo
peregrinare alla ricerca di un mondo nuovo, dove poter essere accettata come una donna, un essere umano
che porta con se dei sentimenti e delle emozioni, Mary riesce a trovare persone che la aiutano, la accolgono e
le fanno capire cosa esiste oltre la prigionia domestica vissuta fino a quel momento, luogo in cui viene
considerata solo un oggetto per i piaceri e sfizi del padre.
Ed è proprio mentre questo breve testo sta iniziando a prendere forma, che mi viene in mente un’altra
canzone che tratta un tema simile.
Il brano “Nella stanza 26”, di cui di seguito trascrivo le parole della canzone, nasce da una lettera anonima
arrivata al funclub di Nek. Con questa lettera una ragazza dell’est ha raccontato il suo dramma: è costretta a
prostituirsi per mantenere se stessa e la sua famiglia. Nek ha voluto mettere in musica questa triste realtà,
immaginando un finale positivo in cui lei riesce a liberarsi da questa schiavitù.

Quell’insegna al neon
dice si poi no
è l’incerto stato d’animo che hai
non ce la fai
ma dagli uomini
che ti abbracciano
e ti rubano dagli occhi l’allegria
non puoi andar via
non puoi andar via
se le lacrime
ti aiutassero
butteresti via il dolore che ora c’è
è dentro di te
Nella stanza 26
tra quei fiori che non guardi mai
dove vendi il corpo ad ore
dove amarsi non è amore
e sdraiandoti vai via da te
nella stanza 26
dove incontri sempre un altro addio
che ferisce il tuo bisogno d’affetto
in quel breve contatto che non c’è
L’uomo che non vuoi
l’uomo che non sai
sta bussando alla tua porta già da un po’
ma non gli aprirai
come rondini
imprendibili
vanno liberi da un corpo stanco ormai
i pensieri che hai
Nella stanza 26
tra quei fiori che non guardi mai
se ti affacci vedi il mare
ricominci a respirare
poi ti perdi nella sua armonia
e hai il coraggio di andar via
via da un mondo sporco che non vuoi
via da un bacio che non ha tenerezze
che non sa di carezze
e cammini lungo il mare
nel suo lento respirare
tu sei parte di quel tutto ormai
Nella stanza 26
metti un fiore tra i capelli tuoi
mentre l’alba nuova ti viene incontro
nel profumo del vento
Nella stanza 26…

Sicuramente queste storie si sono sempre verificate in passato e continueranno ad esserci anche in futuro. Ma
ora, con la realizzazione negli ultimi decenni di una rete globale, in cui tutti sono in grado di condividere
informazioni, episodi come questi possono venire alla luce del giorno.
Si dice che siamo oramai una società civilizzata, in cui si ha rispetto gli uni per gli altri. Sono secoli, però,
che le donne sopportano violenze continue. Solo negli ultimi decenni, dopo dure lotte affrontate con
coraggio, le donne sono riuscite a conquistare dei diritti che le hanno portate a raggiungere la parità dei sessi.
Nonostante ciò storie di violenza e prostituzione mi portano a pensare che forse tutto ciò non è ancora
sufficiente e che l’essere umano, in quanto razza animale, sopravvive sempre più istintivamente,
dimenticando troppo spesso che ciò che ha portato la nostra specie a dominare sugli altri esseri viventi sono
la ragione, l’intelligenza e la memoria.
Ragioniamo e ricordiamo. Eliminiamo tutti gli istinti di piacere effimeri e temporanei qualora essi possano
portare dolore ad una donna o una ragazza. Solo in questo modo storie come quelle di “Mary” e luoghi come
“la stanza 26” smetteranno di esistere e, forse, un giorno, non si dovrà più parlare di questi argomenti.

 

donna caos

Annunci

STELLE DANZANTI

Ad occhi chiusi


Tu, felicità
Antica ossessione
Sempre ardente


Ad occhi chiusi
Ti si può osservare
Nel tuo splendor


Or s’apre uno
Luce nuova mi prende.
Mente confusa


L’altro si schiude
Te ne sei andata.
Lacrima fugge

angelodellamorte

IL FILO DI ARIADNE

“La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.”
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)

Si dice spesso che la vita riserva molto volentieri delle sorprese, dei “momenti magici” per usare le parole di Nietzsche. Non sappiamo quando arriveranno e in che forma, né se ci troveranno pronti ad accoglierli. L’invito del filosofo tedesco è quello di stare attenti perché troppo spesso non li vediamo e ce li lasciamo sfuggire, persi come siamo nella grigia routine quotidiana. Finiamo per concentrarci solo su quello a cui siamo abituati, fino a sviluppare alle volte una paura verso tutto ciò che è nuovo, diverso, estraneo al nostro mondo ripetitivo. E così viviamo solo gli “intervalli”, le cose comuni, che ci appaiono prive di significato, e l’esistenza perde gran parte della bellezza e dell’intensità che potrebbe mostrarci se non fossimo così distratti o spaventati. Viviamo cercando di cogliere quei momenti, fossero essi anche il tempo di un battito, e di goderne, perché solo essi ci possono dare l’energia per vedere al di là dei giorni che tendono a susseguirsi tutti uguali.

