CAOS DENTRO: IL CULTO DELLA BELLEZZA

“Un anonimo artista di strada ad Amburgo ha messo a segno una geniale ed efficace azione di protesta contro l’uso del fotoritocco nelle immagini di modelle sui cartelloni pubblicitari. L’anonimo contestatore ha incollato un’immagine della barra degli strumenti di Photoshop, il più celebre software di fotoritocco. Il colore della pelle della modella sarebbe innaturalmente scura, evidentemente ritoccata, e potrebbe indurre alla tanorexia, cioè l’ossessione per l’abbronzatura. Il cui rischio più grande sarebbe l’insorgere di tumori della pelle a causa della prolungata esposizione al sole.”


bello

Tutti almeno una volta nella vita, imbattendoci per caso in un determinato volto, ci siamo chiesti come sia possibile che la visione di qualcosa di estremamente gradevole ai nostri occhi, riesca a manifestare dentro di noi un’attrazione così forte, spingendoci ad attribuire a quel volto un aggettivo che utilizziamo di frequente, a volte anche in maniera del tutto inappropriata: l’aggettivo bello. Questo articolo nasce infatti da una domanda, una domanda che più volte mi sono posto, ovvero: che cos’è la bellezza?

La bellezza è un argomento delicato lo so, e molto spesso fa storcere il naso e innescare una lunga serie di ipotesi e dubbi quando lo si affronta, perché la bellezza non è composta di materia, ma è un’ astrazione, un’idea, o più semplicemente un concetto, perennemente in continuo mutamento. Non esiste una vera e propria definizione di bellezza, ma in compenso esistono dei canoni specifici che la plasmano e alla quale questa si adatta. Questi canoni estetici non si dettano da soli. A stabilirli c’è un sistema congegnato alla perfezione, un infallibile meccanismo mediatico. Basta pensare agli spot e ai cartelloni pubblicitari che quotidianamente ci martellano gli occhi per capirlo. Ragazzi e ragazze troppo belle per essere credibili espongono un determinato prodotto attraverso atteggiamenti ed espressioni facciali impostate e contraffatte. La percezione di chi osserva viene così in parte deviata dal prodotto pubblicizzato e indirizzata verso i tratti fisici del testimonial in questione. E in quei volti falsi, frutto di perspicaci foto-ritocchi, un osservatore sensibile inevitabilmente tenderà a non cogliere la finzione di tali immagini, ma a rintracciare in quella frivola perfezione tutto ciò che gli manca per essere più o meno simile al soggetto rappresentato. Per esempio, una pelle perfettamente liscia, omogenea, luminosa, senza imperfezioni di alcun tipo, dei capelli brillanti e perfettamente in ordine, un naso geometricamente perfetto, un sorriso dai denti bianchissimi, dei corpi smagriti, modellati, abbronzati e atletici, spingono inconsciamente a comporre, dentro alla mente dell’osservatore standard, il modello ideale di bellezza che si dovrebbe adottare per essere così attraenti, così meschinamente perfetti. Ma ora è necessario fare un bel salto indietro nel tempo per chiarire alcuni aspetti riguardanti il senso della bellezza nel corso della storia. In passato, poiché ancora non esistevano le macchine fotografiche e tanto meno i software di fotoritocco, gli artisti tentavano di rappresentare nei loro quadri e nelle loro sculture i canoni estetici di ciò che nel loro tempo era ritenuto l’ideale di bellezza per eccellenza, personificandoli attraverso le cosiddette veneri. Alcune di queste veneri esistevano davvero ed erano delle donne, per quei tempi, considerate bellissime. Ma comparando un dipinto dell’Ottocento ad un contemporaneo cartellone pubblicitario, si riscontrano subito delle drastiche differenze. Differenze così profonde che un dilettante in materia artistica, osservando una Venere qualunque, oserebbe addirittura pensare: “Ma davvero a questi qua piacevano dei mostri così?” e