CAOS DENTRO: Storia di un Precario Qualunque

Se vi aspettate una storia originale, beh, rimarrete delusi.

La mia storia, infatti, è l’ennesima testimonianza di un giovane laureato precipitato, come tanti altri, nel tunnel del precariato.
Ho 27 anni, una laurea in Scienze dei Beni Culturali conseguita con il massimo dei voti e, ahimè, tante speranze non realizzate. Figlio di operai, ho sempre cercato di aiutare la mia famiglia pagandomi gli studi, così da non gravare troppo sulle spalle dei miei genitori. Fin dal liceo ho ricoperto vari lavoretti saltuari come consegna a domicilio delle pizze, aiuto cuoco, cameriere e barman. Il tutto per una quarantina di euro a week-end, ma con la consapevolezza di essere indipendente, in qualche modo, dai miei genitori. Ricordo ancora i tragici risvegli del lunedì mattina quando, rientrato dal lavoro alle 2.00 di notte dopo una serata al ristorante, la sveglia mi ricordava alle 6.15 di dover prendere il treno per andare a scuola. In fondo non mi pesava molto: il lavoro per me è sempre stato molto importante, non tanto per il ricavato economico, ma per la sensazione di autostima e di indipendenza che questo crea, sentendomi realmente realizzato nel mio piccolo.
La mia vita procedeva senza intoppi e, una volta immatricolatomi al corso di laurea in Scienze dei Beni Culturali, cominciai a studiare assiduamente la mia passione più grande: l’Archeologia. Continuai a pagarmi gli studi lavorando part-time come cassiere e addetto alle vendite presso vari negozi, studiando senza sosta nelle restanti ore del giorno. Quando finalmente mi laureai l’emozione fu immensa: i miei sforzi e quelli dei mie genitori finalmente erano stati ricompensati.  L’emozione, così come la felicità, si tramutarono però dopo pochi mesi in grande rabbia e sconforto. Cominciai a cercare lavoro nel mio settore, ma nessuno prese in considerazione le mie domande. Consapevole della crisi che le materie umanistiche vivono da molti anni in Italia, cominciai a cercare lavori più umili, così da poter guadagnare qualcosa in attesa di un’offerta più consona ai miei studi. Paradossalmente mi ritrovai scartato anche in questi settori, rimbalzato ogni volta con la solita e, a mio modo di vedere, squallida frase: “lei è troppo qualificato”. La laurea, da sogno di una vita, si trasformò in poco tempo in un incubo, soprattutto quando trovai lavoro in un call center. Alzarsi ogni mattina per 400 euro al mese (se ti va bene) per svolgere un lavoro per niente dinamico, subdolo e senza il più che minimo margine di miglioramento mi pesava tantissimo, così come mi pesavano ancor di più i commenti di molti colleghi che, nel vedermi laureato, non risparmiavano battute del tipo: “la laurea non serve a un c…” o “voi laureati vi credete migliori di tutti, ma alla fine vi ritrovate a lavorare con noi, anzi, sotto di noi”. Con umiltà e tanta pazienza lavorai in quel posto per quasi 1 anno e mezzo, il tempo che mi servì per mettermi da parte un certo gruzzoletto e partire per l’Inghilterra.
Ebbene sì, ora vivo a Londra. I miei amici mi invidiano ma, quando mi guardo, mi rendo conto che per vivere dignitosamente sono tornato a fare quei lavori che svolgevo quando frequentavo liceo, lasciando la mia famiglia e gli affetti più cari. In fondo qui ti permettono di vivere e di pensare ad un futuro, prospettiva che in Italia al momento non esiste.
Con questa testimonianza non voglio suscitare pietà in nessuno, ma solo continuare a porre l’accento su un problema che non vede soluzioni nel nostro Paese. Noi giovani pretendiamo solo una cosa, una cosa molto semplice: vivere la nostra vita.
Sarebbe bellissimo ritornare in Italia ma per farlo, oltre a mettermi da parte altri soldi per realizzare qualche bel progetto, sarebbe importante riacquistare quell’autostima che, solitamente, un lavoro ti dona quando ti senti realizzato nella società. E’ quello che sto cercando di fare in Inghilterra.
Chi lo sa…magari un giorno ritornerò e mi sentirò nuovamente orgoglioso di essere un laureato italiano.

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