L’AUSER SALVA IL PROGETTO DISLESSIA

Nell’ultimo consiglio comunale il sindaco Colleoni ha cercato in tutti i modi di placare le polemiche sorte sulla scuola. Tuttavia, ci troviamo costretti a ritornare su questa delicata questione che, a nostro modo di vedere, continua a non ricevere la dovuta attenzione. L’attuale amministrazione, infatti, non ha mostrato la più che minima sensibilità di fronte ad una tematica di grande impatto sociale come la dislessia.
Forse non tutti sanno che la nostra scuola pubblica, negli ultimi anni, ha promosso un progetto con l’obiettivo di aiutare tutti quegli alunni che hanno necessità di un supporto nell’apprendimento. La giunta comunale, però, ripete ininterrottamente di non essere in possesso dei fondi necessari da stanziare per queste iniziative scolastiche, al contrario di quanto promesso durante la campagna elettorale (che novità!).
Proprio quando il progetto dislessia sembrava destinato a morire, l’AUSER, una delle associazioni più importanti del nostro territorio, si è interessata al problema, finanziando il progetto con una consistente donazione. L’associazione, nonostante le continue difficoltà incontrate in questi ultimi anni come riferito dal presidente Enzo Colombo, continua a rimanere vicina alle fragilità locali e a sostenere quei progetti che non trovano (paradossalmente) il sostegno dell’Ente locale.
Questo episodio conferma, ancora una volta, come tutte quelle belle parole che sentiamo ormai da circa sei anni, sono solo vuote dichiarazioni mai seguite da fatti concreti.
GD Calusco

STELLE DANZANTI

Il mondo che non c’è

Lacrime amare cadono questa sera.

Ancora in attesa

di un tuo bacio senza fine

guardo l’orizzonte…

il nulla mi osserva dall’alto dei suoi giorni.

Ombre alle mie spalle ridono di me.

Inutili passi verso l’infinito,

disperate corse lontane dall’oscuro.

Pensieri pesanti

Lacrime scure

Fragili basi.

Sulla nuda terra ripenso a te

Ricordo giochi di bambino

sorrisi di ragazzo

avventure di giovane uomo.

Rimpiango giorni non più miei.

Stupide paure afferrano la più intima parte di me,

i miei sogni,

per farne cenere.

Non più illusioni sul mio cammino.

Solo sciocchi pensieri ora,

soltanto stanche convinzioni di un mondo che non c’è.

Lettere incatenate, parole vuote

sgorgano da me

sfuggono ai miei confusi pensieri

per sporcare questo foglio bianco e

prendere forma,

una forma tutta loro che non voglio sconvolgere…

lascio che loro parlino per me,

mentre incolpevole guardo avanti

e ripenso, rivedo ancora,

quel che c’era e più non c’è

                                         angelodellamorte

IL FILO DI ARIADNE

“Ho sempre detto a tutti che ero felice. Godevo ne sentirmi ammirata e invidiata. Ma la verità è che per tutto questo tempo sono vissuta nella menzogna…”.
(Nicoletta Sipos, “Il buio oltre la porta”)
Il libro da cui è tratta questa frase racconta la storia di Alice, sotto al cui nome fittizio si cela la storia vera di una donna che ha per anni subito le violenze dell’uomo che aveva sposato e che amava. Una donna, non l’unica, una delle tante che ancora oggi sono costrette a subire un incubo da cui non possono, o peggio ancora, non sanno scappare. Perché spesso la violenza è psicologica prima che fisica e ci si trova intrappolati in un labirinto senza uscita, in un buio che riempe l’ambiente in cui una persona dovrebbe sentirsi più al sicuro, la propria casa, la propria famiglia.
 
Oggi, il 25 novembre, nella giornata internazionale contro la violenza sulla donna, il nostro pensiero va a queste donne che lottano tutti i giorni per sopravvivere in quelle tenebre che le attendono al ritorno a casa, o sul posto di lavoro, o ancora anche semplicemente mentre camminano per strada. I traumi che le esperienze a cui sono sottoposte lasciano segni troppo spesso indelebili ed inconfessabili, quindi la soluzione migliore è prevenirli. Mettiamo un freno alla disumanità, alla violenza ingiustificata, ad atti che non si addicono alla società civile a cui sosteniamo di appartenere.

CAOS DENTRO: CHE COSA PENSANO LE RAGAZZE D’OGGI?