per contrapposizione, un uomo dell’Ottocento, se venisse proiettato qui, nel nostro tempo, nei tristemente noti anni duemila, osservando una modella o un modello, proverebbe un lieve senso di confusione e non riuscirebbe a capire come a noi possano piacerci soggetti del genere. Come detto in precedenza, la bellezza è un concetto in continuo mutamento. Si adatta alle epoche e viene plasmata totalmente dai canoni estetici. Proprio perché ognuno di noi, in un modo o nell’altro, condizionato o meno dai mass media, tende a costruirsi col tempo una visione soggettiva e personale di questo misterioso e inafferrabile ideale che è la bellezza. Volendo si potrebbe benissimo azzardare che la bellezza stessa non esista affatto, che sia soltanto l’ennesima inconcepibile invenzione dell’essere umano. Ma qual è lo scopo della bellezza, il suo fine ultimo? Gratificare gli occhi, forse? Provocare una breve ma  intensa e piacevole sensazione di benessere visivo? A cosa serve la vanità? La bellezza, specialmente in quest’epoca sottomessa al materialismo, è anche fonte di problemi gravissimi talvolta troppo spesso sottovalutati, problemi di cui soprattutto i giovani sono soggetti. Ragazzini e ragazzine che, poiché la natura li ha creati con tratti somatici diversi da quelli dettati dai canoni estetici contemporanei, osservandosi allo specchio non si accettano e vorrebbero non riconoscersi in quel volto riflesso. Ragazzine che costringono il loro fisico a sottoporsi a diete improponibili per somigliare a una delle tante fotomodelle ritratte sulla copertina patinata di una rivista qualsiasi, andando incontro a quella terribile malattia psicologica che è l’anoressia. O ancora peggio, il sottoporsi a rischiosi interventi chirurgici per sistemare difetti irrilevanti. Come se mutare e adattare il proprio aspetto fisico all’epoca in cui si vive e all’estetica ad essa associata, possa in qualche modo renderli felici e realmente sicuri di se stessi. Magari basterebbe solo incontrare qualcuno che ci dica che siamo bellissimi così come siamo e che sono i nostri difetti particolari a renderci davvero unici e perfetti. Basterebbe quello a salvarci dalla schiavitù della vanità. Basterebbero gli occhi di qualcuno capace di cogliere la nostra bellezza dall’interno, non dall’esterno. Quegli occhi basterebbero a salvarci da un’ esistenza inutile fatta di mere apparenze. Forse la bellezza è un’altra cosa. Forse la bellezza, quella vera, si cela nei dettagli. In un sorriso che sboccia all’improvviso, per esempio. Nel colore dell’iride degli occhi. Nelle guance che arrossiscono a dismisura dopo un complimento. Nei solchi scavati sulla pelle dal tempo che ci scorre addosso. Nelle mani rovinate e consumate di chi non si è risparmiato la fatica. Nelle profonde occhiaie viola di chi trascorre notti insonni alla ricerca incessante del senso della vita e del suo ruolo nel mondo. Sono i dettagli a renderci persone straordinarie. Se non ci fossero loro a distinguerci, saremmo tutti terribilmente normali, uguali, simili a dei patetici fogli bianchi. Fantastico sarebbe riuscire ad innamorarsi di se stessi, svegliarsi ogni mattina e, guardandosi allo specchio, ripetersi che si è bellissimi, che quel viso e quel corpo non li si vorrebbero cambiare con nessun altro e che essere così come si è, è una immensa fortuna. E altrettanto fantastico sarebbe vedere sulle copertine delle riviste, negli spot televisivi, sui cartelloni pubblicitari appesi, volti naturali, semplici, non condizionati dalle mistificazioni di Photoshop e lasciare che l’immagine, quella particolare bellezza, regali agli occhi dell’osservatore non uno spettacolo grandioso farcito d’effetti speciali, ma un genuino senso di verità, di magnifica, bellissima, realtà.

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