IL FILO DI ARIADNE

“Dio ci ha donato la memoria perché potessimo avere le rose anche a dicembre”
(James Matthew Barrie)

Memoria. Ne sentiamo parlare da sempre. La parola “memoria” ci accompagna ovunque, viene nominata, ricordata, scolpita nella pietra dei monumenti. Alla memoria si ricorre, ci si appella, a volte la si trasfigura e ne si abusa. La memoria ci serve per ricordare, per imparare, per vivere, per studiare, per lavorare, per ridere o per piangere. Si parla poi di memoria individuale, memoria collettiva, memoria storica, etc.

Eh già, ci sono proprio tanti tipi di memoria in circolazione, o forse sono tutte facce di una stessa medaglia. In ogni caso, pare sia proprio fondamentale nella vita di tutti questa Signora Memoria. Un soggetto misterioso che si aggira fra di noi, formandoci come persone e influenzando le nostre scelte, ma di cui, forse troppo spesso, si trascura l’importanza di cui non si comprende la potenza del suo significato.

Se apriste il vostro dizionario di italiano e cercaste la voce “memoria” scoprireste una serie di definizioni simili a queste che ho trovato io:

“Apprendimento e ripetizione fedele, non necessariamente legata ad una completa comprensione. Fondata sulla trascrizione delle suggestioni e delle esperienze proprie del ricordo.”

“Negli organismi animali e vegetali, quella traccia più o meno profonda che uno stimolo lascia alla sua cessazione e che fa sì che l’organismo, a reazione ultimata, sia leggermente diverso rispetto alle precedenti condizioni.”

“Il contenuto o la portata dell’attività mnemonica, in quanto possibilità operante nei confronti del passato o del futuro. Testimonianza di una passato suscettibile di assumere valore storico o affettivo.”

La prima definizione credo sia la più scontata, quella che conosciamo tutti. La seconda ci fa capire come la memoria sia alla base della vita di tutti gli organismi viventi, anche i più semplici, e quindi anche dell’uomo. Ci dà una vaga idea di cosa sia la memoria collettiva: la memoria di un popolo, di una civiltà. Una memoria che ha fatto la storia dell’umanità, che si tramanda di generazione in generazione, che ci fa ricordare il nostro passato con i suoi sistemi di valori e i suoi errori. Spesso non ci impedisce di ripeterli, ma questo perché ogni volta si tratta di errori diversi, che portano a conseguenze differenti e nuove.

E qui si arriva alla terza definizione: possibilità operante nei confronti del passato…e del futuro. Perché la memoria non è solo un vecchio e polveroso libro di storia dimenticato in soffitta. È anche e soprattutto parte di noi, il terreno sul quale cresce e si ramifica la nostra personalità più intima, la nostra anima. Ognuno di noi è plasmato dalla memoria collettiva della società cui appartiene e allo stesso tempo noi stessi contribuiamo a determinarne il volto. Come il nostro passato determina il nostro presente, così ogni nostro gesto di adesso, anche il più insignificante, potrà avere ripercussioni significative nel futuro. Per questo si ricorda il passato, con le sue grandi imprese, ma anche con i suoi errori e i suoi orrori. Ricordare è importante non solo per celebrare, ma anche per non ripetere. “Sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico”.

Oggi è il 27 gennaio, giorno celebrato in tutto il mondo come il “Giorno della Memoria”. In questa stessa giornata 68 anni fa, nel 1945, si chiudeva una delle pagine più nere della storia dell’occidente e forse anche di quella mondiale, con la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz dal presidio nazista. Mille e più parole si spendono ogni anno in occasione di questa ricorrenza. Si parla di follia omicida, di una follia che terrorizza ancora di più per il fatto che non è stata dettata da un impulso violento e incontrollabile, ma che è stata fredda e programmatica. Nei campi furono deportate tutte quelle persone i cui ideali si discostavano da quelli del regime. Oppositori politici, omosessuali, ebrei, preti, zingari, categorie considerate “scomode”. Ogni differenze linguistica, religiosa e politica che deviasse dall’ideale imposto. Tutto annientato, schiacciato dal potere che veniva esercitato con il terrore. Tutti i diritti fondamentali ed inalienabili dell’uomo in quanto “essere umano” (e non come appartenente ad una certa etnia, religione o ideale politico) violati. Bastava una sola parola di dissenso per essere etichettati come traditori della patria ed sistematicamente essere eliminati. Sono eventi che oggi vengono ricordati come orrendi e incomprensibili, è qualcosa che ci stordisce perché colpisce quei diritti che sono la base su cui si imposta la nostra vita e rappresentano un porto sicuro dove approdare, che ci garantiscono l’incolumità. Senza di essi il nostro valore di persona non verrebbe riconosciuto e rischierebbe in ogni momento di essere frantumato dalla prepotenza che fa parte del mondo e ne rappresenta uno dei suoi aspetti.

È nostro dovere ricordare le migliaia di vittime di questa strage, uomini, donne, ragazzi, ragazze e bambini esattamente come noi, che un giorno hanno smesso di esistere con la stessa velocità e facilità con cui si cancella con la gomma un tratto di matita sbagliato su un foglio di carta. È nostro dovere ricordare non solo oggi ma ogni giorno coloro che se ne sono andati e che ancora se ne vanno per gli stessi motivi,che però ora sono nascosti sotto il bel volto dell’occidente civilizzato. Anche se noi non le viviamo in prima persona non vuol dire che le guerre siano cessate. Anche se a noi quei diritti sono garantiti non è detto che non ci sia qualcuno che ancora non li vede riconosciuti. Ogni giorno in qualche angolo del mondo dimenticato dai media c’è una persona che muore in difesa dei propri ideali, ci sono lavoratori sfruttati e donne che lottano per la loro emancipazione. Il motivo di fondo è sempre lo stesso, ma si presenta di volta in volta sotto aspetti e forme diversi. Solo ricordando ciò che è già successo impareremo a riconoscerlo e, se volgiamo, potremo combatterlo e rigettarlo. E solo così forse, un giorno, potremo veramente avere le rose anche a dicembre…

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