La Zanzara era il titolo del  giornale studentesco del Liceo Parini di Milano, fondato nel 1945. La rivista, che ebbe nella sua storia giovani redattori divenuti poi firme importanti del giornalismo italiano come Walter Tobagi, è nota per uno scandalo scoppiato nel 1966 quando la pubblicazione di un articolo sulla sessualità degli studenti portò alla denuncia e al processo di tre suo redattori (Marco De Paoli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano).
Il caso rimbalzò immediatamente sulle cronache nazionali dividendo il Paese ma, soprattutto, i partiti politici, con la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano che costituirono il “partito della colpevolezza”, mentre la sinistra e i cattolici progressisti intervennero in difesa degli studenti. Al processo parteciparono più di 400 giornalisti (molti stranieri) e il 2 aprile 1966 la sentenza assolse i tre ragazzi dall’accusa di stampa oscena e corruzione di minorenni.
Vi riproponiamo l’articolo, sperando di ricordare quei giovani che si sono battuti per le loro libertà, come dovremmo fare anche noi oggi.
Febbraio, 1966
CHE COSA PENSANO LE RAGAZZE D’OGGI? 
Qual è la posizione della donna nella società italiana? Quali sono temi che si trova ad affrontare? Qual è il suo atteggiamento a fronte all’educazione, alla cultura, alla morale, alla religione, al matrimonio ed al lavoro?
È indubbio che negli ultimi anni si sia verificata una notevole diminuzione dei pregiudizi che tenevano la donna in una posizione secondaria di fronte a questi problemi e che un graduale evolversi della società abbia seguito un analogo processo evolutivo anche nel campo dell’emancipazione femminile. Ciò non toglie che in complesso sussista ancora diffusamente una mentalità conservatrice tendente a subordinare il sesso femminile a quello maschile.
Per avere una chiara visione di questi problemi, abbiamo pensato che il metodo migliore fosse quello di discuterne con ragazze di diversa età e di differente formazione in modo da avere un’idea il più possibile fedele delle diverse posizioni.

L’educazione familiare

Uno dei primi problemi che abbiamo affrontato nella nostra discussione è stato quello dei rapporti con la famiglia e dell’educazione che essa impartisce.
Il punto su cui praticamente tutte si sono trovate d’accordo è stato quello di ribadire la necessità di un’educazione «tendente a dare coscienza delle proprie responsabilità». A questo si ricollega il desiderio di una notevole libertà individuale, concessa dai genitori, libertà che nella maggior parte dei casi è stata giudicata soddisfacente.
«Ho sempre avuto molta libertà di agire come voglio, di frequentare la gente che voglio, di pensare come voglio».
Per quanto riguarda i rapporti con i genitori, non viene più accettato un atteggiamento di tipo autoritaristico, ma si chiede loro amicizia e una maggiore comprensione dei propri problemi.
«Io posso accettare un consiglio di mio padre solo se è motivato e non perché dice che è il padre e basta!».
«Io considero mia madre come un’amica, come una donna con cui discutere apertamente. Lei ha verso di me una grande fiducia ed altrettanto io verso di lei. Ascolta le mie opinioni, eventualmente le critica, e le discutiamo insieme. Non mi impone i suoi giudizi: mi consiglia ma mi fascia fare le mie esperienze».
Ci sono, però, alcune eccezioni: «Il continuo e ossessivo desiderio da parte dei miei genitori di aiutarmi e di essermi vicino, mi è parso un’imposizione ed una limitazione della libertà, per cui mi sono allontanata e ho rifiutato il loro aiuto. L’autoritarismo dei genitori si risolve specialmente in un autoritarismo sulle questioni sessuali da cui derivano poi le altre.
Nella mia educazione sessuale non vi è stata una chiara negazione del sesso ma una specie di compromesso tra la negazione del sesso per rispetto a certe abitudini, ed una contemporanea affermazione per paura di essere arretrati negandolo. Il che ha prodotto in me una grande confusione ».
Già da questa risposta si introduce quello che è uno dei motivi fondamentali della nostra inchiesta: l’educazione sessuale. In generate l’intervento dei genitori in questo campo è stato giudicato piuttosto secondario; assai maggiore è l’influenza avuta dalla lettura di libri sull’argomento e dalle confidenze delle compagne:
«I genitori hanno fatto per me solo da complemento».
Per quanto riguarda il futuro invece si prospetta un’educazione sessuale assai più completa e meno «traumatizzante», che abbia il suo fondamento nella scuola:
«L’educazione sessuale nella scuola, e non solo dal punto di vista medico, è assolutamente necessaria per una modifica della mentalità verso moltissimi problemi quali le ragazze madri, i figli illegittimi, ecc. Non vogliamo più un controllo dello stato e della società sui problemi del singolo e vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui, assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità».
«Per cambiare la mentalità sarebbe necessario impostare il problema sessuale su basi serie, cioè introdurre una certa educazione sessuale anche nelle scuole per chiarire le idee su certi problemi fondamentali che ognuno ad una certa età si trova a vivere, in modo che il problema sessuale non sia un tabù ma venga prospettato con una certa serietà e sicurezza. E che esso venga veramente affrontato sul piano sociologico; conoscere cioè tutte le posizioni in modo da avere un orientamento veramente responsabile».