CAOS DENTRO: IL TERRIBILE MONDO DEI SANI

Da quando risiedeva a Castelangelico, la non-più-giovane Contessa Ebe era molto allegra. Aveva ritrovato un rapporto con suo marito, il Marchese Giulio, che pensava di avere perso da quasi mezzo secolo. Si trovava bene anche con gli altri residenti al castello, come il Granduca Bartolomeo, e a volte le capitava di chiaccherare con la bellissima Principessa Lucia. Una volta aveva parlato anche con la Regina Maria in persona. Bizzarro pensare che ciò che minò questa allegria fu un cane, vero?

Ebe parlava del più e del meno con Bartolomeo, in compagnia di suo marito. Il colore bianco delle pareti della enorme stanza dove i tre nobili erano accomodati era quasi accecante. Forse era anche quello il motivo della sbadataggine della servitù: proprio mentre Ebe parlava della nuova marca di té disponibile nei piccoli chioschi del castello una serva fece cadere il vassoio del caffè destinato ai tre nobili, rovinando il candore della stanza. Il Marchese, da gentiluomo qual era, si assentò per aiutare la serva, procurandole il materiale per le pulizie e mettendo anche dell’olio di gomito. Proprio in quel momento arrivò Giulia, figlia di Ebe e Giulio, con il suo biondo guardiano. Giulia non aveva un titolo nobiliare, né risiedeva nel castello. Volontà del Re, anche se non andava a genio a Ebe.
Ciao Mamma! Come va? E salve anche a lei, signor Bartolomeo!
La guardia del corpo si limitò ad un sorrisino.
– Come vuoi che vada? Guarda lì, nemmeno il loro lavoro sanno fare. Le serve, dico. E tuo padre, troppo gentiluomo anche per lasciarle rialzare da sole -, rispose Ebe, con un sorrisino compiaciuto. Giulia fece un sospiro che Ebe non capì del tutto.
Già, papà è un brav’uomo. Hai visto chi c’è qui? Lo riconosci? Ti ricordi il suo nome?
– Parli della tua guardia del corpo? Che ne so io …
È Simone! Non ti ricorda nessuno?
– Proprio no!
Ebe negava la somiglianza di Simone e di un giovanissimo Giulio, ai suoi tempi d’oro. Solo di faccia, e al massimo l’espressione! Non parliamo di stile, Simone era trasandato, con i capelli per aria e le scarpe di colori diversi!

Ebe e Giulia erano nel mezzo di un discorso, ma l’attenzione della contessa svanì per un attimo (o per più d’uno) ad una vista quantomeno bizzarra: un cagnolino. Un cucciolo di pastore tedesco, sul bancone del chiosco. Ebe non pensò subito al fatto che fosse poco igienico, come direbbe una persona che la conosce bene. Pensò al fatto che era bello, e anche al fatto che i cani non fossero ammessi a Castelangelico, a dire il vero. L’ultimo pensiero prima che il cane scappasse da una serva fu la stranezza del fatto che i cani non fossero ammessi. Ma era la volontà del Re.
Ti piaceva il cagnolino? -, chiese curiosa la figlia, con un sorriso a trecentosessanta gradi.
– Beh, sì, a dire il vero.
Ebe era delusa dal fatto che se ne fosse andato? Può darsi. Non lo sapeva bene nemmeno lei.

Giulia se n’era andata da un’oretta. Ebe e Giulio stavano guardando un spettacolo circense insieme alla Principessa Lucia. Ebe era inquieta per la storia del cane, e decise di parlarne a Lucia.

– Hai visto un cane? Dove?
– L’ho visto davanti al chiosco dell’ala ovest – preferì omettere il fatto che fosse sopra il bancone.
– Improbabile. Il nostro Signore non apprezza i cani nel castello. Non lo avrebbe permesso.
– Infatti è proprio di questo che volevo parlare: come mai non vuole cani nel castello? Farebbero piacere ai residenti.
– Non è questo il punto, Ebe cara. Se sua altezza il Re non desidera cani, perchè non accontentarlo? Noi siamo tutti felici, non è vero?
Era vero. Anche Ebe, seppur curiosa, rimaneva sempre felice nel castello. La notte Ebe tentò di riaprire il discorso con suo marito, che però le rispose solo con un sorriso. Bastò questo per saziare la curiosità della Contessa. Fino alla settimana successiva.