Il sesso e la società

All’esame dell’educazione sessuale segue immediatamente quello del modo in cui i problemi sessuali vengono affrontati dalla nostra società, che si può sintetizzare in un atteggiamento al tempo stesso di ipocrisia e di moralismo. Non potendo ovviamente analizzare a fondo i diversi aspetti della questione, ci siamo limitati a considerarne due, a nostro parere indicativi e di stretta attualità, e cioè la copiosa produzione di film ad argomento erotico, unicamente destinati a fare presa esteriore sul pubblico, e quello del controllo delle nascite. Per quanto riguarda il fenomeno cinematografico (strettamente legato poi a interessi commerciali) abbiamo riscontrato un atteggiamento decisamente polemico:
«I problemi sessuali che vengono prospettati specialmente dal cinema sono in fondo il frutto della nostra società, cioè puntano molto sull’interesse morboso che possono suscitare e sfruttano specialmente questo aspetto invece di studiare a fondo i problemi che affrontano».
«Gran parte di questi film sono fatti da degenerati, per cui vi è da parte loro quasi un piacere morboso nel farli. Sono partiti da un’idea abbastanza giusta, cioè togliere questo velo d’ipocrisia che inceppava il nostro cinema. Ma quando hanno avuto un grosso successo di cassetta sono completamente degenerati».
Un problema assai più complesso è quello del controllo delle nascite. Solo da poco tempo in Italia si può parlare con una certa libertà di questo argomento oggi reso quanto mai attuale dal nuovo atteggiamento assunto dalla Chiesa che affida ogni decisione in questo campo alla «coscienza» dei coniugi. Le ragazze con cui abbiamo parlato si sono rivelate per la maggior parte favorevoli all’uso di mezzi anticoncezionali durante il matrimonio; tutte indistintamente hanno poi dichiarato di essere disposte ad usarli in caso di difficoltà economiche o di motivi di salute.
«Nel rapporto sessuale ciò che più mi pare importante è la necessità di essere completamente uniti e perciò i figli sono una conseguenza di secondo grado e hanno un’importanza relativa».
« Secondo me in ogni rapporto prematrimoniale e matrimoniale, l’uso della pillola sarebbe un atto di viltà, cioè la si usa perché si ha paura di eventuali conseguenze che invece sono la base e il fine dell’unione. Non mi basta essere convinta dell’amore che provo per un uomo e il viverlo pienamente, ho assoluto bisogno di una prova continua di questo amore che secondo me può essere rappresentata solo da un figlio».

Il problema morale e religioso

Dal problema del controllo delle nascite nel matrimonio è poi derivato come logica conseguenza quello dei rapporti prematrimoniali.
«Pongo dei limiti solo perché non voglio correre il rischio di avere conseguenze. Ma se potessi usare liberamente gli anticoncezionali non avrei problemi di limiti».
La questione è molto. complessa e personale e non si darebbe un quadro esatto della situazione volendo generalizzare o fare statistiche. Preferiamo quindi riportare alcuni pareri che ci sono parsi indicativi delle diverse posizioni.
«Molti rapporti sono solo esperienze utili e non capisco come non si vogliano affrontare».
«Specialmente nell’amore nessuno dovrebbe agire secondo limiti e regole già prima codificati, ma solo secondo la propria coscienza e la propria volontà».
«All’uomo che si ama si può date tutto entro però certi limiti. Se si vuole veramente amare vi è solo il matrimonio».
«Se non si è abbastanza sicuri dei propri sentimenti da aver bisogno di un contratto, allora vuol dire che non siamo sicuri di noi stessi e del nostro amore».
«Entrambi i sessi hanno ugualmente diritto ai rapporti prematrimoniali».
«È ridicolo il ragionamento sul matrimonio, perché si arriva al controsenso della frase: ciò che è innaturale prima è naturale dopo».
«Si può volere molto bene ad una persona, però fino ad un certo punto perché ci sono cose che non si può e non si deve assolutamente dare, anche se si ama, al di fuori del matrimonio».
« La purezza spirituale non coincide con l’integrità fisica».
Rispondendo alle nostre domande sull’esperienza prematrimoniale, le ragazze stesse hanno introdotto il motivo religioso, che è strettamente connesso col precedente. Quelle dichiaratamente cattoliche hanno rivelato due diverse tendenze: alcune concordano con la posizione ufficiale della Chiesa, che dà fondamentale importanza alla verginità prematrimoniale. Le altre invece ritengono che se c’è l’amore non abbia più senso parlare di limiti. «La posizione della Chiesa concorda perfettamente con delle norme di natura igienica e sociale che ci impongono delle limitazioni necessarie per non creare dei disordini».
«Il fatto religioso per me è stato profondamente negativo perché mi ha per un certo periodo di tempo vietato strade che io pensavo portatrici di felicità. Poi però mi sono ribellata ma prima di sentirmi veramente libera ho dovuto superare un lungo periodo di dubbi ed incertezze».
«La religione in campo sessuale è apportatrice di complessi di colpa».
«Quando esiste l’amore non possono e non devono esistere limiti e freni religiosi».
«La posizione della Chiesa mi ha creato molti conflitti fin quando non me ne sono allontanata».
Ma la religiosità non è l’unico vincolo che limita la libertà sessuale, vi è anche la preoccupazione di «tradire» la fiducia della propria famiglia, agendo contro le norme della morale corrente.
«La donna, generalmente, non è indipendente ed è fortemente legata alla famiglia e non può assolutamente tradire la fiducia che questa ha in lei».
«I sentimenti di mio padre e di mia madre non possono influire sui miei: posso dare un grande valore a mio padre e a mia madre, ma se io reputo giusto l’agire in un dato modo il loro giudizio non influisce assolutamente su di me».
«Secondo me uno tradisce la fiducia dei suoi genitori solo quando non è coerente con se stesso».

Il matrimonio e il lavoro

Fino a pochi anni fa, prima dell’ultima guerra, alla donna era praticamente aperta un’unica via: quella del matrimonio. Oggi, che più di un quarto della popolazione lavorativa italiana è femminile, la situazione è notevolmente mutata e possiamo dire che questo è uno dei settori in cui più rapidamente si sta realizzando la parità tra i due sessi. Tuttavia il problema si prospetta sotto diversi aspetti a secondo della condizione sociale della ragazza.
È stato interessante conoscere in proposito le idee delle ragazze che frequentano il liceo classico, appartenenti cioè ad un ambiente tipicamente borghese.
«Un tempo non molto lontano, erano i genitori a non spingere la figlia sulla strada dal lavoro, non dandole la stessa educazione del maschio, perché per definizione era destinata al matrimonio e a fare la donna di casa; ma ora sono le figlie che dicono: ‑ Per ora sono i genitori a mantenermi, poi mi sposo; è inutile quindi che mi cerchi seriamente un impegno, una strada. Voglio solo avere una educazione che mi permetta di sposare un uomo di una certa istruzione ed educazione superiore o almeno pari alla mia. ‑ E questo vale specialmente per quelle che frequentano i licei».
«Certamente la maggioranza delle ragazze partono dal presupposto di sposarsi e quindi non danno importanza alla ricerca di una propria strada».
«Molte fanno questo ragionamento: ‑ Io adesso faccio il liceo, perché cosi mi piace, poi presa la maturità, basta, pianto lì tutto e aspetto un marito.
E questi sono ragionamenti che in non ho mai sentito fare da ragazze che lavorano da quando hanno 16-18 anni, ma solo da studentesse, specialmente del Parini, che sembra vogliano sposarsi solo per la paura di restare zitelle».
«Molte di queste ragazze che aspirano come unico fine al matrimonio, saranno veramente, secondo me, delle pessime mogli e delle cattive madri; sarà certamente buona madre quella che già da ragazza ha una coscienza personale e civile».
«Il pensiero dominante sul matrimonio in certi ambienti è questo: ‑ Oh che bello! Dormirò fino alle undici del mattino, mentre quattro donne di servizio sgobberanno a mettere in ordine la casa».
In affermazioni di tal genere si può chiaramente vedere come, secondo una mentalità molto diffusa, si tenda a creare una netta frattura tra lavoro e matrimonio. Però le ragazze intervistate hanno dichiarato di non poter scindere il matrimonio da una cosciente partecipazione alla vita della società sia nel lavoro che nelle altre attività culturali.
«Se mi offrissero una vita solo dedita al matrimonio, alla casa e ai figli, piuttosto di vivere così mi ammazzerei».
«Non è tanto importante partecipare finanziariamente al mantenimento della famiglia ma è assolutamente necessario avere interessi al di fuori del matrimonio».
«Secondo me matrimonio e lavoro non creano un dilemma perché se una donna parte con l’idea di voler essere utile e impegnata, può conciliate benissimo il matrimonio al lavoro; se invece parte con 1’idea di non volere lavorare, ma vuole solo sposarsi, si sposa. Perciò il dilemma non esiste».
«Se una donna non vede se stessa come individuo singolo, profondamente interessato ed impegnato, con responsabilità e diritti anche nel matrimonio al 50 % è inutile parlare di parità con l’uomo».
Si è presentato a questo punto un altro dei problemi oggi di scottante attualità: il divorzio. Come è noto, dopo anni e anni di totale disinteresse che rivelano gretto moralismo e ipocrisia da parte della nostra classe dirigente, si è finalmente giunti ad una proposta di legge che, per quanto cauta e limitata, trasporta la possibilità del divorzio dal piano teorico a quello pratico.
«Il divorzio, concesso però non con leggerezza, deve esistere anche solo per il rispetto che si deve alla libertà dell’uomo».
«Il divorzio, a mio parere di cattolica, non dovrebbe esistere, però sarebbe giusto che esistesse per quelle persone che non condividendo le mie idee sono costrette lo stesso a rimanere legate per tutta la vita ad una persona che non amano».
«L’incompatibilità di carattere veramente comprovata deve essere sufficiente al divorzio».

Impegno collettivo o impegno di elite?