Giulio era a giocare a golf con il Granduca Pietro. Ebe invece era intenta a leggere un libro, ma fu interrotta: come usuale almeno una volta alla settimana, Giulia fece un salto al castello. Non con Simone, ma con un cane. Quel cane.
Ciao Mamma!
– Ma … ma … non sono ammessi cani!
Allora l’hai notato eh? Tranquilla, non l’ha visto nessuno mentre entravo! – la rassicurò, con un occhiolino.
Ebe non sapeva cosa provare: nel castello è sempre stata felice, ma vedendo il cane lo era ancora di più! Lo prese in braccio e la sua nuova emozione continuò a crescere.
Però, non pensavo che avresti apprezzato così tanto! Penso che lo porterò ogni volta!
– Portare ogni volta? Non lo lasci qui?
Ebe non ebbe una risposta, ma semplicemente si rispose da sola: era la soluzione migliore. Dove lo avrebbe tenuto? Era già un’infrazione farlo entrare nel castello!
Ebe passò un bel pomeriggio. Quando Giula se ne andò con il cane, non provò tristezza. Era soddisfatta. Ora il castello era il posto perfetto.

– Giulio caro, ti sei perso una cosa fantastica questo pomeriggio. Giulia è arrivata con il cane! Quello della settimana scorsa! È troppo bello, troppo dolce …
Si perse in molte più smancerie di quanto Giulio fosse abituato.
– Sai caro, per un secondo ho pensato di uscire dal castello e andare con Giulia e il cane. Pensiero effimero: nel castello si sta benissimo. E mi spiace che Giulia non possa godere di questo piacere. Mi parla così tanto dei suoi problemi la fuori…

Durante la settimana successiva il cane fu molto nella mente di Ebe. Non ne parlò pressoché con nessuno, ovviamente. Ma balzane idee incominciavano a balenare nella sua testa: nacque di nuovo il pensiero di uscire dal castello con il cane e Giulia, o addirittura quello di andare dal Re e chiedere un permesso per Giulia e il cane (e volendo la sua guardia del corpo). Tutti i suoi dubbi finirono alla successiva visita di Giulia, con Simone e, ovviamente, con il cane.

Mamma, tu non ti sei mai fatta mettere i piedi in testa da nessuno! Nella tua vita hai sempre ottenuto ciò che volevi. Sempre. -, la motivò la figlia, con in braccio il cane.
Ebe era pronta! Sarebbe andata dal Re all’istante! sarebbe andata, se non avesse assistito alla scena seguente.
Una serva chiamò in disparte Giulia. Parlarono per un paio di minuti, ma Ebe aveva già intuito. Avevano scoperto il cane. Giulia consegnò il cane alla serva. Giulia era molto giù di corda quando tornò da Ebe.
Ma anche Ebe lo era. Ebe era triste, per la prima volta, da quando era nel castello. Ma la sua azione sconvolse Giulia.

Ebe le sorrise. Ebe voleva rallegrare Giulia: si era finalmente resa conto di cosa quel cane aveva significato! Non era Ebe che andava tirata su di morale, lei era felice e lo sarebbe stata per sempre. Lei poteva tirare su di morale Giulia. E ci riuscì, anche se per poco, anche se ci volle l’aiuto di Simone.

~

Giulia e Simone uscirono dalla casa di riposo dove Ebe era ricoverata da qualche anno per il suo Alzheimer. Giulia aveva ancora qualche lacrima sulle guance. Il figlio le sorrise e le disse con fare scherzoso:

– Sapevi che la nipotina della signora Lucia avrebbe richiesto indietro il suo peluche. Sai come sono i bambini, dimenticano una cosa in giro, piangono e ripiangono e alla fine rivogliono indietro quella cosa.

– Già, sapevo che non sarebbe durata. Infatti mica ho pianto per il peluche. Tua nonna Ebe era così felice di vedere il cane… mi piaceva vederla sorridere.

Simone riflesse un attimo prima di parlare, al contrario del suo solito. Pensò di proporre alla madre di comprare un altro peluche, ma ebbe un’idea migliore.