Come conclusione abbiamo chiesto un parere sull’atteggiamento preso nella risoluzione di questi problemi dalla massa delle ragazze. Non crediamo siano necessari commenti:
«La massa delle ragazze è veramente a terra, non credo poi che vi sia una via di mezzo, ma quelle che sono intellettualmente superiori e che hanno un atteggiamento e una posizione positiva, anche se sono poche, hanno certamente un peso importante e riscattano in parte la negatività della massa».
«La maggioranza delle ragazze che pensano in un modo secondo me sbagliato non conta e non ha vero rilievo, in quanto non si sanno effettivamente affermare, mentre le altre, le impegnate, hanno preso veramente coscienza di sé e l’affermano a voce alta. Ma la massa disinteressata che è molto ampia in certi momenti riesce a schiacciare questa piccola elite, e quando le appartenenti a questa massa diffonderanno le loro non‑idee ai loro figli, aumenterà il già immenso numero dei disinteressati. Ma, questo è certo, lo stesso discorso vale per i ragazzi».
Qui una serie di articoli scelti pubblicati dalla stampa italiana e estera dedicati al caso suscitato attorno all’inchiesta “Che cosa pensano le ragazze d’oggi” comparsa il 14 febbraio 1966 ne La Zanzara, organo ufficiale dell’Associazione Studentesca Pariniana.

STELLE DANZANTI

Grazie

Sai placare il senso
Di solitudine che
Opprime il mio spirito,
sei capace di far sentire
meno estraneo il mio animo
a questo infido mondo,
con le tue parole
mi aiuti a restare aggrappato
a quest’opaca vita
inducendomi a vedere
quello spiraglio di luce che,
grazie anche al tuo aiuto,
poco a poco si sta facendo strada
tra le tenebre del mio cuore
ed in un giorno
non troppo lontano
lo porterà a risplendere
con un bagliore accecante
ove il tuo cuore
potrà ristorarsi
allorché la sua luce
dovesse attenuarsi.
Per questo sappi che
come ora io
mi rifugio in te
quando ne sentirai il bisogno
anche tu
potrai aggrapparti
alla mia mano,
che
rinvigorita in passato dalle tue parole,
spero ti possa essere d’aiuto. 

Dreamer 

IL FILO DI ARIADNE

“Ecco, ci siamo… Concentrati… Velocità, sono pura velocità. Un vincitore, 42 perdenti: i perdenti io me li mangio a colazione. Colazione? Forse avrei dovuto fare colazione, ora mi sentirei meglio… No no no, resta concentrato… Velocità… Sono rapido. Più che rapido, sono una saetta!”
(dal film d’animazione “Cars – motori ruggenti“)

Questa è la frase d’apertura del famoso film della Pixar, in cui all’inizio il protagonista, la giovane ed esuberante auto da corsa Saetta McQueen, pensa solo a vincere per ottenere ottenere fama e successo, senza curarsi di chi gli sta intorno e delle conseguenze che le sue azioni hanno sugli altri. Dopo una serie di avventure a Radiator Spring, però, il contatto con gli abitanti della sperduta cittadina sulla Route 66 cambia il suo modo di pensare e di vivere. Si rende conto che quanto gli viene raccontato dai suoi nuovi compagni di avventura è molto più vero e più importante di quel mondo delle corse che lui aveva creduto essere l’unico degno di attenzione. Inizia a vedere cosa c’è al di là di esso e può finalmente comprendere le frasi del sindaco Hudson Hornet e di Sally Carrera, tanto che alla fine del campionato commenta con “Un’auto da corsa brontolona una volta mi ha detto che è solo una coppa vuota”.

Impariamo anche noi a non vivere ogni cosa di corsa, a non come unico obiettivo il successo perché questo ci porta ad escludere dalle nostre esistenze le esperienze vere, quelle che ci ricordano chiaramente che la vita va vissuta nel profondo, a contatto con il mondo che ci circonda. Non prendiamo in considerazione solo l’arrivo, ma proviamo anche a ricordarci come dice Sally che “il bello non era arrivare, il bello era viaggiare”.

CAOS DENTRO: CARO POLITICO, TI SCRIVO…

Un soldato ha il grande vantaggio di poter guardare il suo nemico negli occhi.”
In un periodo molto difficile come quello che stiamo attraversando, un periodo dove si sente parlare solamente di tagli, aumento di tasse e riduzione dei servizi pubblici, mi vengono in mente le avventure vissute da Massimo Decimo Meridio nella storia raccontata da Ridley Scott.
Un generale, un marito, un padre, vede svanire tutto ciò che ha costruito in una vita per i vizi e i piaceri di un sovrano incapace di governare, ma desideroso solo delle comodità e i servizi di chi siede sul trono.
E’ una storia inventata, ma che rispecchia molto bene la visione che una persona comune ha delle persone che la comandano e che continuano per decenni a organizzare e distruggere la vita dei sudditi per le loro comodità e i loro vizi.
E’ proprio vero quindi che un lavoratore ha il vantaggio di poter vedere e toccare con mano cosa significa andare al lavoro, faticare per portare a casa uno stipendio che gli permetta di poter vivere e potersi concedere qualche piccolo piacere e togliere qualche sfizio. Un politico, dirigendo tutto dall’alto, non riesce a concepire che cosa significa vivere con uno stipendio da 1000€, non può quindi capire che cosa vuol dire accollarsi un mutuo per 30 anni per potersi comprare una casa da 80 metri quadri.
Non mi stupiscono frasi di Montezemolo come: “cosa saranno mai 100€ per comprarsi una maglietta” riferendosi ad una polo con il logo della sua Ferrari, oppure frasi di consiglieri regionali del tipo “come faccio a vivere con meno di 8000€”.
Caro politico, vorrei ricordarti che le persone elette devono lavorare per il bene del paese. Ricordo anche che, oltre allo stipendio di consigliere, deputato, senatore, etc…, ricevi anche un rimborso spese per i trasporti, per l’alloggio e quant’altro ti sia necessario. E se questo non bastasse, magari, continui anche il  lavoro che facevi prima di essere eletto ed intraprendere questa attività. Cose che un lavoratore comune non riesce ad ottenere e/o fare.
Non è quindi il caso, per chi ha intenzione di diventare un comandante, un dirigente e quindi un politico, toccare con mano e quindi “guardare con i propri occhi” cosa succede realmente in fabbrica. Non intendo andare a fare una passeggiata attraverso alcuni reparti produttivi di grandi aziende e vedere gli altri che fanno, ma di andare in fabbrica con un paio di scarpe antinfortunistiche, un paio di guanti e provare con mano cosa significa stare 8 ore al lavoro e poi tornare a casa, stanco, e dover cucinare, lavare e pulire.
Forse alcune persone in grado di guadagnare in un solo mese più di quanto un comune operaio è in grado di guadagnare in un anno (se non di più) di lavoro, potranno comprendere i sacrifici che stanno chiedendo agli elettori. Forse, sempre questi, troveranno una soluzione su come sanare il debito pubblico, su come evitare di sperperare i soldi pubblici per i propri bisogni.
… Forse …

gladiatore

STELLE DANZANTI

Tramonto sul faro

Cala la notte

e poco a poco la luce abbandona il mondo.
Il cielo si tinge di un rosso vermiglio,
mentre l’odore salmastro mi accarezza
e la dolce voce del mare mi culla.

Come può la mia semplice penna
descrivere un tale trionfo?

Come posso io,
piccola ed effimera creatura umana,
catturare nei miei scarni versi tanta meraviglia?

Il sole è ormai scomparso
dietro lo scuro profilo delle montagne,
lasciando sulle candide nuvole
una leggera tinta rosata.

Il mare è una tavola di zaffiro,
un lembo di stoffa preziosa
che ondeggia al ritmo dei soffi del vento,
portatore di Vita.

Quanto splendore mi circonda,
tranquillo, sereno.
Ti dedico queste poche parole
che, nonostante vengano dalla mia anima,
non potranno mai neanche sfiorare
la Tua perfezione.

Spero solo di riuscire a comunicarTi il mio stupore
di fronte al Tuo più grande dono,
alla cosa più preziosa che ci concedi,
rappresentata così bene da questo normale
ma così emozionante paesaggio,
di fronte alla Vita.

Astarte

IL FILO DI ARIADNE

“Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo di essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!”
(Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston)

Queste sono le parole che Jonathan Livingston, il gabbiano protagonista dell’omonimo libro di Richard Bach, rivolge a sé stesso dopo essere finalmente riuscito a conseguire l’obiettivo che tanto testardamente si era imposto, ovvero andare oltre il limite di velocità che la natura pareva aver imposto ai gabbiani. Per lui si tratta di una porta aperta su un’epoca nuova, una nuova visione del mondo. È il primo raggio di luce che può liberare dalle bende che hanno coperto gli occhi della sua specie per così tanto tempo, il primo passo verso la vittoria di quella battaglia infinita che è la libertà di pensare, di esprimersi, di porsi degli scopi, contro i pregiudizi e gli schemi precostituiti.
Jonathan insegna la fiducia nelle proprie idee, il valore della lotta contro le convenzioni, che però non si traduce in una ribellione egoistica, ma in una battaglia per portare nuovi orizzonti anche agli altri. Vale la pena di combattere per un mondo migliore, anche quando tutti sono contro di te, vale la pena osare arrivare oltre i limiti che ci sono imposti, osare conoscere per essere poi in grado di giudicare criticamente. Perché solo così possiamo riscoprire non solo le nostre parti migliori ma anche aiutare gli altri a tirare fuori le loro. Questo è il volo che Jonathan vede davanti a sé, lo sforzo verso la collaborazione per andare al di là dei nostri limiti e costruire in mondo migliore.