– Ma come, non l’hai notato?
Giulia era stupita, e chiese spiegazioni.
– Non ho mai visto la nonna sorriderti, da quando è ricoverata.
– Come no, non l’hai vista con il cane …
– Sorridere a te. Non l’avevo mai vista sorridere a te. Ha voluto tirarti su. Lei è felice li, ha visto che ti dispiaceva per il peluche e ti ha sorriso. Che può fare di più?
Giulia ricominciò a piangere, ma questa volta con un sorriso.

realtà

STELLE DANZANTI

Mors


Veloce, improvvisa.
E poi? Solo il Nulla.

Non hai il tempo di capire,
non lascia che tu comprenda,
che tu ti renda conto.
E dietro, pallide ombre.

È un attimo, il respiro
di un pensiero sperduto,
un istante di confusione.
Dietro, un vuoto insondabile.

Un lampo nero nel cielo
plumbeo dei nostri giorni,
una tempesta che dura un battito.
E dietro, solo devastazione.

Nel breve tempo della vita
di una scintilla, del silenzio
prima del fragore di un’esplosione.
Dietro, solo una nube di fumo.

Resta il silenzio, assordante,
resta il vuoto, affollato,
resta l’impossibilità di credere.
E poi? Dopo?

Arriva il dolore, la consapevolezza.
Arriva la disperazione, l’impotenza.
Arriva la rassegnazione, la rabbia.
E dentro, una ferita inguaribile.

Ti chiedi perché proprio quella persona,
ti chiedi il senso di tanta ingiustizia.
Cerchi una risposta, vera o falsa.
Ma dentro, non la trovi.

È Lei. Non la si può capire.
È Lei. Non la si può fermare.
È Lei. Ci si deve rassegnare.
Dietro di Lei, solo il Buio.

È Lei, è Lei, arriva,
giunge per tutti, in un momento,
qualsiasi. Non lo sai. Inevitabile.
E poi, solo freddo.

La Morte, la peggior nemica.
La Morte, la più subdola avversaria.
La Morte, la migliore amica.
La Morte, la più fedele alleata.

Inaspettata, rapida,
precisa, non ritarda mai.
La sua ombra non ti lascia, la senti.
Un giorno anche per te.

Improvvisa, veloce.
Oh Morte, dietro di te
Lasci solo
Il nero Nulla.

Astarte

IL FILO DI ARIADNE

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”
(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

La vita è un dato di fatto. Forse è un dono, oppure una condanna, o forse il frutto del Fato. O magari tutte e tre le cose. Quello che non si può cambiare è il nostro essere vivi, e il fatto che dobbiamo vivere questa esistenza che ci è data, in tutte le sue difficoltà, le sue prove e le sue incomprensioni. Calvino ci ricorda che nessuno è esente dalle negatività che nascono dal nostro stesso essere al mondo e che costelleranno la nostra permanenza in quello che per lui è appunto l’unico e vero “inferno dei viventi”. Ma la sua riflessione non è un messaggio del tutto pessimistico e nichilista come potrebbe sembrare a una lettura superficiale.

Ci sono due modi per sfuggire all’inferno dell’esistenza. Il primo, la strada che “riesce facile a molti”, è quello di adattarsi e rassegnarsi, anche se ciò significa la distruzione dei nostri sogni e delle nostre speranze. Si può accettare quello che viene senza opporre resistenza e lasciarsi inglobare totalmente nello scorrere della vita, fino a che non ci si convince che quello che ci spetta è il massimo che si può avere e che per questo bisogno essere felice. L’inferno scompare ai nostri occhi, nascosto dietro all’infinito ripetersi delle abitudini, anche se in realtà, se esplorassimo i recessi della nostra coscienza, sapremmo benissimo che ciò non è altro che l’ennesima illusione.
L’altra via è la più difficile, ma al tempo stesso è quella che forse permette davvero di trovare la luce nel buio. Si tratta di sviluppare la capacità di riconosce, nel flusso delle cose che ci avvolge e ci travolge, cosa veramente è importa, che cosa vale la pena di essere amato e difeso. Si tratta di trovare il coraggio di andare contro corrente, di essere diversi dalla “normalità” che la vita e la società in cui viviamo ci impongono, diversi come sono quelle cose e quelle persone che ci paiono tanto fuori posto in questo nostro “inferno”. E allora forse la speranza può tornare a fiorire e possiamo ridare energia ai nostri sogni.

Ciascuno è libero di scegliere la propria strada, secondo quanto ritiene più giusto. Però di certo al mondo esiste qualcosa che dev durare, a cui dobbiamo dare spazio. Cose preziose, che meritano di essere poste al di sopra delle altre. Anche per ricordarci che la vita ha, nonostante tutto, la sua parte di luce.