CAOS DENTRO: LA MALINCONIA DEI NUMERI NEGATIVI

 

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
X non è solo il protagonista di questa storia,
X è anche il nome d’una generazione che ha smesso di credere in se stessa.
X è incognita, disperazione, speranza e attesa.
“Le stelle pure, meravigliose erano sempre là, che ardevano.”
Jack Kerouac
Io e X siamo amici da moltissimo tempo. Praticamente siamo cresciuti insieme, abbiamo affrontato le varie tappe della vita sempre a stretto contatto, fianco a fianco. Eppure ci sono degli aspetti della sua personalità che non sono ancora riuscito a decifrare a sufficienza. Quel ragazzo è un’incognita. Un’incognita imprevedibile. Non a caso ho scelto di occultare la sua identità dietro lo pseudonimo di X.
Ad X piacciono un sacco di cose. Ama i dipinti, le sculture, i film, la musica, la letteratura, l’astronomia, la poesia, certi cieli particolari e una ragazza dai lunghi capelli dello stesso colore del grano.
Tutte le volte che parlo di X con qualcuno mi viene sempre da definirlo un vero fuoriclasse, o più internazionalmente un outsider. Da uno come lui ci si può aspettare di tutto e di più. Se fosse una carta da gioco sarebbe senza ombra di dubbio un Jolly.
Ad X piaceva molto anche ridere. Uso volutamente l’imperfetto poiché ultimamente non è più sereno come un tempo. E’ come se una misteriosa luna nera avesse eclissato l’abbagliante luce dei suoi occhi.
Ogni volta che tento di cavargli di bocca le ragioni che lo fanno stare così male, lui distoglie prontamente lo sguardo, o più semplicemente si volta dall’altra parte con una disinvoltura inadatta, senza dire assolutamente nulla. Dopodiché se ne resta assorto fino a che non si cambia l’argomento della discussione.
Ho la netta sensazione che la disoccupazione lo stia dilaniando poco alla volta dall’interno e che la sua attuale situazione sentimentale non sia delle migliori. X è nato per essere un artista, un comunicatore capace di esprimere attraverso l’ausilio d’immagini qualsiasi tipo di messaggio. Ma purtroppo le strade professionali in quel campo ormai sono diventate sempre più rare e difficili da intraprendere.
Penso a tutte le umiliazioni incassate, a tutti i NO che ha ricevuto, a tutte quelle porte che gli hanno sempre sbattuto in faccia. Alle favole raccontategli dalle agenzie interinali, ai “le faremo sapere”, a tutti quei cestini della spazzatura dove, fra un documento e l’altro, vi era finito anche il suo curriculum e al fatto che, malgrado tutto questo, lui non si era mai arreso.
Vi confesso che X, oltre ad essere uno dei miei più grandi amici, è anche il mio eroe contemporaneo preferito.
Dovreste vedere le straordinarie prodezze che compie con certi programmi di disegno. Se vedeste con quanta passione si cimenta in quel tipo di attività capireste tutto quanto.
Sono consapevole del fatto che X è una persona molto fragile, ma al contempo troppo orgogliosa per chiedere aiuto.
Certe volte, durante le nostre interminabili discussioni, spesso X se ne esce fuori esclamando: “Amico mio, noi due ce ne dobbiamo andare da questo schifo di paese di merda, capisci? Tanto ormai lo sappiamo bene entrambi che in questa fottutissima Italia in collasso un futuro decente e sicuro non l’avremo mai e poi mai, porca puttana! Zero garanzie! Che cazzo ci stiamo a fare ancora qui, me spieghi?”
Tutte le volte non so mai cosa rispondergli. Non so come poter affrontare la questione. Mi spiazza.
Così mi ritrovo costretto a rispondergli con un tono piuttosto svogliato: “ Sì, hai perfettamente ragione.”  Giusto per calmarlo un po’.
Altre volte, invece, quando è particolarmente ubriaco, perde completamente il controllo e la fiducia in se stesso, come se smettesse d’un tratto di credere nelle sue stesse incredibili potenzialità. “Non valgo niente, sono inutile.” Dice sottovoce, e poi: “E i miei disegni fanno cagare e sono un fallito, un buono a nulla, e non riuscirò mai a costruire un cazzo di niente in questa vita.” Il suo volto si fa sempre più serio e inespressivo, quasi apatico, ma nei suoi occhi brucia inesorabile la fiamma della disperazione. “Forse non sono poi così tanto capace come dicono. Forse tutti mi dicono che sono un grande solo per consolarmi. Io non sono un cazzo di depresso e non ho bisogno di nessuno, voglio che sia chiaro.” A quel punto io non riesco più a trattenermi e lo interrompo bruscamente. “X, ti prego, cerca di calmarti. Nessuno qui ti piglia per il culo. Tu sei un maledetto genio, sei in gamba amico. Non sai cosa darei per riuscire ad osservare il mondo attraverso i tuoi occhi, anche solo per un minuto. Non sai quanto io invidi la tua fantasia. E i tuoi disegni sono stupendi, credimi, per non parlare poi della passione che metti in tutto ciò che fai. Credimi X, non parleresti così di te stesso se solo ti rendessi conto di quanto cazzo sei speciale.” Ma le mie parole pare non riescano mai a toccarlo minimamente.