CAOS DENTRO: VOGLIA D’ANNI ’60

Nell’aria c’è un’irrefrenabile voglia di anni ’60. Lo dimostra la moda, con vestiti e tagli di capelli in linea con quegli anni, lo dimostrano le stazioni radio e i locali, che tornano a suonare gli inconfondibili suoni rockabilly, e lo dimostrano anche le case automobilistiche, che hanno preso il vizio di mettere sul mercato il restyling di modelli divenuti un mito negli anni ’60. La storia ritorna dunque, in forme sempre più diverse e stravaganti. Ma guardando tutto questo, e il triste periodo che stiamo vivendo, sorge spontanea una domanda: ritorneranno anche gli stessi movimenti giovanili che tanto caratterizzarono quegli anni trasformandoli in una vera e propria icona per le generazioni successive? Negli anni ’60 gli ideali non mancavano di certo e si esprimevano con una semplicità impressionante attraverso il carisma di uomini straordinari, pronti a tutto (anche a sacrificare la propria vita) pur di conquistare quei diritti “assoluti” che tanto le nuove generazioni sottovalutano o cercano in tutti i modi di ignorare. Non so voi, ma se penso a quegli anni mi vengono subito in mente personaggi politici come Che Guevara, Martin Luther King e J.F. Kennedy. Uomini molto diversi fra loro, ma che contribuirono (grazie, purtroppo, anche al loro sacrificio) in egual modo nel dar vita a quei tumulti giovanili che sfociarono in una protesta senza precedenti, accompagnata da forme artistiche e musicali che la resero, agli occhi del mondo, ancor più unica e affascinante. Indimenticabili sono gli “eroi giovani e belli” poi, come Bob Dylan, i Beatles, i Doors, Jimi Hendrix e Janis Joplin (per citarne solo alcuni) che fecero delle loro canzoni la colonna sonora di un decennio del quale, oggi, si sente ancor di più la mancanza.

Ecco…l’oggi…un periodo storico piatto, senza emozioni, dove la quotidianità è caratterizzata dai mercati, schiava dell’economia e dell’indifferenza. “Cosa me ne importa degli altri? L’importante è che stia bene io…” si sente spesso dire dalle persone, magari le stesse che negli anni ’60 erano in piazza, con i capelli lunghi e la barba, a manifestare per ottenere i diritti di tutti. Si è perso in questi anni quel sentimento di comunità, oserei dire illuministico, che tanto caratterizzava gli anni ’60. Quell’essere felici solo se lo sono anche gli altri che ha permesso ai nostri nonni e genitori di conquistare quei diritti che sono ora il nostro benessere. Un benessere, però, che ha cambiato le persone, rendendole indifferenti e saccenti, e che a noi giovani non ha fatto altro che inculcare quel sentimento egoistico del “tutto ci è dovuto”. La classe politica, specchio della società (ricordiamocelo sempre!) non è stata da meno ovviamente. Corruzione, raccomandazioni, scandali e personalismi sono divenuti i capisaldi di una politica (almeno in Italia) che non ha niente a che vedere con le dottrine filosofiche dell’antica Grecia, dove la parola Politica era sinonimo di “pulito”. Gli antichi Greci non potevano trovare parola migliore per definire la politica e il politico, con quest’ultimo che deve essere in tutto e per tutto “pulito” come uomo morale e etico. Invece noi chi abbiamo? Una classe dirigente che, se paragonata a quella degli anni ’60, fa rabbrividire chiunque. I giovani d’oggi hanno bisogno di esempi, di mentori, di anziani pronti ad insegnare, con la loro esperienza, valori che si sono persi proprio a causa dell’indifferenza. Non criticateci in continuazione, anche perché siamo il frutto della vostra educazione. Nonostante tutto ciò, sono convinto che un nuovo movimento giovanile stia nascendo. Sarà sicuramente sottovalutato dai media e da quelle persone che ritengono quei movimenti degli anni ’60 irripetibili (ecco la saccenza di cui vi parlavo), ma non ci importa. Nessuno vuole ammetterlo, ma la nostra generazione sta vivendo la più grande crisi mai vista in Europa. Disoccupazione, precariato e continue umiliazioni sono all’ordine del giorno per noi giovani, ma ora basta! Là fuori ci sono tanti ragazzi figli della stessa rabbia pronti a mettersi in gioco e in prima persona per cambiare le sorti del proprio Paese. Basta solo trovarli. Poi unire le forze sarà molto semplice. Questa crisi ci ha tolto quei sogni che abbiamo cullato con tanti sforzi e sacrifici e questo è abbastanza per creare un nuovo tumulto giovanile che porterà ad una nuova era. Ricordatevelo: siamo noi l’anima di ogni storia.

 

anni60