“Sai cosa mi fa incazzare, amico? Mi fa incazzare che le persone mi elogino continuamente e che mi riempiano di complimenti gratuiti. Se fosse davvero come dici tu, non sarei in questa maledetta situazione, capisci? Tu sei esattamente come lei, cerchi solo di consolarmi, di tirarmi su il morale. Ma è inutile porca miseria, ve lo leggo negli occhi che in realtà mi compatite. Gli occhi, come ben sai, sono molto più sinceri delle parole. Dimmi a che serve essere dei geni quando poi dentro si è infelici? Che ci guadagno?”
Una volta arrivati a quel punto, solitamente, o cambiamo argomento o ordiniamo l’ennesima birra.
Ricordo ancora quegli anni febbricitanti in cui la sua creatività era arrivata a livelli estremi.
X in quel periodo era perennemente galvanizzato. Mi mostrava un disegno dopo l’altro, e mi chiedeva fissandomi negli occhi con quello che era il suo classico sguardo allucinato: “Hai visto amico? Ti piace? Dimmelo se non ti piace eh! Praticamente ho cercato di rappresentare questo e quest’altro. Insomma, ti piace almeno l’idea? E il disegno? Cosa ne pensi del disegno?” Erano gli anni d’oro ed io come sempre facevo fatica a seguirlo. Era completamente impazzito e la sua fervida immaginazione era diventata come un virus incontrollabile.
O come quando mi aveva raccontato della sua ragazza. Mi aveva fissato a lungo con impresso sul volto un sorrisetto misterioso. A quel punto gli avevo chiesto: “Cos’è quel sorrisino lì? Devi dirmi qualcosa? Lo so che devi dirmi qualcosa, avanti, sputa il rospo.” X scoppiò a ridere di gusto. “Non ti si può nascondere niente a te, vero? Praticamente ho conosciuto questa ragazzina, che tra l’altro è bellissima e simpaticissima e straordinaria, e ha addirittura i capelli d’oro, non so se mi spiego. E mi trovo un sacco bene a stare con lei, e la cosa credo sia reciproca. Fatto sta che abbiamo deciso di metterci assieme e vedere come va a finire. L’amore suppongo sia più un fatto d’intuizione che di predisposizione. Sono felice, va tutto bene, e non c’è bisogno di preoccuparsi di niente, perché quando si è felici, non ci sono motivi validi per preoccuparsi veramente di qualcosa, non credi anche tu?”
A quel tempo X era matto da legare, questo è un dato inconfutabile, ma in compenso era felice e innamorato come non mai. Sono pronto a scommettere che chiunque sarebbe disposto a barattare la propria sanità mentale in cambio della felicità.
E’ strano come un giorno siamo lì, con gli occhi lucidi come specchi d’acqua, a ringraziare il cielo per averci regalato tanta immeritata fortuna, e il giorno dopo siamo di nuovo stesi a terra, senza più forze e speranze, a contorcerci dalla disperazione, con le ali completamente logorate come angeli precipitati al suolo, senza sapere nemmeno il come e il perché.
Fluttuiamo un attimo spensierati fra le nuvole e un attimo dopo siamo ciclicamente ritornati al punto di partenza, a lamentarci, rabbiosi come bestie, della più grande delle ingiustizie della vita: ovvero dell’inconcepibile meccanismo che impedisce allo scorrere degli eventi di seguire il corso che vorremmo noi.
Una sera, dopo essere usciti dal bar stranamente un po’ più sobri del solito, X ed io ci eravamo messi a camminare senza destinazione lungo la strada.
“Hai visto quante stelle?” Mi chiese indicando il cielo. “Già.” Mi limitai a rispondere.
“Ogni volta che le guardo la mia esistenza mi sembra meno inutile. Certo che il firmamento è proprio una cosa meravigliosa, cazzo! Uno spettacolo da paura!” Esclamò con gli occhi ancora rivolti verso l’immensità del cielo notturno.
“X tu credi in Dio?” Gli chiesi.
Mi fissò a lungo con sospetto. “Non lo so, non è un bel periodo. Magari esiste, ma sicuramente non è dalla mia parte, o comunque non mi considera abbastanza degno del suo aiuto. A volte però penso che malgrado tutto sono un ragazzo molto fortunato.”
“Tutti noi siamo fortunati. Esistiamo.”
Ma X era troppo altrove con la mente per captare le mie parole. Rimase un istante immobile a fissare le stelle.
Poi, ad un tratto, disse: “La mia vita è sempre stata farcita d’incertezze d’ogni tipo, ma di due cose ora sono assolutamente sicuro, al cento per cento.”
“Avanti, dimmi.” Lo invitai a proseguire.
“Sono sicuro che questo periodo nero prima o poi passerà,
e che tu sei e sarai per sempre il mio migliore amico.”X